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venerdì 6 gennaio 2023

Aprile 1916: il primo bombardamento di Palmanova e la vicenda del sergente Ettore Belgeri

Gran parte delle vicende che raccontiamo su questo blog - è inutile nasconderlo - sono storie tragiche e spesso luttuose. E', del resto, nella natura delle storie di guerra. Alcune sono storie eroiche, altre ci riportano a combattimenti sfortunati. Ve ne sono, però, alcune che lasciano l'amaro in bocca. Quella che narriamo in questo articolo ci sembra ricada in quest'ultima categoria.

*** 

Lo spunto per questo articolo è fornito da una foto acquistata - la notte di Santo Stefano - sul "noto sito d'aste", per pochi euro. Stampata da un noto studio fotografico comasco d'inizio Novecento, al retro reca scritto: "Ettore Belgeri - sergente automobilista". Una breve ma fortunata ricerca ci consente di raccontarne la storia.

Ettore Belgeri nacque a Lecco il 27 novembre del 1880 da Paolo e da Marietta Ghislanzoni. Nella prima gioventù si trasferì a Como, impiegandosi come commesso viaggiatore. Chiamato alle armi nel 1900, chiese e ottenne l'ammissione al volontariato di un anno. Tale istituto - di cui abbiamo già trattato su queste pagine - (si veda in particolare l'articolo relativo al s.ten. Pier Felice Vittone), garantiva (condizionatamente al possesso di alcuni requisiti) diversi vantaggi, tra cui quello di scegliere liberamente il corpo nel quale si sarebbe prestato il servizio militare. In tal modo, si potevano assecondare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, ma anche conciliare il servizio militare con più prosaiche esigenze di studio o lavoro. Così fece, infatti, il nostro Belgeri che ottenne di essere destinato al 78° reggimento fanteria della Brigata "Toscana", in quel momento di stanza proprio a Como.

Ettore Belgeri, in uniforme da sergente automobilista (coll. dell'Autore).

Giunto alle armi nel marzo del 1901, Belgeri prestò dunque l'anno di servizio militare venendo congedato il 10 marzo del 1902, ottenendo inoltre il grado di sergente. Nell'ottobre del 1904 fu nuovamente chiamato alle armi per un breve periodo nel 65° regg. della Brigata "Valtellina" (ugualmente, in quel momento di stanza a Como), tornando in congedo nel dicembre. 

Nel marzo del 1905, Ettore Belgeri convolò a nozze con Annetta Pozzi. Le pubblicazioni di matrimonio ce ne restituiscono un preciso ritratto: lui, di professione "negoziante in macchine da cucire", residente nella centralissima via Vittorio Emanuele; lei, orfana di entrambi i genitori, di professione "modista". Belgeri, sempre in viaggio, si vide anche costretto a chiedere una dispensa dalle pubblicazioni matrimoniali perché "per affari del suo genere di commercio" era "costretto a partire per l'Estero, rimanendo assente parecchio tempo". Dalla loro unione nacquero, nel giro di pochi anni, tre figli: Paolo, nel 1905, Adolfo, nel 1907, e Renato, nel 1911.

Dati i pressanti impegni lavorativi e quelli famigliari, Belgeri fece in modo di evitarsi un ulteriore richiamo alle armi, nell'estate del 1910: ciò fu possibile grazie all'iscrizione al Tiro a Segno Nazionale di Como. Il nostro, inoltre, dovette in quegli anni anche ottenere la patente per la guida di autoveicoli, cosa che doveva probabilmente essergli di grande utilità per il suo lavoro. Ciò lo rendeva, tuttavia, anche un elemento di grande interesse per il Regio Esercito, sulla via di una pur alquanto tardiva motorizzazione.

Venne, quindi, il fatidico 1915. Ben prima della mobilitazione della classe 1880, il sergente Belgeri fu dunque richiamato in servizio: già il 9 maggio egli si trovava quindi sotto le armi, inquadrato nella 2^ compagnia automobilisti del Reggimento Artiglieria a Cavallo. Giunto in zona di guerra già il 30 giugno 1915, trascorse al fronte i successivi quattro mesi sinché, a fine settembre, fu inviato in licenza di convalescenza per malattia. Il malanno non doveva essere di poco conto se la licenza durò per ben quattro mesi, sino a metà gennaio 1916. Possiamo comunque immaginare la soddisfazione di Belgeri che potà trascorrere diversi mesi a Como con la sua famiglia. Fu probabilmente in questo periodo che il sergente decise di farsi ritrarre da un ottimo studio fotografico di Como, facendosi immortalare nella bella fotografia che segue, e da cui abbiamo tratto il dettaglio pubblicato più in alto.

Il sergente Belgeri ritratto dallo studio fotografico "Mazzoletti" di Como (coll. dell'Autore).

Al momento del suo ritorno in zona di guerra, Belgeri fu dunque destinato alla "sezione trattrici" del III Reparto Speciale Traino Artiglieria, aggregata al 13° Reparto Automobilistico. In questa posizione, si ritrovò, con i primi di aprile del 1916, a Palmanova. Ben lontana dal fronte - in quel frangente -, Palmanova era certamente un luogo non spiacevole dove trovarsi, nella bollente primavera del 1916. La sorte, tuttavia, attendeva al varco il sergente comasco.

Cartolina illustrata del Corpo Automobilistico.

Giuseppe Mimmi, ufficiale di fanteria presente in quei giorni a Palmanova, avrebbe così registrato nel proprio diario:

6 AprileNon era giorno chiaro, quando un urlo come di una sirena ed uno schianto lacerante, hanno destato la popolazione. Un aereo austriaco ha sganciato una bomba sulla città, danneggiando un fabbricato civile ed uccidendo quattro persone, due militari ed un uomo ed una donna fra i borghesi. È la prima volta, che si verifica un bombardamento aereo su Palmanova e fino ad ora, anche se i posti di avvistamento davano l'allarme, nessuno si preoccupava ritenendo che la città sarebbe stata risparmiata. Dopo la dura lezione, credo che saremo tutti più prudenti.
Una bomba, una sola bomba, sganciata quasi per beffa da un aereo austriaco, probabilmente giunto sin lì solo per una ricognizione. Quattro vittime: tra queste, il sergente Belgeri, che si trovava in quel momento in Via Molin, difficile dire se per servizio o per altri motivi. 
L'atto di morte registrò seccamente che il trentacinquenne era deceduto alle ore 05.10 del mattino, a causa di "ferita multipla da bomba d'aeroplano". Diversamente da quanto ricordato dal Mimmi, la data di morte accertata era il 7 aprile. Ad ogni modo, ancora Mimmi avrebbe così ricordato:
7 AprileNel pomeriggio si sono svolti i funerali delle vittime del bombardamento di ieri e sono riusciti imponentissimi per il gran numero di militari e civili, che vi hanno partecipato. Dopo le esequie in duomo, le bare, coperte col tricolore e deposte sopra prolunghe di artiglieria, sono state portate al cimitero. Fuori porta Aquileia, il corteo si è sciolto, ma prima hanno parlato il sindaco ed il capitano di artiglieria padre [Agostino] Gemelli. È stata una cerimonia oltremodo commovente e sentita.

Belgeri, anche secondo l'atto di morte, fu infatti inumato nel "cimitero comune fuori Porta Aquileia".

Porta Aquileia a Palmanova, in una cartolina di inizio Novecento.

Così si chiudeva, assurdamente, l'esistenza terrena di questo padre di famiglia, che la guerra tolse ai suoi commerci e rapì per sempre all'affetto dei suoi cari. Di lui ci rimane una bella foto e la sensazione sgradevole di una sventura individuale, nell'immensa tragedia della guerra.

A cura di Niccolò F.

 

BIBLIOGRAFIA

- le informazioni biografiche sul serg. Belgeri sono tratte dalla documentazione di stato civile conservata dal Comune di Como; le informazioni circa la sua carriera militare sono invece tratte dal ruolo matricolare conservato presso l'Archivio di Stato di Como.

- gli estratti del diario di guerra di Giuseppe Mimmi, conservato presso l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, sono tratti dal sito https://espresso.repubblica.it/grandeguerra /index.php?page=estratto&id=650

venerdì 28 gennaio 2022

La spedizione Porro del 1886: una sfortunata avventura africana

di Edoardo Visconti
Il Conte Gian Pietro Porro[1], quinto conte di Santa Maria della Bicocca, trova la morte nel 1886, durante la spedizione verso la città di Harar. La nobile famiglia Porro intreccia più volte la sua storia con quella di Como [dove era nato nel 1844, n.d.R.] e dell’Italia schierando tra i suoi membri, patrioti, letterati, scienziati e militari.
Il conte Gian Pietro Porro, in una tavola de L'Illustrazione Italiana.

La spedizione Porro, così definita all’epoca, nasce nella mente del suo organizzatore nel dicembre del 1885 - come ricorda Luigi Zanzi nella commemorazione del 29 gennaio 1888 tenuta ad Induno Olona[2] - quando il Porro è da poco presidente della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa[3].

È pensata per raggiungere Harar al fine di incrementare la presenza italiana nel Corno d'Africa e per una migliore conoscenza del potenziale economico della regione. Sembra anche che, sempre in segreto, abbia avuto dal governo italiano l’incarico di sondare il terreno in vista di un’eventuale spedizione militare. Si spiega così la sua determinazione, una volta giunto in Africa, nel proseguire nonostante i molti segnali negativi e gli ostacoli frapposti, dagli inglesi, nella persona del maggiore Frederick Mercer Hunter[4] e derivanti dalla difficile situazione politica determinatasi, al momento, nella regione, molto instabile.

