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sabato 21 febbraio 2026

Aldo Estrafallaces, valoroso artigliere - San Pietro all'Isonzo, luglio-novembre 1915

Proseguiamo le pubblicazioni per il 2026 con un breve articolo che prende le mosse da una recente acquisizione: una medaglia di bronzo al valor militare. Cercheremo così di ricordare il giovane ufficiale che se la meritò, centoundici anni fa.
 
Il recto della MBVM (coll. dell'A.).

***

Aldo Estrafallaces nacque il 3 settembre 1893 a Lecce, figlio di Adolfo e di Clori Mainardi. 

Il padre, nato nel 1856, era un ufficiale del ruolo contabile del Regio Esercito; proveniente dai sottufficiali [1], aveva svolto la propria carriera presso vari reparti, di stanza in diverse città della Penisola. La  famiglia contava già almeno due bimbe, Clelia, nata nel 1888, ed Elisa, nata nel 1889, poi entrambe funzionarie nell'amministrazione delle Poste e Telegrafi. Dopo la nascita di Aldo, nel 1900 gli nacque un'altra sorella, Ada, poi destinata a una brillante carriera negli studi, in ambito fisico-matematico, seguita nel 1903 da un fratello, Ugo, il quale avrebbe poi anch'egli abbracciato la carriera delle armi.

Tornando al padre Adolfo, perlomeno dalla primavera del 1894 egli prestava servizio presso il Distretto Militare di Lecce. Qui, peraltro, nel maggio del 1894 si era reso protagonista di un atto di coraggio, che gli valse la Medaglia di Bronzo al Valor Civile con questa motivazione:

"Il 27 maggio 1894, in Lecce, affrontava e riusciva a disarmare, dopo viva colluttazione, un pazzo furioso che aveva già ferito con una sciabola quattro persone" [2].

In seguito, la famiglia si trasferì in altre località, rientrando infine a Lecce, ove si stabilì definitivamente.  Adolfo Estrafallaces si sarebbe poi congedato dall'esercito, con il grado di maggiore, iniziando un'attività in ambito vinicolo (venendo poi regolarmente menzionato nell'Annuario vinicolo d'Italia, sino agli anni Venti).

Aldo, dunque, rientrò a Lecce da bambino. Ivi svolse le scuole, iscrivendosi poi al R. Istituto Tecnico "Oronzo Gabriele Costa", ove si diplomò. 

Deciso ad intraprendere la carriera militare, frequentò poi i corsi dell'Accademia di Torino, destinato all'arma di artiglieria. Con R.D. del 20 novembre del 1913, fu quindi nominato sottotenente d'artiglieria con anzianità 23 febbraio 1913 (in GU n. 299 del 1913).

A far data dal 22 agosto 1914, fu poi destinato al 24° reggimento Artiglieria da campagna, quale sottotenente allievo del 1° corso della scuola d'applicazione di artiglieria e genio. Alcuni mesi dopo, fu trasferito al 13° reggimento Artiglieria da campagna, con sede a Roma.

Con tale reparto, Estrafallaces fu mobilitato l'anno seguente, nella primavera del 1915. Dall'inizio della campagna di guerra, il giovane ufficiale prestò servizio nel settore del Basso Isonzo: in particolare, dall'estate del 1915, le batterie del gruppo cui era assegnato Estrafallaces furono postate nel settore di San Pier d'Isonzo (al tempo, anche denominato San Pietro all'Isonzo). Si trattava della zona retrostante alle posizioni del settore Redipuglia - Polazzo.

Aldo Estrafallaces in uniforme da ufficiale d'artiglieria.
 

Lo stesso, sanguinoso settore in cui, in quelle stesse settimane, si sarebbero innumerevoli epopee - tragiche ed eroiche - alcune delle quali abbiamo raccontato su queste pagine: quali, ad esempio, la vicenda del giovane sottotenente Umberto Desderi o quella del colonnello Mario Robert.

In questo difficile contesto, Aldo Estrafallaces sa, sin dall'inizio, farsi onore e meritarsi l'apprezzamento dei propri superiori. 

Proposto per la medaglia d'argento dal comandante del Gruppo d'artiglieria, gli sarebbe infine stata conferita (come in B.U. del 4 dicembre 1915), la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Mentre la batteria era sottoposta ad un violento e ben aggiustato fuoco d'artiglieria, sprezzante del pericolo, percorreva la linea dei pezzi solo curandosi del funzionamento della batteria e della copertura dei serventi. - San Pietro all'Isonzo, 2 luglio 1915" 

Il recto della MBVM conferita al ten. Estrafallaces (coll. dell'A.).

Aldo fu dunque promosso al grado di tenente con D. Lgt. del 9 settembre 1915 (in GU n. 243 del 1915).

Il 3 novembre 1915, il comandante del 13° reggimento, col. Ferrario, così si esprimeva riguardo al giovane subalterno, :

"Il tenente Estrafallaces è già stato da me promosso [rectius: proposto] per la medaglia di bronzo per il suo fermo contegno nella batteria che seppe mantenere tranquillamente in azione regolare sotto al fuoco esatto dei 305 nemici. Poscia fu proposta per medaglia d'argento dal suo Capogruppo per alcune arditissime ricognizioni.

Ora un altro fatto mette in luce il valore dell'ufficiale e m'induce alla presente proposta che da tempo ho in mente di fare. Ieri la prima batteria è stata fatta oggetto di un tiro violento ed esattissimo di medio e di piccolo calibro, a granata e shrapnel, nemico. Malgrado ciò la batteria non solo non ha interrotto il fuoco, seguendo gli appelli della vicina Divisione seriamente impegnata sulle trince....insentifica al massimo il suo fuoco, quanto più intensa era la tempesta dell'avversario. Il tenente Estrafallaces era a dirigere i pezzi. Ma oltre che all'atto immediato devo aggiungere che per recenti avvenimenti (ammalato da tempo il suo Comandante di betteria, da pochi giorni sostituito) a lui risale in gran parte il merito della salda educazione della batteria. Fu lui che la compose or circa un anno a Nettuno; da allora ei si dedicò ad essa con amore e costanza vivendo sempre in mezzo ai suoi soldati che gli sono devotissimi. Ciò, aggiunto alla sua serietà, alla sua competenza tecnica, all'amore allo studio e al servizio, costituisce precisamente quell'insieme di qualità che è nello spirito della circolare....del Comando Supremo. Perciò lo propongo, nell'interesse anche del servizio, per l'avanzamento a scelta a capitano per merito di guerra con la seguente motivazione:

"per la valorosa condotta e l'esperienza tecnica ripetutamente dimostrata come sottocomandante di batteria nella direzione del fuoco sotto i tiri violenti ed aggiustati dell'avversario...giugno a novembre 1915". 

