giovedì 18 ottobre 2018

Soldato Antonio Sant'Elia, volontario (?) - 20 ottobre 1916-2018

Antonio Sant'Elia, genio visionario dell'architettura futurista, non ha certo bisogno di presentazioni su questo blog. Nel centoduesimo anniversario della sua morte in combattimento  - avvenuta il 20 ottobre 1916 nel settore di Monfalcone -, proponiamo un contributo di Edoardo Visconti che getta nuova luce sulle circostanze dell'arruolamento del celebre architetto futurista comasco, e sulla sua qualità di "volontario di guerra".

Antonio Sant'Elia, volontario del Battaglione Lombardo V.C.A.

 ***
di Edoardo Visconti
Prologo. Mai come in questi anni, in occasione del centenario della Prima guerra mondiale, sono stati pubblicati nuovi saggi e approfondimenti relativi a fatti e personaggi coevi, sia a livello nazionale sia locale.

Una delle ultime opere che ho avuto il piacere di leggere è una monografia su Antonio Sant'Elia (Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini), a cura di Lorenzo Morandotti, pubblicata nel 2016 per i tipi di Editoriale Lariana. Si tratta di un volume diviso in parti: la prima presenta una biografia del celebre architetto, la seconda un approfondimento di periodi della sua vita e quella finale dove appaiono con delle brevi schede celebri artisti locali e nazionali che hanno gravitato intorno alla scuola Castellini, antico istituto scolastico, ad indirizzo artistico, della città di Como.

Ripropongo integralmente uno stralcio della biografia che mi ha colpito, tratto da pagina 23.
"Antonio Sant'Elia non era partito volontario per la guerra, come più vole si è detto, ma aveva nel 1915 chiesto di fare l'addestramento nel Battaglione Lombardo Ciclisti, sia per la sua nota passione per il ciclismo, sia stare in compagnia con i molti amici artisti che si era fatto nell'ambito milanese. Per il periodo di addestramento, il Battaglione si era installato a Gallarate, nella scuola elementare; il 30 novembre 1915, il Battaglione è stato sciolto e il 6 dicembre Antonio, congedato, è tornato a Como. E' stato subito dopo chiamato in guerra al fronte, ma nella cartolina postale, spedita alla famiglia il 30 giugno 1916, scriveva: "TANTI BACI. STO BENE. NON E' VERO CHE SONO PARTITO VOLONTARIO. BACI. AN." (collezione Accetti, Milano)."[1]
Apparentemente, una sentenza definitiva che confuterebbe tutto quanto scritto finora sulla vita militare dell'architetto comasco. Incuriosito da questa, per me, versione inedita, ho deciso di svolgere alcuni approfondimenti.

I Volontari Ciclisti ed Automobilisti

Il Battaglione Volontari Ciclisti - inteso in senso generale, quale unità tattica -, rientra nell'orbita del Regio Esercito sin dal 1904 quando il colonnello Pietro Valle ne teorizza l'utilizzo nel volume Tattica ed armi nuove. È concepito per l'impiego di staffetta, porta-ordini e pattugliamento profondo nel territorio del nemico, sfruttando la mobilità - notevole per l'epoca - del veicolo. Una delle caratteristiche del corpo consiste nella proprietà privata della bicicletta impiegata dal volontario, con un certo risparmio anche per le casse dell'esercito, almeno in queste prime fasi.


Figura 2: Copertina del libro del Col. Valle

Le prime esercitazioni del Primo battaglione volontari ciclisti, formato da personale proveniente da Bologna e dalla società ciclistica "Audax" di Roma, sono positive e gli alti comandi decidono di insistere con questo progetto. Il Corpo Nazionale dei Volontari Ciclisti ed Automobilisti (V.C.A.) è regolato con la legge del 16 febbraio 1908 n.49, mentre il regio decreto del 19 marzo 1908 n. 142 ne approva lo statuto. Il 18 giugno 1910 il Giornale Militare Ufficiale pubblica una notizia rilevante a favore del personale dei volontari ciclisti: è garantito il soprassoldo di 1 lira e l'indennità di servizio per personale volontario qualora lo stesso sia mobilitato con le truppe regolari per manovre ed esercitazioni tattiche. Grande novità, l'Esercito riconosce anche la cifra di 1 lira al giorno per la manutenzione della bicicletta. L'integrazione con le forze armate regolari procede a piccoli ma decisi passi.

Il Battaglione Lombardo V.C.A.


Il 18 maggio 1915, una settimana prima dell'entrata in guerra dell'Italia, il Corriere della Sera pubblica il bando - firmato dal comandante del reparto dei volontari lombardi (dal 1908), capitano Carlo Monticelli - per l'arruolamento di personale volontario da assegnare al Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti: molto importante, il fatto che i volontari appartenenti alla prima e seconda categoria di leva potevano essere esclusi e arruolati nell’esercito di linea.
Tutte le fonti consultate sono concordi nel confermare che il battaglione fu mobilitato il 24 maggio; nel quadro del Battaglione Lombardo, i futuristi furono inquadrati nell'ottavo plotone della terza compagnia. La prima parte di addestramento si svolse a Gallarate e dintorni, dove i futuristi, dopo il giuramento avvenuto il 13 giugno 1915, organizzano una festa nel locale teatro, la cui scenografia è opera di Boccioni, Russolo, Sant'Elia, Funi, Erba, Piatti, Bucci e Sironi con decorazione in pieno stile futurista.

Volontari Ciclisti a Gallarate: da sinistra, Umberto Boccioni, Ugo Piatti, Filuppo Tommaso Marinetti, Mario Sironi e Antonio Sant'Elia.

Il 21 luglio ha luogo lo sfilamento per Milano con le biciclette ridipinte in grigio-verde, con il fucile fissato sul telaio e il bagaglio sul manubrio; il battaglione parte verso Peschiera del Garda. Il tempo passa e i futuristi rimangono nelle retrovie. I bersaglieri ciclisti dell'esercito regolare sono più che sufficienti per sopperire al compito inizialmente previsto per i V.C.A., considerando, inoltre, che il conflitto si sta già cristallizzando nella guerra di trincea.
Il 12 ottobre, all'improvviso, i volontari sono radunati a Malcesine e poi a Navene; iniziano a salire fino Dosso Tre Alberi, postazione austriaca, e i futuristi sono utilizzati come vedette ed esploratori.
14 ottobre: prima perlustrazione dietro le linee austriache per 5 chilometri; fanno parte della pattuglia: Boccioni, Bucci, Marinetti, Sant'Elia, con divieto tassativo di sparare.
Il 20 ottobre il battaglione passa alle dipendenze degli Alpini, in concorso con i Battaglioni "Verona" e "Val d'Adige".
Il 22 ottobre dopo qualche scaramuccia è deciso che i V.C.A. affiancheranno un plotone del 6° Regg. Alpini per conquistare Dosso Casina, trasformati da agili bersaglieri a fanteria da montagna, senza averne l'attrezzatura, dato che - come scrive Marinetti - hanno ancora il solo equipaggiamento estivo.
La loro azione iniziale però non è efficace per colpa del mancato collegamento con gli alpini e senza ordini precisi. Marinetti nei Taccuini se la prende con il comandante Monticelli e lo rinomina "Vermicelli"...
Nel pomeriggio del 22 prosegue l'avanzata. Boccioni e Sant'Elia sono mandati in perlustrazione per cercare un collegamento con gli alpini si perdono e devono ritornare alla postazione di partenza, che nel frattempo era cambiata: Costone Tre Alberi, una posizione dominante a Quota 1304.
Figura 3: Quarta di copertina della Domenica del Corriere n. 46 del 14- 21 novembre 1915, presa di Dosso Casina e Dosso Remit.
Il 24 finalmente c'è un contatto con una pattuglia di alpini e il comandante Monticelli decide per l'avanzata. La 2^ compagnia, insieme agli alpini, riesce a conquistare Dosso Casina. La 3^ compagnia dei futuristi, è rimasta nelle retrovie e giunge a giochi fatti; iniziano quindi il rafforzamento delle posizioni con lavori di trinceramento.
Il 27, dopo giorni di guardie e corvée il battaglione fa ritorno a Malcesine. Qui 50 soldati sono congedati per insufficienza fisica o inettitudine militare. Il 29 ottobre, la Gazzetta Ufficiale pubblica il decreto luogotenenziale n. 1545 che autorizza il congedo temporaneo o definitivo degli arruolati nelle milizie volontarie mobilitate. È il canto del cigno del Corpo V.C.A.: il 1° dicembre si ritorna a Milano, dove il battaglione è sciolto e i volontari smistati in altri reparti combattenti.
Il 15 dicembre nel manifesto L'orgoglio italiano, Boccioni, Marinetti, Russolo, Sant'Elia, Sironi e Piatti reiterano il desiderio di continuare a combattere.

