Visualizzazione post con etichetta 225° Fanteria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 225° Fanteria. Mostra tutti i post

giovedì 18 ottobre 2018

Soldato Antonio Sant'Elia, volontario (?) - 20 ottobre 1916-2018

Antonio Sant'Elia, genio visionario dell'architettura futurista, non ha certo bisogno di presentazioni su questo blog. Nel centoduesimo anniversario della sua morte in combattimento  - avvenuta il 20 ottobre 1916 nel settore di Monfalcone -, proponiamo un contributo di Edoardo Visconti che getta nuova luce sulle circostanze dell'arruolamento del celebre architetto futurista comasco, e sulla sua qualità di "volontario di guerra".

Antonio Sant'Elia, volontario del Battaglione Lombardo V.C.A.

 ***
di Edoardo Visconti
Prologo. Mai come in questi anni, in occasione del centenario della Prima guerra mondiale, sono stati pubblicati nuovi saggi e approfondimenti relativi a fatti e personaggi coevi, sia a livello nazionale sia locale.

Una delle ultime opere che ho avuto il piacere di leggere è una monografia su Antonio Sant'Elia (Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini), a cura di Lorenzo Morandotti, pubblicata nel 2016 per i tipi di Editoriale Lariana. Si tratta di un volume diviso in parti: la prima presenta una biografia del celebre architetto, la seconda un approfondimento di periodi della sua vita e quella finale dove appaiono con delle brevi schede celebri artisti locali e nazionali che hanno gravitato intorno alla scuola Castellini, antico istituto scolastico, ad indirizzo artistico, della città di Como.

Ripropongo integralmente uno stralcio della biografia che mi ha colpito, tratto da pagina 23.
"Antonio Sant'Elia non era partito volontario per la guerra, come più vole si è detto, ma aveva nel 1915 chiesto di fare l'addestramento nel Battaglione Lombardo Ciclisti, sia per la sua nota passione per il ciclismo, sia stare in compagnia con i molti amici artisti che si era fatto nell'ambito milanese. Per il periodo di addestramento, il Battaglione si era installato a Gallarate, nella scuola elementare; il 30 novembre 1915, il Battaglione è stato sciolto e il 6 dicembre Antonio, congedato, è tornato a Como. E' stato subito dopo chiamato in guerra al fronte, ma nella cartolina postale, spedita alla famiglia il 30 giugno 1916, scriveva: "TANTI BACI. STO BENE. NON E' VERO CHE SONO PARTITO VOLONTARIO. BACI. AN." (collezione Accetti, Milano)."[1]
Apparentemente, una sentenza definitiva che confuterebbe tutto quanto scritto finora sulla vita militare dell'architetto comasco. Incuriosito da questa, per me, versione inedita, ho deciso di svolgere alcuni approfondimenti.

I Volontari Ciclisti ed Automobilisti

Il Battaglione Volontari Ciclisti - inteso in senso generale, quale unità tattica -, rientra nell'orbita del Regio Esercito sin dal 1904 quando il colonnello Pietro Valle ne teorizza l'utilizzo nel volume Tattica ed armi nuove. È concepito per l'impiego di staffetta, porta-ordini e pattugliamento profondo nel territorio del nemico, sfruttando la mobilità - notevole per l'epoca - del veicolo. Una delle caratteristiche del corpo consiste nella proprietà privata della bicicletta impiegata dal volontario, con un certo risparmio anche per le casse dell'esercito, almeno in queste prime fasi.


Figura 2: Copertina del libro del Col. Valle

Le prime esercitazioni del Primo battaglione volontari ciclisti, formato da personale proveniente da Bologna e dalla società ciclistica "Audax" di Roma, sono positive e gli alti comandi decidono di insistere con questo progetto. Il Corpo Nazionale dei Volontari Ciclisti ed Automobilisti (V.C.A.) è regolato con la legge del 16 febbraio 1908 n.49, mentre il regio decreto del 19 marzo 1908 n. 142 ne approva lo statuto. Il 18 giugno 1910 il Giornale Militare Ufficiale pubblica una notizia rilevante a favore del personale dei volontari ciclisti: è garantito il soprassoldo di 1 lira e l'indennità di servizio per personale volontario qualora lo stesso sia mobilitato con le truppe regolari per manovre ed esercitazioni tattiche. Grande novità, l'Esercito riconosce anche la cifra di 1 lira al giorno per la manutenzione della bicicletta. L'integrazione con le forze armate regolari procede a piccoli ma decisi passi.

Il Battaglione Lombardo V.C.A.


Il 18 maggio 1915, una settimana prima dell'entrata in guerra dell'Italia, il Corriere della Sera pubblica il bando - firmato dal comandante del reparto dei volontari lombardi (dal 1908), capitano Carlo Monticelli - per l'arruolamento di personale volontario da assegnare al Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti: molto importante, il fatto che i volontari appartenenti alla prima e seconda categoria di leva potevano essere esclusi e arruolati nell’esercito di linea.
Tutte le fonti consultate sono concordi nel confermare che il battaglione fu mobilitato il 24 maggio; nel quadro del Battaglione Lombardo, i futuristi furono inquadrati nell'ottavo plotone della terza compagnia. La prima parte di addestramento si svolse a Gallarate e dintorni, dove i futuristi, dopo il giuramento avvenuto il 13 giugno 1915, organizzano una festa nel locale teatro, la cui scenografia è opera di Boccioni, Russolo, Sant'Elia, Funi, Erba, Piatti, Bucci e Sironi con decorazione in pieno stile futurista.

Volontari Ciclisti a Gallarate: da sinistra, Umberto Boccioni, Ugo Piatti, Filuppo Tommaso Marinetti, Mario Sironi e Antonio Sant'Elia.