Nei mesi successivi la situazione si fa ancora più caotica ad Harar. Nella sua esaltazione religiosa, l’emiro Abdullahi trasforma le caserme egiziane in moschee e obbliga i sudditi che si rivolgono a lui per ottenere giustizia a cantare versetti sacri pena dure bastonature. Pur essendo al corrente di tutto questo, il comasco conte Gian Pietro Porro, da poco eletto presidente della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa, decide di raggiungere Harrar, per quanto sconsigliato al suo arrivo ad Aden, dal console italiano Bienenfeld e dal political assistant Hunter, il quale, oltretutto non ama che europei si immischino negli affari dell’Harrarino, confidando sempre in una occupazione inglese della regione. E nutrendo – e non a torto – forti sospetti sulla spedizione “nella quale predominava – fa notare al Bienenfeld – il militarismo in luogo del negoziante e non poteva capire come questi signori ex ufficiali si siano dati tutti la parola per promuovere una spedizione commerciale”.

Ma Porro, che si sente oltremodo sicuro di sé per aver già affrontato il Gran Chaco e ignora del tutto le macchinazioni dei vari agenti inglesi, francesi, tedeschi, greci, non ascolta ragioni e organizza la spedizione, pur sottostando alle dure condizioni dell’Hunter, di ridurre ad otto i membri europei e di rimandare in Italia i quattro quinti delle armi e delle munizioni. È un vero suicidio. Ma Porro non è soltanto ambizioso e temerario. Come ha sospettato Hunter, la spedizione allestita in apparenza per fini commerciali, ha in realtà lo scopo di studiare il percorso Zeila-Harrar in modo da poter più tardi suggerire agli Alti Comandi italiani la tattica più opportuna per occupare la regione. Allo scopo, Porro ha anche preso contatto, durante il breve scalo a Massaua con il generale Genè, contatto che ovviamente il governo finge di ignorare e di cui non lascerà traccia nei documenti[5].

Harar è la quarta città santa dell'islam e all'epoca importante nodo commerciale, almeno fino alla costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba nel 1894, quando perde importanza in favore di Dire Daua (inizialmente Nuova Harar), costruita sul tracciato della ferrovia[6].

Mentre il governo italiano si chiama fuori da un impegno diretto, i circoli coloniali appoggiano il piano di Porro e inviano dei loro rappresentanti con lui. Oltre alla Società milanese di esplorazione erano associate, infatti, a questa importante spedizione la Società Geografica di Roma e la Società Africana di Napoli; vi è inoltre associata una Società commerciale, con capitali raccolti per azioni di 1000 lire[7] l'una a Roma ed a Milano, la quale doveva continuare, in tempi più tranquilli, i commerci già iniziati nella regione di Harar da altre case italiane come Sacconi, Guasconi, Rosa, Pogliani, Bienenfeld ed altre[8].

Nel bilancio del 1886 della locale Società milanese di esplorazione commerciale in Africa, la spedizione nell'Harar figura per L. 40.000[9] delle quali 15.000[10] spese in oggetti di equipaggio e 25.000 consegnate al conte Porro dopo la partenza da Napoli con il piroscafo Domenico Balduino[11].

Tra i membri della spedizione che condividono la sua fine ci sono: Giovanni Battista Licata[12], un naturalista rappresentante la Società Africana di Napoli, Girolamo Gottardi[13], il Conte Carlo Cocastelli di Montiglio[14] rappresentante la Società Geografica Italiana, Umberto Romagnoli[15], veterano delle spedizioni nell’Harar e rappresentante della Compagnia Filonardi, attiva in tutta l'Africa orientale, il dottor Guglielmo Zannini[16], Paolo Bianchi[17] e Giovanni Blandino[18].

La spedizione Porro lascia Napoli il 26 gennaio 1886 e attracca ad Aden ai primi di marzo, in un periodo di grande instabilità. L'Egitto ha appena abbandonato la regione, le città costiere sono sotto il precario, per il momento, controllo britannico, mentre Abdallahi Alì Mohamed Abd El Sashur è l'emiro di Harar e non vede assolutamente di buon occhio la presenza europea nella regione. Le autorità britanniche sono sospettose riguardo le mire del Porro, credendo, in parte a ragione, che l'obiettivo finale della missione sia di natura politica. Hunter avvisa Porro dei pericoli che avrebbe incontrato nel raggiungere Harar, e alla fine acconsente alla spedizione, solo a condizione che riduca la quantità di armi e personale e che accetti di essere scortati da un drappello armato fornito dalle autorità britanniche.

Il 26 marzo la spedizione Porro parte da Zeila e il primo aprile arriva a Somadu, dove si ferma per qualche giorno. Qui i membri della spedizione scrivono lettere indirizzate ai loro circoli e alle loro famiglie. Le lettere sono pubblicate dalle riviste Esploratore e il Bollettino della Società Geografica Italiana, dopo la loro morte.
Luoghi della Spedizione Porro.

Quando la spedizione raggiunge la periferia di Gildessa, l'8 aprile, la città è sotto il controllo dell'emiro le cui truppe hanno, da poco, disarmato un contingente britannico. La sosta è prevista, non è possibile proseguire verso Harar senza l’approvazione dell'emiro. Porro pensa di ingraziarsi l'emiro con una serie di regali e denaro, ma non ha modo di mandarli. Decide, quindi, di accamparsi nelle vicinanze e andare avanti: Romagnoli, che conosce l’ambiente è inviato a Gildessa per valutare la situazione.

Una volta in città, Romagnoli incontra i rappresentanti dell'emiro, coi quali si accorda affinché li accompagnino fino ad Harar. Un piccolo gruppo torna con l’emissario italiano all'accampamento e più tardi nella notte si incontra con Porro, chiedendo di cedere le armi in cambio di un passaggio sicuro. Sembra che un disaccordo su questo punto persuada Harari ad inviare dei rinforzi: prima dell'alba, circa 300 soldati circondano il campo e disarmano la scorta formata da 21 somali e 17 indiani, mentre i rappresentanti dell'emiro continuano ad assicurare a Porro e ai suoi compagni la scorta fino ad Harar.

Il giorno seguente, la spedizione Porro e le forze di Harari partono, effettivamente, per Harar, come pattuito, ma dopo una marcia di poche ore tutti i membri italiani della spedizione sono trucidati, mentre l'interprete, i soldati e i portatori diventano prigionieri.

Al diffondersi di notizie sempre più drammatiche in Italia, i circoli coloniali e le organizzazioni promotrici della spedizione chiedono inutilmente, al Governo italiano, un intervento militare punitivo. La risposta gela gli animi: la spedizione Porro nasce al di fuori dei livelli governativi, cosa non del tutto corretta e onesta; inoltre ogni iniziativa militare avrebbe danneggiato i rapporti con i britannici nella zona.

La notizia del nuovo eccidio, se da una parte fa scrivere ad alcuni giornali tedeschi che ormai è una specialità degli italiani quella di lasciarsi trucidare “da quelle parti”, in Italia fornisce l’occasione ai circoli colonialisti di pretendere immediate rappresaglie e l’occupazione dell’Harrarino. Ma si levano anche molte voci contrarie all’estensione, per vendetta o per calcolo, dei nostri già gravosi impegni in Africa. Sono, ad esempio, le voci di Cairoli, del Di Rudinì, di Pantano. Lo stesso ministro Di Robilant, rispondendo ad una interrogazione dell’on. Braganze, precisa che la spedizione Porro, intrapresa a proprio rischio e pericolo, non può in nessuna maniera impegnare il paese ad allestire un costoso Corpo di spedizione e distrarre l’Italia da problemi e avvenimenti ben più gravi. Dichiarazione che riempie di sdegno i colonialisti, i quali accusarono di tradimento il governo e minacciano di “voler organizzare per sottoscrizione nazionale una spedizione nazionale (privata) per vendicare i massacrati di Gildessa”. 
Ma non si prende alcuna iniziativa, né ufficiale né privata, anche perché Di Robilant dovrebbe chiedere questa volta soddisfazione – e non ha interesse a farlo – agli stessi inglesi, in quanto l’eccidio è avvenuto in una regione ancora controllata da essi e per istigazione di un emiro da essi portato al potere [19].

Le critiche al Governo italiano sono forti e sferzante è la posizione di Civiltà Cattolica:
"Qualche giornale rimprovera al governo Depretis questa strage. Non si può pretendere che la prevedesse. Invece si potrebbe e dovrebbe pretendere che i ministri dicessero il vero. Mancini proclamò che si era inteso coll'Inghilterra, la quale guardava con simpatia le spedizioni italiane in Africa. Ma poi i ministri inglesi dichiararono nella Camera dei Comuni che se il governo italiano era andato a Massaua, l'impresa era tutto a suo rischio e pericolo. Di più i consoli inglesi lungo le coste eritree contrariarono i tentativi di esplorazione del conte Porro, come risulta delle lettere di lui e da quelle del prof. Licata. Questa opposizione tra le dichiarazioni del governo italiano e la realtà dei fatti merita di essere rilevata per conchiudere che se è balorda politica interna del governo, non lo è meno quella estera"[20].
Menelik, all’epoca, negus dello Scioa, approfitta della situazione. Si pone come vendicatore degli Italiani che lo appoggiano sia diplomaticamente sia inviando armi che gli permettono di eliminare l’emiro, inglobando nei suoi domini la regione di Harar. Dopo una decina d’anni quelle armi servono per sconfiggere l’Italia ad Adua e mettere fine, per i successivi quarant’anni, alle pretese italiane sulla regione.

Quello che rimane dei resti dei membri della spedizione torna in Italia nel gennaio del 1887 grazie all’intervento diretto in loco del marchese Gaetano Benzoni e del giornalista Guido Del Valle, sempre lasciando all’oscuro le autorità governative in Italia e in colonia.