Figura 4: Riproduzione del manifesto L'ORGOGLIO ITALIANO


Il Soldato Sant'Elia

Già da questa prima analisi, sembra difficile che Sant’Elia non sia partito volontario: già il nome stesso del battaglione comprendeva l’aggettivo Volontari, omesso, in effetti, nel passo della biografia di Morandotti riportata in apertura di questo contributo.
Durante le mie ricerche ho esaminato vari documenti. In particolare due mettono in discussione il "non volontarismo" di Sant’Elia.
Il primo è una lettera del 26 maggio 1915 scritta da Carlo Carrà ad Ardengo Soffici che prende le distanze oltre che dal “marinettismo”, come lo definisce, anche “dalla smania di andare volontari” dei futuristi, criticandone, inoltre, la scarsa preparazione militare.

Il secondo è un articolo apparso sul Corriere della Sera il 15 giugno 1915, a pagina 4, ove si può leggere:
Riceviamo con preghiera di pubblicazione:I futuristi italiani che furono tra i primi e più accaniti propugnatori della guerra contro l’Austria, vi parteciperanno così: Marinetti, Boccioni, Russolo, Sant’Elia e Piatti, volontari ciclisti [...]””
seguono poi altri nomi di futuristi arruolati in altri corpi.
Similmente, la pubblicistica tra le due guerre esalta il volontarismo futurista di Sant’Elia, soprattutto attraverso le parole di Marinetti, che ne ha sempre valorizzato le opere e il lavoro, e grazie al cui impulso fu scelto un suo bozzetto per la progettazione del monumento ai Caduti di Como. Tuttavia, visto il delicato periodo storico - per cui il dissenso è soggetto a censura - potrebbe obiettarsi che la famiglia Sant'Elia non si volesse esporre rendendo pubblica la cartolina presentata nel libro di Lorenzo Morandotti, in cui l'architetto parrebbe negare il suo arruolamento volontario.
L’ultimo documento analizzato per chiarire, se possibile, la questione è stato il Foglio matricolare e caratteristico di Sant’Elia, sperando che fosse compilato in maniera esaustiva, considerando le lacune che spesso si incontrano, soprattutto circa le annotazioni relative ai periodi bellici. La fortuna, tuttavia, mi ha assistito, come si vedrà di seguito.

Il foglio matricolare di Antonio Sant'Elia


Dall'analisi della documentazione matricolare relativa ad Antonio Sant'Elia, conservata presso l'Archivio di Stato di Como, si possono trarre notizie di grande interesse, e che paiono offrire nuovi spunti per comprendere le effettive circostanze in cui avvenne il suo arruolamento.
Il 6 giugno 1915, infatti, il Comando del Battaglione Lombardo V.C.A., alle dipendenze del III Corpo d’Armata, da Gallarate invia al distretto di Como il bando di Arruolamento Volontario - con decorrenza 23 maggio 1915 - firmato da Antonio Sant’Elia. Interessante, in tale documento, è il fatto che esso indicava, nella voce “a chi fare comunicazioni personali", la "famiglia artistica Milano” e non i recapiti dei propri parenti a Como. Ulteriormente, è riportata la sua incorporazione "nella 3.a compagnia VIII plotone", appunto quella in cui erano inquadrati i futuristi, come accennato sopra.
Ma c’è di più. Nel foglio matricolare vero e proprio si può leggere quanto segue:
"Soldato Volontario Ciclista nel Battaglione Nazionale Lombardo V.C.A. per la durata della Guerra (art. 101 della Legge sul Reclutamento [...]) lì 23 maggio 1915.
GIUNTO in territorio dichiarato in istato di guerra lì 22 luglio 1915
PARTITO in territorio dichiarato in istato di guerra per trasferimento lì 27 ottobre 1915
Prosciolto dall’arruolamento volontario contratto per la durata della Guerra perché congedato dai Reparti delle Milizie Volontarie in seguito a nomina a Sotto Tenente nel R.E. lì 27 ottobre 1915".
Inoltre risulta arruolato come "ABILE di III [categoria]", il che lo escludeva dalle restrizioni sull’arruolamento volontario nei V.C.A., così come indicato nel bando del 18 maggio 1915, sopra riportato.
Quindi Sant’Elia, con la fine di ottobre del 1915 Sant'Elia è congedato dal Corpo Nazionale V.C.A., ma - senza soluzione di continuità -, arruolato nel Regio Esercito quale sottotenente di complemento.

A fronte di ciò, la data del 6 dicembre - menzionata nella biografia citata in apertura di questo contributo -, potrebbe essere compatibile con una licenza dopo il corso da Allievo Ufficiale, ma non sicuramente con il congedo.
Purtroppo, il foglio matricolare non riporta notizie relativamente a tutte le vicende successive al suo trasferimento al ruolo degli ufficiali. Difatti, per il 1916, l'unica notizia riportata è quella della morte “in combattimento a Monfalcone”, guidando i suoi uomini del 225° reggimento fanteria della Brigata "Arezzo", e circa il rilascio della dichiarazione di aver “servito con fedeltà ed onore”.
 
Antonio Sant'Elia, tenente del 225° Regg. della Brigata "Arezzo".
Le ulteriori notizie relative al 1916 (comprensive, ad esempio, della menzione delle due Medaglie d'Argento al Valor Militare che gli furono conferite) , diversamente, dovrebbero essere annotate sullo Stato di Servizio da ufficiale, al momento non in possesso di chi scrive.

Epilogo


Alla luce del contenuto dei documenti consultati, ed in particolare del foglio matricolare, pare di potersi conclusivamente affermare, in primo luogo, che Antonio Sant'Elia, sotto il profilo strettamente giuridico e militare, fu un "volontario". Non solo, in particolare, secondo l'allora vigente Testo Unico sul Reclutamento - che disciplinava, appunto all'art. 101 citato, l'"arruolamento volontario per la durata della guerra" [2]-, bensì anche agli effetti del successivo provvedimento [3] che disciplinava i requisiti per il riconoscimento della qualifica di "volontario di guerra".
A titolo di ulteriore conferma di tale sua qualità, si dirà anche che Antonio Sant'Elia fu iscritto ad honorem all'Associazione Nazionale Volontari di Guerra, e la famiglia fece dono alla locale federazione di Como di alcuni cimeli a lui appartenuti.
Sotto il profilo, invece, più squisitamente morale, appare riduttivo, a mio avviso, affermare che Sant'Elia si sia arruolato nel Battaglione V.C.A. solo "per addestrarsi" e "stare vicino ai suoi amici futuristi". In primo luogo, nel momento in cui Sant'Elia sottoscrisse l'atto di arruolamento volontario - il 6 giugno 1915 - la guerra era già iniziata da quasi due settimane. Inoltre, nei momenti di azione a Dosso Casina, ed anche precedentemente, egli si era reso disponibile più di una volta per missioni di ricognizione, anche oltre le linee nemiche.
Per quanto riguarda il congedo del 6 dicembre, in mancanza di documenti certi, mi sembra più valida l'ipotesi di una licenza, successiva ad esempio alla fine del corso per allievo ufficiale. Inoltre - riprendendo quanto già osservato sopra - il 15 dicembre egli elabora e sottoscrive il manifesto dell'Orgoglio Italiano, dove è ribadito il desiderio di combattere.