Il 21 luglio ha luogo lo sfilamento per Milano con le biciclette ridipinte in grigio-verde, con il fucile fissato sul telaio e il bagaglio sul manubrio; il battaglione parte verso Peschiera del Garda. Il tempo passa e i futuristi rimangono nelle retrovie. I bersaglieri ciclisti dell'esercito regolare sono più che sufficienti per sopperire al compito inizialmente previsto per i V.C.A., considerando, inoltre, che il conflitto si sta già cristallizzando nella guerra di trincea.
Il 12 ottobre, all'improvviso, i volontari sono radunati a Malcesine e poi a Navene; iniziano a salire fino Dosso Tre Alberi, postazione austriaca, e i futuristi sono utilizzati come vedette ed esploratori.
14 ottobre: prima perlustrazione dietro le linee austriache per 5 chilometri; fanno parte della pattuglia: Boccioni, Bucci, Marinetti, Sant'Elia, con divieto tassativo di sparare.
Il 20 ottobre il battaglione passa alle dipendenze degli Alpini, in concorso con i Battaglioni "Verona" e "Val d'Adige".
Il 22 ottobre dopo qualche scaramuccia è deciso che i V.C.A. affiancheranno un plotone del 6° Regg. Alpini per conquistare Dosso Casina, trasformati da agili bersaglieri a fanteria da montagna, senza averne l'attrezzatura, dato che - come scrive Marinetti - hanno ancora il solo equipaggiamento estivo.
La loro azione iniziale però non è efficace per colpa del mancato collegamento con gli alpini e senza ordini precisi. Marinetti nei Taccuini se la prende con il comandante Monticelli e lo rinomina "Vermicelli"...
Nel pomeriggio del 22 prosegue l'avanzata. Boccioni e Sant'Elia sono mandati in perlustrazione per cercare un collegamento con gli alpini si perdono e devono ritornare alla postazione di partenza, che nel frattempo era cambiata: Costone Tre Alberi, una posizione dominante a Quota 1304.
Figura 3: Quarta di copertina della Domenica del Corriere n. 46 del 14- 21 novembre 1915, presa di Dosso Casina e Dosso Remit.
Il 24 finalmente c'è un contatto con una pattuglia di alpini e il comandante Monticelli decide per l'avanzata. La 2^ compagnia, insieme agli alpini, riesce a conquistare Dosso Casina. La 3^ compagnia dei futuristi, è rimasta nelle retrovie e giunge a giochi fatti; iniziano quindi il rafforzamento delle posizioni con lavori di trinceramento.
Il 27, dopo giorni di guardie e corvée il battaglione fa ritorno a Malcesine. Qui 50 soldati sono congedati per insufficienza fisica o inettitudine militare. Il 29 ottobre, la Gazzetta Ufficiale pubblica il decreto luogotenenziale n. 1545 che autorizza il congedo temporaneo o definitivo degli arruolati nelle milizie volontarie mobilitate. È il canto del cigno del Corpo V.C.A.: il 1° dicembre si ritorna a Milano, dove il battaglione è sciolto e i volontari smistati in altri reparti combattenti.
Il 15 dicembre nel manifesto L'orgoglio italiano, Boccioni, Marinetti, Russolo, Sant'Elia, Sironi e Piatti reiterano il desiderio di continuare a combattere.

Figura 4: Riproduzione del manifesto L'ORGOGLIO ITALIANO


Il Soldato Sant'Elia

Già da questa prima analisi, sembra difficile che Sant’Elia non sia partito volontario: già il nome stesso del battaglione comprendeva l’aggettivo Volontari, omesso, in effetti, nel passo della biografia di Morandotti riportata in apertura di questo contributo.
Durante le mie ricerche ho esaminato vari documenti. In particolare due mettono in discussione il "non volontarismo" di Sant’Elia.
Il primo è una lettera del 26 maggio 1915 scritta da Carlo Carrà ad Ardengo Soffici che prende le distanze oltre che dal “marinettismo”, come lo definisce, anche “dalla smania di andare volontari” dei futuristi, criticandone, inoltre, la scarsa preparazione militare.

Il secondo è un articolo apparso sul Corriere della Sera il 15 giugno 1915, a pagina 4, ove si può leggere:
“Riceviamo con preghiera di pubblicazione: “I futuristi italiani che furono tra i primi e più accaniti propugnatori della guerra contro l’Austria, vi parteciperanno così: Marinetti, Boccioni, Russolo, Sant’Elia e Piatti, volontari ciclisti [...]””
seguono poi altri nomi di futuristi arruolati in altri corpi.
Similmente, la pubblicistica tra le due guerre esalta il volontarismo futurista di Sant’Elia, soprattutto attraverso le parole di Marinetti, che ne ha sempre valorizzato le opere e il lavoro, e grazie al cui impulso fu scelto un suo bozzetto per la progettazione del monumento ai Caduti di Como. Tuttavia, visto il delicato periodo storico - per cui il dissenso è soggetto a censura - potrebbe obiettarsi che la famiglia Sant'Elia non si volesse esporre rendendo pubblica la cartolina presentata nel libro di Lorenzo Morandotti, in cui l'architetto parrebbe negare il suo arruolamento volontario.
L’ultimo documento analizzato per chiarire, se possibile, la questione è stato il Foglio matricolare e caratteristico di Sant’Elia, sperando che fosse compilato in maniera esaustiva, considerando le lacune che spesso si incontrano, soprattutto circa le annotazioni relative ai periodi bellici. La fortuna, tuttavia, mi ha assistito, come si vedrà di seguito.

Il foglio matricolare di Antonio Sant'Elia


Dall'analisi della documentazione matricolare relativa ad Antonio Sant'Elia, conservata presso l'Archivio di Stato di Como, si possono trarre notizie di grande interesse, e che paiono offrire nuovi spunti per comprendere le effettive circostanze in cui avvenne il suo arruolamento.
Il 6 giugno 1915, infatti, il Comando del Battaglione Lombardo V.C.A., alle dipendenze del III Corpo d’Armata, da Gallarate invia al distretto di Como il bando di Arruolamento Volontario - con decorrenza 23 maggio 1915 - firmato da Antonio Sant’Elia. Interessante, in tale documento, è il fatto che esso indicava, nella voce “a chi fare comunicazioni personali", la "famiglia artistica Milano” e non i recapiti dei propri parenti a Como. Ulteriormente, è riportata la sua incorporazione "nella 3.a compagnia VIII plotone", appunto quella in cui erano inquadrati i futuristi, come accennato sopra.
Ma c’è di più. Nel foglio matricolare vero e proprio si può leggere quanto segue:
"Soldato Volontario Ciclista nel Battaglione Nazionale Lombardo V.C.A. per la durata della Guerra (art. 101 della Legge sul Reclutamento [...]) lì 23 maggio 1915.
GIUNTO in territorio dichiarato in istato di guerra lì 22 luglio 1915
PARTITO in territorio dichiarato in istato di guerra per trasferimento lì 27 ottobre 1915
Prosciolto dall’arruolamento volontario contratto per la durata della Guerra perché congedato dai Reparti delle Milizie Volontarie in seguito a nomina a Sotto Tenente nel R.E. lì 27 ottobre 1915".
Inoltre risulta arruolato come "ABILE di III [categoria]", il che lo escludeva dalle restrizioni sull’arruolamento volontario nei V.C.A., così come indicato nel bando del 18 maggio 1915, sopra riportato.
Quindi Sant’Elia, con la fine di ottobre del 1915 Sant'Elia è congedato dal Corpo Nazionale V.C.A., ma - senza soluzione di continuità -, arruolato nel Regio Esercito quale sottotenente di complemento.

