sabato 19 maggio 2018

19 agosto 1917: storia di una gamba, e della palletta di shrapnel che la incontrò

Il titolo, un po' irriverente, di questo post – nel richiamare un bel romanzo di Iginio Ugo Tarchetti -, vuole sottolineare l'importanza fondamentale che nelle storie di guerra rivestono gli oggetti inanimati. Anche i più piccoli e apparentemente insignificanti.


Questa storia inizia, alternativamente, in due luoghi e in due momenti diversi: in una giornata di agosto del 1891 a Moltrasio, un ameno borgo sul lago di Como; e in una sconosciuta giornata del 1917, presso una altrettanto ignota fonderia di qualche località dello sterminato Impero Austro Ungarico. In quest'ultima fu fusa una biglia di ferro destinata, nonostante la forma, a utilizzi tutt'altro che giocosi. Nella prima, invece, venne alla luce un bimbo, cui fu imposto il bel nome, dal sapore classico, di Dionigi. I suoi genitori erano Felice Del Vecchio, falegname, e Luigia Raschi.
Dionigi crebbe sulle sponde del lago, frequentò le locali scuole maschili, e decise d'intraprendere il mestiere paterno: quello del falegname, o legnamée, come si dice nel dialetto comasco.
Benché fossse un giovane di buona costituzione, quando nel 1911 - al compimento dei vent'anni - fu chiamato al reclutamento presso il Consiglio di Leva di Como, fu riconosciuto affetto da un qualche difetto fisico - del quale non è rimasta traccia nella documentazione matricolare - e fu dunque riformato, ed inviato in congedo assoluto.



Il nostro Dionigi, così, non fu toccato dall'esperienza della guerra italo-turca, che coinvolse tanti suoi coscritti della classe 1891, e proseguì con la sua vita e col suo lavoro.
Nel dicembre del 1914, convolò a nozze con Rinaldina Dina Antonelli, una giovane di Rovenna, di due anni più giovane di lui. Già dall'estate di quell'anno, tuttavia, la guerra scuoteva l'Europa, e si intensificavano i presagi di un successivo intervento italiano. Ciò che avvenne, come noto, il 24 maggio 1915, solo sei mesi dopo il matrimonio del nostro Dionigi. Questi, tuttavia, in virtù dell'essere stato riformato, non era stato coinvolto dalla mobilitazione.
Senza ripercorrere vicende già trattate, si dirà tuttavia che dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia al fianco delle potenze dell'Intesa – il 24 maggio 1915 -, le esigenze organiche dell'esercito indussero le autorità a rivalutare le condizioni di salute dei soggetti che, nel corso degli anni, avevano ottenuto la riforma.

Ciò, invero, era già previsto, in tempo di pace, dal Testo Unico sul Reclutamento, che consentiva "al ministro della guerra di sottoporre i riformati a nuova visita presso altro Consiglio di Leva entro il periodo di due anni dall'ottenuta riforma". Con il Decreto Luogotenenziale n. 1166 del 1° agosto 1915, a fronte dell'"attuale stato di guerra" tale facoltà fu estesa anche nei confronti dei soggetti "riformati da più di due anni" nonché di "coloro che furono riformati durante il servizio militare" e fu previsto che la nuova visita avesse luogo, per semplificazione burocratica (ma con sacrificio della terzietà), "avanti lo stesso Consiglio di Leva che ne pronunciò la riforma".

Con il citato provvedimento dell'agosto 1915, fu inizialmente stabilito che fossero chiamati a nuova visita i coscritti riformati delle classi 1892, 1893 e 1894; tra questi, coloro i quali sarebbero risultati idonei alle armi – secondo le ordinarie disposizioni sul reclutamento -, sarebbero stati arruolati "per seguire le sorti della classe del loro anno di nascita". Nei mesi seguenti, la disposizione sarebbe stata estesa anche ai coscritti delle classi precedenti, tra le quali quella del 1891.

Il 29 novembre, dunque, Dionigi Del Vecchio si sarebbe ripresentato di fronte al Consiglio di Leva di Como: evidentemente, i problemi che lo avevano afflitto nel 1911 erano venuti meno, ed egli fu pertanto arruolato, ed assegnato alla Prima Categoria. Rinviato brevemente in congedo, fu chiamato alle armi giusto un mese dopo, il 23 novembre 1915: era il momento di svestire i panni borghesi, per indossare l'uniforme grigioverde del Regio Esercito.

