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venerdì 18 gennaio 2019

Breve profilo di Armando Multedo, tenente d'artiglieria, MAVM alla memoria

Anche questo breve articolo, come nostro uso, prende le mosse da un oggetto, anzi due: si tratta, cioè, di due ritratti fotografici recuperati su una nota piattaforma di vendite online. Due ritratti di un giovane distinto, avviato indubbiamente a un brillante futuro professionale: Armando Multedo. La sua storia cercheremo di tracciare brevemente nel prosieguo.
***
Armando Multedo nasce il 6 febbraio del 1890 a Novi Ligure. La famiglia Multedo è composta, oltre che dai genitori Paolo Multedo e Mercedes Perolo, anche da altri due figli, Rosolino [1] e Yves.
Il giovane Armando, terminati gli studi liceali, s'iscrive alla facoltà di ingegneria del Regio Politecnico di Torino, con indirizzo industriale meccanico.
Ritratto fotografico dell'ing. Armando Multedo (collezione dell'autore).
Frattanto, nel 1910 è chiamato al reclutamento nel Regio Esercito ma, benché inscritto nei ruoli del Distretto Militare di Tortona, è rinviato in congedo. Ciò, probabilmente, avviene a motivo della sua assegnazione alla terza categoria oppure in ragione della sua opzione per il rinvio per motivi di studio, istituto che consentiva - agli studenti delle università, degli istituti assimilati e in altri casi particolari - di ritardare la chiamata alle armi sino al ventiseiesimo anno d'età [2].
Intorno al 1912 Multedo consegue dunque la laurea in ingegneria [3] per poi decidere d'iscriversi al corso superiore di perfezionamento in ingegneria mineraria, sempre presso il politecnico di Torino [4].
Al termine dello stesso, non può tuttavia precisarsi se - in ragione del rinvio predetto - sia chiamato alle armi, oppure ne sia comunque dispensato (poiché assegnato alla terza categoria), dedicandosi così alla propria professione.
In mancanza di ulteriori informazioni, tocca compiere un passo in avanti di circa tre anni, sino all'autunno del 1916.
In tale momento, la vita di Armando Multedo è cambiata radicalmente. Egli si trova infatti al fronte, quale ufficiale di complemento. Con buona probabilità, si trova sotto le armi sin da poco dopo l'inizio delle ostilità: assegnato, in ragione delle sue capacità tecniche, all'Arma d'Artiglieria, è nominato dapprima sottotenente, e poi promosso al grado di tenente. È, dunque, inquadrato nel 1° Reggimento Artiglieria da Fortezza, con sede del deposito in Torino.
Cartolina illustrata del 1° Regg. Artiglieria da Fortezza con la Mole antonelliana sullo sfondo.
In tale posizione, gli è successivamente affidato il comando della 626a Batteria d'Assedio.
Tali batterie era armate con pezzi d'artiglieria pesante costituenti il c.d. "parco d'assedio": si trattava, in particolare, di cannoni da 149A (acciaio), obici da 210, mortai da 210, cannoni da 149G, obici da 280A e 280G tolti dalle piazze costiere [5].
Di tale batteria - anche alla luce dei fatti che si narreranno - può dirsi che, con l'autunno del 1916, si trova inquadrata nella Terza Armata, e schierata - insieme a numerose altre unità d'artiglieria - nella piana di Merna, lungo il corso del Vipacco.

Situazione al 1° novembre 1916 nel tratto di fronte tra Vertoib e il Veliki Kribach (al centro, in verde, il Mirenski Grad). La linea rossa tratteggiata indica lo spostamento del fronte alla notte del 4 novembre.

Si è nei giorni della ripresa offensiva italiana, che darà luogo alla Nona Battaglia dell'Isonzo (31 ottobre - 4 novembre 1916).
In particolare, le batterie posizionate nella piana di Merna operano a supporto delle truppe dell'XI Corpo d'Armata destinate ad avanzare verso le posizioni del Volkovnjak (Brigate "Napoli" e "Pinerolo", della 49a Divisione), nelle giornate del 3-4 novembre [6].
Esauritasi l'offensiva italiana, le unità d'artiglieria in discorso restano - perlomeno parzialmente - schierate nel medesimo settore. In particolare, la 626a batteria del tenente Multedo è schierata nelle vicinanze del santuario di San Grado (Mirenski grad) presso la località di Merna (Miren).
Santuario della Madonna Addolorata di Merna (Mirenski Grad), foto dal web.
Circa un mese più tardi, nonostante da parte italiana ci si trovi in un momento di sostanziale pausa dalle operazioni dato l'incipiente inverno, da parte austriaca si scatena un violento bombardamento, contro le posizioni italiane della piana di Merna.

Le posizioni occupate dalla 626a batteria del tenente Multedo sono pesantemente colpite: il giovane comandante si trova coi propri serventi, quando un proietto nemico colpisce una riservetta. In questo momento di grandissima concitazione, il tenente Multedo si avvicina alla riservetta colpita. Qui, tuttavia, è raggiunto dall'esplosione di una granata a shrapnel [7], che lo colpisce a morte.
Per il contegno tenuto in questo drammatico frangente, alla memoria del ten. Multedo sarà conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

 «Comandante di una batteria d'assedio soggetta a violento fuoco nemico, si recava dall'osservatorio fra i suoi soldati per dividere i rischi. Avendo un proietto di grosso calibro sfondato una riservetta, nel momento in cui il fuoco si faceva più intenso accorreva sollecito sul posto per dare i necessari ordini. Colpito in più parti del corpo, spirava sul campo, mirabile esempio di valore ai suoi dipendenti. - San Grado di Merna, 7 dicembre 1916».