A fronte di ciò, la data del 6 dicembre - menzionata nella biografia citata in apertura di questo contributo -, potrebbe essere compatibile con una licenza dopo il corso da Allievo Ufficiale, ma non sicuramente con il congedo.
Purtroppo, il foglio matricolare non riporta notizie relativamente a tutte le vicende successive al suo trasferimento al ruolo degli ufficiali. Difatti, per il 1916, l'unica notizia riportata è quella della morte “in combattimento a Monfalcone”, guidando i suoi uomini del 225° reggimento fanteria della Brigata "Arezzo", e circa il rilascio della dichiarazione di aver “servito con fedeltà ed onore”.
 
Antonio Sant'Elia, tenente del 225° Regg. della Brigata "Arezzo".
Le ulteriori notizie relative al 1916 (comprensive, ad esempio, della menzione delle due Medaglie d'Argento al Valor Militare che gli furono conferite) , diversamente, dovrebbero essere annotate sullo Stato di Servizio da ufficiale, al momento non in possesso di chi scrive.

Epilogo


Alla luce del contenuto dei documenti consultati, ed in particolare del foglio matricolare, pare di potersi conclusivamente affermare, in primo luogo, che Antonio Sant'Elia, sotto il profilo strettamente giuridico e militare, fu un "volontario". Non solo, in particolare, secondo l'allora vigente Testo Unico sul Reclutamento - che disciplinava, appunto all'art. 101 citato, l'"arruolamento volontario per la durata della guerra" [2]-, bensì anche agli effetti del successivo provvedimento [3] che disciplinava i requisiti per il riconoscimento della qualifica di "volontario di guerra".
A titolo di ulteriore conferma di tale sua qualità, si dirà anche che Antonio Sant'Elia fu iscritto ad honorem all'Associazione Nazionale Volontari di Guerra, e la famiglia fece dono alla locale federazione di Como di alcuni cimeli a lui appartenuti.
Sotto il profilo, invece, più squisitamente morale, appare riduttivo, a mio avviso, affermare che Sant'Elia si sia arruolato nel Battaglione V.C.A. solo "per addestrarsi" e "stare vicino ai suoi amici futuristi". In primo luogo, nel momento in cui Sant'Elia sottoscrisse l'atto di arruolamento volontario - il 6 giugno 1915 - la guerra era già iniziata da quasi due settimane. Inoltre, nei momenti di azione a Dosso Casina, ed anche precedentemente, egli si era reso disponibile più di una volta per missioni di ricognizione, anche oltre le linee nemiche.
Per quanto riguarda il congedo del 6 dicembre, in mancanza di documenti certi, mi sembra più valida l'ipotesi di una licenza, successiva ad esempio alla fine del corso per allievo ufficiale. Inoltre - riprendendo quanto già osservato sopra - il 15 dicembre egli elabora e sottoscrive il manifesto dell'Orgoglio Italiano, dove è ribadito il desiderio di combattere.

Infine, la questione più spinosa della cartolina, citata in apertura. Escludo assolutamente che si tratti di un falso. Andrebbe, tuttavia, chiarito il contesto di tale messaggio: se, cioè, successivo ad una domanda diretta della famiglia o meno. Oppure ancora, se essa avesse lo scopo, magari, di voler tranquillizzare la famiglia, visto che i volontari partecipavano alle missioni più rischiose: essendo stato incorporato in una brigata di milizia territoriale di nuova creazione, pensava forse di essere più al sicuro dai pericoli della trincea. Ancora, il riferimento alla "partenza volontaria" potrebbe essere collegato alla sua presenza in linea nel momento preciso - fine giugno del 1916 - in cui la cartolina fu scritta. Ovviamente, a oltre cent'anni dai fatti, si tratta di speculazioni.

Edoardo Visconti


NOTE
[1] L. Morandotti, Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini, Editoriale Lariana, Como, 2016, pag. 23.
[2] Cfr. art. 101 della legge n. 1497 del 1912, Legge sul reclutamento del R. Esercito.
[3] Cfr. R.D. n. 1163 del 24 maggio 1923.


Bibliografia
Antonio Sant'Elia: un ragazzo della Castellini, a cura di Lorenzo Morandotti, Editoriale Lariana, 2016.
Archivio storico del Corriere della Sera.
Archivio di Stato di Como, Foglio matricolare e caratteristico di Antonio Sant'Elia.
Europeana, sito web: Manifesto Orgoglio Italiano.
I futuristi del Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti, Sansone Luigi, Mazzotta, 2010.
Storia e critica del futurismo, Crispolti Enrico, Laterza, 1987.

giovedì 20 aprile 2017

Pietro Gentilini, un trombettiere dalle dune libiche al fatale Monte Zebio


Per mezzo delle storie personali raccontate in questo blog, ci pare utile richiamare l'attenzione del lettore su alcuni temi, di ordine più generale, coinvolti in ciascuna di esse. Ciò che si potrà fare anche narrando della vicenda, umana e militare, di un giovane soldato della provincia laziale.

Pietro Gentilini, in uniforme da guardia daziaria.

Pietro Gentilini nacque il 29 settembre 1890 a Sutri, comune oggi appartenente alla provincia di Viterbo e che, al tempo, contava circa duemilatrecento abitanti. Di famiglia umile, il giovane fu avviato ben presto al lavoro, impiegandosi come stallino (diremmo oggi, stalliere). Tale era la sua professione quando, al compimento dei vent'anni di età, nel 1910, fu chiamato al reclutamento nel Regio Esercito.
Presentatosi di fronte al consiglio di leva di Viterbo nell'aprile di quell'anno, dichiarato idoneo ed arruolato, fu assegnato alla Prima Categoria, ciò che, secondo l'ordinamento del tempo, comportava una ferma di due anni nell'esercito. Il giovane, chiamato infine alle armi alla fine del mese di ottobre, fu dunque destinato all'arma di Fanteria, e inquadrato nell'88° Reggimento Fanteria della Brigata "Friuli".