Edoardo Visconti

NOTE
[1] Porro Conte Gian Pietro (o Giovanni Pietro). Nacque a Como il 20.11.1844 dal conte Francesco Porro e dalla contessa Chiara Giovio.
Giovinetto, gli istinti militari trovarono ampia occasione a svilupparsi colle tradizioni dell'avo materno, conte Paolo Giovio, soldato dell'epopea Napoleonica e avanzo della campagna di Russia, e si ritemprarono nell'eco, ripercossa in ogni nostra famiglia, delle glorie del nostro riscatto; sicché il 3.2.1860 entrava dei primi nel Collegio Militare di Milano al momento della sua apertura, col n. 6 di matricola.
Nell'ottobre 1862, sostenuti con ottimo risultato gli esami, venne ammesso all'Accademia Militare di Torino, nella quale compì i tre anni, e nel terzo venne promosso sottotenente di cavalleria e assegnato al Reggimento Cavalleggeri d'Alessandria.
Nell'aprile del 1866 lascia la scuola normale di Cavalleria e raggiunse a Saluzzo il suo Reggimento, che si recava sul Mincio per la guerra imminente.
Fece le prime prove di valore nella breve e sfortunata campagna del 1866, e trovatosi nella sgraziata ma gloriosa giornata di Custoza, la sua ferma condotta e il coraggio mostrati nelle brillanti cariche fatte dal suo reggimento gli guadagnarono la menzione onorevole e gli elogi del suo comandante il colonnello Strada, il quale, promosso subito dopo Maggiore Generale, lo volle suo aiutante di campo.
Negli anni successivi, distaccato a Lercara in Sicilia, per combattervi il brigantaggio, si distinse sempre per coraggio, abnegazione e attività instancabile.
Ma la vita militare, quando si riduceva alla monotonia delle guarnigioni, non offriva bastanti attrattive per lo spirito irrequieto e avventuroso del Porro, e nel 1872 chiede le sue dimissioni, lascia il servizio militare e si ritira per poco nella sua villa di Induno presso Varese.
Là egli sogna continuamente imprese difficili e avventurose; e lasciata l'Europa, si reca nell'America del Sud e intraprende un viaggio di esplorazione al Gran Chaco, vasto e poco conosciuto territorio della Confederazione della Plata fra la Bolivia e il Paraguay, facendolo oggetto de' suoi studi e meta di progetti per una possibile colonizzazione italiana.
Il Gran Chaco occupa un'estensione di 840 chilometri di lunghezza per 620 di larghezza.
Vi si trovano pianure incolte, sterminate, immense foreste vergini, ed è abitato qua e là da tribù d'Indiani indipendenti e selvaggi.
Il viaggio durò parecchi mesi, fu ricco pel Porro di avventure, di osservazioni e studi, né scevro di pericoli, tanto che più che il compagno suo si fermò a mezza strada ed egli dové proseguire quasi solo il cammino che si era tracciato.
Ritornato in Italia, sposatosi nel 1873 a una egregia giovane milanese, Giuseppina Rossi, che colla dolcezza degli affetti domestici lo compensava dell'avere abbandonata la vita avventurosa dei viaggi lontani, ridottosi nella sua amena villa di Induno, si diede tutto agli studi, con quella forza di volontà che era una delle caratteristiche della sua indole fortissima.
Frutto di questi studi furono le pubblicazioni: Da Genova al Gran Chaco, note spigliate e interessanti delle sue esplorazioni in quel paese. La battaglia di Legnano, brillante e calda descrizione di quell'episodio glorioso delle nostre storie. Bazaine e le Note sulle Storia militare d'Italia, pubblicato in diversi pregiati volumi, che si leggono col più vivo interesse e sono consultate ed assai apprezzate dagli amanti e cultori di studi militari.
Scriveva assiduamente nella Perseveranza, nella Cronaca Varesina e nel Fanfulla. In questo brioso giornale si firmava col pseudonimo di Melton, nome d'un suo cavallo favorito.
I suoi articoli militari, specialmente quel sulla guerra Turco-Russa, erano letti con molto interesse, e rivelano subito l'uomo di guerra energico e deciso, corredato da forti e severi studi.
Ippolito appassionato, pubblicò parimenti sulla Perseveranza, articoli di sport assai apprezzati.
Ma anche in mezzo agli studi, ai silenzi quieti dei colli ridenti di Varese, sognava continuamente avventurosi viaggi, incogniti pericoli, combattimenti, vittorie.
Sindaco benemerito e benefattore di Induno; ispettore della Società Milanese di Scherma del Giardino, venne, or fa un anno, nominato Presidente di questa Società d'Esplorazione Commerciale in Africa, e all'incremento della stessa si applicò subito con tutta l'energia e lo spirito d'iniziativa di cui era capace la sua tempra di ferro, la sua anima piena di vitalità, aspirante a orizzonti sempre più vasti, a lotte, a pericoli, che fruttassero gloria a sè e alla patria.
Progettò dapprima un'esplorazione tra i Mensa e gli Azghediè, sopra Massaua, che venne sconsigliata dal Governo, il quale da troppo breve tempo aveva occupata Massaua, e credeva più opportuno pensare a insediarvisi fortemente, prima di intraprendere escursioni negli altipiani limitrofi.
Venuto in seguito il progetto d'esplorazione all'Harrar, ci si attaccò con ardore e tenacia.
Afferrata l'idea, fermato il progetto, in pochi giorni, con febbrile attività, organizzò la spedizione; ed il 25 del passato gennaio s'imbarcava a Napoli, lasciando quest'Italia, per la cui grandezza egli pure aveva strenuamente operato e per la quale s'accingeva a nuove e ardue prove, che dovevano put troppo per lui e i suoi compagni essere le ultime.
Il conte Porro era alto e snello della persona, dal colorito bruno, dai baffi e capelli nerissimi, dal portamento militare. Forte schermidore, fortissimo cavaliere, realizzava il tipo degli antichi cavalieri dal braccio di ferro e dal cuor generoso.
Le fatiche e i continui esercizi avevano reso di acciaio i suoi muscoli e robustissima la salute.
Gentiluomo perfetto, di carattere franco e gioviale, sapeva subito accaparrarsi una corrente inalterabile di simpatia; il coraggio in lui era per così dire ingenito, e la temerità aveva serena e tranquilla.
Ingegno svegliato e forte, scrittore elegante, facile e spigliato; aveva la volontà ferrea, e l'attività inesauribile.
E tutte queste doti simpatiche, queste forze e operose vennero spezzate a tradimento dal ferro d'un barbaro. da (L'esplorazione commerciale. Viaggi e geografia commerciale, 1886), anno I fascicolo V, pp. 140-141.
[2] Cfr. (Zanzi, 1888).
[3] Fondata nel 1879 a Milano in via Silvio Pellico 6, ha come patrocinatore S.A.R. il Duca di Genova, pubblica la rivista L'Esplorazione Commerciale Viaggi e Geografia Commerciale.
[4] Al momento dei fatti narrati è da 14 anni consigliere politico del residente britannico ad Aden, con funzioni di console a Zeila e Berbera. Inizialmente appoggia un’eventuale occupazione italiana della regione dell’Harar in opposizione alla penetrazione francese, iniziata nel 1869.
[5] (Del Boca , 1976), p. 223.
[6] Cfr. (Paleologo Oriundi, 2009).
[7] Poco più di 4500 euro attuali.
[8] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), anno 37, serie XIII, Volume II, quaderno 859, p. 486.
[9] Circa 180.400 euro attuali.
[10] Circa 67.650 euro attuali.
[11] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), pp. 486-487.
[12] Giovan Battista Licata nasce a Napoli nel 1859. Consigliere della Società Africana di Napoli (di cui era stato tra i fondatori), professore di scienze naturali al Suor Orsola di Napoli, ha già soggiornato cinque mesi ad Assab nel 1883 compiendo studi sulla flora e sugli insetti locali, nonché su usi e costumi della popolazione; si aggrega alla spedizione per continuare i suoi studi zoologici. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34
[13] Girolamo Gottardi: nacque il 2.11.1853 a Valeggio sul Mincio, consegue la laurea in medicina a Padova nel 1877. Presta servizio nel Regio Esercito come tenente medico fino al 1880. Congedatosi, diviene medico di bordo per due compagnie di navigazione, la Rocco-Piaggio e la Florio-Rubattino, e con tale funzione viaggia in Sud America e in India. Per il suo sempre vivo desiderio di avventure, venuto a conoscenza della spedizione, anch’egli si offre di prendervi parte. (Paleologo Oriundi, 2009), pp. 34-35.
[14] Carlo Cocastelli Conte di Montiglio: nasce a Mantova nell’ottobre 1858, studia legge a Padova e a Bologna. Si trasferisce a Roma, diventando segretario della Società Geografica Italiana. Operoso, modesto, valente conoscitore di scienze naturali parla correntemente inglese, francese, tedesco e spagnolo. Si aggrega alla spedizione per compiere studi meteorologici. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[15] Umberto Romagnoli: nasce a Fenestrelle il 21.3.1861, il padre è ufficiale dell’Esercito. Di corporatura robusta e forza erculea, diviene amico del viaggiatore Bianchi. Quando questi scompare in Eritrea, decide, assieme all’amico Fernè di andare in Africa per vendicarlo e riportarne in Patria i resti. I due si recano ad Assab, ma non è loro permesso di mettersi sulle tracce della spedizione Bianchi per la ferma opposizione del Commissario Pestalozza, che teme un nuovo eccidio data la situazione torbida ed instabile dell’interno. Decidono allora di compiere un viaggio in Harar. Romagnoli diventa poi rappresentante della casa commerciale Filonardi, con sede a Zanzibar e per questo soggiorna a lungo ad Aden. Saputo della spedizione Porro, chiede ed ottiene di parteciparvi, sia per la sua conoscenza del territorio, sia per verificare concrete possibilità commerciali. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[16] Guglielmo Zannini: nasce a Sandrigo in provincia di Vicenza, il 20.2.1857. Studia legge a Pisa e a Padova. Compie numerosi viaggi in Italia e all’estero. Conosciuto il Porro, diviene membro della spedizione. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 34.
[17] Paolo Bianchi: nasce ad Assisi il 6.10.1855, studia nel liceo di Spoleto. Dal 1873 al 1877 serve nel Regio Esercito come sottufficiale dei bersaglieri. Per la sua abilità è nominato tiratore scelto. Congedatosi, si dedica a seguire gli affari di casa. Rimane però in lui il desiderio di compiere un grande viaggio di esplorazione, ed è così che chiede di partecipare alla spedizione. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 35.
[18] Giuseppe Blandino: nasce a Susa il 16.1.1846; come soldato di leva è attendente del Porro, e continua a rimanere alle sue dipendenze anche finita la ferma. Accompagna il Porro in Africa. (Paleologo Oriundi, 2009), p. 35.
[19] (Del Boca , 1976), pp. 223-225.
[20] Cfr. (La civilità cattolica, 1886), p. 489.






mercoledì 5 gennaio 2022

Ricordo di un volontario di guerra: il capitano Grazioso Comolli

Il volontarismo di guerra italiano (o volontariato militare) - dal Risorgimento alla Seconda guerra mondiale - può annoverare figure eccezionali, storie di coraggio spinto all'estremo, azioni eclatanti. Tuttavia, il significato fondamentale dell'essere un volontario di guerra risiede anzitutto nella libera scelta di arruolarsi ed essere pronto a combattere per la Patria, ad affrontare i più grandi sacrifici ed eroismi, quand'anche questi non si verifichino. La breve storia che qui vi raccontiamo, in effetti, ci pare esemplare di questo essenziale significato.