Aldo Estrafallaces, giovanissimo, era quindi prossimo a raggiungere il grado di capitano. Queste soddisfazioni, tuttavia, sarebbero durate solo lo spazio di qualche giorno. 

Cartolina reggimentale, prebellica, del 13° regg. artiglieria da campagna.
 

Nei bombardamenti che precedevano l'avvio della Quarta Battaglia dell'Isonzo, il brillante ufficiale, sempre al comando della sua batteria, fu purtroppo raggiunto da una palletta di shrapnel, che lo colpì alla testa. Raccolto dai suoi uomini, fu rapidamente trasportato presso l'Ospedaletto da Campo n. 86.

L'8 novembre, scrisse al padre Adolfo il maggiore Alfredo Cannoniere, diretto superiore di Aldo:

"Egregio Collega, coll'animo attristato dal più profondo dolore, ti annunzio che il tuo Aldo, mio diletto e più bravo ufficiale, è stato ferito al capo da una palletta di shrapls il 6 corrente sul Carso. La ferita è grave, però si spera salvarlo ed oltre alle cure dei medici, varranno a tenerlo in vita le preghiere di tutti noi ufficiali e militari del gruppo che lo adoravano. 

Tuo figlio il mio migliore ufficiale è stato proposto per una medaglia di bronzo e per la promozione a capitano per merito di guerra. Sono certo otterrà tutto e godrà in seno alla famiglia i meritati onori. Trovasi per ora a.... all'ospedale; il suo attendente non lo lascia un momento! Gli ufficiali del Gruppo si recano di continuo a trovarlo. All'ospedaletto vi è il capitano Za che ti conosce e che s'interessa per il bravo Aldo. Ti terrò informato. 

Non ti ho telegrafato per non arrecarti un dolore rude. Coraggio e spera in Dio, e nella salute e forza di tuo figlio. Ad ogni modo checché avvenga, abbiti le mie congratulazioni per tuo figlio, che è un ufficiale raro di altri tempi. Gli voglio bene come mio figlio. Una stretta di mano, tuo aff.mo collega Alfredo Cannoniere."

Da notare che Cannoniere - dal presago cognome - sarebbe poi stato destinato a comandare, da colonnello, l'artiglieria del XXVII Corpo d'Armata agli ordini del gen. Pietro Badoglio, nel 1917; ossia, i cannoni che, nella fatale notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917, tacquero, agevolando non poco lo sfondamento delle linee italiane nel settore di Caporetto, con quel che poi ne seguì. Ma è altra storia.

Due giorni dopo, a scrivere al padre di Aldo fu il capitano Giovanni Za, in servizio presso l'Ospedaletto da Campo n. 86:

"Gent.mo signor Maggior, come ha saputo da precedenti notizie, il suo caro Aldo trovasi ricoverato in questo Ospedaletto da Campo n. 86 dove io trovomi quale capitano d'Amministrazione. Egli venne ferito giorni or sono alla testa e le sue condizioni vanno leggermente migliorando. Data la conoscenza che il mio amato genitore aveva con Lei, mi sono fatto un dovere di scriverle la presente.

Io sono sempre al capezzale del suo amato figliolo prodigandogli cure più che fraterne. Tutto ciò di cui dispone la scienza è stato e sarà fatto tanto più che del valorosissimo ed intelligente ufficiale si interessa vivamente S.A. il Duca d'Aosta il quale è venuto a visitarlo e giornalmente manda a prendere sue notizie.

Stia tranquilla ed abbia fiducia in Colui che tutto può." 

 Aldo si trascinò, tra la vita e la morte, ancora per qualche giorno, sino alla sera del 13 novembre. Spirò così, tra le braccia del padre Adolfo, come avrebbe riportato il Corriere Meridionale qualche giorno dopo:

"Solo, lieve conforto per la sua famiglia, è che l'ha potuto assistere il suo povero padre nei pochi giorni che il prode sopravvisse alla mortale ferita alla testa. Il padre ha raccolto l'ultimo bacio, l'ultimo anelito della sua vita, ed è tornato qui, tra noi, straziato dal dolore ma giustamente superbo del suo povero figlio, che è stato veramente l'esempio del valore italiano, per cui si sono vivamente interessate di lui le LL.AA. il Duca e la Duchessa di Aosta e il Duca delle Puglie.

Il caro giovane, scortato dal suo cannone, dal suo povero padre e dai superiori, è stato seppellito per desiderio espresso dal suo comandante nel cimitero a San Pietro all'Isonzo, mentre il sibilo degli obici nemici faceva eco alle vibranti parole di lode che si pronunziavano in sua memoria." 

Come riferito dalla stampa, le sue spoglie furono dunque inumate nel cimitero di guerra di San Pier d'Isonzo.

La notizia della morte sarebbe stata divulgata dalla stampa solo una settimana dopo, come riportato su La Provincia di Lecce del 21 novembre 1915:

"Con sincero rammarico è stata appresa la morte del giovanissimo nostro concittadino capitano d'artiglieria Aldo Estrafallaces, figlio del maggiore contabile cav. Adolfo Estrafallaces. Aldo Estrafallaces era davvero un valoroso: in cinque mesi aveva ottenuto due promozioni ed era stato fregiato con medaglia.

Il giorno 6 corr. fu colpito gravemente e dopo dolorose sofferenze sopportate con coraggio e rassegnazione cessava di vivere la sera del 13, fra le braccia del padre, accorso al triste annunzio. Aldo Esrafallaces non aveva che 24 anni ed ha segnato il suo nome fra i più prodi figli che l'Italia ha immolato per la sua grandezza."

Nell'aprile del 1916, cinque mesi dopo la sua morte, per il contegno da lui tenuto il 30 luglio precedente a San Pietro all'Isonzo, gli sarebbe poi stata conferita, postuma, la Medaglia di Bronzo al Valor Militare (con D.Lgt. 9 aprile 1916, in B.U. 82 dell'11 aprile 1916) con la seguente motivazione:

"Sottocomandante di batteria, in un momento importante del combattimento, dando esempio di serena fermezza, manteneva ininterrotto un tiro di precisione dei suoi pezzi, mentre sette granate da 305 cadevano sul terreno della batteria. - San Pietro all'Isonzo, 30 luglio 1915".

