venerdì 29 marzo 2024

Ugo Meacci - Un ufficiale dei Granatieri di Sardegna alla prova del fuoco (9 giugno 1915)

Questo breve articolo prende le mosse, come di consueto per il nostro blog, da un oggetto: stavolta, un bel ritratto forografico cartonato, acquistato per pochi spicci su un noto sito d'aste online. La foto, pur alquanto rovinata, non poteva lasciarci indifferenti: un giovane ufficiale dei Granatieri dallo sguardo malinconico, fiero nella sua grande uniforme. Due dettagli, in particolare, ci colpirono: due decorazioni sul petto, evidentemente aggiunte postume; una dedica a penna, nello spigolo destro: "Per ricordo affettuoso, la famiglia Meacci".


Ugo Meacci nella grande uniforme da sottotenente dei Granatieri di Sardegna (collezione dell'Autore).

***

Ugo Meacci nacque a Lucca il 5 ottobre 1892. Il padre, Demetrio Meacci, futuro cavaliere ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, era un agiato imprenditore, impegnato in varie attività economiche, specialmente nel campo delle costruzioni. La famiglia si trasferì presto a Roma, ove il giovane Ugo crebbe venendo poi ammesso al Collegio Militare. Conclusi gli studi nel 1911, il giovane passò a frequentare la Regia Scuola d'Applicazione degli Ingegneri. Avviato a una brillante professione nel campo dell'ingegneria, egli decise però di dedicarsi alla carriera militare. Nel 1913, arruolatosi nei Granatieri di Sardegna, svolse, presso il 2° Reggimento, il corso per allievi ufficiali di complemento, uscendone col grado di sottotenente. Il 29 febbraio 1915 fu trasferito al 1° Reggimento, ormai alla vigilia dell'entrata in guerra del Regno d'Italia.

Il 22 maggio, Ugo Meacci lasciò Roma insieme al suo reggimento, per approssimarsi alla frontiera con l'Austria-Ungheria. Il 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra, la Brigata Granatieri si trovava nei pressi di Palmanova, inquadrata nella 13^ Divisione del III Corpo d'Armata, assegnato alla Terza Armata. Il giorno seguente, al comando del maggior generale Luigi Pirzio Biroli, la Brigata varcò il confine tra Palmanova e Visco.

Il primo combattimento con gli austro-ungheresi avvenne il 4 giugno quando, attraversato l'Isonzo, la Brigata Granatieri occupò il paese di Pieris, ampliando, nei giorni seguenti, l'occupazione della sinistra tra Begliano e San Canziano. 

Situazione delle forze contrapposte nel settore del basso Isonzo la sera dell'8 giugno 1915 (da L'Esercito italiano nella Grande guerra, op. cit.).

Tuttavia, anche il riassunto storico della Brigata precisa che il "primo vero e proprio attacco contro posizioni organizzate" avvenne solo il pomeriggio dell'8 giugno e, ancor più intensamente, il giorno 9 giugno, nel settore a sud di Selz.

In questa prima decina di giorni di campagna, il morale del sottotenente Meacci, da quanto riferì poi la famiglia, era assai alto, pieno di fiducia per i progressi delle nostre truppe:

"Le lettere alla famiglia, piene di semplicità ma di nobilissimo sentimento, finivano sempre così: "vado sempre più avanti"" [1].

Nel combattimento del 9 giugno, però, i granatieri dovettero confrontarsi per la prima volta con i profondi e robusti reticolati allestiti dal nemico. La giornata si concluse con l'occupazione della Quota 61. Tuttavia, ciò avvenne a prezzo di pesanti perdite, funesto presagio degli indicibili sacrifici che i granatieri avrebbero sopportato nei successivi tre anni di guerra.

Dettaglio dello schizzo precedente. Come si nota, la Brig. Granatieri era schierata di fronte a Monfalcone. A fronteggiarla, la 6^ Brigata da Montagna A.U.
 

Il riassuto storico, ancora, registra 282 complessive per entrambi i reggimenti della Brigata Granatieri, dei quali ben 10 ufficiali. 

Quanto alla sorte di Ugo Meacci, così l'Albo d'Oro del Collegio Militare di Roma ne avrebbe descritto l'ultima giornata:

"Il 9 giugno, alla battaglia di Monfalcone, elettrizzati con la parola e con l'esempio i Suoi granatieri, corse baldo all'assalto, al grido di "Viva il Re". E al grido di "Viva il Re" cadde eroicamente, col viso rivolto verso le nuove frontiere della più grande Italia" [2].

Dietro questa narrazione, assai densa di retorica, si celava però una triste realtà: Meacci, gravemente ferito, fu soccorso e trasportato al posto di medicazione reggimentale.

In una lettera al padre, il cappellano del 1° Granatieri, don Eugenio Fusconi, avrebbe infatti così ricordato:

"Il suo figliuolo che ha lasciato tanto profondo compianto in questo reggimento perché tanto buono ed amabile, fu ferito nel combattimento del 9 giugno. Trasportato subito al posto di medicazione e constatata la gravità delle ferite, egli stesso volle che i medici, infermieri attendessero a sollevare gli altri, non pensando alla sua persona. Quanta impressione lasciarono nei nostri cuori le sue dolci parole di conforto per tutti. A me che spesso l'avvicinavo, raccomandava di correre presso i più gravi; quando gli infondevo coraggio, mi rispondeva che ne aveva tanto e confidava in Dio" [3].

Si chiuse così, dopo solo un paio di settimane, l'esperienza guerresca di questo giovane ufficiale, e così, purtroppo, anche la sua esistenza terrena.

Dettaglio della foto di cui sopra (collezione dell'Autore).

Alla sua memoria fu poi concessa la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

"Condusse con perizia ed arditezza il suo reparto. Caduto ferito il coandante della compagnia, assunse il comando di quest'ultima, mantenendola sotto vivissimo fuoco nemico, finché egli pure cadde ferito mortalmente".

Insieme a lui, il 9 giugno caddero in combattimento anche 236 granatieri del 1° Reggimento, tra i quali, oltre a Meacci, altri nove ufficiali: anzitutto, il tenente colonnello Umberto Coppi; il maggiore Pietro Manfredi; i tenenti Adriano Giombetti e Carlo Ricci Spadoni; i sottotenenti Leone Bersani, Fazio Fazi, Amedeo Marsigli, e Gino Melani [4].

Ugo Meacci fu sepolto nel piccolo cimitero di guerra di Staranzano, "in mezzo a due Suoi granatieri", da dove sarebbe poi stato traslato, nel dopoguerra, probabilmente a Roma. Infatti, presso il cimitero del Verano esiste tuttora un pregevole monumento funebre che ricorda il giovane sottotenente (le cui foto si possono vedere qui).

Negli anni Venti, il padre Demetrio, per perpetuare la memoria dell'amatissimo figlio, collaborò e contribuì economicamente alla fondazione del Museo Storico dei Granatieri.

Per ricordare il suo prediletto, Demetrio Meacci ebbe, poi, un altro pensiero affettuoso: intitolargli un motopeschereccio che, insieme al socio Menotti Lazzarini, possedeva nel porto di Anzio. Così, il "Granatiere Ugo" (questo il nome del peschereccio) avrebbe solcato ancora a lungo le acque del Mar Tirreno [5].

Alla memoria di Ugo Meacci e dei suoi compagni d'arme caduti insieme a lui, dedichiamo un reverente pensiero, e questo post.

A cura di Niccolò F.

NOTE

1. Albo d'Oro, cit., p. 139.

2. Ivi.

3. Il Corriere d'Italia, 10 giugno 1916. 

4. E. Cataldi, Storia, op. cit., p. 163.

5. Annuario Navale del 1926.

BIBLIOGRAFIA

- Albo d'Oro del Collegio Militare di Roma, p. 139.

- Enzo Cataldi, Storia dei Granatieri di Sardegna, Roma, 1986.

 - USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. II, Tomo 1, Roma, Libreria dello Stato. 

- USSME, Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.


domenica 3 dicembre 2023

Francesco Forghieri, un bersagliere alato: dall'Isonzo ai cieli fatali

Anche questo breve articolo prende le mosse da un oggetto: stavolta, come già in passato, si tratta di una medaglia di bronzo al Valor Militare recentemente entrata nella nostra collezione, appartenuta a un giovane e brillante ufficiale dei Bersaglieri, poi divenuto pilota aviatore.