Tale reparto aveva la sede del proprio deposito, in quegli anni, a Livorno: il che dovette rappresentare certamente un motivo di soddisfazione per Gentilini, che, in tal modo, poteva svolgere il servizio di leva senza allontanarsi eccessivamente dal suo borgo natale. Il giovane soldato trascorse dunque nella città toscana i mesi successivi. Frattanto, in aprile, fu nominato trombettiere. Tuttavia, giusto un anno dopo il suo arruolamento, all'inizio dell'ottobre del 1911, la tranquilla routine di caserma era, per il giovane viterbese, destinata a cessare. Gentilini fu, infatti, selezionato - con altri commilitoni - per essere trasferito all'84° Reggimento Fanteria della Brigata "Venezia", con sede nella vicina Firenze.
Tale reparto, in quegli stessi mesi, era infatti stato scelto per costituire la prima avanguardia del contingente che il Regno d'Italia avrebbe mobilitato per la sua prima impresa coloniale nel Nord Africa, dopo le esperienze in Africa Orientale. L'unità doveva, pertanto, completare i propri organici, in vista dell'impiego operativo.

Nella Guerra Italo-Turca

Nel 1911 - come più ampiamente narrato in questo nostro precedente articolo dedicato alla figura del tenente Giuseppe Orsi -, infatti, il governo italiano aveva pianificato un'operazione militare per impossessarsi della Tripolitania e della Cirenaica, allora due distretti dell'Impero Ottomano. 
Rimandando a quanto già scritto per maggiori approfondimenti, rammenteremo che le ostilità erano state aperte il 29 ottobre, con una prima offensiva navale, che apriva la Guerra Italo-Turca.
Frattanto, in Italia si era proceduto alla costituzione del Corpo di Spedizione da inviare sulle coste africane. In settembre si era provveduto al richiamo della classe 1889 - appena congedata - e all'afflusso dei reparti selezionati presso i porti di Napoli e Palermo, donde si sarebbero imbarcati.

Tra essi vi era anche, appunto, l'84° Reggimento Fanteria al completo, il quale - insieme all'82° reggimento della Brigata "Torino" e ad altre truppe di supporto - costituiva la 1^ Brigata della 1^ Divisione Speciale, al comando del ten. gen. Guglielmo Pecori Giraldi. Da Firenze, dunque, il reparto fu trasferito, in ferrovia, sino a Napoli, per essere imbarcato sul piroscafo "America".
Salpato nel pomeriggio del giorno 9, esso raggiunse la rada di Tripoli nella mattinata dell'11 ottobre, iniziando le operazioni di sbarco.

Organigramma del 1° Scaglione del Corpo di Spedizione in Tripolitania (da USSME, La campagna di Libia 1911-1912).

Nei giorni seguenti, l'84° Regg. Fanteria - comandato dal colonnello Arturo Spinelli -, in particolare, si trincerò nei pressi di una manciata di casupole, in una località denominata "Sciara Zauia", alla periferia meridionale della città di Tripoli (per una panoramica generale delle posizioni occupate dagli Italiani nei dintorni della città, si rimanda al nostro precedente post: Le ridotte nei dintorni di Tripoli - 1911/1913).

Mappa di Tripoli tratta dal fondo del ten. Roberto Ariani; il punto rosso indica la posizione di Sciara Zauia (collezione privata A.E.A.).

Sarebbe, in questa sede, eccessivamente complesso narrare l'intera vicenda bellica dell'84° Fanteria nella campagna italo-turca. Sommariamente, si dirà tuttavia che il primo scontro di una certa rilevanza in cui il reparto fu impegnato, e che ne costituì il battesimo del fuoco, fu quello del giorno 26 ottobre, passato alle cronache militari come Battaglia di Sciara Zauia, e diffusamente narrato nel nostro precedente articolo già citato.
A ricordo di tale combattimento, resta una bella fotografia donata a Gentilini dal suo comandante di battaglione (al tempo, maggiore, e il cui cognome abbiamo interpretato come Zanellotti), con la dedica "Ricordo dell'occupazione di Zauia":

"Ricordo dell'occupazione di Zauia", foto dedicata al caporale Gentilini dal suo maggiore (ottobre 1911).
Tra i principali scontri avvenuti successivamente, va citato anche quello avvenuto il 13 novembre 1911 presso Sidi Messri, una delle posizioni italiane contro le quali gli arabo-turchi avrebbero, anche in seguito, maggiormente concentrato i loro sforzi offensivi. Ulteriori scontri avvengono in zona alla fine del mese di novembre (nel corso dei quali, peraltro, perde la vita il ten. Emilio Novelli, la cui figura abbiamo succintamente ricordato in altro post).

Nel nuovo anno 1912, bisogna certamente citare, in primo luogo, il combattimento di Zanzur, avvenuto l'8 giugno: in tale fatto d'arme, si segnala il comportamento di un giovane e valoroso ufficiale pugliese dell'84°, il sottotenente Giovanni Messe da Mesagne, che ricevette l'encomio solenne ("In ripetuti combattimenti comandò il plotone con intelligenza e coraggio" - Messri, 13 novembre 1911 - Zanzur 8 giugno 1912). Messe, come noto ad ogni cultore di storia militare italiana, sarebbe stato destinato a una fulgida carriera militare, raggiungendo, nella Seconda Guerra Mondiale, il grado di maresciallo d'Italia, e chiudendola quale uno dei più decorati e apprezzati ufficiali nella storia dell'Esercito Italiano.

Poco dopo, il 27 luglio del 1912, il nostro Gentilini fu promosso caporale trombettiere. E fu proprio con questo delicato ruolo che avrebbe preso parte ai successivi combattimenti cui avrebbe preso parte il suo reggimento.
In proposito, l'occupazione delle alture di Sidi Abdul-Gelil aveva fruttato agli Italiani il controllo dell'oasi di Zanzur. Tuttavia, per poter proseguire le operazioni, era necessario renderne maggiormente sicuro il possesso, spingendosi sino alle colline poste a meridione di essa, verso la valle dell'Hira, ed in particolare verso l'altura di Sidi Bilal.
Pertanto, il 20 settembre del 1912, tre giorni dopo la pesante sconfitta patita dai Turchi di Enver Bey a Derna, gli Italiani attaccarono le posizioni turche di Sidi Bilal.

Il margine settentrionale del campo di battaglia di Sidi Bilal; a sinistra il mare, vigilato da un vascello italiano (da L'Illustration, n. 3633, 12 ottobre 1912). 