Si tratta, appunto, della Medaglia di Bronzo che ha costituito lo spunto per questo breve articolo, che dedichiamo alla memoria di questo valoroso e sfortunato ufficiale.

 

A cura di Niccolò F. 

 

NOTE

1. In G.U. n. 194 del 1883 è menzionato quale furiere maggiore nel 78° fanteria. 

 2. R.D. 30 dicembre 1894.

sabato 14 febbraio 2026

Gino Cocchi, un ufficiale di carriera dalla Libia alla Grande guerra

Come tanti altri nostri articoli, anche questo prende le mosse da una fotografia: ogni tanto, nello scorrere compulsivamente le inserzioni presenti su un "noto sito" di aste online, tre le centinaia di oggetti e fotografie d'epoca, l'occhio viene attirato da una singola figura; sarà per l'espressione, o il portamento, o un particolare dell'uniforme.

In questo caso, ci siamo imbattuti in un bel ritratto di un tenente colonnello di fanteria: al retro, oltre alla firma, una dedica:

"Alla mia adorata moglie, nel giorno solenne del suo onomastico"

Parole che ci restituiscono un tempo lontano, in cui la ricorrenza più solenne, e nella quale si usava formulare gli auguri, non era il compleanno, bensì l'onomastico. Si pensi alla commovente statua di Costantino Barbella, L'onomastico del nonno.  

Ma oltre a ciò, la firma posta in calce a tale affettuoso pensiero, ci permette di ripercorrere - per sommi capi - l'esistenza e la carriera del personaggio ritratto: Gino Cocchi.

***

Gino Cocchi nasce a Pistoia - allora in provincia di Firenze - il 3 aprile del 1865 da un Luigi Cocchi, probabilmente solo omonimo del benemerito patriota budriese e colonnello nelle guerre d'Indipendenza.

Sia come sia, il giovane Gino, iniziati gli studi classici, è avviato alla carriera militare.

Nel 1883, quale alunno della seconda classe liceale, è ammesso alla scuola militare con obbligo di presentarvisi al 28 settembre, proveniente dal distretto militare di Pistoia.

Egli frequenta poi il biennio della scuola militare ed è nominato sottotenente con R.D. 25 agosto 1885, quale allievo del 2° anno, e destinato al 69° reggimento fanteria della Brigata "Ancona" per il servizio di prima nomina.
Cocchi rimarrà presso tale reparto per molti anni, seguendolo a Roma, nella nuova sede, e venendovi promosso al grado di tenente. 
In tale posizione rimane sino al 1898, quando, promosso capitano, è trasferito al 61° reggimento della Brigata "Sicilia", assumendovi la carica di aiutante maggiore.
 
Successivamente, è nominato - in età piuttosto giovanile - cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia.
Nel 1902 è capitano presso il 64° reggimento fanteria della Brigata "Cagliari", ancora in Roma.
La presenza nella capitale, evidentemente, giova al nostro, che - a partire dal 1903 - è capitano applicato di stato maggiore presso il Riparto Operazioni del comando del Corpo di Stato Maggiore.
Rimane in tale posizione sino al 1908, sinché, nel 1909, è comandato presso il gabinetto civile del Ministero della Guerra, sempre a Roma.
Dopo anni trascorsi in una posizione così nevralgica, il cav. Cocchi è però esonerato e rientra nei ranghi della fanteria. Nel 1910, infatti, è in servizio come capitano presso l'82° reggimento fanteria della Brigata "Torino", con sede a Roma.

Di seguito è promosso al grado di maggiore con R.D. del 2 ottobre 1911 e destinato all'84° reggimento fanteria della Brigata "Venezia", con sede a Firenze.
 
In quelle stesse settimane, il reggimento si sta preparando a un grande cimento: la mobilitazione per la Guerra italo-turca, le cui ostilità si sono aperte il precedente 28 settembre, dopo la dichiarazione di guerra del Regno d'Italia all'Impero Ottomano.
Ripercorriamo le prime tappe di tali eventi, traendo alcuni passi dal nostro articolo dedicato al tenente Giuseppe Orsi, proprio dell'84°:
 
L'84° Reggimento Fanteria - insieme all'82° reggimento della Brigata "Torino" e ad altre truppe di supporto - costituisce la 1^ Brigata della 1^ Divisione Speciale, al comando del ten. gen. Guglielmo Pecori Giraldi. 
Da Firenze, dunque, il reparto è trasferito, in ferrovia, verso Roma, e poi da qui a Napoli. Tra l'8 e il 9 ottobre, difatti, tutti i reparti, giunti a Napoli, sono fatti sfilare sino al porto, per essere imbarcati. Le truppe attraversarono i viali della città partenopea in un'atmosfera di grande festa ed entusiasmo, salutati da una massa imponente di popolazione, e dallo stesso Re Vittorio Emanuele III.
 
Nel pomeriggio del giorno 9, le prime dodici navi del convoglio lasciano le coste italiane, con la prora rivolta verso l'Africa. L'84° Regg. Fant. è imbarcato sul piroscafo "America", il quale, insieme al "Verona", è una delle navi più moderne e veloci del convoglio. Dunque, quando in Italia giungono le notizie del primo attacco turco, sferrato nella notte tra il 7 e l'8 ottobre, i comandi decidono di distaccare dal convoglio proprio queste due navi, per farle giungere il prima possibile sulle coste di Tripoli. 
 
I due piroscafi attraccano  di fronte a Tripoli intorno alle ore 10 dell'11 ottobre e subito iniziano le operazioni di sbarco, ostacolate dalle difficili condizioni del mare, dei primi 5000 uomini arrivati: essi fanno appunto parte dell'84° Regg. Fant., di due battaglioni del 40°, e di un battaglione dell'11° Reggimento Bersaglieri. 
 
Il maggiore Cocchi, al comando del proprio battaglione, parteciperà così a tutta la campagna dell'84° in terra d'Africa.
Nel giugno del 1912, egli si farà onore nei combattimenti di Zanzur, meritandosi un Encomio Solenne, poco dopo commutato in Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: 
 
"Per le sagaci disposizioni date per l'impiego delle compagnie del suo battaglione, sotto vivo fuoco nemico." - Zanzur, 8 giugno 1912
 
Il cav. Cocchi, ten.col. del 127° regg. fanteria. (coll. dell'A.).

Successivamente rimpatriato, rientra presso la sede del suo reggimento, a Firenze.

Alla vigilia dell'ingresso del Regno d'Itala nella Prima guerra mondiale, Gino Cocchi è poi promosso tenente colonnello, con R.D. del 13 maggio 1915.