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Francesco Forghieri nasce a Firenze il 20 febbraio del 1894, da Enea Forghieri e da Luisa Bianchi.

Pur in mancanza di dettagliate informazioni, dobbiamo ritenere che egli svolga perlomeno gli studi liceali e poi, nel 1913, si presenti anticipatamente al reclutamento nel Regio Esercito quale volontario di un anno, venendo arruolato con la classe del 1893 [1].

Ritratto di Francesco Forghieri pubblicato nel 1916 da La Domenica del Corriere.

Assegnato al corpo dei Bersaglieri, è poi destinato ai corsi per allievo ufficiale, che conclude alla fine del 1914. Col gennaio del 1915, è quindi promosso al grado di sottotenente [2] e inviato al 6° Reggimento Bersaglieri per prestarvi il servizio di prima nomina.

Raggiunge quindi la sede del reggimento, a Bologna, dove però, nel volgere di poche settimane, è coinvolto nelle operazioni prodromiche alla mobilitazione generale, in vista dell'apertura delle ostilità con l'Austria-Ungheria.

Nel frattempo, il sottotenente Forghieri è assegnato al battaglione ciclisti del reggimento (VI Btg. Ciclisti) e con tale reparto è quindi mobilitato. 

Cartolina commemorativa prebellica del VI Battaglione Bersaglieri Ciclisti.
 

Il Battaglione, posto al comando del maggiore Nicola Rubino, è dunque assegnato a rinforzo del VI Corpo d'Armata e dislocato, alla vigilia della dichiarazione di guerra, a Percotto, lungo il corso del Torre. Dal 24 maggio, il battaglione inizia una serie di ricognizioni sulla destra dell'Isonzo, specialmente verso il Podgora. Di seguito, il 7 e ancora il 9 giugno,  (insieme al IX Btg. Ciclisti) tenta l'occupazione di Lucinico, dovendo poi rinunciarvi.

Il 23 giugno, insieme all'intero VI Corpo d'Armata, riprende l'offensiva, rimanendo in un primo tempo in riserva a Vipulzano. Da qui, il VI Btg. Ciclisti riceve l'ordine di puntare su Osteria al Ponte e Pri Fabrisu, un gruppo di case sulla via per San Floriano.

Il 24 giugno 1915 - esattamente un mese dopo l'inizio delle ostilità - i nostri bersaglieri raggiungono Pri Fabrisu, un gruppo di case sulla via per San Floriano, punto di passaggio nell'avanzata verso Oslavia.

Luigi Barzini, l'anno dopo, avrebbe così descritto il luogo:

"Per arrivare alle alture di Oslavia noi dobbiamo scendere in un terreno che il nemico domina quasi interamente, giù per gli ultimi declivi orientali di San Floriano e di Pri Fabrisu, in fondo ad una valletta, e poi risalire. "[3]
Qui i nostri bersaglieri vengono fatti segno di un nutrito fuoco d'artiglieria austro-ungarico, con massiccio utilizzo di shrapnel.

In questa circostanza, mentre porta i suoi uomini all'assalto, Francesco Forghieri rimane ferito ad un piede. Ciononostante, non abbandona il combattimento, continuando invece a dirigere l'azione dei propri bersaglieri. Per questo suo contegno è dunque decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Comandante di plotone, mentre attraversava terreno intensamente battuto dall'artiglieria nemica, benché colpito da una palletta di shrapnel ad un piede, continuava nell'azione e con fermezza ed ardimento regolava le mosse del suo reparto, conducendolo al posto al quale era destinato". - Pri Fabrisu, 24 giugno 1915 [4]
Dopo centootto anni da quei fatti, possiamo con soddisfazione mostrare la medaglia che fu conferita al sottotenente Forghieri, giunta sino a noi e recentemente entrata in collezione.

 
La medaglia gli viene conferita nel 1916, e i suoi cari colgono l'occasione per approfittare di un'utilissima rubrica de La Domenica del Corriere - popolarissimo settimanale del Corriere della Sera -, facendo pubblicare il bel ritratto del giovane ufficiale, accompagnato dalla motivazione della MBVM (rigorosamente senza indicazioni di località, per ovvie ragioni di censura) [5]:

Trafiletto de La Domenica del Corriere dedicato al s.ten. Forghieri.

Nella medesima circostanza, anche il già citato cav. Nicola Rubino, maggiore comandante il VI Btg. Ciclisti, è decorato di MBVM, con una motivazione sostanzialmente identica a quella del Forghieri:

"Comandante di un battaglione ciclisti avanzante su un terreno intensamente battuto dall'artiglieria nemica, rimasto colpito da una palletta di shrapnel ad un piede, tornava, dopo medicato, al suo posto di comando per regolare le mosse del proprio reparto durante tutta l'azione, dando bello esempio di fermezza e di coraggio." - Pri Fabrisu, 24 giugno 1915
Dopo questo combattimento, ripresosi dalla ferita al piede, Francesco Forghieri torna tra i suoi bersaglieri del VI Battaglione: le mutate contingenze belliche hanno, nel frattempo, imposto ai nostri di abbandonare le loro biciclette. Il Battaglione, appiedato, combatte nei mesi successivi nel settore del Monte Sabotino e poi contro le posizioni di Peuma e di Oslavia ove, con alterne vicende, resterà sino all'inverno del 1915.

Non disponendo, al momento, di ulteriori informazioni sulla carriera di Francesco Forghieri, possiamo presumere che egli rimanga presso il suo reparto, o quantomeno presso il corpo dei Bersaglieri, ancora per tutto il 1916 [5].
Forghieri è, in ogni caso, promosso al grado di tenente e poi di capitano, ottenendo anche il trasferimento ai ruoli del Servizio Attivo Permanente. Segni, questi, di una carriera brillante e di un costante apprezzamento da parte dei superiori.

A un certo punto della campagna, per Francesco Forghieri si delinea un nuovo destino: non più combattere tra il fango delle trincee, ma spiccare il volo. E', infatti, trasferito al "Deposito Aeronautica", ruolo aviatori. Il nostro va quindi a pieno titolo annoverato nel folto gruppo di quegli  animosi bersaglieri che sceglieranno, nel corso della guerra, di continuare a servire l'Italia nei cieli, contribuendo allo sviluppo della nostra giovanissima aviazione. Tra loro, personaggi come Arturo Mercanti (futura MOVM) e Rino Corso Fougier, per le cui vicende rimandiamo all'ottimo sito "Fiamme Cremisi".

Così, quale "pilota aviatore", il capitano Forghieri prende parte all'ultimo anno di guerra e può salutare, il 4 novembre del 1918, la felice conclusione delle ostilità per le armi italiane.
E' poi trattenuto alle armi e nel gennaio del 1919 gli è ulteriormente aumentato lo stipendio, arrivando a Lire 6.000. 
In questo periodo presta servizio presso il Campo Scuola di San Giusto, presso Marina di Pisa, continuando a volare sino all'estate del 1920 [7].

La mattina del 9 luglio 1920, il capitano Forghieri si alza in volo, per l'ennesima volta, dal campo di San Giusto. 
Qualcosa, però, va storto: alle ore 10.35, il suo apparecchio si schianta al suolo. Francesco Forghieri rimane ucciso nell'impatto [8]. 
A ventisei anni, con una vita di fronte a sé, risparmiato dalla guerra, viene tradito da quelle "macchine volanti" alle quali doveva essersi tanto appassionato. 
Nonostante il suo decesso sia avvenuto nel 1920 avanzato, il capitano Forghieri sarà censito tra i caduti della Prima guerra mondiale, nell'Albo d'oro poi stilato dal Ministero della Guerra.

Alla sua memoria, e a quella di tanti bravi piloti della nascente aviazione italiana, tanto temerari quanto sfortunati, dedichiamo questo articolo.

A cura di Niccolò F.
 

Preghiamo chi fosse in possesso di informazioni sulle circostanze in cui trovò la morte il capitano Forghieri di mettersi in contatto con noi per consentirci di integrare l'articolo.

