giovedì 2 maggio 2019

San Grado di Merna, 9 ottobre 1916: un episodio di guerra del 75° Fanteria attraverso la storia del tenente Pietro Giustetto

Solo un paio di mesi fa, abbiamo ricordato - attraverso alcune sue foto, acquistate online - il giovane tenente d'artiglieria Armando Multedo, caduto presso San Grado di Merna ai primi dicembre 1916.
Un nuovo ritrovamento fotografico capitatoci in questi giorni, ci porta casualmente a rievocare un'altra figura di giovane ufficiale: Pietro Giustetto, accomunato - come si vedrà - al Multedo dal triste epilogo della sua esistenza. Anche in questo caso, molti dettagli sono stati tratti dai preziosi materiali digitalizzati dall’Università di Torino in occasione del centenario della Grande guerra. Grazie alla sua storia personale, ricorderemo un triste episodio che vide protagonisti i fanti della Brigata "Napoli" nell'ottobre del 1916.

***
Pietro Giustetto nasce a Torino il 10 settembre 1894, primo figlio maschio dei signori Ernesto Giustetto e Maddalena Leboro. Dopo di lui nasceranno i due fratelli Mario e Romeo, nel 1898. La famiglia Giustetto conta, inoltre, due figlie, Giulia e Maria Pierina [1].

Il giovane, detto famigliarmente Pierino, dopo le scuole inferiori frequenta l'istituto tecnico, diplomandosi ragioniere. Trova, poi, impiego presso l'Istituto delle Opere Pie di San Paolo (successivamente  Istituto di San Paolo), uno dei maggiori enti filantropici esistenti in Italia al tempo, nonché - dagli ultimi decenni dell'Ottocento - vero e proprio istituto bancario.
Non pago della propria posizione sociale, il giovane Pierino decide di proseguire - parallelamente al lavoro - anche il suo percorso di studi: intorno al 1912, s'iscrive, dunque, alla facoltà di giurisprudenza della Regia Università di Torino. Chissà se, tra le aule dell'ateneo subalpino, Giustetto ha occasione di incontrare, se non anche di conoscere, un altro giovane e animoso torinese, Pier Felice Vittone, classe 1895, le cui vicende abbiamo narrato tempo fa su questo blog.

Ad ogni modo, nel 1914, quando è chiamato al reclutamento nel Regio Esercito, Giustetto chiede ed ottiene il rinvio del servizio militare per motivi di studio, potendo così proseguire anche nel suo lavoro, e arrivando al terzo anno dei corsi di giurisprudenza.
Con la primavera fatale del 1915, la Storia irrompe, tuttavia, nella vita del giovane torinese: dopo l'inizio delle ostilità è infatti chiamato alle armi, e - assegnato all'arma di fanteria - selezionato per diventare un ufficiale di complemento.

Nel corso dell'estate, dunque, svolge i corsi per allievo ufficiale presso l'Accademia di Modena. Con un bollettino ufficiale del 19 settembre successivo, Pietro Giustetto e altri 2467 suoi colleghi ottengono, infine, la nomina a sottotenente [2].
Una bella foto del s.ten. Pietro Giustetto, del 75° Regg. fanteria Brigata "Napoli" (coll. dell'autore).
Il bollettino informa che "i singoli sottotenenti riceveranno partecipazione della località di presentazione e del giorno in cui ciascuno di essi dovrà trovarsi nella località medesima" avvertendo altresì che essi dovranno raggiungere la località indicata "vestendo l'uniforme della specialità cui sono assegnati, ma senza il numero del reggimento al fregio del berretto e senza mostrine di brigate di fanteria al bavero della giubba". Arrivati a destinazione "i sottotenenti riceveranno comunicazione dei reggimenti ai quali saranno rispettivamente assegnati".
Nei giorni seguenti, dunque, anche il sottotenente Giustetto riceve tale comunicazione: si presenta poi - probabilmente intorno alla metà di ottobre - al distretto militare di Torino, ove riceve notizia del suo reparto di destinazione. La sorte sceglie per lui il 75° Reggimento fanteria che, insieme al 76°, forma la Brigata "Napoli". Il reparto, in tempo di pace, ha la propria sede a Siracusa. Tuttavia, sin dall'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria, si trova in linea nel settore del Monte Sei Busi, nel settore del basso Isonzo.

Il giovane, può, dunque, completare la sua uniforme, apponendo il numero reggimentale nel tondino del fregio, e facendosi cucire le mostrine bianche - striate di rosso - della sua brigata. E' dunque, probabilmente, l'occasione in cui si fa scattare questa bella foto in posa:
Pietro Giustetto, sottotenente del 75° Regg. Fanteria, Brigata "Napoli" (elaborazione da foto digitalizzata).

