mercoledì 8 settembre 2021

Sottotenente Ippolito Liprandi, un alpino del "Val Toce"

Dopo il contributo sul gen. Enrico Secchi, dall'archivio della famiglia Secchi traiamo spunto anche per questo breve articolo, dedicato a uno sfortunato e giovanissimo ufficiale: Ippolito Liprandi. Di questo ragazzo - evidentemente legato da un qualche rapporto di amicizia o conoscenza con la famiglia Moriondo-Pich, cui apparteneva la moglie del gen. Enrico Secchi - ci è stata fornita la bella foto che pubblichiamo qui sotto, il che è ci parso motivo sufficiente per ricordarne la figura.
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Dettaglio della foto del s.ten. Ippolito Liprandi custodita dalla famiglia Secchi.

Ippolito Liprandi nacque ad Asti l'8 marzo 1896, figlio di Francesco Liprandi. Con buona probabilità, era nipote dell'Ippolito Liprandi, già reduce garibaldino, noto esponente del mondo economico astigiano a cavallo tra Ottocento e Novecento [1]. 

Ippolito, compiuti gli studi inferiori, si diplomò presso il Regio Liceo-ginnasio "V.E. Principe di Napoli" di Aosta [2].
Interessante il fatto che il nostro fu nominato sottotenente alla metà di luglio del 1915 [3], provenendo dal corso allievi ufficiali, al termine del quale aveva già ottenuto il grado di sergente. Considerando tali tempistiche - e il fatto che la classe del 1896 sarebbe stata chiamata al reclutamento solo in corso d'anno 1915 - è assai probabile che egli avesse optato per l'arruolamento quale volontario ordinario, sin dalla fine del 1914.

Tale istituto, conosciuto dall'ordinamento militare italiano dell'epoca, era riservato ai soggetti diciottenni, celibi e senza figli, che godessero di buona forma fisica, fossero alfabetizzati e avessero il consenso del padre.
Il volontariato ordinario (che abbiamo maggiormente approfondito trattando del s.ten. Pier Felice Vittone) consentiva, in particolare, di poter liberamente scegliere corpo di assegnazione all’atto dell’arruolamento, permettendo così all'arruolato di soddisfare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, come anche di poter conciliare il servizio militare con esigenze di studio o lavoro. 
Liprandi, ottenuta la licenza liceale, aveva probabilmente in animo di proseguire la propria carriera di studio in un'università del Regno. L'arruolamento volontario, in questo senso, costituiva un utile strumento per pianificare il proprio futuro.

Il futuro di questo giovane, tuttavia, doveva misurarsi con l'imponderabile: l'intervento del Regno d'Italia nella guerra europea, il 24 maggio 1915, che trasformò l'esperienza del servizio militare in qualcosa di totalmente differente e di fatale.

Ippolito Liprandi in uniforme da s.ten. del 4° regg. Alpini (archivio famiglia Secchi).

Dunque, Liprandi - promosso al grado di sottotenente - fu assegnato al 2° reggimento Alpini e destinato a un battaglione mobilitato. Solo in un secondo tempo, dunque, egli fu trasferito al Battaglione "Val Toce", il quale era stato costituito dal deposito del 4° reggimento Alpini. In mancanza di altre informazioni, si considereranno qui di seguito brevemente le vicende di tale battaglione.
Cartolina prebellica del 4° reggimento Alpini.

Il "Val Toce" era un battaglione di Milizia Territoriale costituito il 20 maggio 1915 a Cividale con le compagnie 207a, 243a e 281aCon la dichiarazione di guerra, esso varcò il confine al passo di Zagradan, raggiungendo poi lo Jeza, inquadrato nel Gruppo Alpini A.  Il 30, passò l'Isonzo, portandosi a Drezenca in riserva. In seguito operò contro il Kozliak e poi contro la linea austro-ungarica Rudeci Rob - Mrzli, subendo gravi perdite nei giorni 3 e 4 luglio, e venendo rilevato dalla linea. Con il 20 del mese, il "Val Toce" entrò in combattimento partecipando alla riconquista di q. 2163 del Monte Rosso, e passando poi in zona di riposo. 

E' assai probabile che in tale frangente, mentre attendeva alla propria riorganizzazione, il reparto fu raggiunto dai nuovi complementi, tra i quali doveva trovarsi anche il giovane sottotenente Liprandi.

Alla metà di agosto, il Battaglione ritornò in linea, schierandosi nelle trincee a cavallo della strada Volarje - Gabrije. Chiamato il 16 a sostegno del Btg. "Val Baltea", partecipò ai ripetuti attacchi contro le difese di Dolje, pur con scarso successo. Stessa sorte ebbero gli attacchi tentati, nella notte sul 28 e durante la mattina del 29, verso le posizioni di "Case Bruciate", piccola località posta sopra Gabrje, alle falde del Monte Vodil [4]. 
Retro della foto del s.ten. Liprandi, con dedica alla famiglia Moriondo di Asti.

L'azione, ripetuta il 3 settembre, non ebbe miglior esito.
Il 6 e il 7 settembre, il "Val Toce" respinse gli attacchi di sorpresa sferrati dagli austro-ungarici contro le pendici del Vodil, dedicandosi poi al consolidamento delle proprie posizioni difensive.
Il 29 settembre il Battaglione "Val Toce" mosse nuovamente all'attacco di "Case Bruciate": mentre la 207a comp. teneva impegnato col fuoco l'avversario, la 243a riuscì ad aprirsi un varco attraverso i reticolati e a raggiungere le posizioni nemiche; il contrattacco nemico, tuttavia,  riesce a scacciare gli alpini, infliggendo loro gravi perdite.
Il 4 ottobre, il Battaglione "Val Toce" si ritira dalla linea e scende a Volarje in zona di riposo, alternando, fino al 18, periodi in trincea.

Il 18 ottobre iniziarono le operazioni per l'offensiva generale che sarebbe passata alla storia quale Terza battaglia dell'Isonzo. Il 19, dunque, prese avvio una nuova azione nel settore da Plezzo a Tolmino

Il 23 ottobre 1915, così, il Battaglione "Val Toce" mosse all'attacco: furono raggiunte le quote 870 del Vodil e 1100 del Mrzli. 
Nella notte, poichè il nemico era riuscito a riprendere alcune posizioni perdute nella giornata, il "Val Toce" fu lanciato al contrattacco, riuscendo a ristabilire la situazione e a catturare numerosi prigionieri.

Al termine del cruento combattimento, tra i caduti della giornata si dovette contare anche il giovane sottotenente Liprandi [5]. Alla memoria di questo ufficiale, nemmeno ventenne, dedichiamo un pensiero riverente, e questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Ippolito Liprandi, "reduce delle patrie battaglie", chimico farmacista, dirigente della Banca Agricola di Asti, morì il 26 gennaio 1915 (cfr. necrologio apparso su "La Stampa" del 26.01.1915).
[2] R. Liceo-ginnasio "V.E. Principe di Napoli" in Aosta. Annuario per l'a.s. 1925.
[nota] Secondo il Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito per il 1916, Liprandi risulta promosso al grado di sottotenente in forza dei d.lgt. 11, 15, 22 luglio, 1 e 12 agosto, 2 e 29 settembre e 6 ottobre 1915, provenendo dagli allievi ufficiali.
[3] La nomina avvenne in forza del D.lgt. 15 luglio 1915. Così in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito per il 1915.
[4] Cfr. P. Scolè, Degni delle glorie dei nostri avi - Vol. I, 1915, p. 222.
[5] Non è stato, purtroppo, possibile determinare il luogo di sepoltura del s.ten. Liprandi. 

BIBLIOGRAFIA
- Liceo-ginnasio (R.) "V.E. Principe di Napoli" in Aosta. Annuario per l'a.s. 1925.
- Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito, varie annate.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato. 
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

sabato 27 marzo 2021

Breve profilo di Romano Romani, caduto sul colle di Santa Maria di Tolmino

Nel raccontare la vicenda umana e militare del giovane sottotenente milanese Antonio Depoli, abbiamo rievocato anche la figura del maggiore Romano Romani. In questo post, cercheremo di tratteggiarne un breve ritratto.

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Romano Romani nacque a Reggio nell'Emilia il 20 settembre del 1864. Era figlio dell'avv. Antonio Romani, possidente, e della signora Luigia Camurani, i quali gli imposero i nomi di Romano, Priamo, Mario. Nato nella centralissima Via Calcagni (attuale via Guido da Castello), dopo gli studi intraprese la carriera militare, venendo ammesso alla Scuola Militare di Modena. Da essa uscì nel 1883, diciannovenne, con i gradi da sottotenente. Assegnato all'arma di fanteria, di seguito prestò servizio presso reparti dislocati in varie località della Penisola. Nel 1887 fu mobilitato per l'Africa e dunque si trattenne in colonia fino all'anno successivo, quando fu rimpatriato. Probabilmente, è in tali circostanze che al Romani fu conferita una prima Medaglia d'Argento al Valor Militare, della quale non è purtroppo stato possibile reperire la motivazione [1].