 

NOTE

1. Rubriche matricolari del Distretto Militare di Firenze, classe 1893.

2. R.D. del 21 gennaio 1915.

3. Luigi Barzini,  Sui monti, nel cielo e nel mare. La guerra d'Italia (gennaio-giugno 1916) (1917), p. 86.

4. Dispensa n. 23, anno 1916, pag. 1019. Il bollettino ufficiale riporta erroneamente il nominativo "Giuseppe", anziché "Francesco", seguendone poi la necessaria rettifica.

5. La Domenica del Corriere, Anno XVIII, num. 16, 16-23 aprile 1916.

6. Il bollettino ufficiale, dispensa 56^ del 1916, lo colloca ancora presso il deposito Bersaglieri di Bologna.

7. Si veda l'elenco degli aviatori caduti riportato al seguente link: https://www.yumpu.com/it/document/read/28649481/aviatori-1-g-m

8. Cfr. atto di morte di Francesco Forghieri, nei registri degli atti di morte del Comune di Pisa.

venerdì 6 gennaio 2023

Aprile 1916: il primo bombardamento di Palmanova e la vicenda del sergente Ettore Belgeri

Gran parte delle vicende che raccontiamo su questo blog - è inutile nasconderlo - sono storie tragiche e spesso luttuose. E', del resto, nella natura delle storie di guerra. Alcune sono storie eroiche, altre ci riportano a combattimenti sfortunati. Ve ne sono, però, alcune che lasciano l'amaro in bocca. Quella che narriamo in questo articolo ci sembra ricada in quest'ultima categoria.

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Lo spunto per questo articolo è fornito da una foto acquistata - la notte di Santo Stefano - sul "noto sito d'aste", per pochi euro. Stampata da un noto studio fotografico comasco d'inizio Novecento, al retro reca scritto: "Ettore Belgeri - sergente automobilista". Una breve ma fortunata ricerca ci consente di raccontarne la storia.

Ettore Belgeri nacque a Lecco il 27 novembre del 1880 da Paolo e da Marietta Ghislanzoni. Nella prima gioventù si trasferì a Como, impiegandosi come commesso viaggiatore. Chiamato alle armi nel 1900, chiese e ottenne l'ammissione al volontariato di un anno. Tale istituto - di cui abbiamo già trattato su queste pagine - (si veda in particolare l'articolo relativo al s.ten. Pier Felice Vittone), garantiva (condizionatamente al possesso di alcuni requisiti) diversi vantaggi, tra cui quello di scegliere liberamente il corpo nel quale si sarebbe prestato il servizio militare. In tal modo, si potevano assecondare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, ma anche conciliare il servizio militare con più prosaiche esigenze di studio o lavoro. Così fece, infatti, il nostro Belgeri che ottenne di essere destinato al 78° reggimento fanteria della Brigata "Toscana", in quel momento di stanza proprio a Como.

Ettore Belgeri, in uniforme da sergente automobilista (coll. dell'Autore).

Giunto alle armi nel marzo del 1901, Belgeri prestò dunque l'anno di servizio militare venendo congedato il 10 marzo del 1902, ottenendo inoltre il grado di sergente. Nell'ottobre del 1904 fu nuovamente chiamato alle armi per un breve periodo nel 65° regg. della Brigata "Valtellina" (ugualmente, in quel momento di stanza a Como), tornando in congedo nel dicembre. 

Nel marzo del 1905, Ettore Belgeri convolò a nozze con Annetta Pozzi. Le pubblicazioni di matrimonio ce ne restituiscono un preciso ritratto: lui, di professione "negoziante in macchine da cucire", residente nella centralissima via Vittorio Emanuele; lei, orfana di entrambi i genitori, di professione "modista". Belgeri, sempre in viaggio, si vide anche costretto a chiedere una dispensa dalle pubblicazioni matrimoniali perché "per affari del suo genere di commercio" era "costretto a partire per l'Estero, rimanendo assente parecchio tempo". Dalla loro unione nacquero, nel giro di pochi anni, tre figli: Paolo, nel 1905, Adolfo, nel 1907, e Renato, nel 1911.

Dati i pressanti impegni lavorativi e quelli famigliari, Belgeri fece in modo di evitarsi un ulteriore richiamo alle armi, nell'estate del 1910: ciò fu possibile grazie all'iscrizione al Tiro a Segno Nazionale di Como. Il nostro, inoltre, dovette in quegli anni anche ottenere la patente per la guida di autoveicoli, cosa che doveva probabilmente essergli di grande utilità per il suo lavoro. Ciò lo rendeva, tuttavia, anche un elemento di grande interesse per il Regio Esercito, sulla via di una pur alquanto tardiva motorizzazione.

Venne, quindi, il fatidico 1915. Ben prima della mobilitazione della classe 1880, il sergente Belgeri fu dunque richiamato in servizio: già il 9 maggio egli si trovava quindi sotto le armi, inquadrato nella 2^ compagnia automobilisti del Reggimento Artiglieria a Cavallo. Giunto in zona di guerra già il 30 giugno 1915, trascorse al fronte i successivi quattro mesi sinché, a fine settembre, fu inviato in licenza di convalescenza per malattia. Il malanno non doveva essere di poco conto se la licenza durò per ben quattro mesi, sino a metà gennaio 1916. Possiamo comunque immaginare la soddisfazione di Belgeri che potà trascorrere diversi mesi a Como con la sua famiglia. Fu probabilmente in questo periodo che il sergente decise di farsi ritrarre da un ottimo studio fotografico di Como, facendosi immortalare nella bella fotografia che segue, e da cui abbiamo tratto il dettaglio pubblicato più in alto.

Il sergente Belgeri ritratto dallo studio fotografico "Mazzoletti" di Como (coll. dell'Autore).

Al momento del suo ritorno in zona di guerra, Belgeri fu dunque destinato alla "sezione trattrici" del III Reparto Speciale Traino Artiglieria, aggregata al 13° Reparto Automobilistico. In questa posizione, si ritrovò, con i primi di aprile del 1916, a Palmanova. Ben lontana dal fronte - in quel frangente -, Palmanova era certamente un luogo non spiacevole dove trovarsi, nella bollente primavera del 1916. La sorte, tuttavia, attendeva al varco il sergente comasco.

Cartolina illustrata del Corpo Automobilistico.

Giuseppe Mimmi, ufficiale di fanteria presente in quei giorni a Palmanova, avrebbe così registrato nel proprio diario:

6 AprileNon era giorno chiaro, quando un urlo come di una sirena ed uno schianto lacerante, hanno destato la popolazione. Un aereo austriaco ha sganciato una bomba sulla città, danneggiando un fabbricato civile ed uccidendo quattro persone, due militari ed un uomo ed una donna fra i borghesi. È la prima volta, che si verifica un bombardamento aereo su Palmanova e fino ad ora, anche se i posti di avvistamento davano l'allarme, nessuno si preoccupava ritenendo che la città sarebbe stata risparmiata. Dopo la dura lezione, credo che saremo tutti più prudenti.
Una bomba, una sola bomba, sganciata quasi per beffa da un aereo austriaco, probabilmente giunto sin lì solo per una ricognizione. Quattro vittime: tra queste, il sergente Belgeri, che si trovava in quel momento in Via Molin, difficile dire se per servizio o per altri motivi. 
L'atto di morte registrò seccamente che il trentacinquenne era deceduto alle ore 05.10 del mattino, a causa di "ferita multipla da bomba d'aeroplano". Diversamente da quanto ricordato dal Mimmi, la data di morte accertata era il 7 aprile. Ad ogni modo, ancora Mimmi avrebbe così ricordato:
7 AprileNel pomeriggio si sono svolti i funerali delle vittime del bombardamento di ieri e sono riusciti imponentissimi per il gran numero di militari e civili, che vi hanno partecipato. Dopo le esequie in duomo, le bare, coperte col tricolore e deposte sopra prolunghe di artiglieria, sono state portate al cimitero. Fuori porta Aquileia, il corteo si è sciolto, ma prima hanno parlato il sindaco ed il capitano di artiglieria padre [Agostino] Gemelli. È stata una cerimonia oltremodo commovente e sentita.

Belgeri, anche secondo l'atto di morte, fu infatti inumato nel "cimitero comune fuori Porta Aquileia".

Porta Aquileia a Palmanova, in una cartolina di inizio Novecento.