Benché la motivazione riferisca la circostanza della morte sul campo del giovane ufficiale, è molto probabile che egli sia spirato effettivamente presso la 52a sezione di sanità, che in quei giorni è installata a Gabrje-Gorenje [8]. Infatti, fu tale ultima località ad essere indicata dalla famiglia Multedo quale luogo della morte, nel luttino dedicato al loro sfortunato congiunto.
Ritratto del ten. Multedo riportato in una pubblicazione sui caduti genovesi nel primo conflitto mondiale (cortesia Roberto Bobbio).

Necrologio del ten. Multedo tratto dal quotidiano torinese La Stampa, 16 dicembre 1916.

Dopo il termine del conflitto, la famiglia Multedo volle che le spoglie del giovane tenente fossero traslate nella natìa Liguria: oggi, secondo la banca dati del Ministero della Difesa, Armando Multedo riposa dunque nel Sacrario di Caduti del Cimitero Monumentale di Staglieno, presso Genova, inaugurato nel 1936.

Il nome del ten. Multedo fu ricordato anche nella lapide in ricordo degli studenti della Scuola d'Ingegneria del Politecnico di Torino caduti in guerra.

Al ricordo del ten. Multedo dedichiamo questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Non si è potuto verificare se il fratello del protagonista di questo post fosse lo stesso Rosolino Multedo poi divenuto valente pittore acquarellista.
[2] Cfr. artt. 118 e 120 del Testo Unico sul Reclutamento del 6 agosto 1888 poi trasfusi negli artt. 105 e 109 del Testo Unico sul Reclutamento, R.D. n. 1497 del 1911.
[3] Ciò si può dedurre dal fatto che l'Annuario del R. Politecnico di Torino lo annovera, nel 1911, tra gli iscritti al 4° anno della facoltà di ingegneria.
[4] Cfr. R. Politecnico di Torino, Annuario per l'anno scolastico 1912-1913, pag. 200.
[5] Enrico Ramella - "L'Arma di Artiglieria - Cenni storici" - Scuole di Applicazione d'Arma - Torino 1965.
[6]  L'Esercito Italiano nella Grande Guerra, Volume III, Tomo 3, pag. 256 e ss.
[7] Così specificato nel trafiletto dedicato alla morte del ten. Multedo apparso sul periodico novese "Il Messaggero", e riportato nel volume Decorati al Valor Militare del Comuine di Novi Ligure, a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
[8] Cfr. Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento.
[9]



BIBLIOGRAFIA
- Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento, leggibile qui http://www.archiviodistatobenevento.beniculturali.it/risorse_digitali/Caduti/ElaboratiGrafici/PaesiDiOrigine/Pdf/Ceppaloni.pd
- database online dell'Istituto del Nastro Azzurro tra i decorati al Valor Militare;
- Italo Semino, Gruppo Alpini di Novi Ligure, Decorati al Valor Militare del Comune di Novi Ligure,
a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
- La Stampa, archivio online.
- USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.

domenica 18 febbraio 2018

25 agosto 1915: l'attacco della Brigata "Palermo" sul Tonale e il sacrificio del capitano Ettore Scagliola

Da quasi vent'anni frequento, per diletto, l'Alta Valle Camonica, ed in particolare le zone di Ponte di Legno e del Passo del Tonale. Un angolo d'Italia denso di storia e dove, per le curiose ed emozionanti coincidenze della vita, combatterono, durante la Grande Guerra, due miei bisnonni. Trovandomi lassù, ogni volta che ne ho l'occasione passo a salutare gli amici che riposano presso il Sacrario Militare del Tonale.

Il Sacrario Militare del Tonale, in una recente immagine invernale (foto dell'autore).


In connessione con il nostro lavoro dedicato a questo luogo di memorie e ai caduti che vi riposano (leggibile qui), vi raccontiamo la storia di uno di loro.



Il capitano Ettore Scagliola del 68° Reggimento Fanteria, in grande uniforme (fonte: MCRR).

Ettore Scagliola nacque il 24 novembre 1871 a Genova, in una casa di Piazza dei Greci, nel sestiere della Maddalena. I suoi genitori erano Massimo Scagliola, agente di commercio originario di Livorno, e Angela de Cavi, genovese. In mancanza di altri dati circa la sua giovinezza, bisogna già correre agli Anni Novanta dell'Ottocento, quando, ventenne, fu arruolato nel Regio Esercito.

Scagliola dovette svolgere i corsi per allievo ufficiale, conseguendo, infine, il grado di sottotenente di complemento. Tuttavia, nel 1893, per motivi difficili da ricostruire, terminata la ferma e ottenute "le stellette", Scagliola decise di dimettersi volontariamente dal grado. Ancora difficilmente interpretabile risulta il fatto che, l'anno successivo, egli avrebbe prestato servizio presso il 10° Reggimento Fanteria della Brigata "Regina", col grado di sergente, e sarebbe stato ammesso alla scuola sottufficiali, per l'avanzamento – ancora – al grado di sottotenente. Scagliola sarebbe riuscito, infine, nel proprio intento, rientrando nel grado di sottotenente e ricominciando la propria carriera da ufficiale.

Col volgere del nuovo secolo, fu promosso al grado di tenente e, dopo altri trasferimenti, assegnato al 26° Reggimento Fanteria della Brigata "Bergamo", di stanza a Piacenza. Con tale reparto, alla fine del 1911, il tenente Scagliola sarebbe partito alla volta dell'Africa, per partecipare alla Guerra Italo-Turca. Insieme a lui si trovava, nello stesso reggimento, un altro ufficiale del quale abbiamo trattato su queste pagine: Elio Ferrari, allora capitano, e poi destinato a una brillante carriera, e ad una fine tragica ed eroica (per le quali vedasi l'articolo a lui dedicato).