Di seguito, Romani subì numerosi altri trasferimenti, da Lodi a Massa e poi a Pinerolo, ove - con il grado di capitano - fu inquadrato nel 90° reggimento fanteria sino al 1903. Insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia, nel 1910 fu poi promosso al grado di maggiore. Nel frattempo, fu assegnato al 65° reggimento della Brigata "Valtellina", con sede in Cremona. Il maggiore, tuttavia, insieme alla sua famiglia aveva nel frattempo preso domicilio a Lonato, in provincia di Brescia.

Timbro con stemma e motto del 65° reggimento fanteria, da una cartolina (coll.d.A).

Con il fatale 1915, Romano Romani fu, infine, promosso al grado di tenente colonnello, e gli fu affidato il comando del III Battaglione del 65° reggimento. Il comando del reggimento era nelle mani del colonnello Agenore Viganoni. In tale gravosa posizione, Romani si trovava dunque alla vigilia della dichiarazione di guerra con l'Austria-Ungheria. 

La mobilitazione e l'arrivo in zona di guerra

Senza qui ritornare su argomenti già trattati in questo blog – per approfondimenti rimandiamo all'articolo su Carlo Balestrero e a quello su Antonio Depoli – ricorderemo solo che l'ordine di battaglia del Regio Esercito prevedeva che la Brigata "Valtellina" costituisse, insieme alla Brigata "Bergamo", la 7^ Divisione di linea. Questa era assegnata al VI Corpo d'Armata, a sua volta inquadrato nella Seconda Armata. Con il mese di maggio, secondo i piani di mobilitazione, la Brigata "Valtellina" fu trasferita verso il confine con l'Impero Austro-Ungarico.

Varcato il confine, il giorno 24 maggio, la brigata si schierò di fronte a quello che sarebbe stato l'obiettivo dei suoi sanguinosi sforzi per i due anni successivi: la piazzaforte di Tolmino. Di fronte alla cittadina di Tolmino, sulla riva occidentale dell'Isonzo, si ergevano infatti due modesti rilievi: il colle di Santa Maria (in sloveno, Mengore), e quello di Santa Lucia (in sloveno, Cvetjie).
Gli Austro-Ungheresi, consci dell'importanza strategica del luogo, avevano provveduto a fortificare, già ben prima dell'entrata in guerra dell'Italia, entrambi i rilievi.

La Brigata "Valtellina", dunque, raggiunse l'Judrio alla vigilia della dichiarazione di guerra. Il Comando della Seconda Armata, frattanto, aveva affidato al IV Corpo d'Armata il compito di agire su Tolmino. In quest'ottica, fu ordinato il concentramento della 7^ Divisione intorno al villaggio di Kambresco. Indi, all'alba del 4 giugno, dunque, la 7^ Divisione (Brigate "Bergamo" e "Valtellina") iniziò il proprio movimento offensivo: mentre la "Valtellina" svolgeva un attacco dimostrativo contro i villaggi di Canale e Bodrez, la "Bergamo" occupava il costone Cemponi-Krad Vhr, assumendo la fronte dalle pendici del Monte Jeza sino a Doblar.

L'azione, nel settore, riprese due settimane dopo, nel quadro della Prima battaglia dell'Isonzo. Alla 7^ Divisione, stavolta, era affidato il compito di sorvegliare la sponda destra dell'Isonzo in corrispondenza del Kolovrat, e, inoltre, di svolgere "azioni dimostrative" contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia, per tenere impegnato il nemico. La preparazione d'artiglieria di svolse tra l'1 e il 2 di luglio, mentre l'attacco delle fanterie avvenne il giorno 4.

Tuttavia, lo slancio dei nostri fanti si arrestò contro le munite posizioni nemiche, e soltanto il II/66° riuscì, di sorpresa, ad occupare una trincea nemica sulle pendici nord-ovest di Santa Maria ed a mantenervisi, malgrado i contrattacchi avversari. Visto l'esito sfortunato di tale attacco, il comando della 7^ Divisione ordinò che anche la Brigata "Valtellina" riprendesse lo schieramento di partenza occupato prima del 4, dato che le posizioni nel frattempo raggiunte erano di difficilissimo mantenimento.

Le operazioni del mese d'agosto 1915

Per la restante parte del mese di luglio vi fu, nel settore, una sostanziale sospensione dell'attività. Il 4 agosto, tuttavia, il comando del IV Corpo d'Armata diramò alle proprie unità gli ordini per una nuova azione offensiva sulla propria fronte, che avrebbe avuto per obiettivi – ancora una volta - Tolmino e la conca di Plezzo.

L'attacco contro Tolmino, articolato su tre direttrici, avrebbe visto ancora una volta la 7^ Divisione (allora comandata dal magg. gen. Franzini) impegnata contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia. A fronteggiare le truppe italiane stava la 50a Divisione austro-ungherese, e in particolare, tra l'Isonzo e Selo, l'8^ Brigata da Montagna A.U..

L'azione, concepita su "due movimenti", iniziò - contro l'obiettivo di Plezzo - la mattina del 12 agosto. Per l'azione contro Tolmino e le posizioni circostanti, si attese invece per altri due giorni, sino al giorno 14. In tale giornata, i reparti della "Valtellina" ritentarono l'attacco contro il colle di Santa Maria: l'operazione durò sino al giorno 16, vedendo l'avvicendamento in prima linea dei vari battaglioni del 65° reggimento. Il giorno 16 agosto, il ten. col. Romani si trovava con il proprio battaglione (III Btg./65) in riserva reggimentale. Fu in queste circostanze che egli ricevette dal colonnello Viganoni l'ordine di avanzare con una delle proprie compagnie sino alla prima linea, in rincalzo di altro battaglione - probabilmente il III, al comando del maggiore Benedetto Calabria. Tutta la linea, però, si trovava sotto un diluvio di fuoco d'artiglieria avversario. 
Il tenente colonnello Romani, nell'eseguire quell'ordine, stava scrivendo l'ultimo capitolo della sua avventura umana. Quel che seguì ci viene restituito dalla motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare che fu conferita alla sua memoria:
"Avuto ordine dal comandante del reggimento, di fare avanzare una delle sue compagnie a rincalzo del battaglione di prima linea in posizione fortemente battuta dall'artiglieria nemica, personalmente condusse il reparto al posto stabilito, incorando col proprio coraggio i soldati che lo seguivano. Compiuta l'occupazione, una granata avversaria lo colpiva a morte." - Santa Maria di Tolmino, 16 agosto 1915.

L'azione della Brigata "Valtellina", purtroppo, consentì soltanto di avvicinarsi al primo ordine di reticolati. Il prezzo furono tante vite, di ufficiali e soldati di entrambi gli schieramenti.

Alla memoria di tutti loro, e in particolare del ten. col. Romani, vecchio ufficiale cinquantunenne, reduce d'Africa, dedichiamo questo nostro articolo. 

NOTE
1. La medaglia è tuttavia menzionata sugli annuari militari, cfr. Annuario Militare del Regno d'Italia per l'anno 1913.

A cura di Niccolò F.

mercoledì 10 marzo 2021

Una vita al servizio della Patria: storia del generale Enrico Secchi

Questo articolo rappresenta un perfetto esempio dell'interazione virtuosa che il web consente, nel campo delle ricerche storiche e genealogiche: dopo la pubblicazione del nostro articolo dedicato al colonnello Vero Wilmant , siamo infatti entrati in contatto con un suo pronipote che, con estrema cortesia e competenza, ci ha svelato, a poco a poco, la storia avventurosa della sua famiglia. Questo articolo, per la penna brillante di Enrico Secchi, è dunque dedicato alla vicenda umana del suo omonimo nonno, valoroso ufficiale del Regio Esercito, prima, e poi dei Reali Carabinieri. 
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Il generale Enrico Secchi (1887-1963).

Enrico Secchi nacque a Lodi il giorno 11 dicembre 1887. Il padre, Bassano, era un funzionario nell’Amministrazione Comunale di Lodi, che ancora molto giovane, s’innamorò di una giovane donna sempre di Lodi, che sposò nel 1884. La giovane sposa si chiamava Zaira Wilmant, anch’essa proveniente da famiglia agiata, proprietaria della locale Tipografia e Casa editrice Wilmant e figli, una delle più importanti della Lombardia, avendo fondato negli anni due testate giornalistiche e pubblicato importanti testi, come una delle prime versioni del romanzo che conosciamo come "I promessi sposi" di Manzoni. Dalla loro unione nacquero due figli maschi: il primogenito Francesco, che prese il nome del nonno paterno - il quale allevato dal padre nelle idee liberali partecipò pochi mesi dopo il suo matrimonio alle “cinque giornate” di Milano -, ed Enrico appunto, nome del nonno materno - anch’esso patriota e combattente nell’insurrezione di Milano contro le truppe del maresciallo Radetzky -. [Zaira Wilmant era sorella del colonnello Vero Wilmant, ndR].