Così si chiudeva, assurdamente, l'esistenza terrena di questo padre di famiglia, che la guerra tolse ai suoi commerci e rapì per sempre all'affetto dei suoi cari. Di lui ci rimane una bella foto e la sensazione sgradevole di una sventura individuale, nell'immensa tragedia della guerra.

A cura di Niccolò F.

 

BIBLIOGRAFIA

- le informazioni biografiche sul serg. Belgeri sono tratte dalla documentazione di stato civile conservata dal Comune di Como; le informazioni circa la sua carriera militare sono invece tratte dal ruolo matricolare conservato presso l'Archivio di Stato di Como.

- gli estratti del diario di guerra di Giuseppe Mimmi, conservato presso l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, sono tratti dal sito https://espresso.repubblica.it/grandeguerra /index.php?page=estratto&id=650

lunedì 28 novembre 2022

Ricordo del capitano Umberto Mondello, caduto a Volzana il 22 ottobre 1915

Negli articoli di questo nostro Blog abbiamo più volte trattato le vicende dei fanti della Brigata "Valtellina", ed in particolare di quelli del 65° reggimento. Tra questi, ufficiali di fresca nomina come il s.ten. Antonio Depoli, o ancora vecchi veterani come il magg. Romano Romani.
Stavolta, l'occasione di tornare ad occuparci dei fanti bianco-neri ci viene da un piccolo ritrovamento avvenuto nientemeno che durante l'ultima edizione di "Militalia" a Novegro.
Girando distrattamente (o quasi) tra i banchi della fiera insieme al nostro ottimo Arturo A., finiamo a frugare tra un blocchetto di fotografie cartonate. Tra i tanti volti ignoti, ad un tratto ne incontriamo uno che ci pare di aver già visto. Dopo una breve ricerca online, troviamo conferma di questa piccola intuizione e acquistiamo la fotografia per pochi euro.
Umberto Mondello, in grande uniforme da capitano del 65° regg. fanteria (coll. dell'Autore).

Avevamo già incontrato il suo volto consultando l'annata 1915 de L'Illustrazione Italiana che, come anche la Domenica del Corriere, nei primi anni di guerra pubblicava settimanalmente una sorta di rubrica dedicata ai ritratti dei caduti.
Il personaggio ritratto è il protagonista di questo breve articolo.  
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Nel bel mezzo del Tirreno, sull'Isola di Capraia, il 27 gennaio 1873 nasce Umberto Mondello. Difficilmente possiamo oggi immaginarci la vita in quel frammento di Arcipelago toscano, nella seconda metà dell'Ottocento. Probabilmente, quel mondo risulta un po' stretto al nostro Umberto, che deciderà dunque di intraprendere una carriera che lo porterà ben lontano dal suo mare.

Appena adolescente, Mondello entra infatti nel Collegio Militare di Firenze, quale allievo "a mezza pensione". Terminati con profitto i corsi del Collegio, nel 1891 è ammesso all'allora Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria di Modena [1].
Da qui esce nel 1895 con il grado di sottotenente, assegnato al 7° reggimento fanteria della Brigata "Cuneo" [2].
Solo tre anni dopo, nell'agosto del 1898 è promosso al grado di tenente. Nel 1905, con il medesimo grado, risulta ancora assegnato al 7° reggimento fanteria, in quel momento di stanza a Potenza.
Mondello si dedica anche al tiro a segno, venendo - nel 1904 - nominato direttore di tiro della società di Tiro a Segno Nazionale di Taranto.
Il capitano Mondello, proveniente dalla Scuola Militare, potrebbe avere di fronte una brillante carriera. Invece, in questi anni, qualcosa s'inceppa: per ottenere la promozione a capitano dovranno trascorrere altri sei anni (dodici in tutto, dalla promozione a tenente).
La terza stelletta giunge 17 marzo 1910 e poco dopo Umberto Mondello è trasferito al 65° reggimento fanteria della Brigata "Valtellina". Il reggimento è di stanza a Cremona da due anni, proveniente dalla sede di Como.
L'organico degli ufficiali di carriera è, dunque, ricco di lombardi. Il toscano Mondello trascorre in guarnigione a Cremona i successivi cinque anni, sino al fatidico 1915.
Ripercorriamo, quindi, di seguito brevemente le principali vicende della Brigata "Valtellina" nei mesi seguenti, traendole dal riassunto storico.

La mobilitazione e le offensive estive

Alla vigilia dell'inizio delle ostilità con l'Austria Ungheria, la Brigata "Valtellina" si trova già in zona di operazioni sulla destra dello Judrio, fra Castel del Monte e Janich, alla dipendenza della 7^ Divisione.
Il 24 maggio, oltrepassato il confine, occupa senza resistenza la dorsale del Monte Korada e si schiera poi, ai primi di giugno, lungo la fronte Kambresko - Maria Zell, ove compie azioni dimostrative e tentativi di passare l’Isonzo nei pressi di Canale e Bodrez.
Il 21 giugno si trasferisce nei pressi di Volzana e la notte sul 4 luglio, mentre è in corso la Prima Battaglia dell'Isonzo (23 giugno - 7 luglio), attacca col 66° Reggimento e il I/65° il nemico fra ponte San Daniele (strada Volzana - Tolmino) e Kosarsce; ma la solidità delle difese accessorie arresta lo slancio degli attaccanti e soltanto il II/66° riesce, di sorpresa, ad occupare una trincea nemica sulle pendici nord-ovest di S. Maria ed a mantenervisi, malgrado i contrattacchi avversari.

Il 14 agosto l’offensiva viene ripresa con un nuovo attacco contro l'altura di Santa Maria, che consente solo, ed a prezzo di gravi perdite, di avvicinarsi al primo ordine di reticolati e di rafforzarvisi. Nel corso di questi scontri, il 16 agosto, cade colpito a morte anche il maggiore Romano Romani, comandante del III battaglione del 65° reggimento, al quale abbiamo dedicato un altro nostro breve articolo.
Altri tentativi vengono rinnovati in seguito, dai battaglioni alternantisi a turno in prima linea, ma con scarsi risultati, data la forte efficienza delle difese predisposte dall’avversario sull’altura, che costituisce la sentinella avanzata della piazzaforte di Tolmino. In questi sanguinosi combattimenti dell'ultimo scorcio di agosto, trova la morte anche il giovane sottotenente milanese Antonio De Poli, del quale abbiamo già narrato le vicende.

La Terza battaglia dell'Isonzo

Le operazioni, per il 65° reggimento - così provato - subiscono un breve stallo durante il mese di settembre, che viene dedicato alla riorganizzazione del reparto, mentre i comandi superiori si concentrano sulla pianificazione di una nuova offensiva generale.
Essa darà luogo alla Terza Battaglia dell’Isonzo, che prenderà avvio il 18 ottobre durando sostanzialmente sino al 4 novembre 1915.
La lotta si riaccende violenta sul fronte isontino. Fra il 21 e il 31 ottobre, i reggimenti della Brigata "Valtellina" entrano in azione rinnovando gli sforzi per impadronirsi dell'altura di Santa Maria di Tolmino. Nonostante l'anzianità e la falcidia che ha colpito gli ufficiali del reparto durante i combattimenti dei mesi precedenti, Umberto Mondello si appresta a rientrare in combattimento ancora al comando della sua compagnia, con il grado, però, di Primo capitano
E così, nel secondo giorno di combattimento, 22 ottobre, anche il capitano Mondello trova la morte, che lo coglie presso Volzana.
Schieramento italiano e A.U. nel settore di Tolmino (alla data del 26.11.1915; da L'Esercito Italiano nella Grande guerra, Vol. II, Tomo 1, pag. 320). In giallo, le posizioni di Volzana.


Il riassunto storico della "Valtellina", laconicamente, traccia un tragico bilancio di quei giorni, quantificando le perdite subite nel "sacrificio di 1400 uomini e 79 ufficiali" tra morti, feriti e dispersi (perché deceduti e non recuperati o presi prigionieri).
Ritratto del cap. Mondello, pubblicato su L'Illustrazione Italiana nelle pagine relative ai caduti (da notare, l'erronea indicazione di "Erba" anziché "Elba").


Le spoglie del capitano Mondello sono raccolte presso il cimitero di guerra di Tolmino donde, alla fine degli anni Trenta, saranno traslate presso il Sacrario di Oslavia, presso il quale tuttora riposano [3].