Viene, dunque, trasferito al 127° reggimento fanteria della Brigata "Firenze", con la cui uniforme viene immortalato nel bel ritratto fotografico da cui prende le mosse questo articolo. La fotografia viene scattata a Udine nello studio fotografico di Umberto De Faccio.

Al retro, porta la data del 17 agosto 1916, che ci rivela - essendo la ricorrenza di Santa Chiara da Montefalco - anche il nome della moglie del colonnello.

L'affettuosa dedica ai famigliari, riportata al tergo del ritratto del col. Cocchi.

Nel 1917, infine, Gino Cocchi è trasferito al 66° reggimento fanteria della Brigata "Valtellina". 

Il colonnello Cocchi, tuttavia, molto probabilmente si ammala. A far data dal 22 ottobre 1917 - proprio mentre sta per scaternarsi l'offensiva austro-tedesca nel settore di Caporetto, con quel che ne seguirà - Cocchi è posto in aspettativa per la durata di un anno, per "infermità non proveniente da cause di servizio".

Le sue condizioni si aggravano nel giro di pochi mesi, venendo infine ricoverato presso l'Ospedale Militare di Roma. Qui spira, il 19 gennaio 1918, a soli cinquantatre anni.

Con R.D. del 5 aprile del 1926 gli sarà concessa, postuma, la croce al merito di guerra.

Alla memoria di questo baldo ufficiale è dedicato questo articolo.

A cura di Niccolò F.

 

venerdì 29 marzo 2024

Ugo Meacci - Un ufficiale dei Granatieri di Sardegna alla prova del fuoco (9 giugno 1915)

Questo breve articolo prende le mosse, come di consueto per il nostro blog, da un oggetto: stavolta, un bel ritratto forografico cartonato, acquistato per pochi spicci su un noto sito d'aste online. La foto, pur alquanto rovinata, non poteva lasciarci indifferenti: un giovane ufficiale dei Granatieri dallo sguardo malinconico, fiero nella sua grande uniforme. Due dettagli, in particolare, ci colpirono: due decorazioni sul petto, evidentemente aggiunte postume; una dedica a penna, nello spigolo destro: "Per ricordo affettuoso, la famiglia Meacci".


Ugo Meacci nella grande uniforme da sottotenente dei Granatieri di Sardegna (collezione dell'Autore).

***

Ugo Meacci nacque a Lucca il 5 ottobre 1892. Il padre, Demetrio Meacci, futuro cavaliere ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, era un agiato imprenditore, impegnato in varie attività economiche, specialmente nel campo delle costruzioni. La famiglia si trasferì presto a Roma, ove il giovane Ugo crebbe venendo poi ammesso al Collegio Militare. Conclusi gli studi nel 1911, il giovane passò a frequentare la Regia Scuola d'Applicazione degli Ingegneri. Avviato a una brillante professione nel campo dell'ingegneria, egli decise però di dedicarsi alla carriera militare. Nel 1913, arruolatosi nei Granatieri di Sardegna, svolse, presso il 2° Reggimento, il corso per allievi ufficiali di complemento, uscendone col grado di sottotenente. Il 29 febbraio 1915 fu trasferito al 1° Reggimento, ormai alla vigilia dell'entrata in guerra del Regno d'Italia.

Il 22 maggio, Ugo Meacci lasciò Roma insieme al suo reggimento, per approssimarsi alla frontiera con l'Austria-Ungheria. Il 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra, la Brigata Granatieri si trovava nei pressi di Palmanova, inquadrata nella 13^ Divisione del III Corpo d'Armata, assegnato alla Terza Armata. Il giorno seguente, al comando del maggior generale Luigi Pirzio Biroli, la Brigata varcò il confine tra Palmanova e Visco.

Il primo combattimento con gli austro-ungheresi avvenne il 4 giugno quando, attraversato l'Isonzo, la Brigata Granatieri occupò il paese di Pieris, ampliando, nei giorni seguenti, l'occupazione della sinistra tra Begliano e San Canziano. 

Situazione delle forze contrapposte nel settore del basso Isonzo la sera dell'8 giugno 1915 (da L'Esercito italiano nella Grande guerra, op. cit.).

Tuttavia, anche il riassunto storico della Brigata precisa che il "primo vero e proprio attacco contro posizioni organizzate" avvenne solo il pomeriggio dell'8 giugno e, ancor più intensamente, il giorno 9 giugno, nel settore a sud di Selz.

In questa prima decina di giorni di campagna, il morale del sottotenente Meacci, da quanto riferì poi la famiglia, era assai alto, pieno di fiducia per i progressi delle nostre truppe:

"Le lettere alla famiglia, piene di semplicità ma di nobilissimo sentimento, finivano sempre così: "vado sempre più avanti"" [1].

Nel combattimento del 9 giugno, però, i granatieri dovettero confrontarsi per la prima volta con i profondi e robusti reticolati allestiti dal nemico. La giornata si concluse con l'occupazione della Quota 61. Tuttavia, ciò avvenne a prezzo di pesanti perdite, funesto presagio degli indicibili sacrifici che i granatieri avrebbero sopportato nei successivi tre anni di guerra.

Dettaglio dello schizzo precedente. Come si nota, la Brig. Granatieri era schierata di fronte a Monfalcone. A fronteggiarla, la 6^ Brigata da Montagna A.U.
 

Il riassuto storico, ancora, registra 282 complessive per entrambi i reggimenti della Brigata Granatieri, dei quali ben 10 ufficiali. 

Quanto alla sorte di Ugo Meacci, così l'Albo d'Oro del Collegio Militare di Roma ne avrebbe descritto l'ultima giornata:

"Il 9 giugno, alla battaglia di Monfalcone, elettrizzati con la parola e con l'esempio i Suoi granatieri, corse baldo all'assalto, al grido di "Viva il Re". E al grido di "Viva il Re" cadde eroicamente, col viso rivolto verso le nuove frontiere della più grande Italia" [2].

Dietro questa narrazione, assai densa di retorica, si celava però una triste realtà: Meacci, gravemente ferito, fu soccorso e trasportato al posto di medicazione reggimentale.