Nel contesto di tale campagna, il 3 marzo del 1912 il tenente Scagliola si trovò a fronteggiare l'attacco di cospicue forze arabo-turche nel settore a nord-ovest della città di Derna, presso la "Ridotta Lombardia": le ridotte forze italiane del 26° Reggimento resistettero dall'alba sino circa a mezzogiorno, quando furono raggiunte dai rinforzi. In tali circostanze, Ettore Scagliola fu decorato, per il suo contegno, con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Conduceva al fuoco il proprio reparto, con coraggio ed intelligenza." – Sidi Abdallah (Derna), 3 marzo 1912
Rimpatriato in Italia nei mesi seguenti, in ottobre Scagliola ottenne la promozione al grado di capitano [3]. Successivamente, fu dunque trasferito al 68° Reggimento Fanteria - di stanza a Milano - che, insieme al 67° - di stanza invece a Como -, costituiva la Brigata "Palermo". Essa era inquadrata nel III Corpo d'Armata, con comando in tempo di pace sempre a Milano.

Ettore Scagliola, capitano del 68° Reggimento Fanteria (rielaborazione da originale in archivio MCRR).

Un altro salto cronologico ci porta, direttamente, all'inizio del fatale anno 1915.
Con il 1° marzo di quell'anno, terminate le operazioni preliminari alla mobilitazione generale (la c.d. "mobilitazione rossa"), prese avvio la vera e propria mobilitazione, col trasferimento di una prima aliquota di reparti verso il confine.
Tra questi, anche il 67° e il 68° Reggimento Fanteria, che, con il pretesto di un campo primaverile, furono trasferiti nel settore tra Valtellina e Valle Camonica: tale movimento, in verità, faceva parte della manovra di radunata del III Corpo d'Armata di Milano, che in tal modo si appressava al confine con l'Impero Austro-Ungarico.

Con l'inizio delle ostilità, la Brigata si trasferì, in giugno, nel settore dell'Alta Valle Camonica, dislocandosi fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale. Essa costituiva, insieme alla Brigata "Cuneo", la 5a Divisione di Fanteria.

Medaglia commemorativa della 5^ Divisione di Fanteria, relativa alle operazioni sul Tonale (coll. dell'autore).
Si nota, al recto, la "Vittoria alata di Brescia" una copia della quale sarebbe poi stata collocata sulla sommità del sacrario del Tonale.


Dopo alcune operazioni minori, coinvolgenti soprattutto i reparti del 67° Reggimento, la Brigata "Palermo" – in quel momento, al comando del generale Luigi Dalmasso – fu chiamata all'azione con la fine del mese di agosto.

Per tale periodo, il comando italiano del settore prese a concepire un nuovo piano strategico. L'azione si poneva come obiettivo lo sloggio delle forze austro-ungheresi dalle posizioni da esse occupate, e dominanti il Tonale e l'intero settore dell'Alta Valle Camonica. Essa si sarebbe dovuta svolgere mediante una serie di attacchi separati e concomitanti, con un generale movimento dal basso.

Azioni periferiche furono affidate: alla 50a Compagnia dell’“Edolo”, che avrebbe dovuto spingersi, dalla Forcella di Albiolo, verso il Tonale Orientale. Alla 245a Compagnia del “Val d’Intelvi” che, dalla Forcella di Montozzo avrebbe dovuto puntare verso il Redival. In ultimo, il Distaccamento del Rifugio “Garibaldi” avrebbe tentato la riconquista del Corno di Bedole.

L'attacco principale, invece, era pianificato su tre direttrici principali. Una prima direttrice di attacco, mirante alle posizioni dei Monticelli e dell'Alpe Paiole, era affidata agli Alpini del Battaglione "Morbegno". Una seconda colonna sarebbe stata costituita dalla "Centuria Speciale Valcamonica" – un reparto speciale di cento uomini tratti da altre unità operanti in zona –, da una compagnia del Battaglione "Edolo" (la 52a) e un plotone della 252a compagnia del Battaglione "Val Camonica": essa, dopo aver risalito la Val Narcanello, avrebbe dovuto puntare alla conquista della Punta del Castellaccio e del Passo e della Punta di Lagoscuro. La terza direttrice principale riguardava, invece, la spianata del Tonale: ai reparti era affidato il compito di oltrepassare il torrente Albiolo e spingersi verso l'Alpe Paiole. Per l'esecuzione di tale manovra furono scelti: il resto del Battaglione "Val Camonica"; la 244a compagnia del Battaglione "Val d'Intelvi"; il III e il IV Battaglione del 68° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo".

Ettore Scagliola, nel frattempo, era stato promosso al grado di Primo Capitano e si trovava al comando della 14a compagnia del IV Battaglione – comandato dal maggiore Umberto Giannoni - del 68° Reggimento. I due citati battaglioni del 68° sarebbero stati affiancati, nell'azione, da aliquote del III Battaglione del 67°.
Schizzo del settore del Tonale; la linea tratteggiata indica la linea del confine di Stato. I punti in rosso, le fortificazioni A.U.