Francesco - fratello maggiore di Enrico -, si laureò nel 1909 in Giurisprudenza presso l’Università di Genova. Nel 1910, appena venticinquenne, ottenne, a seguito di concorso, la nomina a Segretario Generale degli Istituti di Beneficenza del circondario di Lodi. Francesco fu chiamato alle armi nel 1916 e combatté nella prima guerra mondiale, raggiungendo il grado di Tenente di artiglieria di complemento. Durante la battaglia del Piave fu sottoposto con la sua batteria a ripetuti lanci, da parte degli austriaci, di gas asfissianti per ben tre giorni, e, malgrado le maschere antigas, allora ai primi esperimenti, ne rimase intossicato, fatto questo che ne minò lentamente il fisico. Pertanto, posto in congedo nel 1918, dopo la vittoriosa conclusione della guerra, la sua salute deperì sempre di più e nel 1923 morì di trombosi a soli 38 anni, lasciando la moglie e le due figlie ancora piccole.
Francesco Secchi, in uniforme da s.ten. d'artiglieria (archivio famiglia Secchi).

Il secondo figlio, Enrico, crebbe di alta statura (oltre m. 1,80), con occhi grigi e penetranti. Portato, come tutti nella sua famiglia, alla musica, era particolarmente appassionato di quella lirica, che coltivava e conosceva perfettamente; aveva inoltre ereditato una bellissima voce da baritono dallo zio materno Tieste Wilmant e, avendola coltivata, si dilettava a cantare specialmente romanze liriche.

Il 21 novembre 1906, Enrico, superati i difficili esami di ammissione entrò alla Scuola Militare di Modena (l’attuale Accademia Militare), iniziando così la carriera militare. Promosso Sottotenente nell’ottobre del 1908, frequentò la Scuola Centrale di Tiro di Parma (denominata successivamente Scuola di Applicazione, con sede sempre a Parma fino al termine della seconda Guerra Mondiale e, dopo il conflitto, a Torino); alla fine di tale corso, dopo aver prestato giuramento il 20 novembre 1908, venne destinato al 67° Reggimento Fanteria di Linea della Brigata “Palermo”, in guarnigione nella città di Como.
Il s.ten. Enrico Secchi con un gruppo di ufficiali del 67° fanteria nel 1910 (archivio famiglia Secchi).

Negli anni successivi, Enrico si dedicò all'ordinario svolgersi della vita reggimentale, tra esercitazioni, attività di Pubblica Sicurezza e interventi in caso di calamità naturali, ma nell'imminenza della guerra italo-turca il reggimento a cui apparteneva visse un periodo di particolare attività fino allo scoppio repentino del conflitto.
Il 17 giugno 1911 l'intero reggimento venne inviato in servizio di Pubblica Sicurezza a Milano in occasione dei disordini avvenuti per l'imminente guerra di Libia, rimanendovi fino al 5 luglio.
Sempre nel luglio 1911, mentre Enrico si trovava alle “manovre estive” in Albano Sant’Alessandro (Bergamo), dovette accorrere presso il capezzale del padre, colpito da un improvviso malore (“ictus cerebrale”), che spirò tra le sue braccia. Bassano aveva solo 51 anni.

Nell’ottobre 1911, scoppiò la guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica (che sarebbero, poi, state unite sotto il nome di Libia) ed Enrico, mobilitato poco dopo, partì per il fronte con un contingente del 67° [probabilmente inquadrato nel 68° reggimento della medesima Brigata "Palermo", ndR]: imbarcandosi da Napoli il 25 settembre 1912, sbarcò a Bengasi il 28 settembre 1912. Dopo aver partecipato a diverse azioni belliche, contrasse una malattia di carattere intestinale, che si rivelò subito molto grave, ma che, però, in quei tempi non ancora avanzati della medicina, non venne diagnosticata con precisione; pertanto, dopo un breve periodo di degenza presso un ospedale da campo, imbarcato a Bengasi il 30 novembre 1912, venne rimpatriato a Palermo il 6 dicembre 1912 con la nave ospedale “Regina Margherita” e ricoverato all’Ospedale Militare di Palermo. Ma anche qui si brancolava nel buio ed Enrico, febbricitante, fu dichiarato in imminente pericolo di vita. Venne allora subito chiamata la madre Zaira, che si precipitò da Senna Lodigiana e che, ospitata nell’Ospedale stesso, si adoperò in tutti i modi per alleviare le sofferenze del figlio. Fortunatamente, proprio in quel periodo giunse all’Ospedale Militare un Ufficiale Medico, di cognome Ciulla, siciliano, che si dimostrò perfetto diagnostico, riuscendo a salvare da sicura morte Enrico mediante cure finalmente adeguate al particolare caso (Ileo-Tifo, anche detto tifo addominale), e portandolo a completa guarigione. La malattia era durata esattamente dal 18 ottobre 1912 al 15 gennaio 1913, seguita, poi, da un periodo di convalescenza di 90 giorni; in tutto, ben sei mesi. Finita la convalescenza, Enrico rientrò in servizio a Milano.

Nel 1914, vinse un concorso per l’Arma dei Carabinieri Reali, ove entrò con il grado di Tenente; fu destinato alla Tenenza di Asti alle dipendenze del Capitano Enrico Chiabrando, da lui sempre ricordato per la sua bontà e rettitudine.

Nel maggio del 1915, si fidanzò con una signorina del luogo, Francesca Moriondo, e il matrimonio, avendone avuto la necessaria autorizzazione dal Sovrano, fu celebrato il 16 agosto successivo, in quanto, essendo l’Italia entrata in guerra il precedente 24 maggio a fianco degli Alleati contro gli Imperi Austriaco e Tedesco, Enrico era già stato mobilitato; infatti, dopo pochi giorni, a settembre, fu inviato al fronte, esattamente a Santa Maria di Tolmino, al comando di un plotone distaccato del III Battaglione del Reggimento Carabinieri Reali. I plotoni venivano normalmente assegnati per servizi di Polizia Militare; i Carabinieri Reali, dunque, agivano non solo nelle retrovie, ma anche nelle posizioni di prima linea, ai posti di medicazione, agli sbocchi dei camminamenti, nei punti di passaggio obbligato, lungo le strade direttrici di marcia delle truppe operanti. Questi erano i loro compiti assegnati, oltre quelli di Arma combattente, di esecuzione di bandi per i militari e per le popolazioni civili, di recapito di ordini, di servizi di sicurezza in sosta e in marcia, di polizia giudiziaria per i reati militari e comuni, di vigilanza sanitaria, di assistenza ai feriti, di ordine interno dei centri abitati, di sicurezza delle comunicazioni, di prevenzione e repressione dello spionaggio. Successivamente, promosso Capitano il 14 giugno 1917 a novembre dello stesso anno Enrico venne assegnato alla sorveglianza del servizio di protezione e vigilanza delle ferrovie dipendenti dalla VII Armata.
Enrico Secchi in uniforme da capitano dei Carabinieri Reali (archivio famiglia Secchi).

Alla fine della Prima guerra mondiale, Enrico, ormai Capitano, si trovava a Como, quale Comandante della Compagnia esterna dei Carabinieri Reali di Via Dante. Quivi, nel 1921 nacque Bassano, suo secondogenito, mentre la sua primogenita, Domitilla, era nata durante la guerra nel 1916 ad Asti.

In questo periodo, molto turbolento del dopoguerra soprattutto per l’ordine pubblico – il c.d. biennio rosso -, ricevette il suo primo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“In occasione di grave triplice omicidio a scopo di furto, che aveva profondamente commossa l’opinione pubblica e le cui indagini si presentavano di speciale difficoltà, impartiva al comandante di stazione interessata intelligenti istruzioni e direttive, che condussero all’arresto ed alla confessione del colpevole. Bregnano (Como) 16 marzo 1920 (2° Gruppo Legioni)”, cui si dovette aggiungere un secondo encomio solenne per lo stesso fatto dal Ministero dell’Interno.

Intanto, scioperi e manifestazioni si moltiplicavano sempre più in tutta Italia ed Enrico a Como si trovò costantemente in prima linea, al fine di arginare le violenze e i disordini. Il giorno 14 settembre 1920, accadde l’episodio più cruento; infatti, Enrico intervenne a Como insieme ai suoi Carabinieri coadiuvati da Agenti investigativi, Guardia di Finanza e Soldati per fermare un corteo vietato dalla Questura, intimando ai dimostranti tra piazza San Fedele e Via Indipendenza di disperdersi. Ne nacquero subito dei tafferugli e dalla folla partirono alcuni colpi di rivoltella e un proiettile sfiorò proprio Enrico. Gli agenti, pertanto, procedettero prontamente all’arresto dei due giovani che avevano sparato.
Dopo Como, Enrico prestò servizio nelle sedi di: Mondovì (C.te Distaccamento Scuola Allievi Carabinieri) e Bra (promosso Maggiore nell’agosto del 1924, comandò il Btg. Allievi CC) negli anni 1923 – 1925. 