In una lettera al padre, il cappellano del 1° Granatieri, don Eugenio Fusconi, avrebbe infatti così ricordato:

"Il suo figliuolo che ha lasciato tanto profondo compianto in questo reggimento perché tanto buono ed amabile, fu ferito nel combattimento del 9 giugno. Trasportato subito al posto di medicazione e constatata la gravità delle ferite, egli stesso volle che i medici, infermieri attendessero a sollevare gli altri, non pensando alla sua persona. Quanta impressione lasciarono nei nostri cuori le sue dolci parole di conforto per tutti. A me che spesso l'avvicinavo, raccomandava di correre presso i più gravi; quando gli infondevo coraggio, mi rispondeva che ne aveva tanto e confidava in Dio" [3].

Si chiuse così, dopo solo un paio di settimane, l'esperienza guerresca di questo giovane ufficiale, e così, purtroppo, anche la sua esistenza terrena.

Dettaglio della foto di cui sopra (collezione dell'Autore).

Alla sua memoria fu poi concessa la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

"Condusse con perizia ed arditezza il suo reparto. Caduto ferito il comandante della compagnia, assunse il comando di quest'ultima, mantenendola sotto vivissimo fuoco nemico, finché egli pure cadde ferito mortalmente".

Insieme a lui, il 9 giugno caddero in combattimento anche 236 granatieri del 1° Reggimento, tra i quali, oltre a Meacci, altri nove ufficiali: anzitutto, il tenente colonnello Umberto Coppi; il maggiore Pietro Manfredi; i tenenti Adriano Giombetti e Carlo Ricci Spadoni; i sottotenenti Leone Bersani, Fazio Fazi, Amedeo Marsigli, e Gino Melani [4].

Ugo Meacci fu sepolto nel piccolo cimitero di guerra di Staranzano, "in mezzo a due Suoi granatieri", da dove sarebbe poi stato traslato, nel dopoguerra, probabilmente a Roma. Infatti, presso il cimitero del Verano esiste tuttora un pregevole monumento funebre che ricorda il giovane sottotenente (le cui foto si possono vedere qui).

Negli anni Venti, il padre Demetrio, per perpetuare la memoria dell'amatissimo figlio, collaborò e contribuì economicamente alla fondazione del Museo Storico dei Granatieri.

Per ricordare il suo prediletto, Demetrio Meacci ebbe, poi, un altro pensiero affettuoso: intitolargli un motopeschereccio che, insieme al socio Menotti Lazzarini, possedeva nel porto di Anzio. Così, il "Granatiere Ugo" (questo il nome del peschereccio) avrebbe solcato ancora a lungo le acque del Mar Tirreno [5].

Alla memoria di Ugo Meacci e dei suoi compagni d'arme caduti insieme a lui, dedichiamo un reverente pensiero, e questo post.

A cura di Niccolò F.

NOTE

1. Albo d'Oro, cit., p. 139.

2. Ivi.

3. Il Corriere d'Italia, 10 giugno 1916. 

4. E. Cataldi, Storia, op. cit., p. 163.

5. Annuario Navale del 1926.

BIBLIOGRAFIA

- Albo d'Oro del Collegio Militare di Roma, p. 139.

- Enzo Cataldi, Storia dei Granatieri di Sardegna, Roma, 1986.

 - USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. II, Tomo 1, Roma, Libreria dello Stato. 

- USSME, Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.


domenica 3 dicembre 2023

Francesco Forghieri, un bersagliere alato: dall'Isonzo ai cieli fatali

Anche questo breve articolo prende le mosse da un oggetto: stavolta, come già in passato, si tratta di una medaglia di bronzo al Valor Militare recentemente entrata nella nostra collezione, appartenuta a un giovane e brillante ufficiale dei Bersaglieri, poi divenuto pilota aviatore.

 ***

Francesco Forghieri nasce a Firenze il 20 febbraio del 1894, da Enea Forghieri e da Luisa Bianchi.

Pur in mancanza di dettagliate informazioni, dobbiamo ritenere che egli svolga perlomeno gli studi liceali e poi, nel 1913, si presenti anticipatamente al reclutamento nel Regio Esercito quale volontario di un anno, venendo arruolato con la classe del 1893 [1].

Ritratto di Francesco Forghieri pubblicato nel 1916 da La Domenica del Corriere.

Assegnato al corpo dei Bersaglieri, è poi destinato ai corsi per allievo ufficiale, che conclude alla fine del 1914. Col gennaio del 1915, è quindi promosso al grado di sottotenente [2] e inviato al 6° Reggimento Bersaglieri per prestarvi il servizio di prima nomina.

Raggiunge quindi la sede del reggimento, a Bologna, dove però, nel volgere di poche settimane, è coinvolto nelle operazioni prodromiche alla mobilitazione generale, in vista dell'apertura delle ostilità con l'Austria-Ungheria.

Nel frattempo, il sottotenente Forghieri è assegnato al battaglione ciclisti del reggimento (VI Btg. Ciclisti) e con tale reparto è quindi mobilitato. 

Cartolina commemorativa prebellica del VI Battaglione Bersaglieri Ciclisti.
 

Il Battaglione, posto al comando del maggiore Nicola Rubino, è dunque assegnato a rinforzo del VI Corpo d'Armata e dislocato, alla vigilia della dichiarazione di guerra, a Percotto, lungo il corso del Torre. Dal 24 maggio, il battaglione inizia una serie di ricognizioni sulla destra dell'Isonzo, specialmente verso il Podgora. Di seguito, il 7 e ancora il 9 giugno,  (insieme al IX Btg. Ciclisti) tenta l'occupazione di Lucinico, dovendo poi rinunciarvi.

Il 23 giugno, insieme all'intero VI Corpo d'Armata, riprende l'offensiva, rimanendo in un primo tempo in riserva a Vipulzano. Da qui, il VI Btg. Ciclisti riceve l'ordine di puntare su Osteria al Ponte e Pri Fabrisu, un gruppo di case sulla via per San Floriano.

Il 24 giugno 1915 - esattamente un mese dopo l'inizio delle ostilità - i nostri bersaglieri raggiungono Pri Fabrisu, un gruppo di case sulla via per San Floriano, punto di passaggio nell'avanzata verso Oslavia.

Luigi Barzini, l'anno dopo, avrebbe così descritto il luogo:

"Per arrivare alle alture di Oslavia noi dobbiamo scendere in un terreno che il nemico domina quasi interamente, giù per gli ultimi declivi orientali di San Floriano e di Pri Fabrisu, in fondo ad una valletta, e poi risalire. "[3]
Qui i nostri bersaglieri vengono fatti segno di un nutrito fuoco d'artiglieria austro-ungarico, con massiccio utilizzo di shrapnel.