L'operazione fu condotta da un contingente organizzato su due colonne.
In tale circostanza, il ruolo dell'84° non fu centrale - ricadendo il massimo peso dell'operazione sul 52° Reggimento della Brigata "Alpi" - ma tuttavia anche i suoi fanti ebbero occasione di distinguersi nel combattimento. Tra questi, vi fu proprio il caporale trombettiere Pietro Gentilini, che fu premiato con un encomio solenne con la seguente motivazione:
"Non curante del pericolo, portò coraggiosamente ordini ed avvisi sulla linea di fuoco" - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Ed ecco il diploma originale del conferimento dell'encomio, ben conservatosi dopo centocinque anni:

Il dettaglio della motivazione:


Di seguito, proponiamo una lista - probabilmente incompleta - di altri militari dell'84° Fanteria che ricevettero, insieme a Gentilini, l'encomio solenne per il fatto d'armi del 20 settembre 1912:
  • Capitano Francesco Del Greco, nobile di Modigliana, da Ancona, encomio solenne: "Durante il combattimento, dimostrò sotto il fuoco nemico lodevole fermezza e coraggio" - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Il capitano Del Greco, ufficiale di carriera classe 1869, sarebbe caduto in combattimento cinque anni dopo, il 28 ottobre 1917, nel ripiegamento sul fiume Torre, quale tenente colonnello del 127° Reggimento della Brigata "Firenze"; alla sua memoria sarebbe stata conferita la medaglia d'Argento al Valor Militare [1].
  • Sottotenente Italo Ferrari, da Parma, encomio solenne: "Tenne lodevole contegno in combattimento, ove nei ripetuti assalti alla baionetta dimostrò grande intrepidezza." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912
  • Sergente Maggiore Crispino Casella, da Monforte San Giorgio (ME), encomio solenne: "In ripetuti combattimenti comandava il plotone con lodevole intrepidezza." - Zanzur 8 giugno 1912, Sidi Bilal 20 settembre 1912 [2]
  • Sergente Lorenzo Bignozzi, da Roma, encomio solenne: "In ripetuti combattimenti, dimostrava lodevole intrepidezza, tanto al comando del plotone, quanto nel portare ordini sotto il fuoco nemico." - Zanzur, 8 giugno 1912 - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
  • Sergente Eustacchio Tavana, da Bronte, encomio solenne: "Si comportava molto lodevolmente al comando del plotone in combattimento." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Il sergente Tavana - nato nel 1886 -, alcuni mesi dopo, sarebbe stato promosso al grado di sottotenente. Successivamente, sarebbe stato inquadrato nel 55° Reggimento Fanteria della Brigata "Marche", con il quale, nel 1915, avrebbe combattuto nel settore del Monte Piana [3].
  • Soldato Carmine Masucci, da Laviano, encomio solenne: "Ferito ad un orecchio, seguitava a combattere valorosamente." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Lo scontro causò al nemico perdite stimate in circa duemila uomini, mentre agli Italiani nella proporzione seguente: 10 ufficiali caduti e 22 feriti; 105 sottufficiali e uomini di truppa caduti, e 411 feriti. La conquista fiaccò in  modo decisivo la resistenza arabo-turca nei dintorni di Tripoli [4].
In seguito a questo combattimento, Pietro Gentilini rimase in Africa sino al termine dell'anno. Con l'inizio del 1913, Gentilini fu infine rimpatriato in Italia via mare, sbarcando nuovamente a Napoli il 14 gennaio successivo. Terminava, così, la sua avventura africana, durata quattordici mesi e che, come s'è visto, non gli aveva risparmiato insidie e occasioni per metterlo alla prova.
Cosa restava di quel frammento, pur così importante, della sua vita?
In primo luogo - benché gli furono consegnati solo nel 1913 avanzato - la medaglia commemorativa della Guerra Italo-Turca , con il relativo diploma (brevetto 095543).


Non poteva mancare - per un giovane italiano di quegli anni, contagiato dal mal d'Africa - qualche souvenir fotografico, da mostrare in famiglia ed agli amici. Ecco dunque un simpatico libretto "Ricordo della Tripolitania" arricchito da ben "32 vedute".

Un tipico prodotto editoriale d'occasione, con qualche scena guerresca e di vita al campo (chissà se il nostro Gentilini vi si riconosceva, in qualche scatto!)...
...qualche concessione al folklore e ai costumi locali...

...e qualche veduta paesaggistica di una Tripoli che era (e che non è più...)...

Ma il cimelio forse più evocativo di tutti è quello che segue: una manciata di sabbia africana, conservata dentro una boccetta di medicinale.

Il rientro in patria e la nuova vita a Livorno

Una volta rimpatriato, Pietro Gentilini fu riassegnato al suo vecchio 88° Reggimento della "Friuli", rientrando dunque a Livorno, per trascorrervi gli ultimi giorni di ferma (difatti, come si è visto, il diploma di concessione della medaglia commemorativa gli era stato rilasciato come effettivo di tale reparto).
Con il 1° febbraio del 1913, infine, Gentilini, fu dunque destinato al deposito di fanteria di Viterbo, ed inviato finalmente in congedo: aveva trascorso più di due anni sotto le armi.
La smobilitazione, almeno inizialmente, non dovette essere salutata con grande entusiasmo dal nostro, che in quel periodo doveva dunque indirizzare al suo vecchio comandante di battaglione una lettera in cui manifestava, addirittura, l'intenzione di voler far ritorno in Africa. Così gli rispondeva, affettuosamente, il tenente colonnello:
Caro Gentilini,
non ho risposto alla tua cara lettera perché non ricordavo più il tuo indirizzo. Fortunatamente l’ho trovato fra le mie carte ed eccomi a ringraziarti del buon ricordo che hai per i tuoi superiori e pel glorioso 84°.
Avevo letto nel bollettino della ricompensa a tuo nome fra gli encomiati e davvero noi siamo rimasti tutti dolorosamente [colpiti] perché credevamo che ti avrebbero conferito la medaglia al valore per il modo come ti sei comportato durante tutta la campagna, ma più specialmente per gli atti di valore da te compiuti nel combattimento del 20 settembre (Sidi Bilal).
La ricompensa al mio caporale trombettiere instancabile, premuroso, affezionato ai suoi superiori, efficientissimo e non [illeggibile].
Ora la guerra sta per finire ed il battaglione non avrà più occasione di distinguersi...né il caporale trombettiere di suonare la cornetta. Per cui rimani dove sei [...] perché quando si è stati dei buoni soldati, si fa ovunque e sempre il proprio dovere.
Addio, caro Gentilini, e dacci sovente tue notizie e ricordati dell’84° e dei tuoi superiori che ti vogliono bene.
Aff.
T. Colonn. Zanellotti (?)
Da questa lettera, traspare, in primo luogo, lo spirito di corpo per l'appartenenza a un reparto, come l'84° Fanteria, che si era particolarmente distinto nel corso di tutta la campagna italo-turca. In secondo luogo, l'importanza conferita, al tempo, alle ricompense al valor militare: sotto questo profilo, emblematico è il rammarico del tenente colonnello perché al bravo trombettiere Gentilini fosse stato conferito "solamente" l'encomio solenne.
In tempi di poco successivi a questo scambio di corrispondenza, Gentilini - invece di tornare al suo vecchio impiego da stallino -, si decise a lasciare definitivamente la natìa Sutri per far ritorno a Livorno. L'anno che vi aveva trascorso durante il servizio militare doveva averlo fatto innamorare della bella città marinara: o, ancor meglio, di una giovane del luogo. Difatti, nel volgere di pochi mesi convolò a nozze con la giovane Maria Landi.