Pietro Giustetto, dunque, alla fine di ottobre lascia Torino per raggiungere in linea il proprio reparto, che raggiunge nei primi giorni di novembre. Assegnato al II battaglione, fa immediatamente conoscenza con il suo comandante, il tenente colonnello Luigi Caldieri.
Quest'ultimo avrebbe così ricordato l'episodio [3]:
 "Mi ricordo come se fosse ieri che fui io stesso a riceverlo quel mattino nebbioso del novembre scorso in cui giunse al battaglione, a Seltz [sic], e che lo accompagnai in trincea. Mi colpì subito la sua vivacità, la sua mente svegliata".
Queste lusinghiere parole di Luigi Caldieri nei confronti del giovane sottotenente, ci impongono di soffermarci anche sulla sua interessante figura [4]. Nato a Firenze nel 1871, dopo aver frequentato il Collegio Militare di Roma passa all'Accademia di Modena, ottenendo la nomina a sottotenente nel 1889, e venendo assegnato alla fanteria di linea. Nel 1893 è inviato in colonia: dopo tre anni di servizio in Eritrea, nel 1896 partecipa, inquadrato nel 7° Battaglione fanteria d'Africa, alla fatale Battaglia di Adua, alla quale riesce a sopravvivere, ottenendo anche la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Rimpatriato, promosso capitano, compiuti i corsi alla Scuola di Guerra è trasferito al Corpo di Stato Maggiore. Nel 1911 è mobilitato per la Guerra italo-turca, quale addetto al comando della 1^ Divisione Speciale. Nonostante tale sua particolare posizione, nel 1913 dà ancora una volta prova delle proprie doti di comandante, ottenendo un'altra Medaglia di Bronzo, nel combattimento di Assaba del 23 marzo.

Luigi Caldieri, capitano del Corpo di Stato Maggiore (anni 1912-1913 ca.).

Rimpatriato e promosso maggiore, con l'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria è addetto allo stato maggiore di alcune grandi unità; nel corso dell'estate, tuttavia, è trasferito alla fanteria ed assegnato al 75° reggimento della Brigata "Napoli". Promosso, in ottobre, al grado di tenente colonnello, assume dunque il comando del II Battaglione a partire dalla metà del mese.

Contestualmente, la Brigata "Napoli" torna in azione, nel quadro delle operazioni della Terza battaglia dell'Isonzo (18 ottobre - 4 novembre 1915). La "Napoli", in particolare, rinnova gli attacchi - già tentati nel corso dell'estate - contro le posizioni del Monte Sei Busi - Quota 61, riuscendo tuttavia a conseguire alcuni risultati, in termini di posizioni occupate. In tale situazione si trova il reparto allorquando, all'inizio del mese di novembre, giunge in linea il sottotenente Giustetto.
Sulle medesime posizioni, dunque, i reggimenti della "Napoli" si attestano e permangono sino alla fine dell'anno. Pietro Giustetto, nel frattempo, è inquadrato nel plotone lanciabombe del reggimento.

Con l'inizio del 1916, il 13 gennaio la "Napoli" è trasferita a riposo ad Aquileja. Indi, un mese dopo, la brigata è inviata nel settore di Monfalcone, alle dipendenze della 16a Divisione. Ivi partecipa ad azioni offensive nel settore di Selz, alternandovi i reparti nel servizio di trincea fino al 23 aprile, durante il quale periodo concorre con alcuni reparti alle azioni svolte in marzo ed aprile dalla brigata Acqui contro le posizioni nemiche di Selz.
Poco dopo, il 1° maggio 1916, Luigi Caldieri assume il comando del 75° Reggimento, abbandonando quello del II battaglione. Quest'ultimo è rilevato dal maggiore Riccardo Neva, che può contare sull'aiuto di un valido aiutante maggiore in seconda: il sottotenente Pietro Giustetto, chiamato a tale ruolo proprio dal predecessore Caldieri. Il maggiore Neva, nato a Maddaloni - in provincia di Caserta - il 28 maggio del 1875, è un altro ufficiale di carriera di lunga esperienza: sottotenente nel 1898, capitano nel 1912 e da poco promosso maggiore. Reduce della guerra italo-turca, aderente alla libera muratoria, è membro della loggia "Progresso" di Tripoli.

Questo avvicendamento avviene nel momento in cui la "Napoli" si sta riordinando in zona di riposo, presso San Valentino. La Brigata ritorna, il 15 maggio, nel settore di Monfalcone, inquadrata nella 14a Divisione, insieme alla Brigata "Cremona" (21° e 22°) e alla VII Brigata di cavalleria appiedata.
Proprio nel settore di Monfalcone, il 18 maggio, il IV/75° ed il I/76° riconquistano alcune posizioni (q. 92 - q. 98 - q. 12). Fra il 14 ed il 17 giugno la brigata attacca ed occupa la q. 108 mantenendola contro i ritorni offensivi del nemico. Una nuova azione viene condotta felicemente fra la fine di giugno e la metà di luglio contro le alture ad est di Monfalcone e frutta l’occupazione di Quota 121 e Quota 85. E' nel quadro di queste azioni che, il 3 luglio, tra i tantissimi cade anche il fante comasco Salvatore Fasola, del 21° reggimento della Brigata "Cremona", cui abbiamo dedicato un articolo del nostro blog.
Finalmente il 12 luglio la Brigata "Napoli", che ha perduto in questi combattimenti oltre 3000 uomini dei quali 96 ufficiali, scende a Strassoldo per riordinarsi.