In questa circostanza, mentre porta i suoi uomini all'assalto, Francesco Forghieri rimane ferito ad un piede. Ciononostante, non abbandona il combattimento, continuando invece a dirigere l'azione dei propri bersaglieri. Per questo suo contegno è dunque decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Comandante di plotone, mentre attraversava terreno intensamente battuto dall'artiglieria nemica, benché colpito da una palletta di shrapnel ad un piede, continuava nell'azione e con fermezza ed ardimento regolava le mosse del suo reparto, conducendolo al posto al quale era destinato". - Pri Fabrisu, 24 giugno 1915 [4]
Dopo centootto anni da quei fatti, possiamo con soddisfazione mostrare la medaglia che fu conferita al sottotenente Forghieri, giunta sino a noi e recentemente entrata in collezione.

 
La medaglia gli viene conferita nel 1916, e i suoi cari colgono l'occasione per approfittare di un'utilissima rubrica de La Domenica del Corriere - popolarissimo settimanale del Corriere della Sera -, facendo pubblicare il bel ritratto del giovane ufficiale, accompagnato dalla motivazione della MBVM (rigorosamente senza indicazioni di località, per ovvie ragioni di censura) [5]:

Trafiletto de La Domenica del Corriere dedicato al s.ten. Forghieri.

Nella medesima circostanza, anche il già citato cav. Nicola Rubino, maggiore comandante il VI Btg. Ciclisti, è decorato di MBVM, con una motivazione sostanzialmente identica a quella del Forghieri:

"Comandante di un battaglione ciclisti avanzante su un terreno intensamente battuto dall'artiglieria nemica, rimasto colpito da una palletta di shrapnel ad un piede, tornava, dopo medicato, al suo posto di comando per regolare le mosse del proprio reparto durante tutta l'azione, dando bello esempio di fermezza e di coraggio." - Pri Fabrisu, 24 giugno 1915
Dopo questo combattimento, ripresosi dalla ferita al piede, Francesco Forghieri torna tra i suoi bersaglieri del VI Battaglione: le mutate contingenze belliche hanno, nel frattempo, imposto ai nostri di abbandonare le loro biciclette. Il Battaglione, appiedato, combatte nei mesi successivi nel settore del Monte Sabotino e poi contro le posizioni di Peuma e di Oslavia ove, con alterne vicende, resterà sino all'inverno del 1915.

Non disponendo, al momento, di ulteriori informazioni sulla carriera di Francesco Forghieri, possiamo presumere che egli rimanga presso il suo reparto, o quantomeno presso il corpo dei Bersaglieri, ancora per tutto il 1916 [5].
Forghieri è, in ogni caso, promosso al grado di tenente e poi di capitano, ottenendo anche il trasferimento ai ruoli del Servizio Attivo Permanente. Segni, questi, di una carriera brillante e di un costante apprezzamento da parte dei superiori.

A un certo punto della campagna, per Francesco Forghieri si delinea un nuovo destino: non più combattere tra il fango delle trincee, ma spiccare il volo. E', infatti, trasferito al "Deposito Aeronautica", ruolo aviatori. Il nostro va quindi a pieno titolo annoverato nel folto gruppo di quegli  animosi bersaglieri che sceglieranno, nel corso della guerra, di continuare a servire l'Italia nei cieli, contribuendo allo sviluppo della nostra giovanissima aviazione. Tra loro, personaggi come Arturo Mercanti (futura MOVM) e Rino Corso Fougier, per le cui vicende rimandiamo all'ottimo sito "Fiamme Cremisi".

Così, quale "pilota aviatore", il capitano Forghieri prende parte all'ultimo anno di guerra e può salutare, il 4 novembre del 1918, la felice conclusione delle ostilità per le armi italiane.
E' poi trattenuto alle armi e nel gennaio del 1919 gli è ulteriormente aumentato lo stipendio, arrivando a Lire 6.000. 
In questo periodo presta servizio presso il Campo Scuola di San Giusto, presso Marina di Pisa, continuando a volare sino all'estate del 1920 [7].

La mattina del 9 luglio 1920, il capitano Forghieri si alza in volo, per l'ennesima volta, dal campo di San Giusto. 
Qualcosa, però, va storto: alle ore 10.35, il suo apparecchio si schianta al suolo. Francesco Forghieri rimane ucciso nell'impatto [8]. 
A ventisei anni, con una vita di fronte a sé, risparmiato dalla guerra, viene tradito da quelle "macchine volanti" alle quali doveva essersi tanto appassionato. 
Nonostante il suo decesso sia avvenuto nel 1920 avanzato, il capitano Forghieri sarà censito tra i caduti della Prima guerra mondiale, nell'Albo d'oro poi stilato dal Ministero della Guerra.

Alla sua memoria, e a quella di tanti bravi piloti della nascente aviazione italiana, tanto temerari quanto sfortunati, dedichiamo questo articolo.

A cura di Niccolò F.
 

Preghiamo chi fosse in possesso di informazioni sulle circostanze in cui trovò la morte il capitano Forghieri di mettersi in contatto con noi per consentirci di integrare l'articolo.

 

NOTE

1. Rubriche matricolari del Distretto Militare di Firenze, classe 1893.

2. R.D. del 21 gennaio 1915.

3. Luigi Barzini,  Sui monti, nel cielo e nel mare. La guerra d'Italia (gennaio-giugno 1916) (1917), p. 86.

4. Dispensa n. 23, anno 1916, pag. 1019. Il bollettino ufficiale riporta erroneamente il nominativo "Giuseppe", anziché "Francesco", seguendone poi la necessaria rettifica.

5. La Domenica del Corriere, Anno XVIII, num. 16, 16-23 aprile 1916.

6. Il bollettino ufficiale, dispensa 56^ del 1916, lo colloca ancora presso il deposito Bersaglieri di Bologna.

7. Si veda l'elenco degli aviatori caduti riportato al seguente link: https://www.yumpu.com/it/document/read/28649481/aviatori-1-g-m

8. Cfr. atto di morte di Francesco Forghieri, nei registri degli atti di morte del Comune di Pisa.

lunedì 28 novembre 2022

Ricordo del capitano Umberto Mondello, caduto a Volzana il 22 ottobre 1915

Negli articoli di questo nostro Blog abbiamo più volte trattato le vicende dei fanti della Brigata "Valtellina", ed in particolare di quelli del 65° reggimento. Tra questi, ufficiali di fresca nomina come il s.ten. Antonio Depoli, o ancora vecchi veterani come il magg. Romano Romani.
Stavolta, l'occasione di tornare ad occuparci dei fanti bianco-neri ci viene da un piccolo ritrovamento avvenuto nientemeno che durante l'ultima edizione di "Militalia" a Novegro.
Girando distrattamente (o quasi) tra i banchi della fiera insieme al nostro ottimo Arturo A., finiamo a frugare tra un blocchetto di fotografie cartonate. Tra i tanti volti ignoti, ad un tratto ne incontriamo uno che ci pare di aver già visto. Dopo una breve ricerca online, troviamo conferma di questa piccola intuizione e acquistiamo la fotografia per pochi euro.
Umberto Mondello, in grande uniforme da capitano del 65° regg. fanteria (coll. dell'Autore).