Una testimonianza particolarmente vivida sull'andamento della giornata ci viene dal diario di guerra del tenente medico dott. Francesco Ardigò – del 27° Reggimento Artiglieria da Campagna -, conservato presso il Museo della Guerra Bianca di Temù, dal quale si trae quanto segue:
“25 agosto – Allo spuntare dell’alba (4.30 circa) le truppe incominciano a prendere posizione: il battaglione Alpini avanti dopo aver percorso un buon tratto della grande strada in territorio austriaco, imbocca la mulattiera che sul versante nemico sale alla sommità del Monticello fortemente tenuto dagli Austriaci: i due battaglioni di fanteria si distendono occupando tutta la sella e s’avanzano verso le trincee nemiche: le nostre due batterie da 75 e quella di marina da 76 sono agli ordini del generale Dalmasso. L’artiglieria è comandata dal maggiore Capuano. Le mie batterie sono sparpagliate un po’ per parte, io stabilisco il mio posto di medicazione vicino a quello del 67° fanteria che è diretto dal Capitano medico Landrianio, che è posto su uno spiazzo dietro una casetta lungo la strada provinciale un po’ più indietro della vecchia dogana. Così s’incomincia subito l’azione molto favorevole dal principio perché i nostri Alpini riescono ben presto a impadronirsi di Monticello e la fanteria avanza facilmente per buon tratto in territorio nemico sino all’occupazione [dell'ospizio] di S. Bartolomeo."
L'azione della fanteria, in verità, aveva un carattere schiettamente diversivo rispetto all'attacco principale, mirante invece alla conquista delle posizioni soprastanti la conca del Presena. L'intento del comando era, cioè, precipuamente quello di attirare su tali reparti l'attenzione - e, di conseguenza, il fuoco - dei difensori. Nell'eseguire la manovra a loro assegnata, i reparti della Brigata "Palermo" si trovarono ad avanzare sulla Sella del Tonale, in terreno completamente scoperto ed esposto al fuoco avversario, e particolarmente al tiro dell'artiglieria. Il capitano Scagliola, alla testa della propria compagnia, avanzò così verso gli obiettivi assegnati.

Così avrebbe ricordato il già citato tenente Ardigò:
"Ma tosto le artiglierie austriache che a nostra insaputa erano state trasportate in altre posizioni, riescono a prendere d’infilata gli Alpini del Batt.ne Morbegno che, come scrissi, già s’erano impossessati di Monticello, e che dovettero abbandonare la posizione: intanto anche l’azione della fanteria, particolarmente dimostrativa [si rivelava?] inutile e perciò veniva ordinata la ritirata che si effettuò con qualche perdita, ma ordinatamente e sostenuta dalla nostra artiglieria. Furono fatti tre prigionieri di cui due giovanotti, vestiti e ben nutriti. La mia opera già al pomeriggio dell’azione ebbe a esplicitarsi, perché, subito affluirono i feriti e però siccome gli artiglieri non venivano fortunatamente colpiti (gli srapnel nemici erano tutti alti) io mi misi a disposizione del Cap. Medico Landrianio che col suo Tenente erano sopraffatti dall’affluenza dei feriti, che si manifestò massima al momento della ritirata. […]"
Nel corso del combattimento, il capitano Scagliola rimase gravemente ferito, ma volle restare al posto di comando, senza abbandonare i propri uomini in quelle drammatiche circostanze. Il suo coraggio, tuttavia, gli fu fatale: colpito una seconda volta, e perduta conoscenza, fu infine condotto verso il posto di medicazione. Così, ancora, l'Ardigò:
"Il combattimento cessa verso le 13 ma la raccolta dei feriti e la loro medicazione ancora continuava, l’artiglieria ebbe l’ordine di abbandonare le posizioni e di ritornare alla sede, sicché anch’io mi decisi al mio gesto e la seguii. Dell’artiglieria non si ebbe neppure un ferito, mentre ci furono circa 160 tra fanteria e Alpini. Morti 18 fra cui due capitani: Suagnana [?] del 5° Alpini e Scagliola del 67° [recte, 68°] Fant. Ferito alla testa e morto d’emorragia per portarlo al mio posto di medicazione, ma non si poté far nulla, fu il primo morto in battaglia che ho visto e ne provai pena”.
Un'immagine evocativa del Sacrario del Tonale, presa la scorso fine settimana (sabato 17 febbraio 2018).
Ettore Scagliola, dunque, colpito al capo, trovò la morte mentre veniva trasportato verso i soccorsi. La diretta testimonianza di Ardigò è particolarmente interessante anche perché conferma quanto riportato nella motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare che sarebbe poi stata conferita alla memoria del bravo e sfortunato capitano:
"Conduceva al fuoco la propria compagnia con calma serena e mirabile coraggio. Ferito, non cedeva alle pressioni di chi voleva condurlo al posto di medicazione, e rimase al suo posto, dirigendo il proprio reparto, finché cadde colpito a morte." – Sella del Tonale, 25 agosto 1915. 
Insieme al capitano Scagliola, caddero altri due ufficiali del 68° Reggimento: il sottotenente Federico Ayroldi e il sottotenente Lodovico Brugnetti. Federico Ayroldi era nato a Ostuni (BR) il 13 marzo 1889. Il sottotenente Brugnetti, invece, era nato il 16 giugno 1890 ad Arcene, in provincia di Bergamo.

Ritratto del cap. Scagliola tratto da "La Domenica del Corriere", num. 40, Anno XVII.

Al termine della giornata, sfortunatamente, il principale obiettivo dell’operazione, e cioè il possesso della Conca di Presena e dei Monticelli, non era stato conseguito. Tuttavia, i reparti italiani erano riusciti ad impossessarsi delle importanti posizioni del Lagoscuro.

Le spoglie del capitano Scagliola furono trasportate a Ponte di Legno, e poi inumate nel cimitero comunale. Dopo la costruzione del Sacrario Militare del Tonale, nel 1936, sarebbero infine state traslate presso il medesimo, dove riposano tuttora.

Il loculo del capitano Ettore Scagliola, presso il Sacrario Militare del Tonale (foto dell'autore).
Alla memoria del capitano Scagliola, dei sottotenenti Ayroldi e Brugnetti, e degli uomini di truppa del 68° Fanteria caduti nell'azione del 25 agosto, dedichiamo questo articolo.


A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] Così in G.U. n. 103 del 2 maggio 1893.
[2] Così in G.U. n. 194 del 18 agosto 1894.
[3] Così in G.U. n. 245 del 17 ottobre 1912.