Foto commemorativa degli ufficiali della Scuola Allievi CC.RR. in Bra (archivio famiglia Secchi).

Nel febbraio del 1926, fu trasferito a Girgenti (ora Agrigento), ove, quale Comandante della locale Divisione CC, fu impegnato nella lotta contro la “mafia”, condotta con successo, per volere del Governo, dal Prefetto Mori. Durante quest’ultimo periodo ricevette un terzo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“Coordinò e diresse con abilità e sagacia non comuni le complesse e difficili indagini e le conseguente azione dei dipendenti che fruttarono la costituzione di 22 colpiti da mandato di cattura, restituendo la tranquillità alle popolazioni e la fiducia nell’imperio della legge. Bivona – Ribera. Burgio - S. Stefano Quisquina (Girgenti) Aprile Maggio 1926 (Boll. Ufficiale anno 1926 dispensa 6a)”.
Nel dicembre 1926, altro trasferimento a Lucca (sempre C.te Div. CC), dove fu promosso al grado di Tenente Colonnello. Successivamente, nel marzo del 1929, venne trasferito a Grosseto, sempre come Comandante di Divisione. Durante quest’ultimo servizio ricevette il quarto Encomio in occasione della visita ufficiale del Capo del Governo in Toscana e, in particolare, a Grosseto, con la seguente motivazione: 
“Predispose e diresse con non comune sagacia attività e zelo veramente commendevoli i complessi servizi affidati all’Arma in occasione di grandiosi cerimonie svoltesi durante visite ufficiali di S.E. il Capo del Governo. Grosseto 10 maggio 1930 (Ispettorato 3a zona)”.
Enrico Secchi in grande uniforme da ufficiale dei CC.RR. (archivio famiglia Secchi).

Enrico, continuò nella carriera, subendo altri trasferimenti: a Bologna (1930 – C.te Div. Int.); a L’Aquila (1932 – C.te Div.); a Bari (1934 – V. C.te e poi C.te Legione CC.RR.) e, infine, a Milano, ove fu promosso Colonnello (1935 – Incarichi Speciali per le Regioni Lombardia e Venezia Tridentina).

Nel 10 giugno 1940, l’Italia entrò nel conflitto mondiale scoppiato nel 1939 ed Enrico fu quasi subito mobilitato e assegnato a Trento, quale Comandante della Zona Militare del Trentino. Enrico, quindi, si dovette trasferire a Trento, mentre il figlio Bassano, ormai diciannovenne, decise di partire volontario per il fronte russo e, dopo avere concluso il corso come Allievo Ufficiale, nel marzo 1942, fu nominato sottotenente, venendo di lì a poco destinato in Russia. Tale scelta, nonostante la normale e iniziale riluttanza, venne dal padre Enrico successivamente appoggiata.
Enrico, nel 1943, continuava nel suo servizio a Trento, ma il suo animo era turbato poiché, durante la ritirata delle Truppe Italiane in Russia (dicembre 1942 – marzo 1943), più nessuna notizia gli era pervenuta dal figlio Bassano, facente parte dell’ARMIR (8a Armata Italiana in Russia), mentre notizie attinte da alcune fonti dello Stato Maggiore dell’Armata lo davano disperso con il suo reparto. Ma finalmente verso il mese di aprile venne a sapere che il figlio era fuori pericolo e nel mese di maggio poté riabbracciarlo al suo rientro in Patria.

Nel medesimo mese ebbe il suo quinto Encomio Solenne con la seguente motivazione 
“Per l’ottima preparazione professionale, attività ed interessamento dimostrati nel comando della Sottozona e in particolare della difesa antiparacadutista” (Capo di S.M. della difesa 29/05/1943)”
Ma intanto gli eventi politici e militari in Italia precipitavano: il 25 luglio, alla caduta del Fascismo, Divisioni tedesche attraversarono il confine e si schierarono nel Trentino e nell’Alto Adige e, l’8 settembre 1943, all’atto dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, attaccarono improvvisamente, nella notte, tutte le unità italiane nella zona, secondo un piano già predisposto da tempo, per cui la provincia di Trento, insieme a quella di Bolzano e di Belluno, entrava a far parte del Reich, dipendendo direttamente dal Führer.

Enrico fu subito arrestato dai Tedeschi, che devastarono gli uffici e la sede del suo Comando, e rinchiuso nel campo di aviazione di Gardolo (Trento). Tale luogo era stato scelto dai Tedeschi per concentrare i numerosi militari italiani fatti prigionieri, in quanto il sito, dotato di un vasto prato, circondato da una robusta rete metallica, e di capannoni spaziosi, era adatto all’uso di tenere reclusi i resti del Regio Esercito, in attesa di essere internati in Germania attraverso la linea ferroviaria del Brennero, ormai sotto il completo controllo della Wehrmacht.

Da tale improvvisato campo di concentramento, nel volgere di poche ore, Enrico, avendo, peraltro, mantenuto l’arma di ordinanza e padroneggiando la lingua tedesca, seppe evadere in maniera rocambolesca, grazie al suo sangue freddo e alla sua temerarietà. Successivamente, mercé l’aiuto di un fedele e coraggioso ufficiale della Milizia Ferroviaria (Capomanipolo Augusto Moggio di Lucca), già suo dipendente e in quel frangente fatto rimanere in servizio dai Tedeschi, poté prendere, in borghese, un treno e raggiungere, dopo un fortunoso e pericoloso viaggio, Tagliacozzo in provincia de l’Aquila, ove venne tenuto nascosto, con personale grande pericolo, da una famiglia amica, essendo il paese occupato da truppe tedesche ed Enrico ricercato dalla polizia germanica. In tale occasione, la Famiglia Pietropaolo fu di grande aiuto e mai nessuna indiscrezione trapelò da questa ristretta cerchia di amici. Nel giugno 1944, a Roma ritornò il Governo Italiano legittimo ed Enrico, pertanto, riassunse servizio nella stessa Roma, con il grado di Generale di Brigata presso il Comando Generale dei CC. RR. con incarichi speciali, fino al primo luglio 1945, quando veniva collocato in congedo.
Ancora Enrico Secchi in uniforme da generale (archivio famiglia Secchi).

Durante la sua carriera, oltre alle medaglie relative alle tre guerre a cui aveva partecipato, fu insignito della Croce al Merito di Guerra, della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro (onorificenza Sabauda molto rara e concessa solo per particolari meriti di servizio), della Commenda dell’Ordine della Corona d’Italia e del Cavalierato dell’Ordine della Stella Coloniale (per il servizio reso durante la Guerra Italo-turca), oltre alla Medaglia Mauriziana e a quella di Lungo Comando.
Medagliere del gen. Enrico Secchi (archivio famiglia Secchi).

Gli anni successivi trascorsero sereni e tranquilli tra Roma e Tagliacozzo. Ebbe la soddisfazione di vedere: il figlio Bassano, entrato in carriera militare e superate indenne le vicende belliche, indossare i gradi di Tenente Colonnello dell’Esercito, mentre la figlia Domitilla diventare funzionario di grado elevato nel Comune di Torino.
Corteo funebre del gen. Enrico Secchi a Tagliacozzo, 1963 (archivio famiglia Secchi).

Morì il 3 luglio 1963 colpito da infarto cardiaco, in Tagliacozzo, ove si era recato qualche giorno prima, per trascorrervi il periodo estivo. Al suo funerale parteciparono, oltre ai parenti più stretti, Autorità Militari e Civili e una grande folla; al suo Feretro furono resi gli onori militari, da parte di un reparto di Granatieri, dovuti al suo alto grado, al suo passato di combattente di tre guerre, alla sua immagine di vecchio Soldato. 
Aveva servito la Patria con onestà, coraggio e completa dedizione. Ora riposa nella quiete del Cimitero di Tagliacozzo nella sua ultima guardia.

Enrico Secchi

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Ringraziamo sentitamente l'avv. Enrico Secchi per lo scritto e per la disponibilità alla pubblicazione delle preziose fotografie tratte dall'archivio di famiglia.

sabato 21 novembre 2020

Il capitano Pestalozza e i fanti del 74° reggimento Brigata "Lombardia" tra Cima Dodici e il Monte Zoviello


Anche stavolta, un modesto ritrovamento cartaceo ci fornisce lo spunto per rievocare la figura di un valoroso soldato, caduto sul Monte Zoviello nel corso della Battaglia degli Altipiani, nell'estate del 1916.
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Alberto Pestalozza nacque a Rovescala, in provincia di Pavia, il 31 luglio 1891. La famiglia, originaria di Piacenza, si trovava in tale località per ragioni di servizio del padre, il cav. dott. Francesco Pestalozza, medico condotto. Quando, in seguito, questi fu chiamato come medico condotto a Stresa, tutta la famiglia si trasferì sulle belle rive del Verbano. Morta la madre, Maria Boselli, la famiglia si componeva anche dei fratelli Alessandro e dalle sorelle Gina, Dolores ed Edvige. 