Per il contegno tenuto nei combattimenti della seconda metà di giugno, la bandiera del 75° reggimento è decorata di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con questa motivazione:
"Con mirabile slancio e con impeto travolgente, conquistò lunghissimi e importanti tratti di trinceramenti presso Monfalcone, conservandoli ad onta di furiosi e rinnovati contrattacchi del nemico (14-30 giugno 1916)".
Ugualmente, per la brillante azione di comando, Luigi Caldieri è promosso al grado di colonnello per merito di guerra.
Riportiamo letteralmente dal riassunto storico della Brigata "Napoli":
"Durante la battaglia di Gorizia (6 - 17 agosto) la brigata rimane dapprima in riserva e poi, il 13 agosto, viene dislocata a Peteano a disposizione della 23a divisione, donde i suoi battaglioni, inviati in rincalzo di altre unità, concorrono agli attacchi contro le posizioni del M[onte] Pecinka e di S[an] Grado, riuscendo ad espugnare alcuni elementi di trincea.
Il 28, ricevuto il cambio, la brigata si trasferisce a Versa per un breve riposo ed il 12 settembre ritorna nel settore di S[an] Grado per partecipare alla 7a battaglia dell’Isonzo (13 - 14 settembre). Il 15 alcuni suoi battaglioni, messi a disposizione della brigata Granatieri, concorrono all’attacco ed all’occupazione delle alture di San Grado, ove vengono catturati circa 800 prigionieri."

Santuario della Madonna Addolorata di Merna (Mirenski Grad), foto dal web.

Pertanto, a partire dalla metà di agosto, i fanti della "Napoli" si trovano ad operare nel tratto di fronte immediatamente a nord del santuario di San Grado (Mirenski grad) presso la località di Merna (Miren). La Brigata "Napoli", insieme alla "Pinerolo", costituisce la 49a Divisione, comandata da un ufficiale generale napoletano destinato a una fulgida carriera: Armando Diaz. Superfluo sarebbe, in questa sede, dilungarsi sulla sua figura. Possiamo ricordare, tuttavia, il suo periodo quale comandante della 49a Divisione, attraverso una bellissima immagine fotografica che lo ritrae insieme proprio a Luigi Caldieri e a Guglielmo Marescotti, in tal periodo comandante il 76° reggimento della "Napoli":

Autunno del 1916; da sinistra: Armando Diaz, Luigi Caldieri (c.te 75° regg.), Guglielmo Marescotti (c.te 76° regg.). Foto gentilmente concessa da ROCOlor, autore della colorizzazione.
La magistrale colorazione della fotografia si deve a ROCOlor, che ringraziamo per la cortese concessione (segnaliamo, peraltro, ai nostri lettori la sua pagina facebook: https://www.facebook.com/pg/ROCOlor-207023553034368/).


La 49a Divisione, in tale frangente, si trova inquadrata nell'XI Corpo d'Armata, facente parte della Terza Armata (al comando del Duca d'Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia).
Dunque, il tratto di fronte affidato alla 49a Divisione trova il proprio punto mediano - nonché la giunzione tra lo schieramento della "Napoli", a nord, e della "Pinerolo", a sud - proprio ai piedi della collina di San Grado, ove le trincee italiane formano una sorta di cuneo verso le sistemazioni difensive nemiche. Ciò si nota anche dalla carta qui sotto (che pure si riferisce alla situazione alla data del successivo 1° novembre).
Situazione al 1° novembre 1916 nel tratto di fronte tra Vertoiba e il Veliki Kribach (al centro, in verde, il Mirenski Grad).

Dettaglio, schieratmento della 49a Divisione al 1° novembre 1916.


Si arriva, così, ai primi giorni del mese di ottobre. Pietro Giustetto, nel frattempo, è stato promosso al grado di tenente.
Il Comando Supremo ha programmato, nel frattempo, una nuova offensiva generale, che costituirà l'Ottava battaglia dell'Isonzo.

Così la Relazione ufficiale italiana ricostruisce la situazione di quei giorni:

"La preparazione dell'ottava battaglia, condotta in modo da essere compiuta per i primi giorni di ottobre, aveva condotto il C[omando] S[upremo] a stabilire la ripresa dell'offensiva pel giorno 5; in conseguenza, dal 1° ottobre in poi la nostra artiglieria prese a svolgere la propria azione sul Carso con accentuata attività; il giorno 4 iniziò il tiro di demolizione delle sistemazioni nemiche di maggiore robustezza, ed il mattino del 5 si accinse al tiro di preparazione per l'attacco. Ma le proibitive condizioni di visibilità sopraggiunte, e la loro persistenza, indussero il C.S., dopo qualche ora, a sospendere l'azione, rinviandola a giorno da stabilirsi"[5].