BIBLIOGRAFIA
- Walter Belotti, 25 AGOSTO 1915: IL SECONDO ATTACCO ITALIANO ALLA CONCA PRESENA E LA CONQUISTA DEL LAGOSCURO, articolo pubblicato sul profilo facebook del museo in data 29 agosto 2015 (https://es-la.facebook.com/notes/museo-della-guerra-bianca-in-adamello/25-agosto-1915-il-secondo-attacco-italiano-alla-conca-presena-e-la-conquista-del/959139630814436/);
- Vittorio Martinelli, "Guerra Alpina sull'Adamello", Vol. I, 1915-1917, Pinzolo, 2002;
- Pier Amedeo Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, Como, Tipografia A. Noseda, 1962;
- USSME, Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918, Roma - Libreria dello Stato.

martedì 3 novembre 2015

"In riva dell'Isonzo, ci sta Santa Lucia..." - Breve storia del s.ten. Carlo Balestrero da Genova

 A destra dell'Isonzo
ci sta Santa Maria,
se stanco sei di vivere
t'insegnerò la via.
In riva dell'Isonzo
ci sta Santa Lucia,
se vuoi morire giovane
ti mostrerò la via.

In un altro post di qualche tempo fa, si era ricostruita una storia partendo da una dedica scritta su una fotografia (qui la storia di Emilio Castano). Più di recente, lo stesso si è fatto muovendo da due "strani biglietti" (qui la storia di Candido Cresseri). Con questo articolo, invece, cercheremo di far parlare, nientemeno, che un pezzetto di ferro: una medaglia, e per la precisione una medaglia di bronzo al Valore Militare (1).
Ecco dunque, per cominciare, l'oggetto in questione (2) (nella foto in basso, in compagnia delle sue "sorelle" (3)):
Questa piccola medaglia - recuperata da chi scrive sul mercato collezionistico - ci racconta una storia: la storia del giovane a cui essa fu conferita e che, tuttavia, non poté mai fregiarsene il petto. Si chiamava Carlo Balestrero.
Il medagliere del s.ten. Carlo Balestrero, MBVM alla memoria.
Carlo Balestrero vide la luce il 10 dicembre del 1891 a Genova. Figlio di Pietro Balestrero e Paola Enrichetta Tavella, crebbe nel sestiere di San Vincenzo, uno dei sei antichi rioni della Città della Lanterna. Di famiglia piccolo-borghese, proseguì gli studi, iscrivendosi al Regio Istituto Tecnico e Nautico "Vittorio Emanuele II", che si trovava - come oggi  - nel Palazzo Rostan, in Largo della Zecca. Questo istituto era stato uno dei primissimi istituti politecnici del Regno di Sardegna per poi mantenere, con l'Unità, un ruolo di prestigio nel panorama dell'istruzione tecnica del Nord Italia.
Il giovane Balestrero vi frequentò la sezione di Commercio e Ragioneria, diplomandosi nell'anno scolastico 1910-1911 (4). Nel corso del medesimo anno 1911 fu chiamato, insieme alla sua classe, al reclutamento nel Regio Esercito. Dai pur scarsi dati in nostro possesso, deve desumersi che Balestrero fu arruolato e destinato all'arma di Fanteria. Chiamato alle armi nel corso dello stesso anno, svolse poi il biennio di servizio militare di leva, congedandosi col grado di sergente (5). Con il 1913, assolti gli obblighi di leva, Carlo Balestrero tornò alla vita civile, e si dovette trovare un impiego quale ragioniere. Era certamente, per il suo tempo, un giovane avviato a una tranquilla vita professionale, con una realistica aspettativa verso una certa stabilità economica. Ma venne la guerra, a sparigliare le carte sue, come di tanti altri.

Il s.ten. Carlo Balestrero, del 26° Regg. Fanteria Brigata "Bergamo" (1915).
Risulta, a questo punto, alquanto complesso ricostruire le vicende che condussero Carlo Balestrero a tornare a vestire l'uniforme del Regio Esercito (6).  Egli, assai probabilmente, fu richiamato alle armi nell'estate del 1914, in seguito alla dichiarazione di neutralità del Regno d'Italia, in seguito alla quale era stato disposto il richiamo dal congedo della classe 1891 (7). Altrettanto probabilmente, Balestrero fu trattenuto alle armi sino al nuovo anno 1915. Anche in virtù del suo grado d'istruzione, fu dunque selezionato per svolgere i corsi per allievo ufficiale di complemento. Per certo, il 25 febbraio del '15, infine, fu promosso al grado di sottotenente (8). Egli, dunque, diventava ufficiale giusto poche settimane prima che il Regno d'Italia formalizzasse - con la firma del Patto di Londra - la sua discesa in campo al fianco dell'Intesa, contro l'antico nemico, l'Impero Austro-Ungarico. La vicenda di Balestrero, da questo punto di vista, è emblematica perché rappresentativa di quella fresca generazione di giovani e giovanissimi ufficiali subalterni che, pur del tutto ignari - fino a poche settimane prima - dell'"arte del comando", si ritrovarono protagonisti, in ruoli assai delicati, delle prime, violentissime offensive sferrate sul fronte italo-austriaco. Con buona probabilità, dopo l'avanzamento di grado il nostro Carlo fu assegnato immediatamente al 26° Reggimento Fanteria che, con il 25°, componeva la Brigata "Bergamo". Entrambi i reggimenti avevano sede a Piacenza col 26°, in particolare, alloggiato presso un'ala del Palazzo Farnese.