***

Un paio di settimane fa, recandomi al Cimitero Maggiore di Como a visitare i miei cari prima di Natale, come al solito ho allungato il giro, passando in qualche zona per me ancora inesplorata del camposanto. 

In una galleria sotterranea - peraltro in stato di vergognosa incuria, va detto - alzando lo sguardo ho intravisto una lapide, sporca e malmessa, ornata di un vecchio mazzetto di fiori finti, anneriti dal tempo. Attirato dall'epitaffio, mi sono concentrato sulla fotografia: è stato a quel punto che ho realizzato di riconoscere il volto che avevo di fronte. Lo avevo già visto su una fotografia, trovata in qualche mercatino almeno quindici anni fa.

Il capitano Grazioso Comolli in partenza per l'Africa. Spiccano i nastrini da reduce della Grande guerra. (coll. dell'A.)

Scoprivo così il nome di questo capitano del Regio Esercito, un po' attempato, ma dallo sguardo fiero: Grazioso Comolli. Di lui tenteremo di raccontare qualcosa ai nostri lettori.

*

Grazioso Comolli nacque a Laglio, splendido borgo del nostro bel Lago di Como, il 18 gennaio 1885. Era figlio di Antonio Comolli, di professione tagliapietre, e di Giovannina Sampietro. La famiglia abitava in frazione Soldino, posta all'ingresso del borgo - proprio dove tanti decenni dopo si sarebbe insediato un celebre divo holliwoodiano - ove Grazioso crebbe, di fronte alle acque lariane.

Provenendo da una famiglia alquanto umile, Grazioso, con grandi sacrifici, mise in piedi in piccolo esercizio commerciale, sempre nella sua Laglio. Questo gli consentì, nel novembre del 1911, di convolare a nozze con la signorina Adele Airoldi, di Menaggio, di condizione agiata e a sua volta figlia di negozianti.

Con lo scoppio della Grande Guerra, Comolli fu chiamato alle armi insieme alla classe 1885 ed assegnato all'arma di Fanteria. Benché non avesse particolari studi alle spalle, fu in seguito promosso al grado di aspirante ufficiale con anzianità dal 25 agosto 1916 ed assegnato all'11° reggimento Bersaglieri. Con anzianità 15 novembre 1917 fu poi promosso tenente, grado con il quale Comolli combatté fino al termine delle ostilità. 

Congedatosi dal Regio Esercito, tornò sul Lario, spostandosi però nel capoluogo: a Como, in quegli anni tumultuosi del nostro complesso dopoguerra, vi era comunque una richezza alquanto diffusa e una certa richiesta di beni di lusso. Comolli, con ottima intuizione, decise allora di dedicarsi al commercio di automobili, che portò avanti con successo sino alla metà degli anni Trenta.

Si era, in quegli anni, nel momento di massima popolarità del regime fascista. Un periodo particolare della nostra storia, preludio di gravi tragedie, ma ancora caratterizzato da una forte spinta emotiva e da una forte compartecipazione ideale con le iniziative del regime. Non è questa la sede per analizzare il senso e l'utilità dell'avventura coloniale che l'Italia intraprese in quel frangente: è bene però sforzare di comprendere ciò che essa rappresentò per tanti Italiani, tra i quali il protagonista di questo articolo.

Grazioso Comolli, infatti, dovette vivere con grande entusiasmo i mesi a cavallo dell'estate del 1935 che videro la mobilitazione delle forze armate italiane in vista dell'impiego in Africa Orientale. Comolli, nel frattempo, nella primavera del 1935 - pur trovandosi in congedo - era stato promosso al grado di capitano .

Lo ripetiamo: non si vuol qui fare alcuna apologia della guerra, del colonialismo ed in particolare della campagna italiana in Etiopia. Quel che ci preme è interrogarci sui sentimenti che spinsero il nostro Grazioso, agiato commerciante d'auto cinquantenne, a lasciare la moglie, le comodità della propria casa, la sicurezza e tranquillità economica, per tornare ad indossare l'uniforme che aveva portato con onore durante la Grande guerra, e partire alla volta dell'Africa.
Comolli, mosso da un groviglio di sentimenti oggi difficilmente interpretabili, decise così di presentarsi volontario per la campagna etiopica.
La sorte lo destinò alla Divisione di fanteria "Cosseria" (5^).

Cartolina commemorativa della Divisione "Cosseria".

Tale grande unità del R. Esercito, con le ultime modifiche dell'ordinamento militare (divisioni c.d. ternarie), inquadrava in tale momento il 41° Rgt. Fanteria e il 42° Rgt. Fanteria "Modena" e l'89° Rgt. Fanteria "Salerno", nonché il 29° Rgt. Artiglieria per Divisione di fanteria. Le unità della Divisione erano tutte di stanza in Liguria, in particolare nella provincia di Imperia.

Il capitano Comolli in uniforme coloniale.

Il 19 agosto del 1935 la Divisione di Fanteria di Cosseria (5a), con la Brigata di Fanteria di Cosseria (V), strutturata sui soli 41° e 42° Rgt. Fanteria, e sul 29° Rgt. Artiglieria fu inviata in colonia, imbarcandosi a Genova. La divisione raggiunse dunque la Cirenaica, stanziandosi a Bengasi. Qui rimase, in preparazione, sino al mese di dicembre del 1935.

Con il gennaio del nuovo anno 1936, la "Cosseria" fu trasferita nel Corno d'Africa, raggiungendo l'Eritrea. L'unità fu dunque dislocata ad Adi Gualà (Adi Quala) nell'alto Mareb
In tale zona svolse principalmente attività di controllo e protezione delle retrovie del fronte di combattimento. 
Nel marzo del 1936, la "Cosseria" avanzò lungo l'itinerario Adi Onfitò-Axum e in aprile si dislocò nella zona di Adua. Terminata la guerra Italo-Etiopica il 5 maggio 1936, la "Cosseria" rimase in zona, impegnata in operazioni di polizia, ancora sino al mese di agosto.
Nel mese di settembre, la Divisione si imbarcò alla volta dell'Italia, sbarcando nel porto di Genova.

Grazioso Comolli, nel frattempo promosso al grado di Primo Capitano, si trovava insieme ai suoi compagni d'arme. La sorte lo doveva però privare della soddisfazione di tornare a rivedere le sponde del suo Lario, di tornare alla sua casa e tra le braccia della moglie Maria.
 
Infatti, nelle ultime settimane di presenza in Africa, un misterioso male - contratto in servizio - si era impadronito di lui. Appena sbarcato a Genova, Comolli fu dunque ricoverato presso il locale Ospedale Militare.
Qui, dopo pochi giorni di sofferenze, si spense, cinquantunenne, il 6 ottobre del 1936
La sua salma fu trasportata a Como, ove fu inumata presso il Cimitero Maggiore, come narrato all'inizio di questo articolo.

Lapide del cap. Comolli presso il Cimitero Maggiore di Como.

Il nome di Grazioso Comolli fu iscritto sul monumento ai caduti del Comune di Laglio e tra quelli degli altri volontari comaschi caduti nella campagna in Africa Orientale sul monumento eretto nell'antica sede dell'Associazione Nazionale Volontari di Guerra di Como, sita in Piazza Medaglie d'Oro.

Al suo ricordo dedichiamo questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.
 

mercoledì 10 marzo 2021

Una vita al servizio della Patria: storia del generale Enrico Secchi

Questo articolo rappresenta un perfetto esempio dell'interazione virtuosa che il web consente, nel campo delle ricerche storiche e genealogiche: dopo la pubblicazione del nostro articolo dedicato al colonnello Vero Wilmant , siamo infatti entrati in contatto con un suo pronipote che, con estrema cortesia e competenza, ci ha svelato, a poco a poco, la storia avventurosa della sua famiglia. Questo articolo, per la penna brillante di Enrico Secchi, è dunque dedicato alla vicenda umana del suo omonimo nonno, valoroso ufficiale del Regio Esercito, prima, e poi dei Reali Carabinieri. 
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Il generale Enrico Secchi (1887-1963).

Enrico Secchi nacque a Lodi il giorno 11 dicembre 1887. Il padre, Bassano, era un funzionario nell’Amministrazione Comunale di Lodi, che ancora molto giovane, s’innamorò di una giovane donna sempre di Lodi, che sposò nel 1884. La giovane sposa si chiamava Zaira Wilmant, anch’essa proveniente da famiglia agiata, proprietaria della locale Tipografia e Casa editrice Wilmant e figli, una delle più importanti della Lombardia, avendo fondato negli anni due testate giornalistiche e pubblicato importanti testi, come una delle prime versioni del romanzo che conosciamo come "I promessi sposi" di Manzoni. Dalla loro unione nacquero due figli maschi: il primogenito Francesco, che prese il nome del nonno paterno - il quale allevato dal padre nelle idee liberali partecipò pochi mesi dopo il suo matrimonio alle “cinque giornate” di Milano -, ed Enrico appunto, nome del nonno materno - anch’esso patriota e combattente nell’insurrezione di Milano contro le truppe del maresciallo Radetzky -. [Zaira Wilmant era sorella del colonnello Vero Wilmant, ndR].