Se tale è, dunque, la situazione generale, sul fronte della Terza Armata, tuttavia, anche nei giorni successivi al 5 ottobre si procede con il bombardamento:

"Il Comando della 3a Armata, perché gli effetti di distruzione già conseguiti non venissero annullati, dispose [...] che fino alla ripresa dell'offensiva l'artiglieria eseguisse tiri di interdizione specialmente contro le batterie campali, cui non poneva alcun limite nel consumo delle munizioni" [6].

Pertanto, anche sul fronte della 49a Divisione in quei giorni infuria un violento duello d'artiglieria, tra le batterie italiane e quelle avversarie. Il cappellano del 13° Regg. della "Pinerolo" - don Giuseppe Abate - consegna questa descrizione dei giorni precedenti il 10 ottobre:
"E' la lotta di furenti titani d'acciaio, che nascosti tra le forre e tra i boschi, vomitano fuoco micidiale rovente. E' un boato, un rombo continuo" [7].
Vista delle posizioni "ad est di San Grado", da intendersi quali quelle fronteggianti lo schieramento italiano (autunno 1916).
Sono giorni febbrili: sotto questo costante diluvio di fuoco, devono svolgersi gli intensi preparativi per l'offensiva ormai imminente.
E' questo il contesto nel quale, il mattino del 9 ottobre - il giorno prima dello scoccare del grande attacco - il maggiore Riccardo Neva (c.te il II/75°) convoca, nel baracchino del comando di battaglione, due ufficiali del 76° reggimento: si tratta dei capitani Francesco Cultrera e Luigi Morasso.
Francesco Cultrera, nativo di Noto ma residente a Rosolini, classe 1883, nella vita civile è un notaio; sposato con la signora Giuseppina Savarino, ha un figlio di due anni, Salvatore. E' stato richiamato con il grado di sottotenente di complemento nel 1915, e si è meritato una Medaglia di Bronzo al Valor Militare combattendo a Bosco Lancia, il 28-29 ottobre del 1915 [8].
Luigi Morasso, nato a Milano nel 1876, è invece un ufficiale di carriera: sottotenente nel 1898, tenente dal 1902, ottiene i gradi da capitano intorno al 1913, prestando servizio in fanteria. 
Mentre nel ricovero il maggiore Neva tiene a rapporto i due capitani, il tenente Giustetto, aiutante maggiore di battaglione, se ne allontana per qualche momento.
L'attimo è fatale. Un fischio fortissimo, un bolide che squarcia il cielo: è un proietto di un "mortaio di grosso calibro" che si abbatte sul ricovero del comando di battaglione.
Immaginiamo, in qualche modo, l'esplosione violentissima, i detriti scagliati tutt'intorno, lo spostamento d'aria: il sottotenente Giustetto, attonito ma vivo, rimane impietrito. Dalle macerie fumanti del ricovero si levano, strazianti, le urla dei tre malcapitati ufficiali, rimasti sepolti vivi. Che fare? Il pericolo è enorme. Il giovane ufficiale torinese, tuttavia, trova il coraggio di richiamare alcuni uomini e si lancia a soccorrere il suo comandante e i due sfortunati capitani.
Difficile dire quanto duri questa operazione; difficile dire se la scena pietosa si svolga sotto l'occhio vigile e implacabile di qualche osservatore che, lontano, dirige il fuoco delle artiglierie avversarie.
Il triste epilogo è descritto, ancora, dal colonnello Caldieri:
"[Pietro Giustetto] con grande coraggio e grande spirito di abnegazione si diede subito insieme ai militari che aveva riunito, adoperando tutta la sua energia, a disseppellire il Maggiore e i due Capitani che invocavano aiuto. Ma una seconda, identica granata caduta nello stesso punto, col suo scoppio completò la strage uccidendo il Maggiore, i 2 capitani, suo figlio e parecchi dei militari che erano intenti all'opera pietosa" [9].
Pietro Giustetto, colpito al cuore "da una scheggia di granata nemica", muore all'istante, così come la gran parte dei soccorritori, oltre ai tre sfrortunati ufficiali imploranti aiuto.
Una strage, appunto.
La salma del sottotentente Giustetto viene inumata "nel cimitero dei valorosi di Gabri[e]-Gorenje (Vallone)", insieme, s'immagina, a quelle delle altre vittime della tragica giornata.
I luoghi della vicenda narrata in questo articolo: in rosa, il monte Grado, con il santuario; in arancione, la località di Gabrje-Gorenje, ov'era situato il cimitero di guerra per i caduti del settore (rielaborazione da mappa tratta dall'AUSSME, riportata in Guida agli itinerari del Carso dimenticato, pag. 16).
Il giorno dopo, 10 ottobre, scatterà l'offensiva generale sulla fronte carsica, l'Ottava battaglia dell'Isonzo: ma questa è un'altra storia. Quella di Pietro Giustetto e dei suoi sfortunati commilitoni si era conclusa il giorno precedente.
Necrologio di Pietro Giustetto apparso su "La Stampa" del 21 ottobre 1916.
Alla memoria del sottotenente Giustetto sarebbe stata conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare:
"Distintosi sempre per coraggio e sprezzo del pericolos, spirito di sacrificio e sentimento del dovere, trovava morte gloriosa mentre seguendo l'impulso dell'animo generoso, portava soccorso ad altri ufficiali rimasti sepolti sotto le macerie di un edificio soggetto ad intenso bombardamento nemico."- San Grado di Merna, 9 ottobre 1916"
Il 27 maggio del 1918, l'Università di Torino gli avrebbe conferito la laurea ad honorem in giurisprudenza. Negli Anni Trenta, la salma del giovane ufficiale sarebbe stata traslata presso il Sacrario di Redipuglia, ove riposa tuttora [10].