Frattanto, certamente agevolato dalla sua esperienza militare, come anche dall'encomio solenne ricevuto, Gentilini aveva anche trovato un impiego, oseremmo dire, di un certo prestigio (si consideri la sua precedente professione!) per l'epoca: cioè quello di guardia daziaria.
Del tutto sommariamente, si rammenterà che nel 1862, in seguito all'Unità d'Italia, nella prospettiva di un generale riordinamento dei controlli fiscali rispetto all'assetto adottato dagli Stati preunitari, era stato costituito il Corpo delle Guardie Doganali - alle dipendenze del Ministero delle Finanze -, dal quale avrebbe preso vita - nel 1881 - la Regia Guardia di Finanza. Parallelamente ad esso, l'ordinamento lasciava in vita i corpi delle Guardie Daziarie, costituiti su base comunale. Nei comuni "chiusi" - cioè quelli, quale Livorno, circondati dal recinto daziario - alle guardie daziarie erano in particolare affidati i compiti di riscossione e vigilanza relativi ai Dazi di Consumo [5].

In questo senso, si potrebbe affermare che Pietro Gentilini fu, come tanti suoi contemporanei, tra coloro i quali trovarono nel servizio militare un'occasione di professionalizzazione, e, attraverso essa, di elevazione sociale. Non solo, ma nelle pur scarsissime tracce documentali da lui lasciate, può scorgersi - a nostro avviso - anche il segno della sua compiuta educazione alla cittadinanza, ed integrazione nel quadro istituzionale del suo tempo. Un'integrazione resa più profonda, fatalmente, proprio dall'esperienza bellica che gli era toccato di dover vivere. Così, ci pare, devono essere interpretate le lagnanze, col suo ufficiale, per aver ricevuto l'encomio anziché la medaglia di bronzo al valore militare, come anche la paventata intenzione di tornare in Africa e l'epistolario mantenuto col suo vecchio ufficiale.
Testimonianza di ciò resta anche la scritta di suo pugno, a tergo del diploma dell'Encomio Solenne: "Avanti Savoia!".


Si consideri, in proposito, anche la cartolina, speditagli (presso il Comando Guardie Daziarie di Livorno) sempre dal suo vecchio tenente colonnello - e datata al 20 marzo 1913:

Gargaresh, 20 [marzo 1913]
Caro Gentilini,
mi ha fatto molto piacere il tuo ricordo.
Puoi essere orgoglioso di aver fatto appartenuto all'84°, e fiero di aver fatto il tuo dovere di soldato.
Hai diritto al rispetto e all'ammirazione di tutti.
Ti ricambio.

Gentilini, dunque, orgoglioso di aver fatto il proprio dovere e di aver ben meritato l'encomio dei suoi superiori, si apprestava a costruire la sua vita, e la sua famiglia. Dopo le nozze gli nacque un figlio, e si inserì nel tessuto sociale della Livorno del tempo. Aderì peraltro - ci è stato riferito - all'Arciconfraternita della Misericordia, storica istituzione benefica cittadina. Ma tutto questo, che doveva costituire probabilmente l'orizzonte della sua esistenza, nel volgere di poco più di un anno si trasformò solamente in un intermezzo, prodromo a ben più gravi eventi.

Non è questa la sede per ripercorrere le fibrillazioni internazionali dell'estate del 1914, susseguenti all'attentato di Sarajevo, avvenuto il 28 giugno 1914. Sarà sufficiente ricordare che la dichiarazione di guerra da parte dell'Impero Austro-Ungarico pervenne alla Serbia il 28 luglio -  data di inizio convenzionale della conflagrazione europea - e che il 2 agosto il presidente del consiglio Antonio Salandra annunciava la neutralità del Regno d'Italia. Nel contesto degli avvenimenti che ne seguirono, va inquadrato anche il richiamo di alcune classi e categorie di leva dal congedo, ciò che coinvolse anche il nostro Pietro Gentilini.
Per effetto di un regio decreto del medesimo 2 agosto 1914, il giovane fu dunque richiamato alle armi, presso il deposito livornese del suo vecchio 88° Reggimento, ove si presentò l'8 agosto successivo. Vi trascorse i successivi tre mesi e mezzo, finché, il 19 novembre, fu nuovamente congedato. Ritornò dunque - non sappiamo con quale animo - alla sua famiglia e al suo lavoro. La Patria, tuttavia, doveva a breve aver ancora bisogno di lui.
Così, solo sei mesi dopo, il 24 maggio 1915, il caporale Gentilini dismise la sua uniforme da guardia daziaria, per indossare, per la terza volta nella sua vita, le stellette del Regio Esercito Italiano.

Nella Grande Guerra: nel 1915, con la Brigata "Spezia"

Trascorso un altro mese e mezzo a Livorno presso il deposito dell'88° Fanteria, il giovane trombettiere veterano d'Africa fu dunque aggregato ai reparti che dovevano raggiungere la linea, ed assegnato al 125° Reggimento Fanteria della Brigata "Spezia", col quale giunse in zona di guerra alla data dell'11 luglio. La "Spezia" (formata dal 125° e 126° regg. fant.) era una brigata di fanteria di milizia mobile costituita, con personale tratto da altri reparti e dai richiamati dal congedo, nella primavera di quello stesso anno.