Alla memoria di questo sfortunato ufficiale dedichiamo questo modesto articolo.


A cura di Niccolò F.



NOTE

[1] Giornale Militare del 1891, Parte II, pag. 254.

[2] R.D. 17 marzo 1895.

[3] Le spoglie del cap. Mondello riposano nel Loculo 10298 del Sacrario di Oslavia.

BIBLIOGRAFIA
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, vari tomi, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

venerdì 15 aprile 2022

Venti giorni di guerra col tenente Cesare Torra (24 maggio-12 giugno 1915)

Anche stavolta, nel raccontarvi la vicenda di un giovane soldato, vogliamo partire da alcuni oggetti: in questo caso, si tratta di alcune medaglie e dei relativi diplomi di concessione. Si tratta di oggetti e documenti molto comuni, assai poco valorizzati a livello collezionistico, ma comunque dotati di un enorme potere: quello di riaprire una piccola finestra sul passato, risvegliando il ricordo di chi ne fu, per scelta o suo malgrado, protagonista.

***

Ritratto del ten. Torra da "L'Illustrazione Italiana", 1915.

Il 28 luglio 1889, nella bella cittadina piemontese di Valenza, i signori Giuseppe Torra e Maria Pasetti divennero genitori di un bimbo dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, cui imposero il nome di Giuseppe. Prima di lui avevano già avuto un altro figlio maschio, Francesco Carlo, nato nel 1884.

Croce al Merito di Guerra e relativo diploma concessi al ten. Cesare Torra (coll. dell'A.).

 Giuseppe Torra crebbe a Valenza, ove frequentò le scuole e poi l'istituto tecnico, licenziandosi quale ragioniere

Di seguito, forse indeciso sulla prosecuzione della propria carriera, il nostro decise di chiedere l'arruolamento volontario nel Regio Esercito, in anticipo rispetto alla propria classe di leva. Come già visto in altri contributi di questo blog (si veda in particolare l'articolo relativo al s.ten. Pier Felice Vittone), l'istituto del volontariato ordinario era riservato ai diciottenni, celibi e senza figli, che godessero di buona forma fisica, fossero alfabetizzati e avessero il consenso del padre (la maggiore età si raggiungeva al compimento dei ventuno anni). Esso consentiva, in particolare, di scegliere liberamente il corpo nel quale si sarebbe prestato il servizio militare. In tal modo, si potevano assecondare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, ma anche conciliare il servizio militare con esigenze di studio o lavoro, scegliendo un reparto di stanza in città vicine alla propria.

Cartolina reggimentale del 37° fanteria di inizio Novecento.

Tale fu, dunque, la decisione di Giuseppe Torra che, il 31 gennaio 1909, venne dunque arruolato quale volontario nel 6° reggimento Bersaglieri ed iscritto ai corsi per allievo ufficiale. Nel giro di un mese, tuttavia, Torra cadde ammalato (o vittima di qualche infortunio), tanto da dover essere inviato in licenza straordinaria di convalescenza, per la durata di un anno. Difficilmente possiamo immaginarci lo scorno che dovette provare questo giovane, così motivato, nel ritornare a casa in licenza. Trascorso il 1909 in attesa del rientro in servizio, Giuseppe Torra tornò a vestire le stellette nel gennaio del 1910, stavolta inquadrato nel 2° reggimento Bersaglieri. Era però destino che egli non dovesse essere un fante piumato: appena un mese dopo, Torra fu infatti trasferito al 50° reggimento Fanteria della Brigata "Parma", di stanza a Torino.

Promosso caporale a fine febbraio e poi sergente nel mese di maggio, Torra terminò i corsi da allievo ufficiale il 30 settembre 1910, venendo così inviato in licenza, in attesa della nomina a sottotenente.

Due mesi dopo, il 30 novembre, Giuseppe Torra fu dunque promosso al grado di sottotenente ed assegnato per il servizio di prima nomina al 37° reggimento Fanteria della Brigata "Ravenna": la destinazione presso tale glorioso reparto dovette particolarmente soddisfare il giovane ufficiale, giacché esso era di stanza presso la Cittadella di Alessandria, distante solo una quindicina di chilometri da Valenza.

Così, nella vita di caserma, Giuseppe Torra trascorse l'anno successivo, sino all'autunno del 1911, quando il Regno d'Italia dichiarò guerra all'Impero Ottomano. In tale contesto, il 37° regg. Fanteria fu mobilitato nella seconda fase della campagna italo-turca, prendendo parte alle operazioni del 1912. In particolare, il reggimento combattè nella battaglia di Zanzur, a metà del giugno 1912. Torra combatté dunque in terra d'Africa, al seguito del proprio reparto.

Cartolina commemorativa del 37° fanteria, dedicata alle campagne coloniali cui il reparto prese parte.

Terminata la Guerra italo-turca, dopo il trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, il 37° reggimento fu rimpatriato, e con esso anche Giuseppe Torra. Questi, nel frattempo, aveva maturato un'importante decisione per la sua vita: la richiesta, cioè, del passaggio da ufficiale di complemento a ufficiale in SAP (Servizio Attivo Permanente). Inoltre, a far data dal 1° aprile 1912, era stato anche promosso al grado di tenente. Torra, così, a soli ventitrè anni entrava definitivamente a far parte dei ranghi del Regio Esercito, già veterano di una guerra coloniale e con la prospettiva di una brillante carriera. Nel giro di soli due anni, gli eventi avrebbero tuttavia preso un corso inaspettato.

Cartolina reggimentale del 37° fanteria postbellica, che riporta tra le glorie del reggimento anche i combattimenti di Plava del 12 giugno 1915.

Senza attardarci su cose già note, dopo l'inizio della "Guerra europea" nell'estate del 1914, il Regno d'Italia s'incamminò - dopo la scelta della neutralità - sulla via dell'intervento in guerra, provvedendo gradualmente a porre le proprie forze armate sul piede di guerra.
Le ostilità con l'Austria-Ungheria iniziarono nel fatidico giorno del 24 maggio 1915.
A tale data, la Brigata "Ravenna" si trovava - già dal mese di aprile - dislocata nella zona di Cividale, pronta a muovere sul confine.
Il 24 maggio, posta alla dipendenza della 3^ Divisione di fanteria, la "Ravenna" passò il confine e, per le dorsali di Scrio, Claunico e Gradno, raggiunge il costone di Verhovlie (o Vrhovlje, in sloveno), senza incontrare resistenza.
L’8 giugno riceve l’ordine di passare l’Isonzo presso la località di Plava ed attaccare il costone Kuk - Vodice - M. Santo, munitissimo di posizioni austro-ungheresi, a difesa da settentrione della città di Gorizia.
Il passaggio del fiume ha inizio il giorno 9 giugno per opera di un nucleo di duecento volontari del 38° fanteria i quali, passati sull’altra sponda, occupano il caseggiato di Plava, spingono pattuglie sulle pendici di Quota 383, ed iniziano l’attacco per la conquista di tali importanti posizioni. 
Il giorno 11 giugno, i battaglioni I e II/38°, occupata in un primo tempo la Quota 383 e perdutala in seguito ad un contrattacco del nemico, riuscirono, con l’aiuto di rincalzi, a stabilirsi sulle pendici della Quota 383.
La situazione dei fanti del 38° era delicatissima, ed a loro sostegno dovettero essere immediatamente inviati rinforzi.
Pertanto, nel corso della giornata, anche il 37° reggimento fanteria passò fortunosamente l'Isonzo, cosicché, al mattino del 12 giugno, tutta la brigata (37° e 38° reggimento) si trovava schierata sulle pendici di Quota 383.
Tra quei soldati, vi era il tenente Cesare Torra; nonostante i suoi poco meno di ventisei anni, Torra non era un ragazzo: era un uomo sotto le armi da sei anni, un ufficiale e reduce di guerra. Tuttavia, l'immagine che ci restituisce la sua fotografia è quella di un giovane che potremmo incontrare per strada, o sul treno, mentre rientra dall'università. Un giovane con tutta la vita davanti.
Le stagioni della storia, le vicende umane impongono a ciascuno di interpretare un certo ruolo nel teatro della vita: e per Cesare Torra, la campana doveva suonare proprio in quel bel giorno d'estate di centosei anni fa.