Meno di un mese dopo il 2 novembre 1916, anche il valoroso colonnello Caldieri avrebbe trovato la morte, portando il suo reggimento all'assalto, ad est delle posizioni di San Grado di Merna. Alla sua memoria sarebbe stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione:
Costante esempio a tutti di sprezzo del pericolo, di fede incrollabile nella vittoria, di devozione al dovere, nell’attacco di una fortissima posizione si slanciava alla testa dei suoi battaglioni per infondere loro quell’impeto che solo poteva avere ragione dell’accanita resistenza nemica. A pochi passi dalle mitragliatrici avversarie, oltre la trincea dal suo valore conquistata, cadeva colpito a morte, coronando con una eroica fine la sua efficace opera di ardimentoso comandante. - San Grado di Merna (Gorizia), 2 novembre 1916.

Alla memoria di tutti i giovani e meno giovani protagonisti di questa storia dolorosa, dedichiamo questo nostro articolo.


A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] La composizione della famiglia Giustetto è desunta dal necrologio apparso su La Stampa il 21 ottobre 1916.
[2] Il testo del bollettino è riportato in La Stampa, numero di lunedì 20 settembre 1915.
[3] Lettera spedita dal col. L. Caldieri al signor Ernesto Giustetto il 17 ottobre 1916. In Archivio storico dell'Università di Torino.
[4] Le informazioni biografiche che seguono sono tratte da G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglia d'oro al Valore Militare dal 1915 al 1916, op. cit., p. 302.
[5] Vol. III, Tomo 3bis, pag. 206.
[6] Ivi.
[7] Cit. in Mitja Juren, Paolo Pizzamus, Guida agli itinerari del Carso dimenticato, pag. 16.
[8] Notizie biografiche sul capitano Cultrera sono tratte dall'opuscolo in memoria leggibile qui: https://teca.bncf.firenze.sbn.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=BNCF00003946351
[9] Lettera spedita dal col. L. Caldieri al signor Ernesto Giustetto il 17 ottobre 1916. In Archivio storico dell'Università di Torino.
[10] Loculo 18339, gradone 10.





BIBLIOGRAFIA
- Materiali digitalizzati dall’Università di Torino nell’ambito dell’iniziativa L’Università di Torino e la Grande Guerra, leggibili all’indirizzo: http://www.grandeguerra.unito.it/items/show/187- USSME, Guerra Italo-Austriaca 1915-1918 - Le Medaglie d'Oro, Vol. 2, 1916, Roma, 1926.
- USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- M. Juren, P. Pizzamus, Guida agli itinerari del Carso dimenticato, Gaspari, 2010.
- G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglia d'oro al Valore Militare dal 1915 al 1916, Roma, 1968.


lunedì 29 aprile 2019

"L'Alpino Gianin - Diciotto anni di storia di un alpino trascritta dai suoi diari" di Diego Anessi

L'ALPINO GIANIN 
Diciotto anni di storia di un alpino trascritta dai suoi diari
di Diego Anessi



In questo volume il figlio Diego Anessi ha trascritto con cura i ricordi della vita militare del padre Giovanni Anessi, alpino della classe 1907.
Il volume può essere diviso in due periodi: il servizio di leva e la seconda guerra mondiale.


La parte del periodo di leva, svolto tra il 1927 ed il 1928 nella 7° compagnia del battaglione Intra del 4° Alpini, è tratta da un diario di 25 pagine nel quale l'Anessi descrive minuziosamente le diverse marce sia estive che invernali, indicando località e commenti sulle caratteristiche di ogni marcia. L'autore ha inoltre inserito interessanti mappe con indicati i sentieri percorsi durante le marce, che possono offrire interessanti spunti per le escursioni agli appassionati di montagna ed escursionismo.