Assegnato all'arma di Fanteria, il nostro fu destinato al deposito del 62° Reggimento della Brigata "Sicilia", con sede a Parma. Quivi svolse l'addestramento per le reclute, e rimase sino all'estate del 1916. Nel frattempo, il 1° aprile, gli era nata la prima figlia, Adele.
Si era, in quei mesi, nel momento concitatissimo che aveva seguito lo scatenarsi dell'Offensiva di Primavera sul fronte degli Altipiani. E proprio a tale settore anche il nostro Dionigi fu destinato, raggiungendolo nel mese di luglio: il 20 del mese egli era, infatti, inquadrato nel 112° Reggimento della Brigata "Piacenza". Dopo aver operato sul fronte goriziano, la "Piacenza" – con il mese di maggio, in corrispondenza delle prime fasi dell'offensiva austro-ungarica – era stata trasferita nel vicentino, nel settore delle Melette di Gallio. Dopo fortunate operazioni contro le Melette, dalla fine di giugno la "Piacenza" concentrò i propri sforzi contro Monte Mosciagh e Monte Zebio.

Contro dette posizioni essa si accanì in ripetuti attacchi eseguiti il 30 giugno, il 6, il 22 e 23 luglio ed il 15 agosto, ma l’attiva vigilanza del nemico, favorito dal terreno che rendeva poco efficace l’azione della nostra artiglieria, non permise che un'alterna vicenda nei risultati e lievi progressi parziali che costarono tuttavia ai reparti sensibili perdite.

Alla fine di agosto, però, Dionigi Del Vecchio cadde ammalato: non ci sono pervenute notizie circa la natura di questa malattia, che tuttavia dovette essere di rilevante gravità, a fronte delle vicende successive. Il 28 agosto, infatti, il fante moltrasino lasciava il reparto per essere "ricoverato in luogo di cura perché ammalato". Da lì, al 20 settembre, Del Vecchio veniva ulteriormente allontanato dal fronte, lasciando la zona di guerra, in quanto "traslocato in ospedale territoriale". Una ventina di giorni dopo, infine, lasciava l'ospedale per essere ricoverato presso il "Convalescenziario di Montepiano" [1]. Vi restò, tuttavia, solo per poco più di un mese, sino al 22 novembre, quando fu infine inviato in licenza di convalescenza "di giorni quaranta". Benché in condizioni fisiche non certo ottimali, Del Vecchio poté comunque far ritorno al suo paese, dove trascorse l'ultimo scorcio del 1916.
In anticipo rispetto alla scadenza della licenza, il soldato Del Vecchio si ripresentò presso il deposito del 61° Fanteria già con il 1° gennaio del 1917. Evidentemente non ancora del tutto ristabilitosi, il giovane rimase in servizio presso il deposito stesso per i tre mesi successivi ottenendo, nel frattempo, il grado di caporale. 

Il 3 aprile, tuttavia, Dionigi Del Vecchio fu destinato alla Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia – insediata presso la caserma del 77° Reggimento Fanteria – ove, nelle tre settimane successive, fu addestrato all'utilizzo della mitragliatrice. Con la fine del mese, fu dunque assegnato alla 758a compagnia mitraglieri FIAT, che andò a raggiungere in zona di guerra, a far data dal 25 aprile 1917. Tale reparto era aggregato al 263° Reggimento Fanteria della Brigata "Gaeta", unità costituita solo il 17 febbraio precedente e subito trasferita nella zona di Crauglio-Visco, ove stava attendendo alla propria preparazione in vista del battesimo del fuoco.

Cartolina ricordo della Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia (coll. dell'autore).

Esso sarebbe avvenuto il 23 maggio successivo, allorché la brigata, schierata nelle trincee del Debeli, attaccò le munitissime posizioni nemiche di q. 144, q. 92 e del vallone di Jamiano. Il 24, con vigoroso assalto, portò avanti l'occupazione sino alla linea di Komarie - q. 100. Il giorno successivo, alla "Gaeta" fu affidato il compito di superare le trincee di Flondar, occupare il margine orientale di q. 146 e le sue pendici fino alla strada di Brestovizza per proseguire contro l'Hermada. Concorsero all'azione il I e III/263°, sulla sinistra, schierati a nord di q. 100, con obiettivo le posizioni avversarie a cavallo della q. 146; ed il I e III/264, sulla destra, contro la linea di Flondar.