Infine, la questione più spinosa della cartolina, citata in apertura. Escludo assolutamente che si tratti di un falso. Andrebbe, tuttavia, chiarito il contesto di tale messaggio: se, cioè, successivo ad una domanda diretta della famiglia o meno. Oppure ancora, se essa avesse lo scopo, magari, di voler tranquillizzare la famiglia, visto che i volontari partecipavano alle missioni più rischiose: essendo stato incorporato in una brigata di milizia territoriale di nuova creazione, pensava forse di essere più al sicuro dai pericoli della trincea. Ancora, il riferimento alla "partenza volontaria" potrebbe essere collegato alla sua presenza in linea nel momento preciso - fine giugno del 1916 - in cui la cartolina fu scritta. Ovviamente, a oltre cent'anni dai fatti, si tratta di speculazioni.

Edoardo Visconti


NOTE
[1] L. Morandotti, Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini, Editoriale Lariana, Como, 2016, pag. 23.
[2] Cfr. art. 101 della legge n. 1497 del 1912, Legge sul reclutamento del R. Esercito.
[3] Cfr. R.D. n. 1163 del 24 maggio 1923.


Bibliografia
Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini, a cura di Lorenzo Morandotti, Editoriale Lariana, 2016.
Archivio storico del Corriere della Sera.
Archivio di Stato di Como, Foglio matricolare e caratteristico di Antonio Sant'Elia.
Europeana, sito web: Manifesto Orgoglio Italiano.
I futuristi del Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti, Sansone Luigi, Mazzotta, 2010.
Storia e critica del futurismo, Crispolti Enrico, Laterza, 1987.

giovedì 4 ottobre 2018

Foto a colori nella Grande Guerra - Un'autochrome del Regio Esercito

In questi giorni sta girando sui social e su vari siti di importanti quotidiani un articolo che presenta diverse immagini a colori della grande guerra. Leggendo bene l'articolo si scopre però che le immagini non sono originali a colori ma colorate in tempi recenti partendo da originali in bianco e nero.
Questa moda di ricolorazione di originali sta prendendo sempre più piede, soprattutto grazie allo sviluppo di programmi di grafica, e con risultati a volte davvero degni di nota per il loro realismo.
Tuttavia, è cosa poco nota che già durante la Grande Guerra era possibile ottenere immagini a colori grazie a diversi processi fotografici, di cui il più diffuso era l'Autochrome sviluppato dai fratelli Lumière nel 1903 e commercializzato nel 1907.
Tale processo prevedeva l'uso di fecola di patate e permetteva di ottenere un'immagine positiva, che risultava visibile solo vista in controluce come un negativo.

Durante la Grande Guerra le autochrome ebbero un certo successo specialmente sul fronte francese, ciò ha permesso di far giungere a noi alcuni scatti davvero sorprendenti che sono visibili in questo sito: https://worldwaronecolorphotos.com/

Oggi vogliamo condividere un raro esempio italiano di tale processo che raffigura un Sottotenente del 19° Reggimento Cavalleggeri "Guide". L'immagine è stata scattata nella seconda metà del 1915 poichè la sciabola è già brunita, come da circolare del Comando Supremo n.246 del 9 Aprile 1915, e i gradi sono ancora sulle controspalline (essi furono spostati sui paramani con circolari di fine luglio e inizio agosto del '15).






A cura di Arturo E. A.

Bibliografia:
- "Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia" di Gabriele Chiesa e Paolo Gosio
- http://www.gri.it/

martedì 28 agosto 2018

Il cappello del capitano - In ricordo di Paolo Ballatore, caduto il 28 agosto 1915

«Mandè La testa a la mia mama
ch’a s’aricòrda ‘d so prim fieul. 
Mandè ‘l corin a Margarita
ch’a s’aricòrda dël sò amor.
La Margarita in su la pòrta
l’è cascà ‘n tèra di dolor.
La Margarita in su la pòrta
l’è cascà ‘n tèra di dolor.»
'L testament del Marchëis 'd Salusse
Anche questa storia, come altre che vi abbiamo già raccontato, inizia da un oggetto: una bella scatola di cartone, con all'interno un cappello. Il cappello del capitano Ballatore.


***
Nella vita, perlopiù, si tende a non tenere nel giusto conto certi piccoli gesti, compiuti magari con noncuranza, che però, in qualche modo, finiscono per fissarsi in modo indelebile nel libro della nostra vita.

Questo è ciò che accadde - ci pare - anche al capitano Paolo Ballatore quando, presumibilmente agli inizi del 1915, decise di farsi confezionare un bel berretto nuovo.
Allo scopo, trovandosi in licenza per qualche giorno alla Spezia - sua città natale - si recò dunque presso la locale filiale dell'Unione Militare, un'intelligente cooperativa che distribuiva in tutta Italia capi d'uniforme e accessori, oltre a una variegata scelta di altri generi merceologici.[1]

Paolo Giuseppe Ballatore nacque il 25 agosto del 1879 alla Spezia, al num. 31 della centralissima Via Prione, da Carlo, liquorista, e da Teresa Mascarino. Chiamato a prestare il servizio di leva, aveva poi deciso di perseguire la carriera militare, ottenendo i gradi da sottotenente nel settembre del 1901.[2]
Fu, poi, promosso al grado di tenente con anzianità al 5 aprile 1905, e, nel dicembre del 1907, si sposò con la spezzina Ismenia Rosetta Arnavas. Dopo altri trasferimenti, fu destinato al 22° Reggimento della Brigata "Cremona", di stanza a Pisa. Con tale reparto fu mobilitato per le operazioni in Tripolitania e Cirenaica, cui prese parte negli anni 1913-1914. Nella primavera del 1914, Ballatore ottenne infine la promozione al grado di capitano, e il trasferimento al 25° Reggimento della Brigata "Bergamo", di stanza a Piacenza, quale comandante di compagnia.


Il capitano Paolo Ballatore (rielaborazione da foto tratta dall'archivio del Museo Centrale del Risorgimento in Roma).



In tale posizione si trovava quando, come si diceva, si recò presso l'Unione Militare della Spezia per concedersi un piccolo lusso: un berretto nuovo.

Si noti che, al tempo, era d'uso tra gli ufficiali - con l'avanzare nella carriera - adattare progressivamente i capi d'abbigliamento alle nuove esigenze di servizio: galloni venivano aggiunti, fregi e filettature abilmente modificati, baveri e paramani rifoderati. Ciò in un'ottica di puro risparmio, in un momento in cui le condizioni degli ufficiali di carriera - ed in ispecie di quelli di fanteria - erano, sotto il profilo economico, assai poco floride [3]. Il capitano Ballatore, invece - magari per festeggiare la promozione e il superiore ruolo di comando - volle farsi confezionare un bel copricapo, da sfoggiare in società e nelle riviste, anche considerando che, in quel momento - in seguito all'abolizione del chepì -, il berretto turchino costituiva, per gli ufficiali di fanteria, il copricapo prescritto anche per la "grande uniforme".[4]
Berretto da capitano di fanteria del Regio Esercito, nel modello disciplinato nel 1895 e confermato nel 1903.
Il copricapo gli fu consegnato in una bella cappelliera rosso scuro, su cui fu prontamente annotato il nominativo del proprietario: "sig. Ballatore - cap. 25° Fanteria".