In quel momento, il reggimento si trovava schierato nel settore del medio Isonzo, nel tratto di fronte tra Kambresko, Ronzina e Maria Zell, ove, nelle settimane successive, fu impegnato in lavori di rafforzamento difensivo.
Fino al 25 settembre la brigata permase nelle posizioni del settore Liga — Kambresko, alternando i propri reparti e venendo poi inviata in retrovia per trascorrervi il turno di riposo. Frattanto, il 4 settembre, Gentilini fu inviato per trenta giorni in licenza di convalescenza, facendo ritorno al reparto il 4 ottobre.
Due settimane più tardi, sul 20 ottobre, la Brigata "Spezia" fece ritorno in linea e, dopo un'intensa preparazione, attaccò - sui giorni 1° e 2 novembre - le posizioni avversarie di Globna, pur senza riportare risultati apprezzabili; più fortunata fu invece l'azione svolta da due battaglioni del 125° che il 1° novembre attaccarono di sorpresa e conquistano, parte del villaggio di Zagora ed il trincerone antistante, catturando numerosi prigionieri e cospicui materiali. Per il contegno dimostrato e le pesanti perdite subite, la bandiera del 125° fu decorata con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare.
L'azione fu ripresa il giorno 10 novembre: sia verso le pendici sud di Monte Kuk (o Monte Cucco di Plava), sia verso Zagora i reparti della brigata si accanirono in violenti attacchi, riportando, dopo alterne vicende, qualche altro lieve vantaggio territoriale.
Il 16 novembre la Brigata "Spezia" fu poi inviata a riposo, ma solo dieci giorni dopo - il 26 - il 125° reggimento fu richiamato in azione concorrendo col 71° e col 133° all’assalto delle posizioni nemiche di Quota 138, che caddero, in parte, nei giorni successivi, a prezzo di nostre pesanti perdite.
L'attacco contro la Quota 138 fu ripetuto sul 1° dicembre, anche col concorso del 126°, ma egualmente senza risultati di rilievo. Pochi giorni dopo, la "Spezia" fu nuovamente inviata in zona di riposo, ove trascorse il periodo sino alla fine dell'anno.
Il 1° gennaio del 1916 la Brigata "Spezia" fece ritorno in linea, assumendo la difesa del settore di Plava, alternando poi i propri battaglioni tra tali posizioni e la zona di riposo, sino al mese di maggio.

Il trasferimento sul fronte degli Altipiani con la Brigata "Arezzo"

Alla fine del mese di aprile del 1916, tuttavia, Pietro Gentilini lasciò il suo vecchio reggimento, per essere trasferito, con il giorno 30, ad un reparto di nuova formazione. In quel periodo, infatti, come accennato anche in altri nostri articoli, si stava procedendo alla creazione di nuove unità di fanteria, con personale richiamato dal congedo, o tratto da altri reparti preesistenti. Tra queste, va annoverato anche il 226° Reggimento Fanteria, il quale - insieme al 225°, sempre di nuova formazione - era destinato a costituire una nuova brigata di fanteria: la Brigata "Arezzo".

Tale Brigata fu costituita ufficialmente il 18 maggio nella zona di Castelfranco Veneto, spostandosi, alla fine del mese, nella zona Cittadella - Fontaniva.
Nel mentre, si era scatenata la grande Offensiva di Primavera (o Strafexpedition) lanciata dall’esercito imperial-regio sulla fronte trentina a partire dal 15 maggio 1916.
Nella prima quindicina di giugno, il Comando Supremo, ritenendo esaurito lo sforzo offensivo del nemico, iniziò dunque a predisporre la controffensiva, con la quale tentare di recuperare il terreno perduto. Entro il 15 del mese, dunque, sul fronte tenuto dalla 5a e 1a Armata ebbero luogo gli spostamenti di truppe per concentrare una massa di manovra nel settore degli Altipiani, rafforzando le nostre linee e preparandosi all’offensiva. Fu in questo contesto che anche la nuova Brigata “Arezzo” fu richiamata in tale zona del fronte, assegnata alla 4a Divisione ed inquadrata nel XX Corpo d’Armata.

Il primo movimento offensivo ebbe luogo il giorno 16 giugno, nella regione settentrionale dell’Altipiano di Asiago, e vide altresì il ripiegamento degli avversari su una linea arretrata, e più ridotta, che correva tra il Monte Ortigara, il Monte Zebio, il Monte Interrotto, attraversava l’Astico, risaliva al Pasubio, al Monte Spil e arrivava sino a Zugna Torta. L’azione sarebbe proseguita a varie riprese sino al 24 luglio, tuttavia gli obiettivi prefissi non sarebbero stati raggiunti. La causa di tale insuccesso fu ascritta soprattutto alla limitatezza dei mezzi a disposizione, ed alla volontà del Comando Supremo di condurre la controffensiva in termini temporali assai ridotti: e ciò allo scopo di non compromettere il grande piano strategico finalizzato alla conquista di Gorizia (e che effettivamente sarebbe avvenuta nel successivo mese di agosto).

Facendo un passo a ritroso, dunque, la prima fase dell’offensiva si snodò tra il 16 giugno e il 5 luglio. In questo quadro, la Brigata “Arezzo” entrò in linea il 20 giugno alle dipendenze della 4a Divisione, operando contro le trincee di Monte Cucco di Mandrielle. I suoi due reggimenti raggiunsero le antistanti difese passive e resistettero tenacemente agli attacchi che nella notte sul 21 il nemico sferrò contro tali posizioni.
L’azione, ripetuta contro lo stesso obiettivo il 25, proseguì dal 26 al 30 in direzione di Monte Zingarella senza conseguire notevoli risultati e con la perdita di 22 ufficiali e 674 uomini di truppa.
Nei primi giorni di luglio la "Arezzo" sostituì la brigata Barletta (137° e 138° fanteria) nelle trincee di q. 1727 e q. 1323, ed il 5 respinse un nuovo attacco determinatosi nel settore da essa presidiato.
Il 7 luglio, i reparti della "Arezzo" combatterono ancora con tenacia ed ardimento per la conquista delle posizioni di Casara Zebio - Pastorile - q. 1706. L’attacco, tuttavia, benché condotto con particolare slancio da parte dei nostri fanti, non riuscì.
Dal giorno 11 e sino al 23 luglio la "Arezzo", passata frattanto alle dipendenze della 13a Divisione, agì ad immediato rincalzo di altre truppe operanti in zona, riportando tuttavia scarsi risultati contro gli stessi obiettivi.

Si era, dunque, alla metà di luglio. Pietro Gentilini, trombettiere, venticinquenne, veterano d'Africa, viveva, inconsapevolmente, le sue ultime ore terrene.
Il giorno 15 luglio, il caporale Gentilini si trovava in linea, nelle nostre trincee presso le posizioni di Casara Zebio. Si era in un momento di stallo delle operazioni offensive: tuttavia, il pericolo era più che mai presente. Così, il protagonista di questo articolo fu colto alla testa da una fucilata.

Il settore del Monte Zebio da una recente carta topografica. In giallo, le posizioni di Casara Zebio e Pastorile; in azzurro, la vetta dello Zebio.