All'ora stabilita, le fanterie mossero con slancio all'attacco e irruppero nelle trincee avversarie obbligando alla resa i difensori. Indi proseguirono nell'avanzata, e, mentre sulla sinistra riparti del 263° si impadronivano delle munitissime doline a sud-est di q. 146, sulla destra il 264° riusciva a portarsi su una linea parallela alle espugnate trincee di Flondar e tangente alle falde orientali di q. 146. Vero sera, però, il nemico, riavutosi dalla sorpresa e protetto dalle proprie artiglierie, passò al contrattacco, arrestando l'avanzata italiana. I nostri, ridotti di numero per le perdite subite e battuti da intenso fuoco, arretrarono sul versante orientale di q. 100, ove si attestarono. Il 26, la brigata si portò sul rovescio di q. 100 per riordinarsi, a fronte delle pesantissime perdite subite: in questi pochi giorni di combattimento aveva perduto 42 ufficiali e 1445 uomini di truppa.

Con l'inizio di giugno, la Brigata fu trasferita prima a Santa Maria La Longa e poi – alla metà del mese - nei pressi di San Pietro al Natisone, per trascorrervi il turno di riposo. 
Alla metà di luglio, passata alla dipendenza della 24a Divisione, la "Gaeta" fu destinata alla zona di Gorizia, e fu schierata lungo il tunnel di Castagnevizza-Rusic-Torrente Corno-q. 126-Casa Bianco, ove si impegnò in lavori di fortificazione e presidio sino alla metà di agosto, alternandosi con la Brigata "Emilia".

Cartolina ricordo del 263° Reggimento della Brigata "Gaeta".
Il 16 agosto, lasciati gli accantonamenti, tornò in linea, nel consueto settore di Gorizia per partecipare all'11a Battaglia dell'Isonzo. Nel quadro delle operazioni offensive previste sulla fronte della Seconda Armata, alla Brigata "Gaeta" fu affidato - sulla fronte della 24a divisione - il compito di conquistare due obiettivi, costituiti dalla Quota 126 e dall'abitato di Grazigna, tenendosi pronta a sfruttare gli eventuali progressi ottenuti dalle truppe dell'VIII Corpo d'Armata, operante a sud del torrente Corno. In particolare, Grazigna o “Grassigna” (in sloveno Grčna) è una zona di Gorizia in cui, fino a prima della guerra, era situato l’importante “Cimitero Nuovo”. La zona è stata attualmente inglobata nel nucleo urbano di Nova Gorica.

I reparti si apprestavano ad assumere lo schieramento previsto per l'attacco e la 758a compagnia mitragliatrici FIAT [3], e con essa Dionigi Del Vecchio, seguiva le sorti del II Battaglione del 263° Reggimento al quale, dall'inizio di agosto, era stata frattanto aggregata.

"Nelle notti sul 17 e 18 agosto le truppe della brigata assumono lo schieramento previsto per l'inizio delle operazioni. Alle prime ore del 19, mentre i riparti della Brigata "Emilia" svolgono azione dimostrativa, il I e il III/263° scattano ed irrompono nelle sconvolte posizioni nemiche, lanciandosi il I contro Grazigna ed il III contro q. 126. Lo slancio dei fanti del III/263° non si arresta malgrado il violento fuoco avversario: le prime ondate avanzano sotto il tiro delle artiglierie e riescono, sebbene decimate, a porre piede nella prima linea nemica, dilagando sul rovescio dell'altura di q. 126. Ma non sorrette dalle ondate successive, fermate, sulle posizioni di partenza, dal tempestare delle artiglierie e delle mitragliatrici, devono indietreggiare. Il I/263°, impegnato nell'attacco contro Grazigna, malgrado la violenza del fuoco di sbarramento, raggiunge i ruderi del villaggio; ma preso sotto il fuoco delle mitragliatrici e contrattaccato sui fianchi, sostiene accanita lotta, finché, ridotto di numero, è costretto a ripiegare.