Palazzo Farnese a Piacenza, sede del 26° Regg. Fanteria in tempo di pace.
L'ordine di battaglia del Regio Esercito prevedeva che la Brigata "Bergamo" costituisse, insieme alla Brigata "Valtellina" e relativi servizi, la 7^ Divisione di linea (9). Essa era assegnata al VI Corpo d'Armata, a sua volta inquadrato nella 2^ Armata. Con il mese di maggio, in conformità ai piani di mobilitazione, la Brigata "Bergamo" fu trasferita verso il confine con l'Impero Austro-Ungarico, dislocandosi nell'alta valle del Judrio.
Varcato il confine, nella fatidica giornata del 24 maggio, la brigata si schierò di fronte a quello che sarebbe stato l'obiettivo dei suoi sanguinosi sforzi, per i due anni successivi: la piazzaforte di Tolmino. Tolmino era - ed è - una bella cittadina posta sulla riva orientale dell'Isonzo, nell'alto corso di questo fatale fiume. Sin dai primissimi giorni di guerra, essa rappresentò uno dei principali obiettivi degli sforzi offensivi dell'esercito italiano sulla fronte giulia. Il possesso di Tolmino era fondamentale giacché - oltre a rappresentare uno snodo nevralgico per l'esercito austro-ungherese - essa costituiva la chiave per la successiva avanzata nel cuore dell'Impero absburgico: caduta Tolmino, inoltre, si sarebbe tagliata una delle più pericolose linee d'attacco a disposizione del nemico. Tuttavia, gli Austro-Ungheresi potevano, anche in questo caso, contare sul formidabile aiuto a loro offerto dalla...natura, e dalla geografia. Di fronte a Tolmino, sulla riva occidentale dell'Isonzo, si ergevano infatti due verdi collinette, dai nomi assai rassicuranti: quella di Santa Maria (in sloveno, Mengore), e quella di Santa Lucia (in sloveno, Cvetjie).

"Le due colline di S. Maria e S. Lucia sono nell'interno dell'ansa che l'Isonzo descrive in prossimità di Tolmino, ed occupano l'area triangolare determinata dai due rami dell'Isonzo rispettivamente a nord e a sud del punto di flessione e dal solco pel quale passa la rotabile che da Volzana raggiunge la sponda destra dell'Isonzo in prossimità di Selo. Le colline di S. Maria e di S. Lucia hanno ciascuna la base a forma pressoché ellittica, quella di S. Maria - a nord - ha l'asse maggiore orientato nel senso dei paralleli, quella di S. Lucia - a sud - ha l'asse maggiore orientato da N.E. a S.O., e le due dorsali hanno lo stesso andamento degli assi accennati. Nella loro attaccatura le due colline formano l'avvallamento aperto fra Kozarsce, sbocco ovest e Modrejce, sbocco est; e le posizioni marginali delle due colline costituivano nel loro complesso una tanaglia ad angolo ottuso, col vertice a Kozarsce. I nostri attacchi si svilupparono dalle estremità esterne dei due lati della tanaglia: e cioè dalla zona di Volzana e da quella di Selo" (10).

Gli Austro-Ungheresi, ben consci dell'importanza strategica del luogo, avevano provveduto a fortificare, già ben prima dell'entrata in guerra dell'Italia, entrambi i rilievi. Essi, con le opere fortificate circonvicine, costituivano la c.d. "testa di ponte di Tolmino". La Brigata "Bergamo" - si diceva - raggiunse lo sbocco della Val Judrio alla vigilia della dichiarazione di guerra; nel frattempo, il comandante della II Armata (Gen. Frugoni) aveva affidato al IV Corpo d'Armata il compito di agire su Tolmino. In quest'ottica, fu ordinato il concentramento della 7^ Divisione intorno al villaggio di Kambresco. A questa era affidato il compito di agire - dopo aver attraversato l'Isonzo tra Canale e Doblar - con un "attacco avvolgente a maggior raggio" avente per obiettivo la zona di Kal, nell'altopiano della Bainsizza. L'azione, in seguito ad altri movimenti eseguiti da altre unità del IV C.d.A., avrebbe dovuto iniziarsi il giorno 2 giugno. Tuttavia, la mancata occupazione della dorsale Monte Nero-Mrzli, costrinse a ritardare l'azione avvolgente su Tolmino, che dovette essere rinviatata al giorno 4 giugno. All'alba di quel giorno, la 7^ Divisione (Brigate "Bergamo" e "Valtellina") iniziò il proprio movimento: mentre la "Valtellina" svolgeva un attacco dimostrativo contro i villaggi di Canale e Bodrez, la "Bergamo" occupava senza difficoltà il costone Cemponi-Krad Vhr, assumendo la fronte dalle pendici del Monte Jeza  sino a Doblar. Intanto, era stata decisa la sospensione generale dell'azione contro il Mrzli, che si concluse nella notte sul 5 giugno.

Sul fronte della 7^ Divisione, la sospensione delle operazioni durò circa due settimane, sino alla nuova azione generale predisposta dal Comando Supremo, che avrebbe dato luogo alla Pima Battaglia dell'Isonzo. In tale quadro, il comando del IV Corpo d'Armata (ten. gen. Nicolis Di Robilant), decideva di ritentare l'occupazione di Tolmino, attraverso un attacco avvolgente da nord, avanzando dal Monte Nero. Alla 7^ Divisione, stavolta, era affidato il compito di sorvegliare la sponda destra dell'Isonzo in corrispondenza del Kolovrat, concorrendo con le proprie artiglierie all'azione svolta dell'8^ Divisione; e, inoltre, essa doveva svolgere "azioni dimostrative" contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia, per tenere impegnato il nemico su tali posizioni, impedendogli di distogliere forze per trasferirle sul fronte dell'attacco principale. La preparazione d'artiglieria di svolse tra l'1 e il 2 di luglio, mentre l'attacco delle fanterie doveva svolgersi il giorno 4.