Francesco - fratello maggiore di Enrico -, si laureò nel 1909 in Giurisprudenza presso l’Università di Genova. Nel 1910, appena venticinquenne, ottenne, a seguito di concorso, la nomina a Segretario Generale degli Istituti di Beneficenza del circondario di Lodi. Francesco fu chiamato alle armi nel 1916 e combatté nella prima guerra mondiale, raggiungendo il grado di Tenente di artiglieria di complemento. Durante la battaglia del Piave fu sottoposto con la sua batteria a ripetuti lanci, da parte degli austriaci, di gas asfissianti per ben tre giorni, e, malgrado le maschere antigas, allora ai primi esperimenti, ne rimase intossicato, fatto questo che ne minò lentamente il fisico. Pertanto, posto in congedo nel 1918, dopo la vittoriosa conclusione della guerra, la sua salute deperì sempre di più e nel 1923 morì di trombosi a soli 38 anni, lasciando la moglie e le due figlie ancora piccole.
Francesco Secchi, in uniforme da s.ten. d'artiglieria (archivio famiglia Secchi).

Il secondo figlio, Enrico, crebbe di alta statura (oltre m. 1,80), con occhi grigi e penetranti. Portato, come tutti nella sua famiglia, alla musica, era particolarmente appassionato di quella lirica, che coltivava e conosceva perfettamente; aveva inoltre ereditato una bellissima voce da baritono dallo zio materno Tieste Wilmant e, avendola coltivata, si dilettava a cantare specialmente romanze liriche.

Il 21 novembre 1906, Enrico, superati i difficili esami di ammissione entrò alla Scuola Militare di Modena (l’attuale Accademia Militare), iniziando così la carriera militare. Promosso Sottotenente nell’ottobre del 1908, frequentò la Scuola Centrale di Tiro di Parma (denominata successivamente Scuola di Applicazione, con sede sempre a Parma fino al termine della seconda Guerra Mondiale e, dopo il conflitto, a Torino); alla fine di tale corso, dopo aver prestato giuramento il 20 novembre 1908, venne destinato al 67° Reggimento Fanteria di Linea della Brigata “Palermo”, in guarnigione nella città di Como.
Il s.ten. Enrico Secchi con un gruppo di ufficiali del 67° fanteria nel 1910 (archivio famiglia Secchi).

Negli anni successivi, Enrico si dedicò all'ordinario svolgersi della vita reggimentale, tra esercitazioni, attività di Pubblica Sicurezza e interventi in caso di calamità naturali, ma nell'imminenza della guerra italo-turca il reggimento a cui apparteneva visse un periodo di particolare attività fino allo scoppio repentino del conflitto.
Il 17 giugno 1911 l'intero reggimento venne inviato in servizio di Pubblica Sicurezza a Milano in occasione dei disordini avvenuti per l'imminente guerra di Libia, rimanendovi fino al 5 luglio.
Sempre nel luglio 1911, mentre Enrico si trovava alle “manovre estive” in Albano Sant’Alessandro (Bergamo), dovette accorrere presso il capezzale del padre, colpito da un improvviso malore (“ictus cerebrale”), che spirò tra le sue braccia. Bassano aveva solo 51 anni.

Nell’ottobre 1911, scoppiò la guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica (che sarebbero, poi, state unite sotto il nome di Libia) ed Enrico, mobilitato poco dopo, partì per il fronte con un contingente del 67° [probabilmente inquadrato nel 68° reggimento della medesima Brigata "Palermo", ndR]: imbarcandosi da Napoli il 25 settembre 1912, sbarcò a Bengasi il 28 settembre 1912. Dopo aver partecipato a diverse azioni belliche, contrasse una malattia di carattere intestinale, che si rivelò subito molto grave, ma che, però, in quei tempi non ancora avanzati della medicina, non venne diagnosticata con precisione; pertanto, dopo un breve periodo di degenza presso un ospedale da campo, imbarcato a Bengasi il 30 novembre 1912, venne rimpatriato a Palermo il 6 dicembre 1912 con la nave ospedale “Regina Margherita” e ricoverato all’Ospedale Militare di Palermo. Ma anche qui si brancolava nel buio ed Enrico, febbricitante, fu dichiarato in imminente pericolo di vita. Venne allora subito chiamata la madre Zaira, che si precipitò da Senna Lodigiana e che, ospitata nell’Ospedale stesso, si adoperò in tutti i modi per alleviare le sofferenze del figlio. Fortunatamente, proprio in quel periodo giunse all’Ospedale Militare un Ufficiale Medico, di cognome Ciulla, siciliano, che si dimostrò perfetto diagnostico, riuscendo a salvare da sicura morte Enrico mediante cure finalmente adeguate al particolare caso (Ileo-Tifo, anche detto tifo addominale), e portandolo a completa guarigione. La malattia era durata esattamente dal 18 ottobre 1912 al 15 gennaio 1913, seguita, poi, da un periodo di convalescenza di 90 giorni; in tutto, ben sei mesi. Finita la convalescenza, Enrico rientrò in servizio a Milano.

Nel 1914, vinse un concorso per l’Arma dei Carabinieri Reali, ove entrò con il grado di Tenente; fu destinato alla Tenenza di Asti alle dipendenze del Capitano Enrico Chiabrando, da lui sempre ricordato per la sua bontà e rettitudine.

Nel maggio del 1915, si fidanzò con una signorina del luogo, Francesca Moriondo, e il matrimonio, avendone avuto la necessaria autorizzazione dal Sovrano, fu celebrato il 16 agosto successivo, in quanto, essendo l’Italia entrata in guerra il precedente 24 maggio a fianco degli Alleati contro gli Imperi Austriaco e Tedesco, Enrico era già stato mobilitato; infatti, dopo pochi giorni, a settembre, fu inviato al fronte, esattamente a Santa Maria di Tolmino, al comando di un plotone distaccato del III Battaglione del Reggimento Carabinieri Reali. I plotoni venivano normalmente assegnati per servizi di Polizia Militare; i Carabinieri Reali, dunque, agivano non solo nelle retrovie, ma anche nelle posizioni di prima linea, ai posti di medicazione, agli sbocchi dei camminamenti, nei punti di passaggio obbligato, lungo le strade direttrici di marcia delle truppe operanti. Questi erano i loro compiti assegnati, oltre quelli di Arma combattente, di esecuzione di bandi per i militari e per le popolazioni civili, di recapito di ordini, di servizi di sicurezza in sosta e in marcia, di polizia giudiziaria per i reati militari e comuni, di vigilanza sanitaria, di assistenza ai feriti, di ordine interno dei centri abitati, di sicurezza delle comunicazioni, di prevenzione e repressione dello spionaggio. Successivamente, promosso Capitano il 14 giugno 1917 a novembre dello stesso anno Enrico venne assegnato alla sorveglianza del servizio di protezione e vigilanza delle ferrovie dipendenti dalla VII Armata.
Enrico Secchi in uniforme da capitano dei Carabinieri Reali (archivio famiglia Secchi).

Alla fine della Prima guerra mondiale, Enrico, ormai Capitano, si trovava a Como, quale Comandante della Compagnia esterna dei Carabinieri Reali di Via Dante. Quivi, nel 1921 nacque Bassano, suo secondogenito, mentre la sua primogenita, Domitilla, era nata durante la guerra nel 1916 ad Asti.

In questo periodo, molto turbolento del dopoguerra soprattutto per l’ordine pubblico – il c.d. biennio rosso -, ricevette il suo primo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“In occasione di grave triplice omicidio a scopo di furto, che aveva profondamente commossa l’opinione pubblica e le cui indagini si presentavano di speciale difficoltà, impartiva al comandante di stazione interessata intelligenti istruzioni e direttive, che condussero all’arresto ed alla confessione del colpevole. Bregnano (Como) 16 marzo 1920 (2° Gruppo Legioni)”, cui si dovette aggiungere un secondo encomio solenne per lo stesso fatto dal Ministero dell’Interno.

Intanto, scioperi e manifestazioni si moltiplicavano sempre più in tutta Italia ed Enrico a Como si trovò costantemente in prima linea, al fine di arginare le violenze e i disordini. Il giorno 14 settembre 1920, accadde l’episodio più cruento; infatti, Enrico intervenne a Como insieme ai suoi Carabinieri coadiuvati da Agenti investigativi, Guardia di Finanza e Soldati per fermare un corteo vietato dalla Questura, intimando ai dimostranti tra piazza San Fedele e Via Indipendenza di disperdersi. Ne nacquero subito dei tafferugli e dalla folla partirono alcuni colpi di rivoltella e un proiettile sfiorò proprio Enrico. Gli agenti, pertanto, procedettero prontamente all’arresto dei due giovani che avevano sparato.
Dopo Como, Enrico prestò servizio nelle sedi di: Mondovì (C.te Distaccamento Scuola Allievi Carabinieri) e Bra (promosso Maggiore nell’agosto del 1924, comandò il Btg. Allievi CC) negli anni 1923 – 1925. 

Foto commemorativa degli ufficiali della Scuola Allievi CC.RR. in Bra (archivio famiglia Secchi).