La descrizione dei suoi ultimi istanti è contenuta in una lettera, che trascriviamo di seguito, inviata alla vedova dal cappellano del 226° Reggimento, don Giovanni Mazzoni:
Li 5-8-16
Mia buona Signora,
comprendo benissimo le sue ansie [e] il suo dolore ma purtroppo mi trovo nella impossibilità di poterle dare particolari perché suo marito visse pochi istanti dopo essere stato ferito. Io lo conoscevo benone anzi pochi giorni prima mi aveva consegnato L. 5.- che poi io feci spedire dal mio sergente che ogni settimana mando al paese per cose simili.
Suo marito ha lasciato largo compianto sia fra i suoi superiori che i suoi compagni.
Egli si trovava in linea quando fu colpito alla testa da una fucilata nemica. Sopravvisse pochi istanti ed io lo vidi già morto perché in quel momento ero a visitare altre nostre posizioni. 

L’indirizzo suo lo aveva nel porta-foglio insieme alle L. 20.- che le farò spedire domani – 6 agosto -.
Data la ferita gravissima non ebbe appena il tempo di parlare. Pertanto stia pur sicura che egli è morto in trincea senza neppure combattere; ciò non la stupirà se pensa che i nemici in alcuni punti sono lontani un paio di metri da noi, e basta mettere un po’ fuori il capo per essere colpiti.
Non ricordo bene se suo marito avesse degli oggetti: se ne avesse avuti, li riceverà per mezzo del Deposito di questo Reggimento.
Si faccia coraggio, mia buona Signora, nella speranza di poterlo riabbracciare un giorno.
Se ci tratterremo qua noi e potrò fare la fotografia del cimitero gliene manderò una copia se la desidera e se ritornerò salvo gli porterò io stesso giacché sono pure toscano.
In fretta la saluto cordialmente e mi perdoni se l’ho afflitta dicendole la verità un po’ laconicamente a causa delle grandi occupazioni che ho.
Ten. G. Mazzoni

Capp. Militare

Molto ci sarebbe da raccontare a proposito di Giovanni Mazzoni, personaggio realmente eccezionale: presbitero, volontario nella Guerra Italo-Turca, poi cappellano militare nella Grande Guerra, ove ricevette la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Ancora volontario nella Seconda Guerra Mondiale, a quasi sessant'anni, caduto in combattimento sul fronte russo e decorato con una seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Tornando a Pietro Gentilini, egli lasciava, dunque, dietro di sé il dolore di una giovane vedova e un orfano. A proposito dell'attaccamento dei famigliari dei caduti per ogni più piccolo ricordo legato alla memoria dei loro cari, si consideri anche quest'altra lettera pervenutaci, sempre indirizzata da don Mazzoni alla vedova, due settimane dopo la precedente:
21.8.16
Mia buona Signora,
in risposta alla sua lettera, sono lieto di dirle che la fotografia sarà inviata certamente ma non subito come lei desidera e ciò non per mancanza di buona volontà ma perché sto accomodando il cimitero e prima di ritornare a riposo saranno terminati i lavori. Dunque la fotografia gliela potrò mandare fra quindici giorni. Se potrò ritornare in Toscana le prometto di venire a trovarla a Livorno e così potrà rimanere più persuasa di tutto, sebbene i solchi lasciati dal dolore profondo saranno eterni.
Io sono nativo di Arezzo ma sono stato quasi sempre a Firenze e conosco abbastanza bene anche Livorno.
Si faccia sempre coraggio per il bene del piccolo figlio su cui certo saranno fondate tutte le sue speranze per l’avvenire.
Saluti cordiali ed una carezza al piccolo figlio,
ten. Giovanni Mazzoni
Comando 226° Fanteria 
La signora, evidentemente, doveva essersi lagnata del fatto di non aver ancora ricevuto la fotografia del luogo di sepoltura del marito. Chissà se questo mesto e affettuoso incontro, tra il valoroso cappellano e la dolente vedova, sarebbe mai avvenuto.

Possiamo dire che, evidentemente, le spoglie del caporale Gentilini furono inizialmente raccolte presso un cimitero di guerra allestito - ci immaginiamo - sul Monte Zebio. Da quel luogo, con tutta probabilità, saranno state successivamente traslate presso il Sacrario Militare di Asiago - Leiten, circostanza che tenteremo di verificare.

Il nome di Pietro Gentilini è ricordato tra quelli dei caduti del suo comune di nascita, Sutri:


Alla memoria di questo giovane italiano, di sua moglie e di suo figlio, dedichiamo questo contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
    
[1] "Comandante di un reggimento incaricato di coprire con resistenza ad oltranza il ripiegamento di altri reparti, benché ancora sofferente per recente ferita, seppe coll'esempio suscitare nei propri dipendenti le più vigorose energie e disimpegnare con strenua tenacia il proprio mandato. In un successivo combattimento, comandante di un battaglione organicamente ridotto a pochi uomini stremati di forze, rincorando ed abilmente dirigendo i propri dipendenti, tenne con fermezza e coraggio mirabili la posizione affidatagli contro l'incalzante nemico, finché colpito a morte cadde gloriosamente sul campo"- Passo di Zagradan (Kolovrat), 25 ottobre - Torrente Torre (Udine), 28 ottobre 1917.
    [2] Crispino Casella fu decorato anche di croce di guerra al Valor Militare quale maresciallo del 213° Regg. Fant. Brigata "Tevere": "In tre giornate di combattimento, seguì il comandante di battaglione, coadiuvandolo efficacemente e, nella lotta decisiva per la conquista di forte posizione nemica, si prodigò, dimostrando abnegazione e noncuranza del pericolo, finché, stretto dal nemico, dopo aver respinti diversi tentativi d'accerchiamento, fu catturato con pochi superstiti" - Monte Rasta (Asiago), 25-27 giugno 1916.

    [3] M. Spada, Monte Piana (1915-1917). Guida storica ed escursionistica, Itinera, 2008. 

    [4] The Italo-Turkish War, traduzione di Renato Tittoni, Kansas City, 1914, p. 81.

    [5] Il dazio di consumo rappresentava l'imposta indiretta fondamentale per le finanze locali. Dopo l'Unità, il dazio fu regolato dalla legge del 3 luglio 1864 n. 1827, alla quale era allegata la tabella con le tariffe applicabili dai comuni ai beni soggetti a tale imposta. Nel 1866 (R.D. 28 giugno 1866), la tariffa fu modificata in modo da aumentare il dazio applicabile dall'erario nonché l'addizionale comunale, consentendo altresì alle amministrazioni locali di tassare altri beni, precedentemente esclusi.

    BIBLIOGRAFIA
    - Estratto dal Ruolo Matricolare per la Classe del 1890 del Distretto Militare di Viterbo. 
    - L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vari volumi, Roma, Libreria dello Stato.
    -  Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915-1918, Vari volumi, Roma - Libreria dello Stato.
    -  Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, La campagna di Libia 1911-1912, Libreria dello Stato.