Si giunse così agli ultimi mesi del 1914. Nonostante la guerra infuriasse in Europa già dall'estate, per gli Italiani quello fu l'ultimo inverno della Belle Époque: non fatichiamo ad immaginarci il capitano, con al braccio sua moglie, festeggiare il nuovo anno in buona compagnia, tra un valzer e un bicchierino di vermouth. Ma la Storia, si sa, impiega ben poco a trascinare nei suoi gorghi le vite degli uomini.

Non ripeteremo, in questa sede, quanto già narrato in altri nostri articoli, circa le operazioni preliminari alla mobilitazione generale del Regio Esercito, che ebbero luogo nei primi mesi del 1915.

In questo quadro, all'inizio di marzo prese avvio la costituzione di una nuova brigata di fanteria di Milizia Territoriale. I due reggimenti, di nuova formazione, che l'avrebbero costituita, avrebbero assunto la numerazione progressiva 111° e 112°. Il personale del comando di brigata fu tratto dal 25° Reggimento, il quale fornì anche gli effettivi delle prime cinque compagnie del 111° Reggimento [5].
La Brigata, che fu intitolata alla città di Piacenza - sede del 25° e 26° Reggimento - assunse mostreggiature bianco-azzurre, bipartite longitudinalmente. La sua formale costituzione avvenne il 15 marzo 1915, e il comando ne fu assunto dal maggior generale Antonio Chinotto (personaggio eccezionale, e al quale contiamo di dedicare un nostro contributo).
Tra gli ufficiali del 25° che furono scelti per transitare al nuovo reggimento vi fu anche il giovane capitano Ballatore. All'uopo, questi si recò prontamente in sartoria, per farsi adattare tutto il corredo: non solo, cioè, quello "da campagna" in tessuto grigioverde, ma anche quello in panno turchino [6]. Invero, per il capitano l'adattamento si limitò alla sostituzione delle mostrine al bavero delle giubbe, e dei fregi sui berretti. Al centro di questi, spiccava ora il numero "111", identificativo del nuovo reparto di assegnazione. 
Vista frontale del berretto appartenuto al capitano Paolo Ballatore.
Nella seconda metà di marzo, e per i due mesi di aprile e maggio, la Brigata si impegnò in un serrato addestramento, in vista di un possibile impiego operativo, che si faceva di giorno in giorno più verosimile. Nonostante ciò, alla vigilia della dichiarazione di guerra - il 24 maggio - la "Piacenza" si trovava ancora assai lontana dalla linea di confine con l'Impero Austro-Ungarico.

Dettaglio del fregio del berretto (trofeo) aggiornato con le cifre identificative del 111° Reggimento Fanteria (particolari le cifre ricamate in canottiglia, anziché applicate in metallo).
Solo nei giorni 30 e 31 maggio, infatti, la stessa fu inviata, per ferrovia, da Piacenza nella zona Lonato-Desenzano, alle dipendenze della 30a Divisione. In tale zona, ugualmente assai arretrata rispetto al fronte, la nuova unità si sarebbe trattenuta sino al 5 luglio, dedicandosi a "un periodo di intensa istruzione".
Con l'inizio di luglio, tuttavia, giunse il momento, anche per la "Piacenza", di entrare in azione. Il 7 raggiunse Cormons e il 12 proseguì per Campolongo. Dopo alcuni giorni di sosta, il 21 si portò fra Cassegliano, Turriaco e Polazzo.

Il 23 luglio, infine, le varie unità della "Piacenza" furono temporaneamente separate, in ragione delle superiori esigenze strategiche della Terza Armata: mentre il comando della brigata rimase a Cassegliano alle dipendenze della 19a divisione ed il 112° si schierò nelle trincee di Polazzo, il 111° si dislocò invece fra Monte Fortin (il I battaglione) e Sdraussina (il II e il III battaglione) a disposizione dell’XI Corpo d’armata.

Schieramento della Terza Armata nella Seconda Battaglia dell'Isonzo (18 luglio - 20 agosto 1915).
Due giorni dopo, il 25 luglio, la "Piacenza" - passata alla 20a Divisione - entrò finalmente in azione: ciò, tuttavia, con il solo 112° reggimento, che, insieme al 49° Battaglione Bersaglieri, attaccò ripetute volte le alture ad est di Polazzo conseguendo "sensibili risultati", pur a costo di gravi perdite (16 ufficiali e 465 militari di truppa). Inquadrato nella medesima divisione (20a) era, in quel momento, anche il 122° Reggimento della Brigata "Macerata", al comando del colonnello Mario Robert, e che il giorno successivo - 26 luglio - avrebbe vissuto il suo sfortunato battesimo del fuoco (vedasi il nostro articolo qui).

Una vicenda per molti versi analoga avrebbe interessato, in quello stesso 26 luglio, i due battaglioni del 111° (II e III), dislocati a Sdraussina e che, quali riserve della 21a Divisione, parteciparono con altre truppe ad un tentativo offensivo contro il Monte San Michele. Operazione particolarmente sfortunata, e su cui converrà brevemente soffermarsi. Le truppe individuate per partecipare all'azione erano la Brigata "Bari", il LVI Btg. Bersaglieri e i due battaglioni del 111°. Il comando del gruppo d'attacco era stato affidato al comandante della Brigata "Bari" (139° e 140° reggimento), maggior generale Giulio Cesare Amadei.
Il 26 luglio, dunque, i due battaglioni del 111° si portarono, intorno alle ore 05.30, sulle posizioni di partenza, situate a Quota 170. Nel corso delle ore successive, a causa della poca coordinazione tra i soggetti cui era stato attribuito il comando delle operazioni - dato che il generale Amadei era rimasto, poco dopo l'inizio del combattimento, gravemente ferito, lasciando il comando -, dei problemi legati ai difettosi collegamenti tra i reparti, del cattivo tempo, i due battaglioni restarono, tuttavia, quasi "dimenticati" a Quota 170. In tali frangenti, a causa del fuoco d'artiglieria nemico, si cominciarono a contare perdite: tra queste, anche lo stesso comandante del reggimento, il colonnello Celso Gilberti, caduto gravemente ferito [7]. Il comando fu dunque assunto dall'aiutante maggiore in 1a, capitano Gino Bettini. Intanto, i reparti della "Bari" e i bersaglieri erano riusciti, per le ore 10.00, ad occupare - attaccando alla baionetta - le posizioni di Quota 275 sud; uguale risultato si stava per raggiungere sulla Quota 275 nord, ed era stata avanzata l'occupazione verso San Martino. Gli attaccanti restavano tuttavia esposti ai contrattacchi nemici, provenienti da Cotici: era dunque essenziale il rapido afflusso delle riserve, ed in particolare del 111° Reggimento.
Intorno alle ore 10.30, il 111° fu dunque raggiunto dal comandante del 140° della Brigata "Bari", che si trovò di fronte questa situazione:
"Questo reggimento [il 111°] già prima di entrare in azione, era in condizioni critiche di inquadramento. I due battaglioni erano comandati da capitani. Caduto ferito il colonnello mentre ancora il reggimento stava in posizioni di attesa a q. 170, il comando veniva assunto dal capitano aiutante maggiore; ferito anche questi prima che i reparti muovessero, il reggimento verso le 11 si avviò al combattimento al comando di un altro capitano. E intanto nella sosta a q. 170 era stato battuto dall'artiglieria ed aveva subito perdite sensibili. Per tutto ciò non poteva quindi rappresentare un efficiente riserva. Tuttavia verso le 11 mosse in ordine. Ma era già tardi. Il reggimento, in terreno sconosciuto, in mani poco esperte e sempre ostacolato dall'artiglieria, non giunse in tempo, perché poco prima di mezzogiorno, mentre cioè era ancora in marcia, il contrattacco avversario contro il fianco sinistro costringeva la Brigata "Bari" a retrocedere" [8].