La Brigata "Bergamo" avrebbe dovuto muovere dalle sue posizioni di partenza, poste sullo sperone del Krad Vhr e tra Cemponi e Doblar. In particolare, il 26° aveva in prima linea il suo II e il III battaglione, mentre il IV si trovava in seconda linea (11). Il sottotenente Balestrero comandava per l'appunto un plotone della 16^ compagnia, inquadrata nel IV battaglione del 26° (nota: l'indicazione della compagnia è tratta dall'atto di morte, conservato presso gli archivi dello stato civile del Comune di Genova). Già nella giornata del 3 luglio, alcune pattuglie della "Bergamo" avevano svolto azioni di osservazione sulla dislocazione delle forze nemiche; nella notte sul 4, l'ala sinistra della Brigata (costituita da due battaglioni del 25°) assaltò il villaggio di Kozarsce, contemporaneamente ad un'azione di sorpresa attuata da reparti della Brigata "Valtellina". L'azione notturna non fruttò risultati, e pertanto si decise di ritentarla nella giornata successiva, da parte, ancora una volta, del solo 25° reggimento. A sera, data la forte resistenza nemica, l'azione fu sospesa e le truppe ritirate dall'abitato di Kozarsce. Nello stesso tempo, il comando della 7^ Divisione ordinò che anche la Brigata "Valtellina" riprendesse lo schieramento di partenza occupato prima del 4, dato che le posizioni nel frattempo raggiunte erano di difficilissimo mantenimento.
Le operazioni di quelle giornate, pertanto, si erano concluse senza sostanziali progressi sulla fronte della 7^ Divisione, e in particolare della Brigata "Bergamo".

Passò una ventina di giorni di sostanziale stallo nelle operazioni, sinché, il 28 luglio, nel corso di un incontro a Udine tra il capo di Stato Maggiore dell'esercito (gen. Cadorna) e i comandanti del IV Corpo d'Armata e della "Zona Carnia", fu decisa una nuova operazione di largo respiro sulla fronte Giulia. Il 4 agosto, il comando del IV Corpo d'A. diramava alle proprie unità gli ordini per la successiva azione sulla propria fronte, che avrebbe avuto per obiettivi Tolmino e la conca di Plezzo.
L'attacco contro Tolmino, articolato su tre direttrici, avrebbe visto ancora una volta la 7^ Divisione (comandata dal magg. gen. Franzini) impegnata contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia. La Divisione, alla vigilia dell'offensiva, si trovava schierata fra la quota 179 a nord di Volzana e l'abitato di Ronzina. La Brigata "Bergamo", a sua volta, si trovava al centro dello schieramento, col 26° dislocato sino a Selo. A fronteggiare le truppe italiane stava la 50^ Divisione austro-ungherese, e in particolare, tra l'Isonzo e Sela, l'8^ Brigata da Montagna.

L'azione, concepita su "due movimenti", iniziò - contro l'obiettivo di Plezzo - la mattina del 12 agosto. Per l'azione contro Tolmino e le posizioni circostanti, si attese per altri due giorni, sino al giorno 14. La Brigata "Bergamo" si trovava ad affrontare l'altura di Santa Lucia, attaccandone sia la dorsale, risalendone la falda occidentale, sia la sella di Kozarsce. Le difese austro-ungariche erano, invece, organizzate su un sistema di linee di trincee parallele, collegate ai capisaldi della dorsale. Al 26° Reggimento toccava il compito di risalire la dorsale occidentale, punto al tratto di linea fra la Quota 588 e il "gradino" di Quota 510. Nei giorni tra il 14 e il 15 agosto, la "Bergamo" era riuscita a "raggiungere la prima linea nemica, aggrapparsi ai reticolati e iniziare e condurre a termine una tenace opera di sgretolamento" (12). Opera che avrebbe dato i suoi frutti il 16 agosto. La prima linea austriaca, per un tratto, costeggiava il margine del bosco di Santa Lucia, ove si era attestato - fronte ad est - proprio il 26° Reggimento del sottotenente Balestrero. In primissima linea era schierato - accanto al I battaglione del 25° - esattamente il IV Battaglione del 26°, nel quale era inquadrato il giovane ufficiale genovese. Intorno alle ore 13 del 16 agosto, i due battaglioni scattarono all'assalto e, con un impeto che sorprese i difensori, riuscirono a penetrare in profondità le linee avversarie. Accorsi gli altri battaglioni di rincalzo, la conquista fu consolidata, spezzando la linea austro-ungherese, con la cattura di 560 prigionieri e 4 mitragliatrici. A sera, era in mano italiana una parte della selva di Santa Lucia e della sponda sinistra della c.d. "corrente della fonte".


La zona di operazioni dei colli di Santa Lucia (in basso) e Santa Maria (in alto), tra il 14 e il 17 agosto 1915.

Il giorno successivo, 17 agosto, i reparti della "Bergamo" - con un nuovo assalto - riuscirono ad avanzare ulteriormente, ampliando l'occupazione del bosco. Nel frattempo, nel campo avversario si era registrata l'entrata in linea della 57^ brigata Kaiser-Jaeger, su sette battaglioni. Così rinforzati, gli Austro-Ungheresi si lanciarono al contrattacco: l'intera giornata del 18 agosto fu contrassegnata da continui attacchi contro le posizioni conquistate dagli Italiani, che, protrattisi fino a notte inoltrata, furono però tutti respinti.

Tra gli animosi difensori delle trincee di Santa Lucia c'era anche il sottotenente Balestrero. Per il contegno particolarmente ardimentoso dimostrato nei tre giorni di sanguinosi combattimenti, a sarebbe stata conferita la medaglia di bronzo al Valore Militare, con la seguente, bella motivazione (della quale, per ora, non riportiamo l'ultimo inciso):

"Durante l'attacco e l'occupazione delle trincee ed in un successivo combattimento, condusse il suo plotone con grande slancio ed ardimento. Negli attacchi notturni che ne seguirono, si mantenne sempre calmo ed impavido. [...]" - Collina Santa Lucia, 16-18 agosto 1915.