Avevamo già incontrato il suo volto consultando l'annata 1915 de L'Illustrazione Italiana che, come anche la Domenica del Corriere, nei primi anni di guerra pubblicava settimanalmente una sorta di rubrica dedicata ai ritratti dei caduti.
Il personaggio ritratto è il protagonista di questo breve articolo.  
***
Nel bel mezzo del Tirreno, sull'Isola di Capraia, il 27 gennaio 1873 nasce Umberto Mondello. Difficilmente possiamo oggi immaginarci la vita in quel frammento di Arcipelago toscano, nella seconda metà dell'Ottocento. Probabilmente, quel mondo risulta un po' stretto al nostro Umberto, che deciderà dunque di intraprendere una carriera che lo porterà ben lontano dal suo mare.

Appena adolescente, Mondello entra infatti nel Collegio Militare di Firenze, quale allievo "a mezza pensione". Terminati con profitto i corsi del Collegio, nel 1891 è ammesso all'allora Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria di Modena [1].
Da qui esce nel 1895 con il grado di sottotenente, assegnato al 7° reggimento fanteria della Brigata "Cuneo" [2].
Solo tre anni dopo, nell'agosto del 1898 è promosso al grado di tenente. Nel 1905, con il medesimo grado, risulta ancora assegnato al 7° reggimento fanteria, in quel momento di stanza a Potenza.
Mondello si dedica anche al tiro a segno, venendo - nel 1904 - nominato direttore di tiro della società di Tiro a Segno Nazionale di Taranto.
Il capitano Mondello, proveniente dalla Scuola Militare, potrebbe avere di fronte una brillante carriera. Invece, in questi anni, qualcosa s'inceppa: per ottenere la promozione a capitano dovranno trascorrere altri sei anni (dodici in tutto, dalla promozione a tenente).
La terza stelletta giunge 17 marzo 1910 e poco dopo Umberto Mondello è trasferito al 65° reggimento fanteria della Brigata "Valtellina". Il reggimento è di stanza a Cremona da due anni, proveniente dalla sede di Como.
L'organico degli ufficiali di carriera è, dunque, ricco di lombardi. Il toscano Mondello trascorre in guarnigione a Cremona i successivi cinque anni, sino al fatidico 1915.
Ripercorriamo, quindi, di seguito brevemente le principali vicende della Brigata "Valtellina" nei mesi seguenti, traendole dal riassunto storico.

La mobilitazione e le offensive estive

Alla vigilia dell'inizio delle ostilità con l'Austria Ungheria, la Brigata "Valtellina" si trova già in zona di operazioni sulla destra dello Judrio, fra Castel del Monte e Janich, alla dipendenza della 7^ Divisione.
Il 24 maggio, oltrepassato il confine, occupa senza resistenza la dorsale del Monte Korada e si schiera poi, ai primi di giugno, lungo la fronte Kambresko - Maria Zell, ove compie azioni dimostrative e tentativi di passare l’Isonzo nei pressi di Canale e Bodrez.
Il 21 giugno si trasferisce nei pressi di Volzana e la notte sul 4 luglio, mentre è in corso la Prima Battaglia dell'Isonzo (23 giugno - 7 luglio), attacca col 66° Reggimento e il I/65° il nemico fra ponte San Daniele (strada Volzana - Tolmino) e Kosarsce; ma la solidità delle difese accessorie arresta lo slancio degli attaccanti e soltanto il II/66° riesce, di sorpresa, ad occupare una trincea nemica sulle pendici nord-ovest di S. Maria ed a mantenervisi, malgrado i contrattacchi avversari.

Il 14 agosto l’offensiva viene ripresa con un nuovo attacco contro l'altura di Santa Maria, che consente solo, ed a prezzo di gravi perdite, di avvicinarsi al primo ordine di reticolati e di rafforzarvisi. Nel corso di questi scontri, il 16 agosto, cade colpito a morte anche il maggiore Romano Romani, comandante del III battaglione del 65° reggimento, al quale abbiamo dedicato un altro nostro breve articolo.
Altri tentativi vengono rinnovati in seguito, dai battaglioni alternantisi a turno in prima linea, ma con scarsi risultati, data la forte efficienza delle difese predisposte dall’avversario sull’altura, che costituisce la sentinella avanzata della piazzaforte di Tolmino. In questi sanguinosi combattimenti dell'ultimo scorcio di agosto, trova la morte anche il giovane sottotenente milanese Antonio De Poli, del quale abbiamo già narrato le vicende.

La Terza battaglia dell'Isonzo

Le operazioni, per il 65° reggimento - così provato - subiscono un breve stallo durante il mese di settembre, che viene dedicato alla riorganizzazione del reparto, mentre i comandi superiori si concentrano sulla pianificazione di una nuova offensiva generale.
Essa darà luogo alla Terza Battaglia dell’Isonzo, che prenderà avvio il 18 ottobre durando sostanzialmente sino al 4 novembre 1915.
La lotta si riaccende violenta sul fronte isontino. Fra il 21 e il 31 ottobre, i reggimenti della Brigata "Valtellina" entrano in azione rinnovando gli sforzi per impadronirsi dell'altura di Santa Maria di Tolmino. Nonostante l'anzianità e la falcidia che ha colpito gli ufficiali del reparto durante i combattimenti dei mesi precedenti, Umberto Mondello si appresta a rientrare in combattimento ancora al comando della sua compagnia, con il grado, però, di Primo capitano. 
E così, nel secondo giorno di combattimento, 22 ottobre, anche il capitano Mondello trova la morte, che lo coglie presso Volzana.
Schieramento italiano e A.U. nel settore di Tolmino (alla data del 26.11.1915; da L'Esercito Italiano nella Grande guerra, Vol. II, Tomo 1, pag. 320). In giallo, le posizioni di Volzana.