Giudicata insostenibile la situazione per gli attaccanti, i comandi dettero dunque disposizioni per la ritirata, che fu completata - raggiungendo la posizione di partenza di Quota 170 - intorno alle ore 18.00. Al termine di tale giornata disgraziata, i due battaglioni del 111° furono ritirati dalla linea e, riuniti al I btg., trasferiti a Medea in zona di riposo. Qui il reggimento fu raggiunto dal suo nuovo comandante, il colonnello Adolfo Bava.

Benché, il 12 agosto, la Brigata "Piacenza" passasse alle dipendenze della 31a Divisione, ed estendesse la sua zona di azione verso sud in modo sino alla regione settentrionale e meridionale di Monte Sei Busi, ciò interessò il solo 112° reggimento, giacché il 111° - talmente provato dall'azione del 26 luglio, primo giorno di combattimento! - rimaneva in zona di riposo. In tale posizione - dedicandosi al proprio riordinamento - il reparto rimase sino al giorno 22, quando tornò in linea, schierandosi nelle trincee della "Quota 141 nella valletta di Sdraussina".
Solo il 24 agosto - dietro ordini del comando della Brigata "Alessandria", cui il reggimento era stato posto a disposizione -  giungeva l'ora, per il 111°, di tornare in azione.
In previsione del nuovo impiego offensivo, il capitano Ballatore - presago, forse, di funesti sviluppi - vergava una breve lettera ai suoi genitori, particolarmente interessante:
"24-8-1915
Cara mamma, caro papà,
ho ricevuto la vostra cara lettera. Questa sera ritorno al fronte, avendo finito il periodo di riposo, e vado al fronte col comando di un battaglione. Capite che onore! Ho fiducia che sapremo fare con onore il nostro dovere in tutto e per tutto, e che tutto andrà bene.
Vi avverto che Rosetta non sa che io ritorno al fronte e voi non dovete dirle nulla per non farla stare inquieta un'altra volta e poi per me.
Salute e tanti baci,
affezionatissimo
Paolo" [9].
Questa lettera rivela, in primo luogo, una circostanza importante: nel momento in cui il reggimento tornò in linea, il capitano Ballatore era stato posto al comando di un battaglione, il III [10]. D'altro canto, getta uno sprazzo di luce sulla personalità del capitano: affettuoso, legato ai genitori; molto preoccupato per la moglie Rosetta, tanto da celarle la notizia del ritorno al fuoco.
In verità, il 24 agosto entrò in azione il solo I battaglione, comandato direttamente dal colonnello Bava, ed insieme al II/156° (Brigata "Alessandria"), assaltando la cosiddetta "Ridotta del Boschetto", ad est di Quota 141. L'attacco, tuttavia, fu arrestato dal fuoco d'artiglieria e fucileria nemico. Dopo un giorno di sosta, gli Austro-Ungarici prendevano l'iniziativa, che fu però rintuzzato dallo stesso I batt. del 111°, che subì perdite molto gravi, tra cui quella del comandante, maggiore Gabriele Casalini.


Il 25 agosto, nelle trincee, Paolo Ballatore festeggiava il suo compleanno: trentasei anni, un'età matura e, per l'epoca, situata ampiamente nel "mezzo del cammin di nostra vita". Chissà quali desideri formulò, per il suo futuro.


Il 28 agosto, però, dopo due giorni di stallo, il comando di divisione ritenne giunto il momento per un nuovo tentativo offensivo contro la contrastata Ridotta del Boschetto: l'operazione fu affidata al 111° Reggimento al completo (I, II e III battaglione) e a due battaglioni tratti dalla Brigata "Verona".
Per il capitano Ballatore giungeva, dunque, il momento del debutto quale comandante di battaglione.
Il III battaglione, così, scatto all'assalto, sino ad addentrarsi entro il Bosco Cappuccio.
Chiosa l'Albo d'Oro del reggimento:
"L'attacco, però, per la insufficiente preparazione dell'artiglieria da montagna, s'infranse contro i poderosi trinceramenti nemici a loro volta difesi da potente artiglieria di medio calibro. Il reggimento fu ricacciato sulla posizione di partenza con gravi perdite, specie tra gli ufficiali [...]" [11].


Ritratto del capitano Ballatore pubblicato su La Domenica del Corriere, Anno XVII, num. 45, 1915.
Nell'inferno di fuoco che si scatenò sui fanti del 111°, anche il capitano Ballatore restò ferito a morte, spirando sul campo [12]. Raccolto dai suoi uomini, fu trasportato a Sdraussina, ove le sue spoglie furono inumate nel cimitero presso il "Casello 44". Negli Anni Trenta, sarebbero state traslate presso il Sacrario di Redipuglia, ove riposano tuttora [13].
Il giorno dopo, 29 agosto, la Brigata "Piacenza" sarebbe stata ritirata dalla linea, e trasferita a riposo prima a Gradisca e poi a Medea, ritornando alla dipendenza della 30a Divisione.
Dislocazione dei reparti del XIV Corpo d'Armata, alla vigilia delle operazioni autunnali.



Il monumento ai caduti della Spezia.


Così si era chiusa la vita del capitano Ballatore; lontano dalla sua Rosetta, che neppure lo sapeva impegnato in combattimento. Ce la immaginiamo però, in un ultimo gesto d'amore, riporre il berretto del suo Paolo dentro la bella scatola di cartone rosso, e custodirlo gelosamente per il resto dei suoi giorni. Un amore che ha valicato i secoli, e ci ha consentito di raccontare la loro storia.

A cura di Niccolò F.


NOTE
1 - «Unione Militare cooperativa di consumo di credito di servizi e di assistenza per azioni a r.l.», fu costituita con atto del 22 dicembre 1889. Fu posta in liquidazione coatta amministrativa esattamente con decreto ministeriale del 24 febbraio 1989.
2 - Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1913.
3 - Si veda, in generale, L. Benadusi, Ufficiale e gentiluomo, Feltrinelli, Milano, 2015 e in particolare ivi, pag. 74 e ss..
4 - L'istruzione sull'uniforme degli ufficiali del Regio Esercito approvata nel 1903 prevedeva, sinteticamente, che la grande uniforme fosse costituita dalla giubba a due petti in abbinamento al copricapo speciale per le armi e corpi che ne erano dotati (es. elmi e colbacchi per gli ufficiali di cavalleria) e al berretto per gli altri.
5 - il reggimento fu costituito su 12 compagnie, suddivise in tre battaglioni; la 6a compagnia fu fornita dal 62° fanteria; la 7a dal 65°; dall'8a alla 12a dal 26° reggimento della Brigata "Bergamo".
6 - Si trattava cioè del corredo ancora disciplinato dall'istruzione per la divisa degli ufficiali del Regio Esercito del 1903.
7 - Si noti, a tal proposito, che in quello stesso giorno cadde ferito a morte anche il citato col. Robert, comandante del 122° Fanteria. Ciò a riprova dell'eccessivo anelito offensivo, spinto alla temerarietà, che in quel momento pervadeva anche gli stessi comandanti di reparto.
8 - L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, pag. 275-6.
9 - Riportata in "Valorosi soldati spezzini" - Il Corriere della Spezia, 18 settembre 1915. Si noti che, nel giornale, viene equivocata l'identità di Rosetta, erroneamente ritenuta la figlia del capitano, anziché la moglie.
10 - Le fonti non menzionano tale episodio: il riassunto storico della brigata "Piacenza" menziona quali comandanti del battaglione prima il capitano Gino Bettini, sino all'11 agosto, e poi il capitano Valerio Milesi, dal 12 al 28 agosto. Vi è poi un "buco", sino al 9 ottobre, quando è menzionata l'assunzione del comando da parte del capitano Nereo Nesi. Diversamente, l'Albo d'Oro del 111° Fanteria, non cita neppure il Milesi, ma colloca l'arrivo al reparto del Nesi alla sera del 29 agosto - proveniente dall'88° Regg. della Brigata "Friuli" - collegando tale avvicendamento alla morte del precedente comandante. Pertanto, è da ritenersi che il comando, dai giorni intorno al 20 agosto e sino al 28, fosse stato appunto affidato al capitano Ballatore. Nel suo atto di morte, infatti, è identificato come "capitano del III battaglione".
11 - Albo d'Oro del 111° Reggimento Fanteria Brigata "Piacenza", pag. 11.
12 - Nell'atto di morte del capitano Ballatore quale luogo del decesso è indicato "Bosco Cappuccio".
13 - La tomba del capitano Ballatore si trova al gradone 1, al loculo 2047. Vedasi l'eccellente database contenuto in www.grandeguerra.net .