Nel febbraio del 1926, fu trasferito a Girgenti (ora Agrigento), ove, quale Comandante della locale Divisione CC, fu impegnato nella lotta contro la “mafia”, condotta con successo, per volere del Governo, dal Prefetto Mori. Durante quest’ultimo periodo ricevette un terzo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“Coordinò e diresse con abilità e sagacia non comuni le complesse e difficili indagini e le conseguente azione dei dipendenti che fruttarono la costituzione di 22 colpiti da mandato di cattura, restituendo la tranquillità alle popolazioni e la fiducia nell’imperio della legge. Bivona – Ribera. Burgio - S. Stefano Quisquina (Girgenti) Aprile Maggio 1926 (Boll. Ufficiale anno 1926 dispensa 6a)”.
Nel dicembre 1926, altro trasferimento a Lucca (sempre C.te Div. CC), dove fu promosso al grado di Tenente Colonnello. Successivamente, nel marzo del 1929, venne trasferito a Grosseto, sempre come Comandante di Divisione. Durante quest’ultimo servizio ricevette il quarto Encomio in occasione della visita ufficiale del Capo del Governo in Toscana e, in particolare, a Grosseto, con la seguente motivazione: 
“Predispose e diresse con non comune sagacia attività e zelo veramente commendevoli i complessi servizi affidati all’Arma in occasione di grandiosi cerimonie svoltesi durante visite ufficiali di S.E. il Capo del Governo. Grosseto 10 maggio 1930 (Ispettorato 3a zona)”.
Enrico Secchi in grande uniforme da ufficiale dei CC.RR. (archivio famiglia Secchi).

Enrico, continuò nella carriera, subendo altri trasferimenti: a Bologna (1930 – C.te Div. Int.); a L’Aquila (1932 – C.te Div.); a Bari (1934 – V. C.te e poi C.te Legione CC.RR.) e, infine, a Milano, ove fu promosso Colonnello (1935 – Incarichi Speciali per le Regioni Lombardia e Venezia Tridentina).

Nel 10 giugno 1940, l’Italia entrò nel conflitto mondiale scoppiato nel 1939 ed Enrico fu quasi subito mobilitato e assegnato a Trento, quale Comandante della Zona Militare del Trentino. Enrico, quindi, si dovette trasferire a Trento, mentre il figlio Bassano, ormai diciannovenne, decise di partire volontario per il fronte russo e, dopo avere concluso il corso come Allievo Ufficiale, nel marzo 1942, fu nominato sottotenente, venendo di lì a poco destinato in Russia. Tale scelta, nonostante la normale e iniziale riluttanza, venne dal padre Enrico successivamente appoggiata.
Enrico, nel 1943, continuava nel suo servizio a Trento, ma il suo animo era turbato poiché, durante la ritirata delle Truppe Italiane in Russia (dicembre 1942 – marzo 1943), più nessuna notizia gli era pervenuta dal figlio Bassano, facente parte dell’ARMIR (8a Armata Italiana in Russia), mentre notizie attinte da alcune fonti dello Stato Maggiore dell’Armata lo davano disperso con il suo reparto. Ma finalmente verso il mese di aprile venne a sapere che il figlio era fuori pericolo e nel mese di maggio poté riabbracciarlo al suo rientro in Patria.

Nel medesimo mese ebbe il suo quinto Encomio Solenne con la seguente motivazione 
“Per l’ottima preparazione professionale, attività ed interessamento dimostrati nel comando della Sottozona e in particolare della difesa antiparacadutista” (Capo di S.M. della difesa 29/05/1943)”
Ma intanto gli eventi politici e militari in Italia precipitavano: il 25 luglio, alla caduta del Fascismo, Divisioni tedesche attraversarono il confine e si schierarono nel Trentino e nell’Alto Adige e, l’8 settembre 1943, all’atto dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, attaccarono improvvisamente, nella notte, tutte le unità italiane nella zona, secondo un piano già predisposto da tempo, per cui la provincia di Trento, insieme a quella di Bolzano e di Belluno, entrava a far parte del Reich, dipendendo direttamente dal Führer.

Enrico fu subito arrestato dai Tedeschi, che devastarono gli uffici e la sede del suo Comando, e rinchiuso nel campo di aviazione di Gardolo (Trento). Tale luogo era stato scelto dai Tedeschi per concentrare i numerosi militari italiani fatti prigionieri, in quanto il sito, dotato di un vasto prato, circondato da una robusta rete metallica, e di capannoni spaziosi, era adatto all’uso di tenere reclusi i resti del Regio Esercito, in attesa di essere internati in Germania attraverso la linea ferroviaria del Brennero, ormai sotto il completo controllo della Wehrmacht.

Da tale improvvisato campo di concentramento, nel volgere di poche ore, Enrico, avendo, peraltro, mantenuto l’arma di ordinanza e padroneggiando la lingua tedesca, seppe evadere in maniera rocambolesca, grazie al suo sangue freddo e alla sua temerarietà. Successivamente, mercé l’aiuto di un fedele e coraggioso ufficiale della Milizia Ferroviaria (Capomanipolo Augusto Moggio di Lucca), già suo dipendente e in quel frangente fatto rimanere in servizio dai Tedeschi, poté prendere, in borghese, un treno e raggiungere, dopo un fortunoso e pericoloso viaggio, Tagliacozzo in provincia de l’Aquila, ove venne tenuto nascosto, con personale grande pericolo, da una famiglia amica, essendo il paese occupato da truppe tedesche ed Enrico ricercato dalla polizia germanica. In tale occasione, la Famiglia Pietropaolo fu di grande aiuto e mai nessuna indiscrezione trapelò da questa ristretta cerchia di amici. Nel giugno 1944, a Roma ritornò il Governo Italiano legittimo ed Enrico, pertanto, riassunse servizio nella stessa Roma, con il grado di Generale di Brigata presso il Comando Generale dei CC. RR. con incarichi speciali, fino al primo luglio 1945, quando veniva collocato in congedo.
Ancora Enrico Secchi in uniforme da generale (archivio famiglia Secchi).

Durante la sua carriera, oltre alle medaglie relative alle tre guerre a cui aveva partecipato, fu insignito della Croce al Merito di Guerra, della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro (onorificenza Sabauda molto rara e concessa solo per particolari meriti di servizio), della Commenda dell’Ordine della Corona d’Italia e del Cavalierato dell’Ordine della Stella Coloniale (per il servizio reso durante la Guerra Italo-turca), oltre alla Medaglia Mauriziana e a quella di Lungo Comando.
Medagliere del gen. Enrico Secchi (archivio famiglia Secchi).

Gli anni successivi trascorsero sereni e tranquilli tra Roma e Tagliacozzo. Ebbe la soddisfazione di vedere: il figlio Bassano, entrato in carriera militare e superate indenne le vicende belliche, indossare i gradi di Tenente Colonnello dell’Esercito, mentre la figlia Domitilla diventare funzionario di grado elevato nel Comune di Torino.
Corteo funebre del gen. Enrico Secchi a Tagliacozzo, 1963 (archivio famiglia Secchi).

Morì il 3 luglio 1963 colpito da infarto cardiaco, in Tagliacozzo, ove si era recato qualche giorno prima, per trascorrervi il periodo estivo. Al suo funerale parteciparono, oltre ai parenti più stretti, Autorità Militari e Civili e una grande folla; al suo Feretro furono resi gli onori militari, da parte di un reparto di Granatieri, dovuti al suo alto grado, al suo passato di combattente di tre guerre, alla sua immagine di vecchio Soldato. 
Aveva servito la Patria con onestà, coraggio e completa dedizione. Ora riposa nella quiete del Cimitero di Tagliacozzo nella sua ultima guardia.

Enrico Secchi

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Ringraziamo sentitamente l'avv. Enrico Secchi per lo scritto e per la disponibilità alla pubblicazione delle preziose fotografie tratte dall'archivio di famiglia.

giovedì 2 aprile 2020

Un berretto per un colonnello - Emilio Ravanelli

Spesso abbiamo tentato di raccontare, grazie ai nostri articoli, storie di combattenti attraverso oggetti a loro appartenuti (come nel caso del capitano Paolo Ballatore e del tenente Antonio Depoli) oppure comunque a loro direttamente riferiti, quali decorazioni al valor militare alla memoria (nel caso, tra gli altri, del capitano Bartolomeo Gurgo) o diplomi (come nel caso del sottotenente Giuseppe Vittone).
Ciò è quello che avremmo desiderato fare anche con il presente articolo, che prende le mosse, ancora una volta, da un oggetto. Si tratta, stavolta, di un berretto da colonnello comandante di un reggimento di fanteria, secondo il modello regolamentato nel 1895 e confermato con l'istruzione del 1903. Il copricapo è stato recentemente recuperato dall'autore in condizioni…pietose, e sottoposto a un delicato restauro che, senza aggiungere né togliere alcun elemento dal medesimo, lo ha riportato, almeno parzialmente, alle forme (non diremo allo splendore) originale.

Berretto da colonnello comandante del 140° regg. fanteria della Brigata "Bari" (coll. dell'autore).
Il berretto, tuttavia, ha una particolarità: appartenne, cioè, ad uno dei comandanti del 140° reggimento Fanteria della Brigata "Bari", come rivela la cifra nel tondino del fregio frontale. Un elemento interessante, quando si consideri che tale reparto esistette solo dal 1915 al 1919. Fu, dunque, un reparto che legò le proprie vicende unicamente alla Prima guerra mondiale.
Dettaglio del trofeo da berretto per l'arma di fanteria, sottopannato in robbio.
La Brigata "Bari" – formata dal 139° e 140° reggimento fanteria – costituiva, infatti, una brigata di fanteria di Milizia Territoriale: era, cioè, tra quelle unità che, secondo l'ordinamento dell'esercito italiano allora vigente, non esisteva in tempo di pace, ma era invece destinata ad essere costituita in caso di mobilitazione, inquadrando coscritti richiamati dal congedo.
I due reggimenti della "Bari", nello specifico, furono mobilitati (i.e., costituiti) dai depositi di due reggimenti di esercito permanente. In particolare, il comando di brigata e il 139° reggimento furono costituiti dal deposito del 10° reggimento della Brigata "Regina" con sede a Bari , mentre il 140° fu mobilitato dal deposito del 47° reggimento della Brigata "Ferrara", avente sede a Lecce.