Nel corso della giornata del 12 giugno, le nostre truppe tentarono di impadronirsi della vetta insanguinata di Quota 383, ma dopo aver subito perdite gravissime, furono costrette, verso sera, a ripiegare sull’abitato di Plava.
Alla sera del 12 giugno, Cesare Torra mancava all'appello: i suoi occhi azzurri si erano spenti, tra il verde del bosco martoriato di Quota 383 e il blu intenso dell'Isonzo che scorre veloce qualche centinaia di metri più in basso.
Un altro tentativo, rinnovato il giorno 13 dal 37° fanteria, fu ancora arrestato dal fuoco nemico. 
In queste cruentissime azioni la brigata "Ravenna" perdette - tra morti e feriti - 52 ufficiali e 1500 uomini di truppa, con un sacrificio veramente tremendo.
Dal punto di vista strategico, l'azione raggiunse tuttavia l’importante risultato di costituire nella zona di Plava una testa di ponte. Essa sarebbe stata una spina nel fianco dello schieramento austro-ungarico fino all'estate del 1917 quando, con l'Undicesima Battaglia dell'Isonzo, il Regio esercito sarebbe riuscito finalmente ad avanzare oltre tali quote insanguinate.

Nel corso dei combattimenti del solo 12 giugno, cadono - oltre a Cesare Torra - anche i seguenti ufficiali:

- capitano Erneso Etolli, da Milano, MAVM;

- capitano Giovanni Gallo, da Torre Maggiore (FG);

- capitano Carlo Ollearo, da San Salvatore Monferrato, MBVM;

- capitano Paolino Ravasi, da Cremona (meglio, da Pietra Marazzi, AL), MBVM;

- capitano Michelangelo Tessitore, da Vercelli, MBVM;

- tenente Giuseppe Benedetto, da Naso (ME), MAVM;

- tenente Cesare Treves, da Casale, MBVM;

- tenente Andrea Tulli, da Verona, MAVM;

- sottotenente Augusto Colombo, da Casale, MAVM;

- sottotenente Giovanni Battista Laguzzi, da Molinella;

- sottotenente Giuseppe Mazzarella, da Frattamaggiore;

- sottotenente Agostino Oddone, da Cisterna.

Alla memoria di Cesare Torra e dei suoi valorosi e sfortunati compagni d'arme, dedichiamo questo articolo.

Medaglia interalleata della Vittoria e relativo diploma, concessi al ten. Torra (coll. dell'A.).
Medaglia comm. della guerra italo-austriaca e relativo diploma, concessi al ten. Torra (coll. dell'A.).

 
A cura di Niccolò F.

BIBLIOGRAFIA
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, vari tomi, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

venerdì 28 gennaio 2022

La spedizione Porro del 1886: una sfortunata avventura africana

di Edoardo Visconti
Il Conte Gian Pietro Porro[1], quinto conte di Santa Maria della Bicocca, trova la morte nel 1886, durante la spedizione verso la città di Harar. La nobile famiglia Porro intreccia più volte la sua storia con quella di Como [dove era nato nel 1844, n.d.R.] e dell’Italia schierando tra i suoi membri, patrioti, letterati, scienziati e militari.
Il conte Gian Pietro Porro, in una tavola de L'Illustrazione Italiana.

La spedizione Porro, così definita all’epoca, nasce nella mente del suo organizzatore nel dicembre del 1885 - come ricorda Luigi Zanzi nella commemorazione del 29 gennaio 1888 tenuta ad Induno Olona[2] - quando il Porro è da poco presidente della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa[3].

È pensata per raggiungere Harar al fine di incrementare la presenza italiana nel Corno d'Africa e per una migliore conoscenza del potenziale economico della regione. Sembra anche che, sempre in segreto, abbia avuto dal governo italiano l’incarico di sondare il terreno in vista di un’eventuale spedizione militare. Si spiega così la sua determinazione, una volta giunto in Africa, nel proseguire nonostante i molti segnali negativi e gli ostacoli frapposti, dagli inglesi, nella persona del maggiore Frederick Mercer Hunter[4] e derivanti dalla difficile situazione politica determinatasi, al momento, nella regione, molto instabile.

Nei mesi successivi la situazione si fa ancora più caotica ad Harar. Nella sua esaltazione religiosa, l’emiro Abdullahi trasforma le caserme egiziane in moschee e obbliga i sudditi che si rivolgono a lui per ottenere giustizia a cantare versetti sacri pena dure bastonature. Pur essendo al corrente di tutto questo, il comasco conte Gian Pietro Porro, da poco eletto presidente della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa, decide di raggiungere Harrar, per quanto sconsigliato al suo arrivo ad Aden, dal console italiano Bienenfeld e dal political assistant Hunter, il quale, oltretutto non ama che europei si immischino negli affari dell’Harrarino, confidando sempre in una occupazione inglese della regione. E nutrendo – e non a torto – forti sospetti sulla spedizione “nella quale predominava – fa notare al Bienenfeld – il militarismo in luogo del negoziante e non poteva capire come questi signori ex ufficiali si siano dati tutti la parola per promuovere una spedizione commerciale”.

Ma Porro, che si sente oltremodo sicuro di sé per aver già affrontato il Gran Chaco e ignora del tutto le macchinazioni dei vari agenti inglesi, francesi, tedeschi, greci, non ascolta ragioni e organizza la spedizione, pur sottostando alle dure condizioni dell’Hunter, di ridurre ad otto i membri europei e di rimandare in Italia i quattro quinti delle armi e delle munizioni. È un vero suicidio. Ma Porro non è soltanto ambizioso e temerario. Come ha sospettato Hunter, la spedizione allestita in apparenza per fini commerciali, ha in realtà lo scopo di studiare il percorso Zeila-Harrar in modo da poter più tardi suggerire agli Alti Comandi italiani la tattica più opportuna per occupare la regione. Allo scopo, Porro ha anche preso contatto, durante il breve scalo a Massaua con il generale Genè, contatto che ovviamente il governo finge di ignorare e di cui non lascerà traccia nei documenti[5].

Harar è la quarta città santa dell'islam e all'epoca importante nodo commerciale, almeno fino alla costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba nel 1894, quando perde importanza in favore di Dire Daua (inizialmente Nuova Harar), costruita sul tracciato della ferrovia[6].

Mentre il governo italiano si chiama fuori da un impegno diretto, i circoli coloniali appoggiano il piano di Porro e inviano dei loro rappresentanti con lui. Oltre alla Società milanese di esplorazione erano associate, infatti, a questa importante spedizione la Società Geografica di Roma e la Società Africana di Napoli; vi è inoltre associata una Società commerciale, con capitali raccolti per azioni di 1000 lire[7] l'una a Roma ed a Milano, la quale doveva continuare, in tempi più tranquilli, i commerci già iniziati nella regione di Harar da altre case italiane come Sacconi, Guasconi, Rosa, Pogliani, Bienenfeld ed altre[8].

Nel bilancio del 1886 della locale Società milanese di esplorazione commerciale in Africa, la spedizione nell'Harar figura per L. 40.000[9] delle quali 15.000[10] spese in oggetti di equipaggio e 25.000 consegnate al conte Porro dopo la partenza da Napoli con il piroscafo Domenico Balduino[11].

Tra i membri della spedizione che condividono la sua fine ci sono: Giovanni Battista Licata[12], un naturalista rappresentante la Società Africana di Napoli, Girolamo Gottardi[13], il Conte Carlo Cocastelli di Montiglio[14] rappresentante la Società Geografica Italiana, Umberto Romagnoli[15], veterano delle spedizioni nell’Harar e rappresentante della Compagnia Filonardi, attiva in tutta l'Africa orientale, il dottor Guglielmo Zannini[16], Paolo Bianchi[17] e Giovanni Blandino[18].

La spedizione Porro lascia Napoli il 26 gennaio 1886 e attracca ad Aden ai primi di marzo, in un periodo di grande instabilità. L'Egitto ha appena abbandonato la regione, le città costiere sono sotto il precario, per il momento, controllo britannico, mentre Abdallahi Alì Mohamed Abd El Sashur è l'emiro di Harar e non vede assolutamente di buon occhio la presenza europea nella regione. Le autorità britanniche sono sospettose riguardo le mire del Porro, credendo, in parte a ragione, che l'obiettivo finale della missione sia di natura politica. Hunter avvisa Porro dei pericoli che avrebbe incontrato nel raggiungere Harar, e alla fine acconsente alla spedizione, solo a condizione che riduca la quantità di armi e personale e che accetti di essere scortati da un drappello armato fornito dalle autorità britanniche.