BIBLIOGRAFIA
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Albo d'Oro del 111° Reggimento Fanteria Brigata "Piacenza", Firenze, Barbera-Alfani-Venturi.
- Archivio del Museo Centrale del Risorgimento in Roma (MCRR), fondo Fascicoli dei caduti.
- Annuario militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Lorenzo Benadusi, Ufficiale e gentiluomo, Feltrinelli, Milano, 2015.
- Ministero della Guerra, USSME, Guerra italo-austriaca 1915-1918 - Le Medaglie d'Oro , Vol. I, Roma, Stab. Poligrafico per l'amministrazione della Guerra, 1923.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.




martedì 21 agosto 2018

“Dal Fronte alla prigionia: la Grande Guerra di Fiorino Gheza” - di Paolo Dentella

Dal Fronte alla prigionia: la Grande Guerra di Fiorino Gheza
di Paolo Dentella

Adamello, Accademia Militare di Modena, fronte dell’Isonzo, Caporetto, e poi la prigionia: Grafenwöhr, Ingolstadt, Darmstadt, Crossen am Oder e Cellelager. Queste le tappe della Grande Guerra combattuta da Fiorino Gheza, il cui diario è alla base del libro “Dal Fronte alla prigionia: la Grande Guerra di Fiorino Gheza”.

Chiamato alle armi nel 1916, Gheza viene inviato al Battaglione alpino "Edolo", sull’Adamello, dove non prenderà parte ad azioni militari, prendendo la decisione di seguire un corso per Aspiranti Ufficiali alla Scuola militare di Modena. 
Ricevuti i gradi viene inviato sul fronte goriziano, il principale dello schieramento italiano, dove nell’agosto 1917 prende parte all’Undicesima offensiva dell’Isonzo, detta “della Bainsizza”. Dopo dieci giorni di estenuante battaglia si ammala di febbre tifoide e viene ricoverato in ospedale dove, a fine ottobre, lo sorprende la rotta di Caporetto: Fiorino cerca scampo ad Udine, ma proprio qui viene catturato dalle truppe tedesche che stavano entrando in città. Tradotto al confine, comincia la sua trafila da prigioniero in vari campi dell’Impero: se a Grafenwöhr ed Ingolstadt non incontra particolari difficoltà, a Darmstadt comincia a far conoscenza con le privazioni che, per i mesi in avanti, saranno una costante; camerate comuni non riscaldate, disinfezioni, appelli al freddo ogni mattina e quella che diventerà un’ossessione odierna: la fame. A Cellelager, ultima destinazione, Fiorino passerà il periodo più lungo, fino al rimpatrio avvenuto nel gennaio 1919, ben due mesi dopo la fine delle ostilità.

La narrazione nel diario di Gheza è integrata da disegni che lui tratteggia di proprio pugno, i quali rivelano un enorme talento artistico e fanno della sua testimonianza un unicum nel panorama diaristico della Grande Guerra.

Dal fronte alla prigionia, la Grande Guerra attraverso il diario di Fiorino Gheza, oltre ad ampi stralci del diario di Fiorino, contiene altre testimonianze di soldati e prigionieri che ebbero un percorso simile al suo, tra i quali spicca quella di Carlo Emilio Gadda, anch’esso adamellino, combattente in Friuli, catturato a Caporetto e prigioniero a Cellelager. 
Si può così delineare una vicenda spesso trascurata nei discorsi sulla Prima Guerra Mondiale, ancora attuali in quest’ultimo anno di centenario, ovvero quella dei prigionieri italiani: dimenticati e reietti dalla patria per cui combatterono, dovettero far fronte alle privazioni dei lager con modalità che, in certe forme, anticiparono le enormi brutalità che caratterizzeranno la vicenda dei campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. 
 
nonché sui principali negozi online (Amazon, Mondadori, ecc.), anche in forma di ebook, od ordinato in tutte le librerie. 
 

giovedì 28 giugno 2018

Giugno 1917, una lettera-testamento dall'Ortigara

Immagine tratta dal sito www.adunataalpini.it
Venti giorni sull'Ortigara
senza il cambio per dismontar
ta-pum ta-pum ta-pum » 
(Prima strofa del celeberrimo canto "Ta Pum")

Qualche mese fa, frugando tra le scartoffie presenti sulla bancarella di un mercatino, l'occhio mi cadde su una busta "verificata per censura". All'inizio sembrava una lettera come tante altre se ne vedono nei mercatini, ma dopo una veloce occhiata all'interno ho subito capito che quella lettera non meritava di restare li, alla mercè di pioggia e vento. 
La busta infatti è lo scrigno che custodisce il testamento spirituale di un alpino che prese parte alla sanguinosa battaglia dell'Ortigara, combattuta tra il 10 e il 29 giugno del 1917 e nella quale l'Esercito Italiano vide circa 28.000 tra caduti, feriti e dispersi. 

La busta, con timbri di Posta Militare della 52° Divisione
Ecco la trascrizione:

Dal Fronte 7-6-917
Guglielmo mio carissimo,
alla vigilia, forse, di un grave e maestoso avvenimento che tu conoscerai dai giornali prima che questa mia ti giunga, sento il bisogno, anzi il dovere d'intrattenermi teco che sei della famiglia, il solo che può conoscere quanto affronto così con animo forte. Non so se il destino mi farà sopravvivere a questa battaglia, la più gigantesca che si sia compiuta in Europa ed alla quale con slancio eroico siamo quassù tutti pronti moralmente e materialmente, perchè le sorti sono due. Mi penso ad ogni modo, da buon soldato la più terribile. Se ciò dunque fosse, Guglielmo mio carissimo, ricordati che gli ultimi miei istanti li avrò passati felicemente, col pensiero del dovere compiuto, del sacrificio sublime adempiuto per la mia Italia, per la mia bella patria che sogno grande, rispettata, libera sopra tutto: per le mille madri d'Italiani, che non avranno subito mercè il sangue da noi versato l'odiata barbarie nemica, per i bimbi d'Italia nati in momenti terribili, ma che guarderanno in un avvenire sicuro non più arrossato dal sangue, non più flagellato dalla bufera atroce che su di noi si scatenò. Ed è appunto per cacciare da quel lembo d'Italia occupato, il nemico, che domani le belle, splendide, gloriose forze alpine, muoveranno all'attacco di nevose cime di munitissime trincee nemiche. Tutti quanti abbiamo fede nella vittoria: ed essa non ci potrà mancare. Ed io sono felice superbo di essere fra le truppe scelte dalla fortuna e dal comando a compiere questa azione.
Se dovrò mancare sii forte, non lasciarti schiacciare dal dolore. A te l'incarico di consolare la mamma, il papà, Anna, Rachele. Convincile che io non potevo augurarmi di meglio e che devono andarne fiere, orgogliose. Tu cerca con tutta la tua forze giovanile di farti una ottima posiziona sociale: sei giovane, d'ingegno e l'avvenire è tuo. Sii costantemente d'esempio ed anche tu se domani fossi chiamato a qualsiasi sacrificio dalla patria, accorri con entusiasmo sotto le sue bandiere, offrile la vita, dalle qualsiasi bene. Scrivo a te perché ti so forte: quindi non far trasparire nulla in famiglia. Se la fortuna mi arriderà, appena potrò io darò mie nuove: la lettera, queste mie povere parole che vogliono rispecchiare tenuamente l'animo mio, tu non le mostrerai a nessuno se non quando sarà certo il mio trapasso all'aldilà. E' questo il mio testamento morale: come tale deve essere un segreto tra noi due. Mi comprendi? Fatti coraggio, sii forte come io lo sarò nell'affrontare il nemico, come lo sarà tuo fratello che ti bacia con tutto l'affetto, dal profondo del cuore, sulle labbra e sulla fronte.
Viva l'Italia. Mamma! Mamma mia sii forte come le donne di Roma Antica.
Nino
P.S. Ti mando un ricciolo dei mie capelli. Se... li consegnerai alla mamma. Addio