La costituzione del 140° avvenne, secondo il riassunto storico, il 1° gennaio del 1915. Al termine del conflitto, con il riordinamento delle forze armate conseguente alla smobilitazione, anche la Brigata "Bari" fu sciolta, e il 140° reggimento fu disciolto nel settembre del 1919 [1].
Cartolina illustrata della Brigata "Bari".
Come si può dedurre dalla sua breve vita, il reggimento, nel corso dei quattro anni di campagna, ebbe ben pochi comandanti. Questa la cronotassi dei titolari del reparto:
  • col. Giovanni Battista Servici, da Roma, dal 24 maggio al 24 agosto 1915;
  • ten. col. Giovanni Gotelli, dal 28 agosto al 4 ottobre 1915;
  • col. Emilio Ravanelli, dal 6 ottobre 1915 al 21 luglio 1916;
  • ten. col. Francesco Tomasuolo, dal 22 luglio all'11 settembre 1916;
  • col. Giuseppe Solaro, dal 24 settembre al 25 ottobre 1916;
  • col. Enrico Ferrari, dal 1° novembre al 10 dicembre 1916;
  • ten. col. Ernesto Signori, dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917;
  • col. Eugenio De Vecchi, dal 23 giugno al 31 agosto 1917;
  • ten. col. Efraim Campanini, da Pieve di Cento, dal 1° settembre al 25 ottobre 1917;
  • ten. col. Pietro Bonami, da Firenze, dal 28 ottobre 1917 al termine della guerra.

Il proprietario del berretto nelle nostre mani, dunque, si nasconde evidentemente tra gli ufficiali appena menzionati.
Bisogna poi svolgere alcune riflessioni.
Anzitutto, trattandosi di un berretto che ci è pervenuto, lungo cento anni, intatto nei suoi attributi (appunto, propri di un colonnello comandante del 140° fanteria) ne consegue che il suo antico proprietario non dovette ricoprire, successivamente al periodo trascorso al comando del reparto in discorso (il 140°) alcuna altra carica di pari grado: diversamente, avrebbe provveduto a mutare, semplicemente, le cifre nel tondino, adattandole al nuovo reggimento.
Laddove, per ipotesi, avesse cambiato corpo (per esempio, venendo trasferito ai bersaglieri), è assai probabile che - come d'uso al tempo - avrebbe fatto sostituire tutte le metallerie (gallone, galloncino e bottoni), nonché le filettature, anziché acquistare un nuovo berretto. Tale è il caso, in particolare, del col. Servici che - esonerato dal comando del 140° il 12 agosto 1915 - avrebbe poi comandato il 3° Regg. Bersaglieri sul fronte dolomitico.
Da questa semplice osservazione si trae in definitiva che l'originale proprietario del berretto, ceduto il comando del 140° reggimento, dovrebbe alternativamente: essere stato promosso al grado superiore (tenente generale); essere stato posto a riposo; essere deceduto.
Orbene, da una rapida analisi dei profili degli ufficiali menzionati sopra, si trae anzitutto che nessuno di loro cadde in combattimento.
Si aggiunga anche che pare assai improbabile che, in tempo di guerra, ci si facesse confezionare un berretto turchino - del modello introdotto nel 1895 e confermato nel 1903 - e lo si guarnisse del fregio di un reggimento il cui comando (come nel caso del col. Gotelli, del col. Solaro, del col. Ferrari e del col. De Vecchi) fosse stato mantenuto solo per uno/due mesi.

Riassuntivamente, senza dilungarci, si dirà che, esclusi la maggior parte dei "candidati" mediante i criteri di cui sopra, restano "in lizza" due personaggi, i quali tennero consecutivamente il comando del reggimento per oltre sei mesi ciascuno.
Anzitutto, il ten. col. Ernesto Signori. Circa tale personaggio, non è purtroppo possibile dire alcunché: infatti, non se ne trova alcun riferimento sugli annuari militari rilevanti. Perciò, pare doversi concludere che si tratti di un refuso, in sede di compilazione del riassunto storico. Il personaggio dovrebbe dunque essere identificato nel ten. col. Ernesto Liguori, il quale fino all'estate del 1916 era comandante del IV battaglione del 68° reggimento della Brigata "Palermo". Appare ben possibile che egli sia stato successivamente trasferito al 140°, del quale potrebbe appunto aver ricoperto il comando dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917. Tuttavia, tale personaggio, poi promosso al grado di colonnello, avrebbe successivamente ricoperto altri incarichi di comando [2].
In secondo luogo, residua il nominativo del colonnello Emilio Ravanelli. Con riguardo a quest'ultimo, ci è stato possibile, curiosamente, reperire numerose informazioni.
A tal proposito, è bene dire che non vi è alcun elemento determinante e inequivoco – poste le premesse di cui sopra – per attribuire il berretto in discorso proprio al colonnello Ravanelli. Tuttavia, dato che siamo riusciti a ricostruire numerosi dettagli circa questa figura di soldato - la quale fu anche legata a Como, città di chi scrive -, l'occasione sarà comunque opportuna per rievocarla, insieme ai nostri quattro lettori.

Breve profilo del colonnello Emilio Ravanelli

Emilio Ravanelli nacque a San Giovanni in Persiceto, nella provincia bolognese, il 29 novembre del 1864. I suoi genitori erano Andrea Ravanelli, di professione cappellaio, e Claudia Savorini, di condizione agiata. Deciso a intraprendere la carriera militare, il giovane Emilio frequentò - probabilmente - l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, ottenendo la nomina a sottotenente il 3 agosto del 1884. Ventenne, iniziava così la sua carriera da ufficiale del Regio Esercito: una carriera che avrebbe svolto integralmente nell'Arma di Fanteria, prestando servizio presso vari reggimenti, dislocati lungo tutta la Penisola.
Nel 1891, da tenente, fu in servizio a Como, presso la compagnia permanente del locale Distretto Militare (23). Promosso capitano nel 1898 [3], fu al 21° reggimento della "Cremona", per poi essere nuovamente trasferito a Como, presso il 78° reggimento della Brigata "Toscana", in quel periodo avente sede nel capoluogo lariano [4].
Grazie alla frequentazione della buona società comasca, il capitano Ravanelli dovette incontrare una giovane e fascinosa signorina, della quale rimase ammaliato: si trattava della milanese Fortunata Camagni Bolzani, in arte Lice Formen, cantante lirica. Di lei si ricorda in particolare la fortunata interpretazione di Maddalena nella pucciniana Manon Lescaut presso il Teatro Sociale di Como, nella stagione teatrale 1895-1896 [5].
I due, in breve, convolarono a nozze nel 1901 a Milano, prendendo poi dimora a Como [6], dapprima in Piazza Vittoria, e poi al num. 41 di Via Valduce. Il matrimonio coincise con la fine della carriera artistica di Lice Formen, che - per volere del marito, austero militare - abbandonò il teatro.
Nel 1902, la famiglia si allargò con la nascita di una figlia, Claudia Orsola [7].
Tuttavia, in ragione di un avvicendamento di sedi, la famiglia dovette qualche anno dopo trasferirsi a Bra, ove fu trasferito il 78° reggimento fanteria. In seguito, il capitano Ravanelli ottenne - verosimilmente dietro sua domanda - il trasferimento al 68° reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", con sede a Milano. I signori Ravanelli vi presero dunque dimora, in un bello stabile liberty di Via Crema, in zona Porta Romana.
La moglie (a sx, all'epoca della sua carriera lirica) e la figlia (a dx, negli anni Venti) del col. Ravanelli.
Foto tratta da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra, op. cit.
Nell'estate del 1911, Emilio Ravanelli ottenne la promozione al grado di maggiore, e lo stesso anno fu anche insignito del cavalierato della Corona d'Italia [7].
Gli eventi della Guerra italo-turca non scalfirono la tranquillità famigliare dei Ravanelli, dato che il maggiore non fu incluso tra le aliquote del 68° reggimento fanteria destinate in terra d'Africa.
Così trascorsero gli anni sino al fatidico 1914. In seguito allo scoppio della guerra europea, l'Italia - secondo quanto meglio illustrato in altri articoli del nostro blog -, pur in una posizione di neutralità, iniziò progressivamente la mobilitazione delle proprie forze armate.
In questo quadro, avvenne anche la costituzione di numerose unità di fanteria di Milizia Territoriale, destinate cioè ad inquadrare i coscritti richiamati dal congedo.
Tra queste, tra novembre e dicembre del 1914, vi fu anche la nuova Brigata "Milano", costituita dal 159° e 160° reggimento fanteria. Il 159°, in particolare, fu costituito dal deposito del 68° reggimento della "Palermo": tra gli ufficiali di quest'ultimo reparto destinati alla nuova unità vi fu, dunque, anche Emilio Ravanelli, il quale frattanto era stato promosso al grado di tenente colonnello.
A lui fu, dunque, affidato il comando del III battaglione del 159° reggimento fanteria [8]. Mancavano, ormai, solo pochi mesi all'intervento in guerra anche del Regno d'Italia.