La seconda parte tratta la Seconda guerra mondiale. L'Anessi viene richiamato nel Giugno del '40 col grado di sergente. In sei mesi marcia dalla Liguria al Veneto, per poi essere rimandanto in congedo nel dicembre 1940.
Verrà nuovamente richiamato all'inizio del '43 con l'incarico di furiere, e comincerà a scrivere il suo diario, a mano su un quaderno, poi a macchina, poi ancora a mano su fogli sfusi.
Passa sei mesi in Corsica, altri sei mesi a Orgosolo, quasi un anno tra Serramanna e Cagliari per poi finire gli ultimi sei mesi vicino a Foggia.
Nel diario racconta gli eventi della sua guerra, il suo impegno a procurare il cibo per i suoi soldati, la sua preoccupazione dopo i grandi cambiamenti dell'8 settembre, sempre soffrendo la lontananza e la mancanza di notizie dalla famiglia.
Tornerà a casa nel 1945.

Il volume comprende:
- Numerose mappe e carte geografiche relative agli spostamenti accompagnate da immagini attuali dei luoghi raggiunti;
- 65 foto e cartoline d'epoca degli anni 1907-1945.

Il volume è disponibile rivolgendosi direttamente all'autore sig. Diego Anessi all'e-mail: diegoanessi@gmail.com

domenica 10 marzo 2019

Datare una fotografia - La cavalleria nella riforma Ricotti 1871-1877

Grazie ad alcune recenti ingressi in collezione possiamo finalmente proseguire la serie di approfondimenti sulla datazione delle fotografie del Regio Esercito.
In questo caso ci occuperemo dell'arma di cavalleria in un periodo che vide numerosi cambiamenti nel giro di pochi anni.
Con la riforma Ricotti del 1871 la cavalleria oltre a perdere i fregi che distinguevano i cavalleggeri dai lanceri perse anche, con grandi proteste da parte degli ufficiali, i colori che distinguevano i singoli reparti. Il nuovo colore adottato era il bianco, che era presente su tutte le filettature della divisa e sul bavero delle giubbe sotto forma di fiamme ad una punta.


TRUPPA E SOTTUFFICIALI

1872-1874
La nuova giubba adottata nel 1872 era caratterizzata dalla presenza di sette bottoni metallici e da "mostrine" bianche. Le "mostrine" possono essere indicative del periodo della foto, poichè nelle prime fasi della riforma (1872/73) queste avevano una forma tendente al rettangolare salvo poi assumere, col passare del tempo, una più aggraziata forma a fiamma ad una punta. 
Come copricapo era prevista inizialmente la sola bustina, solo a fine '72 fu reintrodotto il colbacco. Per entrambi come fregio era prescritto lo stellone con all'interno il numero del reggimento di appartenenza.
Il fodero della sciabola in questa prima fase prevedeva la presenza di due campanelle per l'aggancio al cinturino.


Particolare che permette di notare la forma quasi rettangolare delle mostrine al bavero.

Particolare delle due campanelle che permettevano il supporto della sciabola

A fine 1872 venne ripristinato per i primi quattro reggimento l'uso del caratteristico elmo.



1875-76
Nel settembre 1875 il fodero della sciabola perse una delle due campanelle.


Particolare del colbacco. Nello stellone era indicato il reggimento, nella nappina il battaglione.

Particolare del nuovo fodero, si nota l'assenza della seconda campanella.


Sempre nel settembre 1875 la giubba venne modificata, e il numero di bottoni passò da sette a sei.


Particolare delle mostrine, che ormai hanno perso la forma pentagonale per assumere una più aggraziata forma a fiamma.



1877
Nel 1877, probabilmente sotto pressione da parte degli ufficiali dei vari reparti, il ministero ripristinò i fregi caratteristici e i colori dei diversi reggimenti.

Caporale, volontario di un anno, dei Cavalleggeri. Al bavero sono tornate le fiamme a tre punte, e il paramano ha ripreso i colori reggimentali.

Particolare del colbacco col fregio ripristinato. Il numero nel tondino del fregio indica il reggimento, quello nella nappina lo squadrone.

Tavola riassuntiva coi fregi e colori di ogni reparto

UFFICIALI

1872
Per gli ufficiali le prime riforme vennero prescritte con Regio Decreto del 9 settembre 1871, ed entrarono ufficialmente in vigore dal 1° Aprile 1872, e videro l'istituzione di una giubba a doppio petto con:
- Paramani bianchi;
- Filettature bianche;
- Al bavero in velluto nero con fiamme a tre punte di colore bianco, con stellette in ricamo argento su fondo di seta nero.

Inizialmente l'unica copertura per il capo prevista era un nuovo modello di copricapo detto "alla figaro" o, come venne poi soprannominato dagli ufficiali stessi, "Multiforme Geometrico". La prima versione, in uso tra l'aprile e l'ottobre 1872 prevedeva che la soprafascia fosse in panno bianco. Solo dall'ottobre '72 e la soprafascia divenne in velluto nero.


Particolare del "Multiforme Geometrico" del 2° tipo con soprafascia in velluto nero.

Il colonnello Massimiliano Grimaldi di Bellino, comandante dell'8° reggimento "Montebello" tra il 1870 e il 1877.

Verso la fine del '72 per lanceri e cavalleggeri venne reintrodotto, a riprendere la tradizione, il colbacco.