Il ricciolo non è stato ritrovato, magari è stato inserito dall'amata madre in un medaglione da portare al collo, e il mittente è purtroppo ignoto ma sappiamo che il destinatario era il fratello residente a Intra sul Lago Maggiore. 
Dall'indirizzo sulla busta il cognome sembra essere "Besio" o "Berio" e da una ricerca sull'Albo d'Oro dei caduti è presente un solo militare con quel cognome. Il mittente potrebbe quindi essere il soldato Besio Domenico di Francesco nato ad Albissola Marina il 9 Maggio 1889, soldato del 1° Reggimento Alpini e morto per ferite riportate in combattimento il 19 Giugno 1917 sull'Ortigara. 
C'è però la possibilità che il mittente non sia Domenico, lo stile di scrittura e la calligrafia farebbe più pensare ad una persona con istruzione elevata e quindi probabilmente un ufficiale che, non essendo presente in albo d'oro, sia sopravvissuto alla guerra e rientrato felicemente a casa.
Se qualche lettore avesse maggiori informazioni sul mittente può contattarci all' e-mail ilvaloreitaliano@gmail.com

A cura di
Arturo E. A.

BIBLIOGRAFIA:
- Banca dati del ministero della Difesa - Banca dati per la ricerca dei caduti e disperi in guerra https://www.difesa.it/Il_Ministro/CadutiInGuerra/Pagine/default.aspx

venerdì 15 giugno 2018

15 giugno 1918, Fossalta di Piave: il sacrificio del volontario milanese Ugo Maggi, bersagliere ciclista


A questa storia, a questo ragazzo milanese di cento anni fa, avremmo voluto dedicare maggiore spazio, e una ricerca più approfondita. Ma il tempo è tiranno, e più di tutto ci preme ricordarlo con i nostri lettori, a cento anni esatti dall'inizio della Battaglia del Solstizio. Per celebrare, con il suo ricordo, tutti i giovani italiani che adempirono al loro dovere, in uno dei frangenti più delicati e decisivi di tutto il primo conflitto mondiale sul fronte italo-austriaco.
***
Il nostro protagonista si chiama – useremo il presente, tanto ci appare vivida, in questo giorno, la sua figura – Ugo Maggi. Figlio di Domenico Maggi e Adalgisa Ronzio, è nato il 6 novembre del 1896 nelle campagne alle porte di Milano, presso la Cascina Arzaga [1]. Uno di quei grandi insediamenti agricoli che, ancora alla fine dell'Ottocento, caratterizzano – come da secoli – le campagne lombarde. Cresciuto, immaginiamo, in una famiglia contadina, Ugo sceglie però per se stesso una strada diversa: ragazzino, in quella frizzante stagione che sono i primi Anni Dieci del secolo, si appassiona di motori e macchine. Intraprende, così, il mestiere di meccanico, una professione, in quegli anni, quasi avveniristica.
Trascorrono gli anni, giunge il fatale 1914, con le sue turbolenze politiche e sociali, interne ed internazionali. Le vicende dell'attualità si ripercuotono sulla personalità di questo giovanotto, che vive sulla propria pelle le contraddizioni e gli attriti tra il mondo rurale, nei suoi riti millenari e immutabili, e la modernità di un progresso tecnico e sociale che pare inarrestabile. Trascorrono i mesi, le notizie sulla stampa raccontano la guerra sul fronte occidentale, e tra molti Italiani si diffonde l'idea di una guerra fulminea e moderna, veloce e garibaldina, con la quale ridurre a mal partito il secolare avversario teutonico – i ricordi della sfortunata campagna del '66 scaldano ancora i racconti dei nonni intorno ai focolari! – e insieme a lui quel mondo arcaico del quale esso è il simbolo.
Arriva la primavera del 1915, e il "maggio radioso". I fermenti interventistici della metropoli meneghina scuotono anche l'animo del nostro Ugo. La guerra all'Austria-Ungheria è dichiarata: è il 24 maggio. Ugo Maggi rompe gli indugi, e prende la sua decisione: arruolarsi volontario nel Regio Esercito Italiano [3]. 

Non possiamo dire quale sia la motivazione interiore che spinge il giovane meccanico ad arruolarsi. Certamente, ci pare, una parte decisiva assume, in questa scelta, la possibilità di poter liberamente scegliere il corpo nel quale prestare servizio: Ugo Maggi desidera, cioè, essere un bersagliere. Un grande triestino, in quegli stessi anni, ha scritto: "Voi non sapete cos'era per me la parola bersagliere" [2]. Il bersagliere è velocità, sprezzo del pericolo, modernità insieme: caratteristiche che colpiscono profondamente l'immaginario di un diciannovenne del tempo.
Il 2 giugno 1915, Ugo Maggi si presenta dunque al Distretto militare di Milano, e deposita "istanza di essere arruolato quale Volontario per la durata della guerra nel 12° Reggimento Bersaglieri".

Cartolina (postbellica, ma significativa) dedicata da Achille Beltrame al 12° Reggimento Bersaglieri.
L'entusiasmo di questo giovane ci viene restituito dalla lettera di accompagnamento, vergata di suo pugno, annessa al formulario di istanza:
"Spett. Comando R. Esercito - Corpo Bersaglieri
Lo scrivente fà domanda di essere arruolato come volontario ordinario nel Regio Esercito.
Lo scrivente è di sana e robusta costituzione.
Essendo lo scrivente nato nel 1896 non fà che precedere di poco la leva di detta classe e di essere perciò in grado di essere utile più presto possibile alla difesa della nostra bella Patria.
Nella speranza che questa domanda venga accolta favorevolmente, lo scrivente ringrazia anticipatamente e rispettosamente riverisce questo spettabile comando.

Maggi Ugo
Via Arzaga, 13
Milano
meccanico"

Giudicato idoneo dal servizio sanitario del Distretto di Milano, la domanda di arruolamento volontario di Maggi è accettata, ed il giovane è dunque destinato al 12° Reggimento Bersaglieri in Milano. Tale è, anche, l'ultima annotazione sul suo foglio matricolare: purtroppo – come spesso accadeva – il suo documento matricolare non viene aggiornato con le annotazioni dei suoi ulteriori trasferimenti di reparto. Senza abbandonarsi a elucubrazioni, immaginiamo dunque che almeno il primo anno di guerra Maggi lo trascorra insieme al suo reparto d'elezione.