La guerra: il 1915

Nel corso della primavera del 1915, dunque, di pari passo con le operazioni della c.d. mobilitazione occulta, i reggimenti delle unità neocostituite si dedicarono ad un intenso addestramento, per istruire i richiamati e amalgamare i reparti.
Nel caso della Brigata "Milano", la dichiarazione di guerra dovette sorprendere l'unità in una condizione di non sufficiente prontezza: infatti, al 24 maggio 1915, i due reggimenti si trovavano ancora a Gussago, nel bresciano, ben lontani dal fronte. L'unità – operativamente inclusa nella 35^ Divisione – con le settimane successive si avvicinò alla zona di operazioni, raggiungendo il vicentino a inizio luglio, per poi ascendere, alla metà di agosto, sull'Altopiano di Asiago. Tuttavia, fino alla metà di ottobre, i due reggimenti della "Milano" non presero parte ad alcuna operazione di combattimento. Ciò sarebbe avvenuto – in maniera, purtroppo, assai infelice – solo con il 18 ottobre 1915, quanto la Brigata avrebbe avuto il suo drammatico battesimo del fuoco tentando di espugnare le munitissime posizioni del Costone (o Trincerone) Durer. A tale data, tuttavia, il ten. col. Ravanelli aveva già lasciato il reparto: egli, infatti, era stato chiamato al comando del 140° reggimento fanteria della Brigata "Bari"
A far data dal 1° ottobre, infatti, egli era stato promosso al grado di colonnello, e destinato dunque al comando di un reggimento [9].
Emilio Ravanelli, così, rilevò il comando del reparto – dal ten. col. Giovanni Gotelli – alla data del 6 ottobre 1915. A tal proposito, è significativo notare come ad un ufficiale quale Ravanelli, che non aveva ancora preso parte ad alcuna azione di combattimento – né del resto aveva alcuna esperienza al riguardo, non avendo neppure preso parte alla Guerra italo-turca – fosse affidato il comando di un reggimento che si trovava in prima linea pressoché ininterrottamente da tre mesi. La Brigata "Bari", infatti, aveva preso parte alle sanguinose offensive estive, combattendo duramente nel conteso settore di San Martino del Carso, nelle cui trincee il reggimento si trovava al momento in cui il ten. col. Ravanelli lo raggiunse.
Tratto di fronte tenuto dal XIV C.d.A. alla vigilia della Terza Battaglia dell'Isonzo.

Nonostante la poca esperienza di guerra guerreggiata, il nuovo comandante si sarebbe rivelato all'altezza del compito. Dopo soli dieci giorni dal suo arrivo, infatti, la Brigata "Bari" sarebbe stata impegnata nelle operazioni della Terza battaglia dell'Isonzo, allorquando – insieme a tutto il XIV corpo d'armata (28a - 29a e 30a divisione) - avrebbe tentato nuovamente la conquista delle alture di S. Michele e S. Martino. A partire dal 18 ottobre, il 140° reggimento sarebbe dunque entrato in combattimento, al comando del col. Ravanelli.
Gli assalti sarebbero proseguiti fino al giorno 25, ma senza risultati di rilievo, e con altissime perdite [10]. Dopo un breve periodo di riposo, la "Bari" sarebbe tornata all'attacco il 4 novembre, facendo progressi nel settore di San Martino, pur anche stavolta a prezzo di gravi perdite [11]. Il 5 novembre, i due reggimenti tornarono a riposo, nel settore di Sevegliano - Ontagnano - Felettis - Privano, ove rimasero sino a fine anno.
Come si diceva, il colonnello Ravanelli - pur "neofita" del fronte - dovette farsi apprezzare per la propria azione di comando, tanto che - probabilmente su proposta del comandante della Brigata, Enrico Caviglia, uno dei nostri più brillanti ufficiali generali - gli fu conferita la medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Con costante attività ed alto spirito militare, sprezzando ogni pericolo e portandosi sempre in primissima linea, guidò il proprio reggimento in successivi, numerosi attacchi contro forti trincee nemiche." - Carso, 18 ottobre - 9 novembre 1915.
Ritratto del col. E. Ravanelli apparso su La Domenica del Corriere per celebrare il conferimento della MAVM.
Si osservi, in proposito, che - a differenza di quanto si potrebbe pensare - la concessione di onorificenze al valor militare a ufficiali comandanti di reggimento non era, per nulla, cosa scontata: ciò, dunque, fa onore alle qualità di comandante del cav. Ravanelli. La foto riportata qui sopra, tratta da La Domenica del Corriere, è assai interessante anche dal punto di vista uniformologico: Ravanelli, infatti, indossa l'uniforme turchina secondo l'istruzione del 1903, con il berretto recante gli attributi da colonnello (gallone e tre galloncini); tuttavia, al bavero porta ancora le mostrine della sua vecchia Brigata "Palermo", non già quelle della "Bari" e neppure quelle dalla "Milano": segno che, in tempo di guerra, l'adattamento delle uniformi non era, spesso, omogeneo.
Le offensive della fine di ottobre provarono in maniera durissima i due reggimenti della "Bari", tanto che essi rimasero in zona di riposo sino al mese di marzo. Rientrata in efficienza, l'unità fu trasferita, con la metà di aprile, nel settore del Monte Sabotino, ove conseguì alcuni successi – perlopiù ad opera del 139° reggimento.

Dopo tali sforzi, la "Bari" tornò in zona di riposo fra Dobra e Sant'Andrat. Qui essa si trovava alla metà di maggio del 1916, quando fu raggiunta dalle notizie della poderosa offensiva sferrata dal nemico nel settore degli Altipiani.


Il 1916: la Battaglia degli Altipiani
La Brigata "Bari", dunque, fu tra le unità scelte per essere inviate a rinforzo delle truppe operanti sugli Altipiani: i due reggimenti furono, quindi, caricati su treni e trasferiti nel vicentino, raggiungendo il 31 maggio la zona fra Giarabassa e Bolzonella.
L'8 giugno la "Bari" fu trasferita a Cismon e il giorno dopo a Enego.
Infine, il 16 giugno, la Brigata "Bari" entrò in linea, per partecipare alla controffensiva: ad essa fu affidato il compito di superare la Piana della Marcesina e di attaccare il Monte Confinale. Il tentativo, fatto purtroppo in pieno giorno, di attraversare la piana non sortì effetto, a causa dei reticolati apprestati dal nemico. L'operazione fu ritentata il 17, e poi ancora sino al 20, ugualmente senza successi, ed alternando avanzate e ripiegamenti.
Il 25 giugno, in seguito al parziale ripiegamento degli Austro-Ungarici, il Regio Esercito riprese l'offensiva: alla Brigata "Bari" fu dunque affidato il compito di avanzare lungo la direttrice Monte Fiara - Monte Colombara - Monte Zingarella. Il 26 giugno, dopo immani sforzi, i nostri fanti riuscirono ad espugnare le posizioni di Monte Fiara, ma lo slancio degli Italiani dovette arrestarsi, a causa dei forti trinceramenti nemici. I combattimenti continuarono, furiosi, in special modo il 29 giugno e il 3 luglio, pur senza il raggiungimento di risultati di rilievo.
Il 12 luglio, infine, la Brigata "Bari" fu inviata a riposo a Fontana dei Tre Pali, alle falde settentrionali del Monte Castelgomberto: le sue perdite dal 7 giugno al 12 luglio sono di 64 ufficiali e 1855 gregari.
Le truppe della Brigata "Bari" sarebbero rientrate in linea il 20 agosto, sulle posizioni di Monte Colombara.
Al comando del 140° reggimento, però, non c'era più il colonnello Ravanelli: a far data dal 22 luglio, al suo posto fu infatti nominato il ten. col. Francesco Tomasuolo, che avrebbe guidato il reparto solo per circa un mese e mezzo.
Otto giorni dopo l'arrivo in zona di riposo, dopo aver comandato il suo reparto in condizioni difficilissime, il col. Ravanelli lasciava dunque il suo 140°: difficile affermare quale ragioni fossero alla base dell'avvicendamento. Di certo, Ravanelli non fu trasferito al comando di un altro reparto mobilitato [12]. Possibile, invece, che la causa fosse legata a eventi spiacevoli: un "siluramento" cadorniano, o magari condizioni di salute malferme, a seguito dei duri sforzi delle settimane precedenti.
Ravanelli, in ogni caso, abbandonò la linea del fronte e, nel corso dell'estate, le sue condizioni peggiorarono notevolmente. Probabilmente con l'autunno del 1916 egli si ritirò a Pallanza, amena località sul Lago Maggiore, ove sperava forse si rimettersi in salute, prendendo alloggio in una villa situata in Via alla Palude.
Così non fu: pochi mesi dopo, il 20 marzo 1917, alle due antimeridiane, Emilio Ravanelli lasciava il mondo dei vivi, a soli 52 anni, per una grave insufficienza epatica. Fu, probabilmente, sepolto nel cimitero di Pallanza.
Lasciava la moglie Fortunata, e la giovanissima figlia Claudia.
Notizia della morte del col. Ravanelli apparsa su "Il Resto del Carlino" del 23 marzo 1917,
Quali che fossero le ragioni della sua malattia, essa fu riconosciuta come dipendente "da causa di servizio": pertanto, Emilio Ravanelli figura sull'Albo d'oro nazionale dei caduti, e alla sua vedova fu corrisposta la pensione privilegiata di guerra.
Il nome del col. Ravanelli è ricordato a Milano, sul monumento ai caduti del quartiere di Porta Romana.
Alla memoria di questo soldato, dedichiamo questo articolo.

A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] http://www.regioesercito.it/reparti/fanteria/rgt/rgt140.htm
[2] Vedasi Bollettino ufficiale del Ministero della Guerra, 4 luglio 1919, pag. 4592, che riferisce il trasferimento del colonnello Liguori cav. Ernesto, colonnello del deposito dell'80° reggimento fanteria.
[3] In G.U., anno 1891.
[4] Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1907.
[5] Como e il Teatro, opuscolo a beneficio dei lettori de La Provincia di Como, anno 1912, p. 12.
[6] Atto di matrimonio Ravanelli - Camagni Bolzani.
[7] Le informazioni sulla famiglia Ravanelli sono tratte da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni…, op. cit.
[8] Riassunto storico della Brigata "Milano".
[9] Decreto del Ministro della Guerra in data 21 ottobre 1915.
[10] La "Bari" perde 40 ufficiali e 1061 militari di truppa.
[11] Nelle azioni dal 28 ottobre al 4 novembre, la Brigata perdette 53 ufficiali e 1529 militari di truppa.
[12] Ciò si desume dal controllo dei riassunti storici delle altre brigate di fanteria, come anche dal fatto che, sull'Albo d'oro dei caduti, sarà ricordato ancora come colonnello del 140° fanteria.




BIBLIOGRAFIA
- M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra - materiali per una biografia, in Strada maestra, quaderni della biblioteca G.C. Croce, San Giovanni Persiceto, n. 44, 1° semestre 1998.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.