Il colonnello Mucchi cav. Giuseppe, comandante dei lancieri d'Aosta.

Particolare con la penna bianca sul colbacco, ad indicare il comando di reggimento.

Altre foto di ufficiali con colbacco e stellone.

Tenente in grande uniforme

Particolare, si noti la penna d'aquila scura.

Tenente in tenuta ordinaria



1873
Nell'aprile 1873 il "Multiforme Geometrico", visto lo scarso gradimento da parte degli ufficiali, venne abolito ed entrò il uso il berretto "all'Italiana".

Gruppo di ufficiali del 13° Cavalleggeri di Monferrato in tenuta ordinaria. Si nota anche l'ufficiale veterinario con la divisa, più chiara, in panno bleutè.

Particolare del nuovo berretto

1877
Come già visto per la truppa anche per gli ufficiali tornarono in uso i fregi e i colori caratteristici dei vari reparti.


Sottotenente dei cavalleggeri

Anche qui, come per la truppa, ritornano le fiamme al bavero e il fregio caratteristico sul berretto.


A cura di Arturo E. A.

Bibliografia:
- Cantelli Giorgio, "Le uniformi del regio Esercito nel periodo umbertino" USSME 2000;
- Varie tavole del "Codice Cenni"

venerdì 18 gennaio 2019

Breve profilo di Armando Multedo, tenente d'artiglieria, MAVM alla memoria

Anche questo breve articolo, come nostro uso, prende le mosse da un oggetto, anzi due: si tratta, cioè, di due ritratti fotografici recuperati su una nota piattaforma di vendite online. Due ritratti di un giovane distinto, avviato indubbiamente a un brillante futuro professionale: Armando Multedo. La sua storia cercheremo di tracciare brevemente nel prosieguo.
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Armando Multedo nasce il 6 febbraio del 1890 a Novi Ligure. La famiglia Multedo è composta, oltre che dai genitori Paolo Multedo e Mercedes Perolo, anche da altri due figli, Rosolino [1] e Yves.
Il giovane Armando, terminati gli studi liceali, s'iscrive alla facoltà di ingegneria del Regio Politecnico di Torino, con indirizzo industriale meccanico.
Ritratto fotografico dell'ing. Armando Multedo (collezione dell'autore).
Frattanto, nel 1910 è chiamato al reclutamento nel Regio Esercito ma, benché inscritto nei ruoli del Distretto Militare di Tortona, è rinviato in congedo. Ciò, probabilmente, avviene a motivo della sua assegnazione alla terza categoria oppure in ragione della sua opzione per il rinvio per motivi di studio, istituto che consentiva - agli studenti delle università, degli istituti assimilati e in altri casi particolari - di ritardare la chiamata alle armi sino al ventiseiesimo anno d'età [2].
Intorno al 1912 Multedo consegue dunque la laurea in ingegneria [3] per poi decidere d'iscriversi al corso superiore di perfezionamento in ingegneria mineraria, sempre presso il politecnico di Torino [4].
Al termine dello stesso, non può tuttavia precisarsi se - in ragione del rinvio predetto - sia chiamato alle armi, oppure ne sia comunque dispensato (poiché assegnato alla terza categoria), dedicandosi così alla propria professione.
In mancanza di ulteriori informazioni, tocca compiere un passo in avanti di circa tre anni, sino all'autunno del 1916.
In tale momento, la vita di Armando Multedo è cambiata radicalmente. Egli si trova infatti al fronte, quale ufficiale di complemento. Con buona probabilità, si trova sotto le armi sin da poco dopo l'inizio delle ostilità: assegnato, in ragione delle sue capacità tecniche, all'Arma d'Artiglieria, è nominato dapprima sottotenente, e poi promosso al grado di tenente. È, dunque, inquadrato nel 1° Reggimento Artiglieria da Fortezza, con sede del deposito in Torino.
Cartolina illustrata del 1° Regg. Artiglieria da Fortezza con la Mole antonelliana sullo sfondo.
In tale posizione, gli è successivamente affidato il comando della 626a Batteria d'Assedio.
Tali batterie era armate con pezzi d'artiglieria pesante costituenti il c.d. "parco d'assedio": si trattava, in particolare, di cannoni da 149A (acciaio), obici da 210, mortai da 210, cannoni da 149G, obici da 280A e 280G tolti dalle piazze costiere [5].
Di tale batteria - anche alla luce dei fatti che si narreranno - può dirsi che, con l'autunno del 1916, si trova inquadrata nella Terza Armata, e schierata - insieme a numerose altre unità d'artiglieria - nella piana di Merna, lungo il corso del Vipacco.

Situazione al 1° novembre 1916 nel tratto di fronte tra Vertoib e il Veliki Kribach (al centro, in verde, il Mirenski Grad). La linea rossa tratteggiata indica lo spostamento del fronte alla notte del 4 novembre.