Nonostante il pesantissimo sforzo sostenuto, per i fanti del 26° reggimento non era ancora giunto il momento di passare a riposo in retrovia. Essi si mantennero, perciò, sulle trincee da loro stessi conquistate nei giorni precedenti, sino al giorno 20, quando il comando del IV Corpo d'Armata ordinò la ripresa dell'offensiva. Il IV Battaglione del 26° era destinato a operare insieme al XXII battaglione Bersaglieri, ancora contro le difese occidentali della dorsale del colle di Santa Lucia. L'attacco riprese alle 18.30 del 22 agosto: l'avanzata giunse a lambire la Quota 588 sinché la reazione nemica si fece a tal punto violenta da costringere i due reparti a retrocedere, dopo una lotta accanita e durata, anche stavolta, sino a tarda sera. Dunque, il IV Battaglione del 26° Fanteria rientrava nelle trincee del bosco di Santa Lucia, ove sarebbe rimasto sulla difensiva per la settimana successiva. Gli ultimi combattimenti, prima delle offensive progettate per il mese di settembre, avvennero tra il 28 e il 29 agosto, e videro - ancora una volta - il reparto impegnato nel tentativo di avanzare verso la sommità del colle di Santa Lucia. Invece, per il 1° settembre, la relazione ufficiale italiana non cita particolari combattimenti nel settore.
Epperò, proprio in quella giornata, doveva consumarsi l'ultimo atto della vita del giovane ufficiale venuto da Genova. Con buona probabilità, in quella giornata le trincee occupate dal plotone comandato da Carlo Balestrero furono investite da un assalto degli Austro-Ungheresi.
Il sottotenente Balestrero, mentre combatteva in mezzo ai suoi uomini - sulle "pendici occidentali di Santa Lucia" - , fu raggiunto da una fucilata alla testa. Così recita l'ultima frase della motivazione della medaglia di bronzo conferita alla sua memoria:

"Colpito a morte, il 1° settembre serenamente spirava".

Le spoglie del giovane ufficiale furono, secondo l'atto di morte, inumate direttamente sulla collina di Santa Lucia, ov'era stato allestito un piccolo cimitero di guerra. Negli Anni Trenta, questo cimitero fu smantellato e le sepolture in esso presenti trasferite presso il Sacrario Militare di Oslavia. E' qui che, con buona probabilità, riposa tuttora il sottotenente Balestrero. A lui vada il nostro ricordo, e un riverente pensiero.

A cura Niccolò F.

(1) Le decorazioni al Valor Militare - intese nella configurazione ancor oggi esistente in Italia - traggono origine, nelle classi "oro" e "argento", dal Regio Viglietto del 26 marzo 1833, che le istituì nel Regno di Sardegna; la classe "bronzo" fu istituita  con R.D. 8 dicembre 1887 n.5100 (sostituendo la preesistente "menzione onorevole") "[...] per premiare quegli atti di fermezza e di coraggio, i quali, senza raggiungere gli estremi richiesti per meritare la medaglia d'argento, meritino tuttavia una particolare distinzione". 
(2) La medaglia in questione è un conio ufficiale della Regia Zecca; benché essa sia relativa a un fatto d'armi avvenuto nel 1915, la presenza del marchio "Z coronata F.G" - introdotto nel corso del primo conflitto, e, secondo alcuni, a partire dal 1917 - non deve stupire. Ciò in quanto essa fu conferita al Balestrero con decreto luogotenenziale del 31/12/1916 e, dunque, certamente incisa e consegnata alla famiglia almeno nel corso del 1917.
(3) Si tratta (da dx a sx): della croce al Merito di Guerra; della medaglia commemorativa per la guerra italo-austriaca 1915-1918; della medaglia della vittoria commemorativa della grande guerra per la civiltà (o "interalleata").
(4) Albo d'onore..., op. cit., p. 5.
(5)Tali circostanze si desumono dalle modalità della sua successiva promozione al grado di sottotenente, per la quale vedasi infra.
(6) Certezze in tal senso potrebbero essere fornite unicamente dal relativo stato di servizio, non ancora in possesso di chi scrive.
(7) In seguito alla dichiarazione di neutralità del Regno d'Italia, avvenuta il 2 agosto 1914, fu disposto il richiamo dal congedo delle classi di leva del 1889, 1890, 1891; nel corso dell'autunno, inoltre, fu decisa la chiamata anticipata delle classi 1894 e 1895.
(8) Con R. Decreto del 25 febbraio 1915.
(9) Ordine di battaglia della 7^ Divisione di Linea al 24 maggio 1915: Brigata di Fanteria "Bergamo" (regg. 25° e 26°); Brigata di Fanteria "Valtellina" (regg. 65° e 66°); 21° Regg. Artiglieria da Campagna; VI Gruppo "Udine"/2° Regg. Art. Montagna; V Gruppo/1° Regg. Art.; 1^ Comp. Zappatori del 1° Regg. Genio; Servizi.
(10) L'Esercito italiano..., op. cit., p. 302.
(11) L'Esercito italiano..., op. cit., p. 219. Si noti che il 26° regg. Fanteria, per tutta la durata della guerra, fu costituito da un II, III e IV battaglione (cioè, pur essendo su tre battaglioni, non esisteva il I).
(12) L'Esercito italiano..., op. cit., p. 303.

BIBLIOGRAFIA
  • Albo d'onore dei professori e degli alunni dell'Istituto tecnico e nautico V.E. II, caduti, mutilati, feriti o meritevoli di segnalazione per atti di valore compiuti durante la nostra guerra : 1915-1918 - dicembre 1919, Tipografia Sociale, Genova, 1919.
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.
  • Sito internet dell'Istituto del Nastro Azzurro ttp://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/