Il giovane Berto - com'era chiamato affettuosamente in famiglia - frequentò il collegio Rosmini di Stresa e poi ottenne, nel 1910, il diploma in elettrotecnica presso l'Istituto Cobianchi di Intra.

Nel novembre del 1910 si arruolò nel Regio Esercito quale volontario ordinario, passando poi a frequentare i corsi per allievo ufficiale di complemento. Promosso prima caporale e poi sergente, fu nominato sottotenente con il gennaio del 1912 ed assegnato per il servizio di prima nomina al 23° reggimento della Brigata "Como", di stanza a Novara. Con tale reparto, il sottotenente Pestalozza fu mobilitato per la campagna Italo-Turca, imbarcandosi nell'agosto del 1912. Il giovane ufficiale prese dunque parte ai numerosi combattimenti che coinvolsero il reggimento in terra d'Africa, tra i quali in particolare quello di Sidi Bilal del 20 settembre 1912, nel corso del quale perse la vita il ten. col. Vittorio Gadolini, ricordato in un precedente articolo di questo blog. Rimpatriato nel dicembre del 1913, Pestalozza ottenne la rafferma e il passaggio in servizio attivo, rimanendo in forza al 23° reggimento. 

Alberto Pestalozza in grande uniforme da sottotenente del 23° regg. fanteria (coll. dell'autore).

Promosso poi al grado di tenente, in tale posizione si trovava quando, nel gennaio del 1915, fu destinato al 153° reggimento fanteria della Brigata "Novara". Il reggimento era un'unità di nuova formazione, costituita dal deposito del 23° regg. fanteria per inquadrare i coscritti richiamati dal congedo. Con il 153°, il tenente Pestalozza raggiunse il fronte alla vigilia della dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915. Combattè, poi, per tutto l'anno nel settore dell'Altopiano di Tonezza e del Monte Coston, impratichendosi di guerra in montagna. Alla metà di novembre, la "Novara" fu trasferita sul fronte isontino, assumendo con il 22 novembre la difesa del settore di Quota 188, dal versamente destro della Val Peumica alla Selletta di Oslavia. Qui, negli ultimi giorni di novembre, il 153° fu duramente impegnato nel combattimento, nelle ultime fasi della Terza battaglia dell'Isonzo. Nel mese di dicembre, Alberto Pestalozza fu promosso al grado di capitano e trasferito al 74° reggimento della Brigata "Lombardia", schierato (con la 4^ Divisione) sempre nel settore di Oslavia. Pestalozza fu dunque posto al comando della 9^ compagnia del reggimento, con la quale fu immediatamente chiamato al combattimento, tra il 27 e il 29 novembre. Per il contegno dimostrato in questo frangente, il capitano Pestalozza fu decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

"In tre giornate consecutive di combattimento, conduceva la sua compagnia con intelligenza, calma e coraggio e, vincendo successive resistenze, riusciva ad occupare stabilmente il margine di una posizione. Ferito, continuava a mantenere il comando della compagnia fino al termine del combattimento." - Oslavia, 27-29 novembre 1915
A proposito del ferimento occorsogli a Oslavia, il suo amico e collega capitano Alceste Mazzetta avrebbe così ricordato:
"Ricordo il novembre dell'anno scorso quando, sapendo il mio amico ferito ai ruderi di Oslavia, corsi a trovarlo. Era giorno di intenso bombardamento, forse il nemico preparava un attacco per riprenderci le posizioni. Trovai il povero Alberto che, zoppicando, percorreva la trincea più avanzata, teneva una mano appoggiata sulla coscia ferita, guardava sorridendo i suoi soldati come per dir loro: state tranquilli, è roba da niente, rimango qui con voi. I soldati, coi fucili a punta, rispondevano al loro Capitano con sguardi intelligenti che dicevano tutto l'affetto, la fiducia, la simpatia grande, la riconoscenza per il loro duce, che avrebbe potuto cedere il comando della compagnia e ritirarsi dal combattimento, ma preferiva soffrire pur di rimanere con loro. Sei stato ferito, Alberto? Gli chiesi. "Sì, caro Alceste, guarda (e mi mostrò la ferita). E' stata intelligente. C'è qui quel Cecchin" (e mi indicò un punto dell'antistante trincea nemica) "che oggi me ne ha già uccisi sei; non vuol vedere nessuno muoversi altrimenti spara e quasi sempre colpisce. Io ho avuto la mia; mi sono medicato alla meglio e rimango in linea fino a questa sera che devo avere il cambio". La stessa sera io con la 5^ compagnia davo il cambio alla 9^. Il povero Alberto zoppicò qualche giorno, guarì presto, non volle abbandonare il bel 74°."
Ristabilitosi, il capitano Pestalozza rimase dunque al comando della sua 9^ compagnia, con la quale trascorse il turno di riposo nella zona di Cormons, fino alla fine del mese di gennaio del 1916. Vivida testimonianza dello spirito che animava il giovane ufficiale è questo brano di lettera indirizzata ai suoi cari nel gennaio del 1916, prima di ritornare in linea:
"Miei carissimi, il vostro Alberto non conosce che una via, la via del dovere: non desidera che una cosa, l'onore per la propria famiglia, la grandezza e l'onore della Patria tanto cara a suo Papà ed a lui. Parto, augurando alle armi Italiane una grande vittoria, che conduca ad una pace lunga. Ricordatevi di me, seguitemi col pensiero. Ai parenti il mio saluto, a voi i miei baci, alla mia Italia il mio augurio. Vostro Berto"

Tornata in linea nel settore del "Lenzuolo bianco", presso Oslavia, la "Lombardia" si dedicò fino a marzo al presidio delle trincee e perlopiù a lavori difensivi. A metà marzo, la brigata eseguì un'azione dimostrativa nel settore del Sabotino, occupando alcuni elementi di trincea. A metà aprile tornò in zona di riposo, presso Santa Maria La Longa. Approfittando di questo momento di tranquillità, il dottor Pestalozza - padre del capitano - decise di raggiungere il figlio per ritrovarsi con lui, e passare finalmente qualche ora insieme: i due si accordarono quindi in modo da trovarsi a Palmanova la domenica 21 maggio, per passare una lieta giornata insieme. Il destino, però, li attendeva al varco. Lunedì 15 maggio 1916, infatti, si scatenò l'offensiva generale austriaca nel Trentino (Offensiva di Primavera o Strafexpedition). 

Situazione sulla fronte della Prima Armata (settore Altipiani) al 15 maggio 1915.

La situazione gravemente critica in cui l'esercito italiano si venne a trovare, nel giro di pochi giorni, impose il trasferimento di numerose unità dal fronte carsico al settore degli Altipiani. Tra queste, proprio la Brigata "Lombardia". Sabato 20 maggio, il capitano Pestalozza inviò dunque al padre un laconico telegramma:

"Sospendi tua partenza baci Alberto Pestalozza".
I due reggimenti della "Lombardia" arrivarono sull'Altipiano di Asiago il 23 maggio, e furono posti alle dipendenze della 34^ divisione. Lo stesso giorno, presago dei futuri avvenimenti, il capitano Pestalozza scrisse un'ultima cartolina al padre. Già il giorno successivo, 24 maggio, alla Brigata fu infatti ordinato di entrare in azione, operando nei giorni seguenti contro le posizioni di Monte Cucco di Portule, Monte Zoviello e Cima Dodici, sulle quali il nemico stava nel frattempo avanzando avanzato. Circa l'intervento della Brigata "Lombardia" nel settore dell'Altipiano di Asiago, conviene riportare il giudizio che ne avrebbe lasciato il gen. Pompilio Schiarini (in L'offensiva austriaca nel Trentino):
"In questo momento sull'altopiano di Asiago operavano in prima linea tre divisioni nemiche. A fronteggiarle non erano rimasti che i laceri avanzi della 34^ divisione. Ad essi si aggiunse in quei giorni la Brigata Lombardia (73° e 74°, gen. Bonaini), proveniente dall'Isonzo, con due piccoli battaglioni bersaglieri ciclisti, e più tardi il 153° e 154° (brigata Novara); ma anche questi rinforzi - accorsi in fretta, in non buone condizioni di equipaggiamento per la montagna e non orientati con l'occhio e con lo spirito a quell'aspro terreno - non furono in grado di mutare la situazione, assai oscura e pericolante."

 

Dettaglio schieramento della 34^ Divisione al 15 maggio 1916.