Le perdite sensibilissime non fiaccano, l'efficienza bellica, né diminuiscono il valore dei nostri riparti. Riordinatisi e rincalzati delle compagnie del II/263°, il I e il III tornano, con la stessa fede nel successo, all'attacco degli obbiettivi. Sotto il violento tiro di sbarramento il III/263°, con un solo sbalzo, occupa la linea avversaria, la supera e raggiunge la sommità di q. 126, ma anche questa volta il suo ardimento è arrestato dalla fiera resistenza del nemico che, passato al contrattacco, costringe i nostri a ripiegare ad occidente dei disputati ruderi. Eguale sorte subisce il I/263° che, mosso anch'esso animosamente contro Grazigna, dopo aver conseguito qualche progresso, è costretto ad indietreggiare a causa delle perdite sofferte."


I fanti del 263° Reggimento, dunque, per due volte, nel corso della medesima giornata, attaccarono le stesse posizioni; per due volte ne furono tragicamente respinti. In questa bolgia di ferro, fango e sangue, si dibattevano anche il caporale Del Vecchio e i suoi commilitoni della 758a compagnia mitragliatrici FIAT. Il buon falegname comasco, mentre teneva le sue dita – abituate a maneggiare la sgorbia – incollate al grilletto della mitragliatrice, non poteva immaginare di stare per incontrare il suo destino: esso gli si presentò sotto le spoglie di un proietto d'artiglieria austriaco, caricato a shrapnel.
Della miriade di pallette che ne sortirono, una, una ed una sola, raggiunse il mitragliere Del Vecchio, perforandogli la gamba destra, al terzo medio. Per lui, la guerra - quella combattuta, almeno - era finita lì, in quel 19 agosto: già il giorno successivo "partiva da territorio dichiarato in stato di guerra", per essere ricoverato negli ospedali di retrovia. La ferita, benché non tale da far preoccupare per la sua vita, lo avrebbe tuttavia reso invalido. Dimesso dall'ospedale, sarebbe stato assegnato, prima, al deposito della Scuola Mitraglieri di Brescia, e poi - dal marzo del 1918 - a quello del 62° Reggimento Fanteria, a Parmia.
La zoppìa lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della sua esistenza: con essa, la piccola, maledetta palletta metallica che aveva rovinato la sua giovanile gagliardìa; ma che forse, per altro verso, gli aveva risparmiato un altro anno di combattimenti, e magari un destino differente. Quella palletta, il caporale Del Vecchio non la volle mai abbandonare: se la fece montare nella catena dell'orologio da taschino, che avrebbe scandito tutte le sue ore a venire.

La palletta di shrapnel che colpì il caporale Dionigi Del Vecchio in combattimento il 19 agosto 1917.


Medagliere del caporale Dionigi Del Vecchio, classe 1891, da Moltrasio (CO).


Nonostante la disabilità, Dionigi Del Vecchio ebbe poi una vita lunga e intensa, crediamo anche di soddisfazioni. Tornato al suo paese, Moltrasio, si riunì con la sua amata Dina e con la piccola Adele. Tre anni dopo gli nacque un figlio, Felice (anche lui destinato a notevoli peripezia durante la Seconda Guerra Mondiale). S'iscrisse, sin dalla fondazione, all'Associazione Nazionale Combattenti, alla quale si dedicò instancabilmente sino al 1978, quando si spense serenamente, quasi novantenne.

Un sorridente Dionigi Del Vecchio, nei suoi ultimi anni.
 
Ci perdonerete se abbiamo indugiato su particolari, forse, eccessivamente personali: ma, dopo aver raccontato tante storie (e tante ancora ne racconteremo) che s'interrompono bruscamente nella Grande Guerra, ci piaceva raccontarne una che - complice una palletta di shrapnel - ebbe invece una lunga, e probabilmente lieta, continuazione.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Circa tale luogo di cura, confessiamo di non essere purtroppo riusciti a reperire alcun riferimento. Qualunque informazione ci sarà, pertanto, assai gradita.
[2] Cfr., riassunto storico della Brigata "Gaeta".
[3] Si noti che il diario della 758a compagnia mitraglieri FIAT, per il mese di agosto del 1917, colloca il reparto presso la località di Valerisce.

BIBLIOGRAFIA
- Atti dello Stato Civile del Comune di Moltrasio;
- F. Cabrio, Uomini e mitragliatrici, Vol. I e II, Rossato;
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vari volumi, Roma, Libreria dello Stato;
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

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