Si è nei giorni della ripresa offensiva italiana, che darà luogo alla Nona Battaglia dell'Isonzo (31 ottobre - 4 novembre 1916).
In particolare, le batterie posizionate nella piana di Merna operano a supporto delle truppe dell'XI Corpo d'Armata destinate ad avanzare verso le posizioni del Volkovnjak (Brigate "Napoli" e "Pinerolo", della 49a Divisione), nelle giornate del 3-4 novembre [6].
Esauritasi l'offensiva italiana, le unità d'artiglieria in discorso restano - perlomeno parzialmente - schierate nel medesimo settore. In particolare, la 626a batteria del tenente Multedo è schierata nelle vicinanze del santuario di San Grado (Mirenski grad) presso la località di Merna (Miren).
Santuario della Madonna Addolorata di Merna (Mirenski Grad), foto dal web.
Circa un mese più tardi, nonostante da parte italiana ci si trovi in un momento di sostanziale pausa dalle operazioni dato l'incipiente inverno, da parte austriaca si scatena un violento bombardamento, contro le posizioni italiane della piana di Merna.

Le posizioni occupate dalla 626a batteria del tenente Multedo sono pesantemente colpite: il giovane comandante si trova coi propri serventi, quando un proietto nemico colpisce una riservetta. In questo momento di grandissima concitazione, il tenente Multedo si avvicina alla riservetta colpita. Qui, tuttavia, è raggiunto dall'esplosione di una granata a shrapnel [7], che lo colpisce a morte.
Per il contegno tenuto in questo drammatico frangente, alla memoria del ten. Multedo sarà conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

 «Comandante di una batteria d'assedio soggetta a violento fuoco nemico, si recava dall'osservatorio fra i suoi soldati per dividere i rischi. Avendo un proietto di grosso calibro sfondato una riservetta, nel momento in cui il fuoco si faceva più intenso accorreva sollecito sul posto per dare i necessari ordini. Colpito in più parti del corpo, spirava sul campo, mirabile esempio di valore ai suoi dipendenti. - San Grado di Merna, 7 dicembre 1916».

Benché la motivazione riferisca la circostanza della morte sul campo del giovane ufficiale, è molto probabile che egli sia spirato effettivamente presso la 52a sezione di sanità, che in quei giorni è installata a Gabrje-Gorenje [8]. Infatti, fu tale ultima località ad essere indicata dalla famiglia Multedo quale luogo della morte, nel luttino dedicato al loro sfortunato congiunto.
Ritratto del ten. Multedo riportato in una pubblicazione sui caduti genovesi nel primo conflitto mondiale (cortesia Roberto Bobbio).

Necrologio del ten. Multedo tratto dal quotidiano torinese La Stampa, 16 dicembre 1916.

Dopo il termine del conflitto, la famiglia Multedo volle che le spoglie del giovane tenente fossero traslate nella natìa Liguria: oggi, secondo la banca dati del Ministero della Difesa, Armando Multedo riposa dunque nel Sacrario di Caduti del Cimitero Monumentale di Staglieno, presso Genova, inaugurato nel 1936.

Il nome del ten. Multedo fu ricordato anche nella lapide in ricordo degli studenti della Scuola d'Ingegneria del Politecnico di Torino caduti in guerra.

Al ricordo del ten. Multedo dedichiamo questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Non si è potuto verificare se il fratello del protagonista di questo post fosse lo stesso Rosolino Multedo poi divenuto valente pittore acquarellista.
[2] Cfr. artt. 118 e 120 del Testo Unico sul Reclutamento del 6 agosto 1888 poi trasfusi negli artt. 105 e 109 del Testo Unico sul Reclutamento, R.D. n. 1497 del 1911.
[3] Ciò si può dedurre dal fatto che l'Annuario del R. Politecnico di Torino lo annovera, nel 1911, tra gli iscritti al 4° anno della facoltà di ingegneria.
[4] Cfr. R. Politecnico di Torino, Annuario per l'anno scolastico 1912-1913, pag. 200.
[5] Enrico Ramella - "L'Arma di Artiglieria - Cenni storici" - Scuole di Applicazione d'Arma - Torino 1965.
[6]  L'Esercito Italiano nella Grande Guerra, Volume III, Tomo 3, pag. 256 e ss.
[7] Così specificato nel trafiletto dedicato alla morte del ten. Multedo apparso sul periodico novese "Il Messaggero", e riportato nel volume Decorati al Valor Militare del Comuine di Novi Ligure, a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
[8] Cfr. Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento.
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BIBLIOGRAFIA
- Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento, leggibile qui http://www.archiviodistatobenevento.beniculturali.it/risorse_digitali/Caduti/ElaboratiGrafici/PaesiDiOrigine/Pdf/Ceppaloni.pd
- database online dell'Istituto del Nastro Azzurro tra i decorati al Valor Militare;
- Italo Semino, Gruppo Alpini di Novi Ligure, Decorati al Valor Militare del Comune di Novi Ligure,
a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
- La Stampa, archivio online.
- USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.