I bravi fanti della "Lombardia", in quelle circostanze così difficili, fecero però tutto quanto ci si poteva attendere da loro, e molto di più. Essi dovevano avere piena coscienza del momento di estremo pericolo in cui la Patria si trovava, e del fatto che anche dal loro comportamento sarebbe dipesa la tenuta del fronte degli Altipiani, e la salvezza della pianura veneta e lombarda. Con questo stato d'animo, nonostante i cattivi presupposti menzionati dal gen. Schiarini, la 9^ compagnia del 74° si apprestava alla battaglia. Essa era inquadrata nel III battaglione, al comando del maggiore Filiberto Paris, da Pinerolo. Accanto al capitano Pestalozza vi erano i suoi sei subalterni, tutti giovani sottotenenti: il s.ten. Giovanni Battista Aiuti, classe 1893, da Sezze (Roma); il s.ten. Adolfo Berti, da Foggia; il s.ten. Adolfo De Angelis, il s.ten. Orazio Lega, il s.ten. Luigi Pontieri e un altro di cui non è stato possibile accertare il nominativo [1]. L'obiettivo era quello di tentare un contrattacco fulmineo, per scacciare il nemico da alcune posizioni poste tra Cima Dodici (o Cima XII, più alta vetta delle Prealpi vicentine, a quota m 2336 slm)e il Monte Zoviello (m 1700 slm)[2]. La compagnia, così, si lanciò all'attacco e, dopo aspra lotta, riuscì ad occupare un fortino facendone prigionieri i difensori. Immediatamente, però, gli Austro-ungheresi tornarono in forza al contrattacco. Il combattimento del 25 maggio sarebbe stato così descritto:

"a Cima Dodici la 9^ compagnia del 74° mandata a contenere il temerario irrompere del nemico nelle agognate pianure nostre, dopo un'eroica resistenza di sette ore di aspro sanguinosissimo combattimento, tentato un supremo sforzo disperato, dovette cedere, sopraffatta dal formidabile pullulare dei nemici da ogni dove, lasciando arrossate le nevi dal latino sangue gentile, poiché di morti o di feriti era cosparso il suolo" [3]
. La 9^ compagnia, dunque, soccombette integralmente all'avversario: in particolare, si persero notizie di tutti gli ufficiali. Il capitano Pestalozza, insieme ai suoi colleghi, fu dichiarato disperso. Nei giorni successivi, però, iniziarono a giungere comunicazioni dai campi di prigionia austro-ungarici. Nella famiglia Pestalozza doveva, probabilmente, essere ancora viva la speranza che il loro Berto fosse vivo, ed in cattività. Purtroppo, nei giorni successivi il s.ten. G.B. Aiuti così scrisse a suo padre (che ne informò il dottor Pestalozza), dalla prigionia:
"il mio capitano [...] cadde ferito insieme con me; cademmo, insieme, però egli fu ferito alla testa perciò è morto; io fui ferito alla gamba, così spero di cavarmela con un po' d'ospedale". [4]
Ancora, il sottotenente Orazio Lega scrisse direttamente al dottor Pestalozza una lettera giuntagli il 17 luglio:
"Il 25 maggio fui preso prigionierio ed appena dietro le linee austriache trovai il cadavere del povero figlio suo sopra una barella portata da due portaferiti austriaci. Lo portarono dentro una baracca dove gli tolsi tutta la roba che aveva in tasca rilasciandone ricevuta a un portaferiti austriaco. [...]"
Il capitano, dunque, era morto combattendo. Circa l'andamento dell'azione generale dispiegata dalla Brigata "Lombardia", traiamo ancora dall'opera del gen. Schiarini:
"Due battaglioni del 74°, dopo una tenace difesa e molte perdite, ripiegano il 25 dalle pendici di Monte Caldiera su Monte Cucco delle Mandrielle; poi, in ordine, su Monte Zoviello, donde la sera stessa tentano di contrattaccare su Monte Cucco. Un attacco del 73°, diretto su Cima Undici, non riesce. [...] L'indomani, 26, la Brigata Lombardia è fatta segno ad un nuovo attacco. Il Monte Zoviello è perduto ed invano si combatte per riconquistarlo: le gravi perdite (fra cui quella del comandante il 74°, col. Guastoni) e la forza delle posizioni e delle artiglierie nemiche, non controbattute, arrestano l'attacco."
Nei giorni successivi, sempre combattendo strenuamente, la "Lombardia" ripiegò dapprima sulla linea Monte Zebio - Monte Colombara e poi, il 30 maggio, su quella Monte Valbella — Pennar. Nelle settimane successive, sarebbe fortunatamente iniziata una nuova fase della grande battaglia, grazie alla quale l'impeto degli attaccanti sarebbe stato arginato dalla truppe italiane. Il fallimento dell'offensiva generale austro-ungarica, se si concretizzò solo con il mese di giugno, fu dovuto anche al sacrificio delle truppe che si immolarono, pur infruttuosamente, a partire dalla seconda metà di maggio. Tra questi, proprio i baldi fanti della Brigata "Lombardia", ed in particolare il capitano Pestalozza, il s.ten. Aiuti, il magg. Paris (caduto in combattimento il 3 giugno) e lo stesso colonnello Carlo Guastoni, comandante del reggimento (caduto il 26 maggio sempre sul Monte Zoviello). Alla memoria del capitano Pestalozza fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Attaccò arditamente un fortino nemico riuscendo ad occuparlo ed a farne prigioniero il presidio. Contrattaccato, oppose accanita resistenza, finché, ridotto agli estremi mentre tentava di aprirsi un varco attraverso i nemici, colpito a morte, cadde da prode sul campo." - Monte Zurillo [rectius, Zoviello], 25 maggio 1916
La famiglia del bravo capitano - in particolare per opera del padre, dottor Francesco Pestalozza -, affranta dal dolore, trovò il modo di commemorare degnamente il loro Berto. Il 25 settembre 1916, furono organizzate solenni esequie in suo suffragio, con la partecipazione di un gran numero di autorità civili e militari, oltre che della popolazione della bella cittadina. In occasione del primo anniversario della morte del capitano, il 25 maggio 1917, sempre il padre fece inoltre pubblicare un prezioso opuscolo dal titolo "Lauri e cipressi", raccogliendo pensieri e scritti relativi al figlio, e dal quale sono tratte gran parte delle notizie riportate in questo contributo. Il dottor Pestalozza vi riportò in apertura una struggente dedica al figlio:
"ALBERTO MIO / CHE SULLA VIA DEL DOVERE / ARROSSATA DEL SANTO TUO SANGUE / ONORANDO LA FAMIGLIA LA PATRIA / CADESTI / NELL'ANELITO DI UNA GRANDE VITTORIA / A TE / QUESTO ONORE DI PIANTI".
In chiusura di questo contributo, riportiamo una breve composizione che il sott. Nino Bazzetta volle dedicare alla memoria del capitano Pestalozza:
"Madonna morte che dispensi la gloria / bruna sorella del conforto / che ravvivi nell'avvenire la storia / nelle funebri stele di nostra terra / scrivi col ferro temprato / il nome di ALBERTO PESTALOZZA / capitano di milizia italica/ spento sul campo / nel sacrificio propiziatore / ai vindici Iddii della patria / fior d'ogni arme nostra / irradiante luce d'esempio animatore / sulla giovane Italia pugnante. / O foresta del monte conteso / sulla tomba del prode stormente / il vento della vittoria / per valli e pianori redenti."

A cura di Niccolò F.

NOTE 

[1] Il dottor Pestalozza, nell'opuscolo commemorativo, afferma "di sei sottotenenti - non v'erano tenenti - cinque caddero più o meno gravemente feriti emulandosi nel prode compimento dell'aspro dovere". [2] Vi è incertezza sul luogo preciso in cui avvenne il combattimento, in considerazione del fatto che i resoconti parlano di "Cima Dodici", mentre il riassunto storico della Brigata "Lombardia", ed anche le motivazioni delle medaglie al valore, fanno appunto riferimento al "Monte Zoviello" (erroneamente denominato "Zurillo"). [3] Lettera dell'avv. Alfredo De Angelis, padre del s.ten. Adolfo, al dottor Pestalozza. [4] Questo stralcio e gli altri brani di lettere riportati in questo articolo sono tratti dall'opuscolo commemorativo "Lauri e cipressi" fatto pubblicare dal dottor Pestalozza in occasione del primo anniversario della morte del figlio, il 25 maggio 1917. 

 BIBLIOGRAFIA

 - AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.