Il 12° Reggimento Bersaglieri combatte, per tutta la campagna del 1915, nel settore della Carnia e dell'Alto Isonzo operando, in particolare, contro il Monte Mrzli, lo Sleme e lo Javorcek. È però assai probabile che Maggi sia, in breve, destinato al Battaglione Ciclisti del proprio reggimento. I reggimenti bersaglieri sono, infatti, organizzati ciascuno su tre battaglioni a piedi e un battaglione ciclisti. A tal proposito, bisogna osservare che il XII Battaglione Bersaglieri Ciclisti – separato dal resto del reggimento – combatte invece nel Medio Isonzo, in particolare nel settore del Podgora, prima, e del Monte San Michele verso il termine dell'anno. 
Di più non conviene dire, ma è invece necessario compiere un salto in avanti di altri due anni, sino all'inizio del 1918
Ugo Maggi, che combatte da ormai due anni e mezzo, ha ottenuto i gradi da caporalmaggiore ed è stato trasferito ad altro reparto: è inquadrato, infatti, nel II Battaglione Bersaglieri Ciclisti.
Tale reparto, dopo aver operato a lungo nel settore del Monte Santo, a seguito dei fatti di Caporetto ha ripiegato sino a Rossano Veneto dove ha provveduto al proprio riordinamento. Indi, dopo altri trasferimenti, con la fine del mese di dicembre del 1917 è stato schierato sul fiume Piave, nei pressi di Fagarè.
Vi rimane, in trincea, sino al 20 gennaio, quando il battaglione si porta a Mirano per poi trasferirsi, con la fine di marzo, a Paese, in provincia di Treviso. Assegnato alla Settima Armata, il 4 aprile il battaglione parte per la zona Salò, passando alle dipendenze del comando difesa occidentale del lago di Garda. L'unità rimane sul Garda per i successivi due mesi, svolgendo compiti di sorveglianza delle rive. La situazione, tuttavia, è destinata a cambiare radicalmente nel giro di pochi giorni.

Il 29 maggio, infatti, il Battaglione è destinato alla Terza Armata, e si trasferisce per via ordinaria verso il Piave, raggiungendo Roncade e venendo assegnato alla 25a Divisione. I bravi bersaglieri sono, dunque, destinati a combattere nuovamente sulle rive del grande fiume, che bene avevano conosciuto nelle settimane drammatiche di sei mesi prima. Il momento è ora altrettanto solenne.

Schieramento della Terza Armata al 15 giugno 1918 (da Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929).
I bersaglieri del II Ciclisti restano a Roncade sino al 14 giugno, alla vigilia di quella che sarà una delle battaglie più decisive – meglio, la battaglia decisiva - per le sorti del conflitto sul fronte italo-austriaco. L'Austria-Ungheria si prepara, in quelle ore, a sferrare il colpo con il quale spera di travolgere definitivamente la resistenza italiana. In questo estremo sforzo – incoraggiato anche dai successi della Germania sul fronte occidentale -, l'Impero impegnerà, oltre che le proprie energie belliche, anche e soprattutto quelle morali e spirituali, facendo un estremo appello alla propria compattezza e allo spirito di disciplina delle proprie truppe, come dei propri popoli. Per l'esercito italiano è il momento della prova decisiva.

In questo quadro, alla Terza Armata - comandata dal duca d'Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia - è affidato il margine meridionale dello schieramento italiano, dall'Adriatico sino a nord di Treviso. La sua 25a Divisione - inquadrata nel XVIII Corpo d'Armata -, in particolare, si trova schierata tra Zenson e Fossalta, con Ugo Maggi e i suoi commilitoni del II Batt. Ciclisti in riserva a Roncade, come già detto.

Dettaglio dello schieramento della 25a Divisione (XVIII Cd'A) al 15 giugno 1918 (da Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929).

Alle tre di notte del 15 giugno, l’artiglieria imperial-regia inizia il bombardamento delle linee italiane, su tutto il fronte dall’Astico al mare. Segue, poche ore dopo, l’attacco in massa delle fanterie: in particolare, le truppe della 25a Divisione italiana si trovano a fronteggiare l'urto della 9a Divisione austro-ungarica.
Nel corso della giornata, gli Austriaci riescono a passare il Piave in più punti, insidiando pericolosamente la linea di resistenza italiana. Le riserve sono dunque chiamate al combattimento, per tentare di frenare l'avanzata del nemico. Il II Battaglione Ciclisti accorre dunque verso la linea del fuoco, con l'arduo compito di arginare lo sfondamento che il nemico ha compiuto sul Piave a sud di Nervesa, e di riconquistare, col X Btg. Ciclisti, l'abitato di Fossalta


Una splendita foto del Reparto Fotografico del Regio Esercito ritraente - secondo la didascalia - i Bersaglieri del 9° Btg. Ciclisti in azione sul Basso Piave, tra Fossalta e Zenson, nei giorni 15-18 giugno 1918.
Il caporalmaggiore Maggi, dunque, inforca la sua bicicletta e si dirige coi suoi compagni di ventura a Fossalta di Piave. Chissà se, nella tensione del momento, può immaginarsi che proprio lì dovrà incontrare il suo destino.
Il riassunto storico del II Battaglione Ciclisti liquida lo scontro del 15 giugno presso Fossalta molto laconicamente: "Iniziatosi l'attacco dell'abitato, l'avversario ne è ben presto scacciato […]". Quello che si consuma è invece un ferocissimo scontro all'arma bianca. Ugo Maggi, l'ardimentoso volontario milanese, veterano di tre anni di campagna, si lancia all'assalto, l'ultimo della sua vita. Il resto lo racconta la motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare che sarà concessa alla sua memoria:
"Alla testa di un nucleo di uomini, con mirabile sprezzo del pericolo, si slanciava per primo all'assalto di una posizione fortemente difesa, e, piombato sugli avversari, impegnava una fiera lotta corpo a corpo continuandola finché, colpito in varie parti del corpo, lasciava gloriosamente la vita sul campo". - Fossalta di Piave, 15 giugno 1918.

Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita al cap.magg. Maggi Ugo da Milano, del II Btg. Bersaglieri Ciclisti.

Alla sera del 15 giugno, gli Austro-Ungheresi abbandonano Fossalta. Invero, nei successivi giorni di combattimento il nemico riuscirà ad impadronirsi nuovamente di quelle posizioni, ma ormai il suo slancio sarà già scemato, ed entro il 24 giugno l'offensiva sarà conclusa e fallita. Per l'Italia è l'ora della riscossa.

Evoluzione della situazione nel settore di Fossalta nei giorni 15-17 giugno 1918. La linea nera rappresenta quella di partenza dell'attacco austro-ungarico, all'alba del 15 giugno; quella tratteggiata è, invece, quella raggiunta alla sera dello stesso giorno 15 giugno; quella rossa è quella raggiunta alla sera del 17 giugno (immagine tratta da https://miles.forumcommunity.net/?t=55461405&st=15).
Le perdite del II Battaglione Ciclisti nei combattimenti dal 15 al 20 giugno 1918 sono le seguenti:
  • ufficiali: morti zero; feriti tre, dispersi due; 
  • truppa: morti tredici, feriti sessantanove, dispersi trentanove.
Le spoglie del caporalmaggiore Maggi, recuperate e inumate sul posto, saranno, dopo la guerra, traslate nella sua Milano, ove riposano presso il Sacrario monumentale presso il Tempio della Vittoria in Sant'Ambrogio.
Così si chiude la piccola e grande epopea di questo ragazzo di ventidue anni, che desiderava essere utile [...] alla difesa della nostra bella Patria. Senza dubbio, riuscì nel suo intento, come anche i suoi compagni d'arme che qui vogliamo ricordare, con rispetto, e soprattutto con affetto.
A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] La Cascina Arzaga sorgeva ad ovest del centro di Milano, tra gli attuali quartieri di Lorenteggio e Primaticcio, nella zona conosciuta anche come "Quartiere Ebraico". La grande cascina fu rasa al suolo negli Anni Sessanta, in corrispondenza dello sviluppo urbano di quell'area.
[2] La citazione è tratta da "Il mio Carso" di Scipio Slataper. 
[3] Tutte le informazioni di natura matricolare di seguito riportate sono tratte dal foglio matricolare di Ugo Maggi, in Archivio di Stato di Milano - fondo Distretto Militare di Milano.

BIBLIOGRAFIA
- Antonio Sema, Piume a Nord Est – I bersaglieri sul fronte dell’Isonzo 1915-1917, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 1997.
- Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918. Reggimenti Bersaglieri, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Roma, 1928.
- Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929.