Il 26 marzo la spedizione Porro parte da Zeila e il primo aprile arriva a Somadu, dove si ferma per qualche giorno. Qui i membri della spedizione scrivono lettere indirizzate ai loro circoli e alle loro famiglie. Le lettere sono pubblicate dalle riviste Esploratore e il Bollettino della Società Geografica Italiana, dopo la loro morte.
Luoghi della Spedizione Porro.

Quando la spedizione raggiunge la periferia di Gildessa, l'8 aprile, la città è sotto il controllo dell'emiro le cui truppe hanno, da poco, disarmato un contingente britannico. La sosta è prevista, non è possibile proseguire verso Harar senza l’approvazione dell'emiro. Porro pensa di ingraziarsi l'emiro con una serie di regali e denaro, ma non ha modo di mandarli. Decide, quindi, di accamparsi nelle vicinanze e andare avanti: Romagnoli, che conosce l’ambiente è inviato a Gildessa per valutare la situazione.

Una volta in città, Romagnoli incontra i rappresentanti dell'emiro, coi quali si accorda affinché li accompagnino fino ad Harar. Un piccolo gruppo torna con l’emissario italiano all'accampamento e più tardi nella notte si incontra con Porro, chiedendo di cedere le armi in cambio di un passaggio sicuro. Sembra che un disaccordo su questo punto persuada Harari ad inviare dei rinforzi: prima dell'alba, circa 300 soldati circondano il campo e disarmano la scorta formata da 21 somali e 17 indiani, mentre i rappresentanti dell'emiro continuano ad assicurare a Porro e ai suoi compagni la scorta fino ad Harar.

Il giorno seguente, la spedizione Porro e le forze di Harari partono, effettivamente, per Harar, come pattuito, ma dopo una marcia di poche ore tutti i membri italiani della spedizione sono trucidati, mentre l'interprete, i soldati e i portatori diventano prigionieri.

Al diffondersi di notizie sempre più drammatiche in Italia, i circoli coloniali e le organizzazioni promotrici della spedizione chiedono inutilmente, al Governo italiano, un intervento militare punitivo. La risposta gela gli animi: la spedizione Porro nasce al di fuori dei livelli governativi, cosa non del tutto corretta e onesta; inoltre ogni iniziativa militare avrebbe danneggiato i rapporti con i britannici nella zona.

La notizia del nuovo eccidio, se da una parte fa scrivere ad alcuni giornali tedeschi che ormai è una specialità degli italiani quella di lasciarsi trucidare “da quelle parti”, in Italia fornisce l’occasione ai circoli colonialisti di pretendere immediate rappresaglie e l’occupazione dell’Harrarino. Ma si levano anche molte voci contrarie all’estensione, per vendetta o per calcolo, dei nostri già gravosi impegni in Africa. Sono, ad esempio, le voci di Cairoli, del Di Rudinì, di Pantano. Lo stesso ministro Di Robilant, rispondendo ad una interrogazione dell’on. Braganze, precisa che la spedizione Porro, intrapresa a proprio rischio e pericolo, non può in nessuna maniera impegnare il paese ad allestire un costoso Corpo di spedizione e distrarre l’Italia da problemi e avvenimenti ben più gravi. Dichiarazione che riempie di sdegno i colonialisti, i quali accusarono di tradimento il governo e minacciano di “voler organizzare per sottoscrizione nazionale una spedizione nazionale (privata) per vendicare i massacrati di Gildessa”. 
Ma non si prende alcuna iniziativa, né ufficiale né privata, anche perché Di Robilant dovrebbe chiedere questa volta soddisfazione – e non ha interesse a farlo – agli stessi inglesi, in quanto l’eccidio è avvenuto in una regione ancora controllata da essi e per istigazione di un emiro da essi portato al potere [19].

Le critiche al Governo italiano sono forti e sferzante è la posizione di Civiltà Cattolica:
"Qualche giornale rimprovera al governo Depretis questa strage. Non si può pretendere che la prevedesse. Invece si potrebbe e dovrebbe pretendere che i ministri dicessero il vero. Mancini proclamò che si era inteso coll'Inghilterra, la quale guardava con simpatia le spedizioni italiane in Africa. Ma poi i ministri inglesi dichiararono nella Camera dei Comuni che se il governo italiano era andato a Massaua, l'impresa era tutto a suo rischio e pericolo. Di più i consoli inglesi lungo le coste eritree contrariarono i tentativi di esplorazione del conte Porro, come risulta delle lettere di lui e da quelle del prof. Licata. Questa opposizione tra le dichiarazioni del governo italiano e la realtà dei fatti merita di essere rilevata per conchiudere che se è balorda politica interna del governo, non lo è meno quella estera"[20].
Menelik, all’epoca, negus dello Scioa, approfitta della situazione. Si pone come vendicatore degli Italiani che lo appoggiano sia diplomaticamente sia inviando armi che gli permettono di eliminare l’emiro, inglobando nei suoi domini la regione di Harar. Dopo una decina d’anni quelle armi servono per sconfiggere l’Italia ad Adua e mettere fine, per i successivi quarant’anni, alle pretese italiane sulla regione.

Quello che rimane dei resti dei membri della spedizione torna in Italia nel gennaio del 1887 grazie all’intervento diretto in loco del marchese Gaetano Benzoni e del giornalista Guido Del Valle, sempre lasciando all’oscuro le autorità governative in Italia e in colonia.