- Francesco Pestalozza, Lauri e cipressi - nel primo anniversario del capitano Alberto Pestalozza, Intra, 1917.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

venerdì 25 settembre 2020

Il colonnello Vero Wilmant, un bersagliere tra i fanti sulle Dolomiti

In uno dei nostri ultimi articoli, ci siamo sbizzarriti nel cercare di attribuire un bel berretto al colonnello che lo aveva indossato nel periodo della Prima guerra mondiale: nonostante gli sforzi profusi, l'identificazione, in quel caso, è stata solo parziale. I piccoli oggetti che presentiamo in questo breve articolo, invece, ci hanno reso assai facile il compito: il piccolo lotto è, infatti, nominativo. Vediamoli nel dettaglio, cercando di raccontare qualche cosa del loro antico proprietario: il colonnello Vero Wilmant.
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Gli oggetti che qui vi presentiamo sono un fregio e due medagliette reggimentali. Il fregio è - meglio - un trofeo da berretto per ufficiale di fanteria del modello introdotto nel 1895; è in filo metallico argentato, e cucito su panno turchino. Dunque, doveva guarnire un berretto del modello adottato nel 1891, e poi confermato nel 1903. Esattamente come quello di cui abbiamo trattato in questo nostro articolo: "Un berretto per un colonnello - Emilio Ravanelli".
Ancora, il fregio reca nel tondino la cifra "53", distintiva appunto del 53° reggimento fanteria della Brigata "Umbria", e presenta tracce evidenti, per quanto scarse, del panno rosso scuro (detto robbio ) del quale era sottopannato [1]. Ciò denota che il fregio doveva essere montato sul berretto di un ufficiale comandante il predetto 53° reggimento fanteria. Ma di quale, tra i tanti che il reggimento ebbe tra il 1861 e - sigh! - il 1993?
La risposta ci arriva dagli altri due oggetti che, per oltre un secolo, hanno fatto compagnia in qualche cassetto al fregio in questione: si tratta, come già detto, di due "baverini", ovvero un particolare tipo di medaglie reggimentali, in metallo - argento, in questo caso - e smalti policromi, molto in voga - in specie tra gli ufficiali - negli anni precedenti e in quelli a cavallo della Grande Guerra. Gli esemplari in questione provengono, nientemeno, dalla prestigiosa gioielleria Jacoangeli di Napoli, eccellenza dell'arte orafa partenopea, come rivelano i marchi al verso. Le due medagliette, curiosamente, sono identiche, ed entrambe riferite al 12° reggimento bersaglieri.


Al verso, come d'uso, recano inciso il nome del loro antico proprietario, al quale probabilmente dovevano essere stati donati (dai colleghi del reparto, ad esempio): il tenente colonnello cav. Vero Wilmant. Con una rapida ricerca, scopriamo che il Wilmant, promosso colonnello, fu comandante proprio del 53° reggimento fanteria della Brigata "Umbria": per meglio dire, fu il comandante che portò il reparto al battesimo del fuoco, guidandolo nei primi due intensi mesi della Grande guerra. Il cerchio si chiude, e l'attribuzione è univoca. Di seguito, dunque, cercheremo di raccontare qualcosa di questo ufficiale: ciò sarà possibile anche grazie alla cortese collaborazione dei discendenti del colonnello Wilmant, che ci hanno contattati dopo aver letto la prima versione del presente articolo.
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Vero Wilmant nacque a Lodi il 26 novembre del 1861. Il padre, Enrico Wilmant, era figlio di Claudio Wilmant, principale stampatore lodigiano della metà dell'Ottocento, poi titolare della fiorente Tipografia Wilmant & Figli. Provenienti da Milano, i Wilmant discendevano da una famiglia giunta dalla Francia nel Settecento. Enrico Wilmant, membro della Carboneria, si era dedicato attivamente al sostegno della causa risorgimentale, stampando clandestinamente opuscoli di propaganda patriottica e libri di Mazzini e partecipando anche alle Cinque Giornate di Milano nel 1848. Anticlericale, vedendo nel Papa Re un ostacolo all'Unità d'Italia, Enrico Wilmant impose ai numerosi figli nomi che non fossero di santi: tra i fratelli di Vero vi era, infatti, anche Tieste Wilmantil quale ebbe una fortunata carriera quale cantante lirico. Se ne ricorda, in particolare, l'interpretazione nel ruolo di Marcello nella prima dell'opera La bohème di Giacomo Puccini al teatro regio di Torino la sera del 1 febbraio 1896.

Cresciuto, dunque, in una famiglia agiata e di forte tradizione patriottica, il giovane Vero scelse di perseguire la carriera militare. 
Così, all'età di soli sedici anni, chiese ed ottenne - grazie alla dispensa reale - di essere ammesso alla Scuola militare di Modena, in anticipo rispetto all'età minima (allora fissata ai diciassette anni). Il 24 aprile 1881, ancora diciannovenne, fu nominato sottotenente nell'arma di fanteria. Fu, dunque, assegnato ai Bersaglieri, corpo al quale Wilmant avrebbe legato tutta la propria carriera militare.
Gli annuari del Regio esercito ci aiutano a tracciarne le vicende successive: promosso nel 1883 al grado di tenente,  nel 1889 prestava servizio presso il 9° reggimento Bersaglieri. Nel 1890 fu comandato, per un certo periodo, presso il Ministero della Guerra, a Roma. Nel 1898, frattanto promosso al grado di capitano, era in servizio presso il 6° reggimento Bersaglieri in Asti.
Nel 1903 fu anche nominato cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia.
Nel 1906, promosso al grado di maggiore, risulta in servizio presso l'8° reggimento Bersaglieri.
Con R.D. 31 agosto 1910, Vero Wilmant fu, dunque, promosso al grado di tenente colonnello. Nel 1913, l'annuario riferisce che il ten. col. Wilmant prestava servizio presso il 12° reggimento Bersaglieri, avente sede a Milano. Wilmant era l'unico tenente colonnello del reggimento, alle dipendenze del col. Giuseppe Maiorca [2].
A questo periodo trascorso a Milano, che durò sino a tutto il 1914, datano quindi le due medaglie reggimentali dalle quali prende le mosse questo articolo. Esse furono, molto probabilmente, un dono dei colleghi ufficiali del 12° Bersaglieri.

Il 1° febbraio del 1915, infine, Vero Wilmant fu promosso al grado di colonnello. Con tale promozione, gli fu dunque attribuito il comando di un reggimento: si trattava del 53° reggimento Fanteria della Brigata "Umbria". Il reggimento aveva sede a Vercelli e reclutava coscritti, tra gli altri, anche dal distretto militare di Lodi: Vero Wilmant si trovava, così, a comandare anche numerosi suoi concittadini. Assumendo il comando (e passando in fanteria), Wilmant si fece confezionare una nuova uniforme e, sul berretto, fece cucire il bel fregio che abbiamo presentato all'inizio dell'articolo. Wilmant, dopo quasi trentacinque anni di servizio nei Bersaglieri, si trovava infine a dover guidare un reparto di fanteria di linea.
Vero Wilmant in borghese, dopo il congedo
(per gentile concessione archivio famiglia Wilmant-Secchi).

Si era, in quelle settimane, al termine della fase preliminare con la quale il Regio esercito veniva posto sul piede di guerra (c.d. mobilitazione rossa), prodromica alla mobilitazione, la quale sarebbe iniziata il 1° marzo 1915. Il colonnello Wilmant, dunque, assumeva il comando del 53° fanteria in un momento assai delicato, e cruciale per il successivo impiego bellico del reparto. In effetti, l'azione di comando del Wilmant avrebbe segnato i primi tre mesi di campagna del reggimento: mesi che, proprio in ragione del settore in cui il reggimento fu destinato, si sarebbero rivelati particolarmente complicati.
La Brigata "Umbria" fu, infatti, immediatamente destinata al fronte dolomitico, inquadrata nella Quarta Armata. Già all'inizio delle ostilità, il 24 maggio 1915, i reparti della Brigata - alle dipendenze della 2^ Divisione - si trovavano sui passi cadorini di confini.
Ai primi di giugno, il 53° reggimento si portò su posizioni avanzate ad est di Cortina d’Ampezzo, ove ebbe il suo "battesimo del fuoco", mercé le cannonate del forte austriaco di Son Pauses. Traiamo il seguito della narrazione direttamente dal riassunto storico della Brigata "Umbria":
"[…] l'8 giugno, la 2a divisione muove all’investimento dello sbarramento di Son Pauses e il 53° fanteria concorre all’azione puntando da Val Grande contro la fronte Podestagno - S. Blasius; ma il fuoco dei trinceramenti nemici, robusti e in piena efficienza, ne arresta l’avanzata sulle posizioni del Lago Nero, dove il reggimento sosta e si rafforza.
Fino a luglio, quindi, si svolge una guerriglia di pattuglie e di ricognizioni, dirette specialmente alla Croda dell’Ancona, lungo la grande strada d’Alemagna, ed oltre il Lago Bianco, fra le quali una, con carattere più decisamente offensivo, alla Punta del Forame.
Il 28 luglio la brigata si trasferisce nel contiguo settore dell’Ansiei; il 53° occupa Forcella Bassa di Monte Piana ed il 54° una posizione avanzata in Val Popena. Tale dislocazione è presa in vista del compito affidato alla "Umbria" nelle imminenti operazioni offensive contro lo sbarramento di Landro, per le quali il 53° ha per obbiettivo la conquista di Monte Piana, mentre il 54° deve favorire il compito principale avanzando in Val Popena; le azioni cominciano il 3 agosto, ma non possono progredire con lo slancio e nella profondità desiderata perché le posizioni austriache, molto forti per natura, ben presidiate e organizzate, oppongono ostacoli insuperabili; la lotta si stabilizza assumendo talvolta anche carattere difensivo, soprattutto per i violenti ostinati contrattacchi avversari sul Monte Piana.
Però l’11 agosto va noverata come bella e gloriosa giornata per la "Umbria"; due compagnie del 54°, spintesi lungo il costone occidentale di Monte Piana, dopo aspra lotta, mettono piede in alcuni trinceramenti nemici, catturando una quarantina di prigionieri. Il valore delle posizioni conquistate è confermato dalla reazione del nemico, che nei giorni 12 e 13 tenta di ritoglierle, ma inutilmente, perché i suoi ripetuti attacchi s’infrangono contro la valorosa resistenza dei bravi fanti."[3]

Le vicende della metà di agosto, evidentemente, influirono in qualche modo sulla decisione dei comandi superiori di trasferire il colonnello Wilmant: egli fu, infatti, chiamato ad assumere il comando dell'8° reggimento Bersaglieri, operante sempre nel settore dolomitico. Il 53° rimase per circa un mese privo del titolare, sino alla nomina, il 5 settembre, del col. Alessandro Curti, il quale avrebbe retto il comando molto brevemente, fino al 20 ottobre.

Per Vero Wilmant, il trasferimento ai Bersaglieri (decorrente dal 25 agosto) dovette costituire un po' il coronamento della propria carriera: dopo una vita passata in caserma insieme ai "fanti piumati", si trovava infine a comandarne un reparto mobilitato, su un fronte assai delicato - anche se poco atto alle imprese bersaglieresche - quale quello delle Dolomiti.

Dal 20 agosto, l'8° Bersaglieri si trovava dislocato tra la Val Marzon (comando e V battaglione), Cima Tre Croci (XXXVIII Battaglione) e Pian di Cengia (XII Battaglione). Col 1° settembre, il reggimento passa alle dipendenze della 2^ Divisione, alternando proprie compagnie alla forcella Lavaredo e alla forcella Cengia. Di seguito, il colonnello Wilmant, quale comandante del reggimento, assunse il comando della difesa del sottosettore, alle dipendenze della Brigata "Marche" (55° e 56° regg. fant.). La situazione rimase alquanto statica sino al 31 ottobre, quando una cospicua colonna austro-ungarica attaccò di sorpresa e conquistò le posizioni del Sasso di Sesto. L'intervento dei rinforzi italiani riuscì, però, a scacciare il nemico dalle posizioni. Nuovi tentativi nemici furono bravamente rintuzzati dai bersaglieri nei giorni 2 e 28 novembre.
Dal 14 novembre, però, il colonnello Wilmant aveva lasciato il comando del reggimento: esso era stato assunto, dal giorno successivo, dal suo parigrado col. Augusto Rigault de la Longrais, che lo avrebbe mantenuto a lungo, sino al marzo del 1917. Difficile dire se alla base di tale decisione dei comandi superiori vi fossero solo considerazioni "pensionistiche" circa la personale posizione del Wilmant, o valutazioni sulla sua azione di comando. Va detto che la poca attività operativa del reggimento, nel corso del pur breve comando del Wilmant, farebbe forse propendere per la prima alternativa.

In ogni caso, sollevato dal comando, il col. Wilmant trascorse probabilmente i mesi successivi lontano dal fronte, o addetto ad attività sedentarie. Infine, con decreto luogotenenziale del 13 febbraio 1916, il colonnello Wilmant fu posto  a riposo per anzianità di servizio, a decorrere dal 1° marzo, e collocato nella riserva della Divisione militare di Milano (3^). All'età di cinquantacinque anni, così, lasciava il servizio attivo, nel bel mezzo della guerra, e alla vigilia dell'offensiva generale lanciata dagli Austro-Tedeschi nel settore degli Altipiani.

Il colonnello Vero Wilmant si sarebbe infine ritirato a Lodi, sua città natale, dove trascorse la sua vecchiaia. Ivi spirò, il 30 aprile 1935.

Al ricordo di questo vecchio bersagliere, protagonista - per un anno della sua vita - di un capitolo della storia nazionale, dedichiamo questo breve articolo.

Si ringraziano i discendenti di Enrico Wilmant per la cortese disponibilità nel fornirci notizie e immagini circa il colonnello Vero e la loro illustre famiglia.


A cura di Niccolò F.

NOTE

1. La sottopannatura del tondino è stata ripristinata dal sottoscritto.

2. Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1913.

3. Riassunto storico della Brigata "Umbria", op. cit., anno 1915.

BIBLIOGRAFIA

- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), volumi vari, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

martedì 28 luglio 2020

Aiuto alla datazione delle CDV attraverso le medaglie

In alcuni articoli passati ci siamo occupati della datazione di uno scatto partendo dai particolari delle divise. Oggi invece vogliamo concentrarci sul decennio 1861-1871 quando, a parte alcune mode che segnavano l'estetica soprattutto dei copricapi, le uniformi rimasero sempre simili e un ausilio alla datazione può essere dato dallo studio delle medaglie al petto dei soggetti ritratti.
Ecco quindi qualche piccolo suggerimento, che speriamo possa esservi d'aiuto.

- Medaglie in versione ridotta (o mignon): Ante 1865

Questa tipologia di medaglie non sono comuni da vedere in foto poichè non erano oggetto di regolamenti militari, ma frutto di mode importate dall'estero.
La presenza di tali decorazioni permette di collocare lo scatto anteriormente al 1865 poichè, con nota n.64 del 12 Aprile 1865, il ministero della guerra emanava la seguente direttiva:

E' assolutamente vietato ai militari, quando sono in divisa, di portare decorazioni o medaglie di dimensione diversa da quella d'ordinanza, stabilita dai rispettivi decreti d'istituzione
Le autorità militari cureranno la stretta osservanza della presente disposizione.


Capitano dei bersaglieri con medagliere in versione ridotta

Particolare che permette di apprezzare meglio il medagliere

- Nastrini: Ante 1865
Sebbene oggi e da inizio '900 di uso molto comune, perchè permettono di avere divise più "leggere",  anch'essi non erano previsti dai regolamenti.
In questo caso però non ho trovato circolari in merito, sebbene l'usanza sembra sparita insieme a quella delle mignon.
L'unico accenno lo si trova nel R.D. che istituisce la medaglia commemorativa delle guerre d'indipendenza, che vedermo dopo, dove all'art.4 è riportato che:

Il nastro non può essere portato disgiunto dalla medaglia


Gruppo di ufficiali del 41° Reggimento Fanteria

Particolare che permette di notare il solo nastrino indossato sottotenente a sinistra, e le medaglie in versione ridotta dell'ufficiale si destra.

- Medaglia commemorativa delle guerre d'indipendenza: Post 1865

Questa medaglia, riconoscibile anche per le caratteristiche fascette che spesso la accompagnano, è forse la più comune da vedere in fotografia.
Venne istituita con R. Decreto del 4 Marzo 1865 e, cosa importante per la datazione, come riportato nell'art.10 della circolare n.9 del 9 marzo 1865 [1] ed andò a sostituire quasi tutte le medaglie precedenti:

Appena siano distribuite ai Corpi le nuove Medaglie colle relative fascette, i Comandanti dei Corpi cureranno a che cessi assolutamente l'uso delle altre Medaglie Nazionali Commemorative. Le sole medaglie Commemorative che rimangono autorizzate pei militari dell'esercito regolare sono:

- La medaglia dei Mille di Marsala;

- La medaglia di S. Elena;
- La medaglia di Crimea 1855-56;
- La medaglia Ottomana;
- La medaglia Francese del '59;

Anonimo capitano di fanteria. Il medagliere è composto, da sinistra a destra, dalla medaglia commemorativa delle campagne d'indipendenza in oggetto, della commemorativa di Crimea e della commemorativa Francese della campagna del '59.



- Ordine della Corona d'Italia: Post 1868

Questo ordine cavalleresco venne istituito con R. Decreto del 20 Febbraio 1868 

Anonimo maggiore di fanteria con un ricco medagliere. Indicato col numero 1 il cavalierato della corona d'Italia 

A cura di
Arturo E.A.

Note:

[1] Ministero della Guerra - Circolare n.9, Torino 9 Marzo 1865 Istruzioni per l'esecuzione del R. Decreto in data 4 Marzo 1865, col quale venne istituita una medaglia commemorativa delle guerre per l'Indipendenza e l'Unità d'Italia;

Bibliografia:
- Giornale Militare Ufficiale, Edito dal Ministero della Guerra - Annate Varie