Edoardo Visconti

NOTE
[1] Porro Conte Gian Pietro (o Giovanni Pietro). Nacque a Como il 20.11.1844 dal conte Francesco Porro e dalla contessa Chiara Giovio.
Giovinetto, gli istinti militari trovarono ampia occasione a svilupparsi colle tradizioni dell'avo materno, conte Paolo Giovio, soldato dell'epopea Napoleonica e avanzo della campagna di Russia, e si ritemprarono nell'eco, ripercossa in ogni nostra famiglia, delle glorie del nostro riscatto; sicché il 3.2.1860 entrava dei primi nel Collegio Militare di Milano al momento della sua apertura, col n. 6 di matricola.
Nell'ottobre 1862, sostenuti con ottimo risultato gli esami, venne ammesso all'Accademia Militare di Torino, nella quale compì i tre anni, e nel terzo venne promosso sottotenente di cavalleria e assegnato al Reggimento Cavalleggeri d'Alessandria.
Nell'aprile del 1866 lascia la scuola normale di Cavalleria e raggiunse a Saluzzo il suo Reggimento, che si recava sul Mincio per la guerra imminente.
Fece le prime prove di valore nella breve e sfortunata campagna del 1866, e trovatosi nella sgraziata ma gloriosa giornata di Custoza, la sua ferma condotta e il coraggio mostrati nelle brillanti cariche fatte dal suo reggimento gli guadagnarono la menzione onorevole e gli elogi del suo comandante il colonnello Strada, il quale, promosso subito dopo Maggiore Generale, lo volle suo aiutante di campo.
Negli anni successivi, distaccato a Lercara in Sicilia, per combattervi il brigantaggio, si distinse sempre per coraggio, abnegazione e attività instancabile.
Ma la vita militare, quando si riduceva alla monotonia delle guarnigioni, non offriva bastanti attrattive per lo spirito irrequieto e avventuroso del Porro, e nel 1872 chiede le sue dimissioni, lascia il servizio militare e si ritira per poco nella sua villa di Induno presso Varese.
Là egli sogna continuamente imprese difficili e avventurose; e lasciata l'Europa, si reca nell'America del Sud e intraprende un viaggio di esplorazione al Gran Chaco, vasto e poco conosciuto territorio della Confederazione della Plata fra la Bolivia e il Paraguay, facendolo oggetto de' suoi studi e meta di progetti per una possibile colonizzazione italiana.
Il Gran Chaco occupa un'estensione di 840 chilometri di lunghezza per 620 di larghezza.
Vi si trovano pianure incolte, sterminate, immense foreste vergini, ed è abitato qua e là da tribù d'Indiani indipendenti e selvaggi.
Il viaggio durò parecchi mesi, fu ricco pel Porro di avventure, di osservazioni e studi, né scevro di pericoli, tanto che più che il compagno suo si fermò a mezza strada ed egli dové proseguire quasi solo il cammino che si era tracciato.
Ritornato in Italia, sposatosi nel 1873 a una egregia giovane milanese, Giuseppina Rossi, che colla dolcezza degli affetti domestici lo compensava dell'avere abbandonata la vita avventurosa dei viaggi lontani, ridottosi nella sua amena villa di Induno, si diede tutto agli studi, con quella forza di volontà che era una delle caratteristiche della sua indole fortissima.
Frutto di questi studi furono le pubblicazioni: Da Genova al Gran Chaco, note spigliate e interessanti delle sue esplorazioni in quel paese. La battaglia di Legnano, brillante e calda descrizione di quell'episodio glorioso delle nostre storie. Bazaine e le Note sulle Storia militare d'Italia, pubblicato in diversi pregiati volumi, che si leggono col più vivo interesse e sono consultate ed assai apprezzate dagli amanti e cultori di studi militari.
Scriveva assiduamente nella Perseveranza, nella Cronaca Varesina e nel Fanfulla. In questo brioso giornale si firmava col pseudonimo di Melton, nome d'un suo cavallo favorito.
I suoi articoli militari, specialmente quel sulla guerra Turco-Russa, erano letti con molto interesse, e rivelano subito l'uomo di guerra energico e deciso, corredato da forti e severi studi.
Ippolito appassionato, pubblicò parimenti sulla Perseveranza, articoli di sport assai apprezzati.
Ma anche in mezzo agli studi, ai silenzi quieti dei colli ridenti di Varese, sognava continuamente avventurosi viaggi, incogniti pericoli, combattimenti, vittorie.
Sindaco benemerito e benefattore di Induno; ispettore della Società Milanese di Scherma del Giardino, venne, or fa un anno, nominato Presidente di questa Società d'Esplorazione Commerciale in Africa, e all'incremento della stessa si applicò subito con tutta l'energia e lo spirito d'iniziativa di cui era capace la sua tempra di ferro, la sua anima piena di vitalità, aspirante a orizzonti sempre più vasti, a lotte, a pericoli, che fruttassero gloria a sè e alla patria.
Progettò dapprima un'esplorazione tra i Mensa e gli Azghediè, sopra Massaua, che venne sconsigliata dal Governo, il quale da troppo breve tempo aveva occupata Massaua, e credeva più opportuno pensare a insediarvisi fortemente, prima di intraprendere escursioni negli altipiani limitrofi.
Venuto in seguito il progetto d'esplorazione all'Harrar, ci si attaccò con ardore e tenacia.
Afferrata l'idea, fermato il progetto, in pochi giorni, con febbrile attività, organizzò la spedizione; ed il 25 del passato gennaio s'imbarcava a Napoli, lasciando quest'Italia, per la cui grandezza egli pure aveva strenuamente operato e per la quale s'accingeva a nuove e ardue prove, che dovevano put troppo per lui e i suoi compagni essere le ultime.
Il conte Porro era alto e snello della persona, dal colorito bruno, dai baffi e capelli nerissimi, dal portamento militare. Forte schermidore, fortissimo cavaliere, realizzava il tipo degli antichi cavalieri dal braccio di ferro e dal cuor generoso.
Le fatiche e i continui esercizi avevano reso di acciaio i suoi muscoli e robustissima la salute.
Gentiluomo perfetto, di carattere franco e gioviale, sapeva subito accaparrarsi una corrente inalterabile di simpatia; il coraggio in lui era per così dire ingenito, e la temerità aveva serena e tranquilla.
Ingegno svegliato e forte, scrittore elegante, facile e spigliato; aveva la volontà ferrea, e l'attività inesauribile.
E tutte queste doti simpatiche, queste forze e operose vennero spezzate a tradimento dal ferro d'un barbaro. da (L'esplorazione commerciale. Viaggi e geografia commerciale, 1886), anno I fascicolo V, pp. 140-141.
[2] Cfr. (Zanzi, 1888).
[3] Fondata nel 1879 a Milano in via Silvio Pellico 6, ha come patrocinatore S.A.R. il Duca di Genova, pubblica la rivista L'Esplorazione Commerciale Viaggi e Geografia Commerciale.
[4] Al momento dei fatti narrati è da 14 anni consigliere politico del residente britannico ad Aden, con funzioni di console a Zeila e Berbera. Inizialmente appoggia un’eventuale occupazione italiana della regione dell’Harar in opposizione alla penetrazione francese, iniziata nel 1869.
[5] (Del Boca , 1976), p. 223.
[6] Cfr. (Paleologo Oriundi, 2009).
[7] Poco più di 4500 euro attuali.
[8] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), anno 37, serie XIII, Volume II, quaderno 859, p. 486.
[9] Circa 180.400 euro attuali.
[10] Circa 67.650 euro attuali.
[11] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), pp. 486-487.
[12] Giovan Battista Licata nasce a Napoli nel 1859. Consigliere della Società Africana di Napoli (di cui era stato tra i fondatori), professore di scienze naturali al Suor Orsola di Napoli, ha già soggiornato cinque mesi ad Assab nel 1883 compiendo studi sulla flora e sugli insetti locali, nonché su usi e costumi della popolazione; si aggrega alla spedizione per continuare i suoi studi zoologici. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34
[13] Girolamo Gottardi: nacque il 2.11.1853 a Valeggio sul Mincio, consegue la laurea in medicina a Padova nel 1877. Presta servizio nel Regio Esercito come tenente medico fino al 1880. Congedatosi, diviene medico di bordo per due compagnie di navigazione, la Rocco-Piaggio e la Florio-Rubattino, e con tale funzione viaggia in Sud America e in India. Per il suo sempre vivo desiderio di avventure, venuto a conoscenza della spedizione, anch’egli si offre di prendervi parte. (Paleologo Oriundi, 2009), pp. 34-35.
[14] Carlo Cocastelli Conte di Montiglio: nasce a Mantova nell’ottobre 1858, studia legge a Padova e a Bologna. Si trasferisce a Roma, diventando segretario della Società Geografica Italiana. Operoso, modesto, valente conoscitore di scienze naturali parla correntemente inglese, francese, tedesco e spagnolo. Si aggrega alla spedizione per compiere studi meteorologici. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[15] Umberto Romagnoli: nasce a Fenestrelle il 21.3.1861, il padre è ufficiale dell’Esercito. Di corporatura robusta e forza erculea, diviene amico del viaggiatore Bianchi. Quando questi scompare in Eritrea, decide, assieme all’amico Fernè di andare in Africa per vendicarlo e riportarne in Patria i resti. I due si recano ad Assab, ma non è loro permesso di mettersi sulle tracce della spedizione Bianchi per la ferma opposizione del Commissario Pestalozza, che teme un nuovo eccidio data la situazione torbida ed instabile dell’interno. Decidono allora di compiere un viaggio in Harar. Romagnoli diventa poi rappresentante della casa commerciale Filonardi, con sede a Zanzibar e per questo soggiorna a lungo ad Aden. Saputo della spedizione Porro, chiede ed ottiene di parteciparvi, sia per la sua conoscenza del territorio, sia per verificare concrete possibilità commerciali. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[16] Guglielmo Zannini: nasce a Sandrigo in provincia di Vicenza, il 20.2.1857. Studia legge a Pisa e a Padova. Compie numerosi viaggi in Italia e all’estero. Conosciuto il Porro, diviene membro della spedizione. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[17] Paolo Bianchi: nasce ad Assisi il 6.10.1855, studia nel liceo di Spoleto. Dal 1873 al 1877 serve nel Regio Esercito come sottufficiale dei bersaglieri. Per la sua abilità è nominato tiratore scelto. Congedatosi, si dedica a seguire gli affari di casa. Rimane però in lui il desiderio di compiere un grande viaggio di esplorazione, ed è così che chiede di partecipare alla spedizione. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 35.
[18] Giuseppe Blandino: nasce a Susa il 16.1.1846; come soldato di leva è attendente del Porro, e continua a rimanere alle sue dipendenze anche finita la ferma. Accompagna il Porro in Africa. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 35.
[19] (Del Boca , 1976), pp. 223-225.
[20] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), p. 489.