Il riassunto storico della "Valtellina", laconicamente, traccia un tragico bilancio di quei giorni, quantificando le perdite subite nel "sacrificio di 1400 uomini e 79 ufficiali" tra morti, feriti e dispersi (perché deceduti e non recuperati o presi prigionieri).
Ritratto del cap. Mondello, pubblicato su L'Illustrazione Italiana nelle pagine relative ai caduti (da notare, l'erronea indicazione di "Erba" anziché "Elba").


Le spoglie del capitano Mondello sono raccolte presso il cimitero di guerra di Tolmino donde, alla fine degli anni Trenta, saranno traslate presso il Sacrario di Oslavia, presso il quale tuttora riposano [3].

Alla memoria di questo sfortunato ufficiale dedichiamo questo modesto articolo.


A cura di Niccolò F.



NOTE

[1] Giornale Militare del 1891, Parte II, pag. 254.

[2] R.D. 17 marzo 1895.

[3] Le spoglie del cap. Mondello riposano nel Loculo 10298 del Sacrario di Oslavia.

BIBLIOGRAFIA
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, vari tomi, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

venerdì 15 aprile 2022

Venti giorni di guerra col tenente Cesare Torra (24 maggio-12 giugno 1915)

Anche stavolta, nel raccontarvi la vicenda di un giovane soldato, vogliamo partire da alcuni oggetti: in questo caso, si tratta di alcune medaglie e dei relativi diplomi di concessione. Si tratta di oggetti e documenti molto comuni, assai poco valorizzati a livello collezionistico, ma comunque dotati di un enorme potere: quello di riaprire una piccola finestra sul passato, risvegliando il ricordo di chi ne fu, per scelta o suo malgrado, protagonista.

***

Ritratto del ten. Torra da "L'Illustrazione Italiana", 1915.

Il 28 luglio 1889, nella bella cittadina piemontese di Valenza, i signori Giuseppe Torra e Maria Pasetti divennero genitori di un bimbo dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, cui imposero il nome di Giuseppe. Prima di lui avevano già avuto un altro figlio maschio, Francesco Carlo, nato nel 1884.

Croce al Merito di Guerra e relativo diploma concessi al ten. Cesare Torra (coll. dell'A.).

 Giuseppe Torra crebbe a Valenza, ove frequentò le scuole e poi l'istituto tecnico, licenziandosi quale ragioniere. 

Di seguito, forse indeciso sulla prosecuzione della propria carriera, il nostro decise di chiedere l'arruolamento volontario nel Regio Esercito, in anticipo rispetto alla propria classe di leva. Come già visto in altri contributi di questo blog (si veda in particolare l'articolo relativo al s.ten. Pier Felice Vittone), l'istituto del volontariato ordinario era riservato ai diciottenni, celibi e senza figli, che godessero di buona forma fisica, fossero alfabetizzati e avessero il consenso del padre (la maggiore età si raggiungeva al compimento dei ventuno anni). Esso consentiva, in particolare, di scegliere liberamente il corpo nel quale si sarebbe prestato il servizio militare. In tal modo, si potevano assecondare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, ma anche conciliare il servizio militare con esigenze di studio o lavoro, scegliendo un reparto di stanza in città vicine alla propria.

Cartolina reggimentale del 37° fanteria di inizio Novecento.

Tale fu, dunque, la decisione di Giuseppe Torra che, il 31 gennaio 1909, venne dunque arruolato quale volontario nel 6° reggimento Bersaglieri ed iscritto ai corsi per allievo ufficiale. Nel giro di un mese, tuttavia, Torra cadde ammalato (o vittima di qualche infortunio), tanto da dover essere inviato in licenza straordinaria di convalescenza, per la durata di un anno. Difficilmente possiamo immaginarci lo scorno che dovette provare questo giovane, così motivato, nel ritornare a casa in licenza. Trascorso il 1909 in attesa del rientro in servizio, Giuseppe Torra tornò a vestire le stellette nel gennaio del 1910, stavolta inquadrato nel 2° reggimento Bersaglieri. Era però destino che egli non dovesse essere un fante piumato: appena un mese dopo, Torra fu infatti trasferito al 50° reggimento Fanteria della Brigata "Parma", di stanza a Torino.

Promosso caporale a fine febbraio e poi sergente nel mese di maggio, Torra terminò i corsi da allievo ufficiale il 30 settembre 1910, venendo così inviato in licenza, in attesa della nomina a sottotenente.

Due mesi dopo, il 30 novembre, Giuseppe Torra fu dunque promosso al grado di sottotenente ed assegnato per il servizio di prima nomina al 37° reggimento Fanteria della Brigata "Ravenna": la destinazione presso tale glorioso reparto dovette particolarmente soddisfare il giovane ufficiale, giacché esso era di stanza presso la Cittadella di Alessandria, distante solo una quindicina di chilometri da Valenza.

Così, nella vita di caserma, Giuseppe Torra trascorse l'anno successivo, sino all'autunno del 1911, quando il Regno d'Italia dichiarò guerra all'Impero Ottomano. In tale contesto, il 37° regg. Fanteria fu mobilitato nella seconda fase della campagna italo-turca, prendendo parte alle operazioni del 1912. In particolare, il reggimento combattè nella battaglia di Zanzur, a metà del giugno 1912. Torra combatté dunque in terra d'Africa, al seguito del proprio reparto.

Cartolina commemorativa del 37° fanteria, dedicata alle campagne coloniali cui il reparto prese parte.

Terminata la Guerra italo-turca, dopo il trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, il 37° reggimento fu rimpatriato, e con esso anche Giuseppe Torra. Questi, nel frattempo, aveva maturato un'importante decisione per la sua vita: la richiesta, cioè, del passaggio da ufficiale di complemento a ufficiale in SAP (Servizio Attivo Permanente). Inoltre, a far data dal 1° aprile 1912, era stato anche promosso al grado di tenente. Torra, così, a soli ventitrè anni entrava definitivamente a far parte dei ranghi del Regio Esercito, già veterano di una guerra coloniale e con la prospettiva di una brillante carriera. Nel giro di soli due anni, gli eventi avrebbero tuttavia preso un corso inaspettato.

Cartolina reggimentale del 37° fanteria postbellica, che riporta tra le glorie del reggimento anche i combattimenti di Plava del 12 giugno 1915.

Senza attardarci su cose già note, dopo l'inizio della "Guerra europea" nell'estate del 1914, il Regno d'Italia s'incamminò - dopo la scelta della neutralità - sulla via dell'intervento in guerra, provvedendo gradualmente a porre le proprie forze armate sul piede di guerra.
Le ostilità con l'Austria-Ungheria iniziarono nel fatidico giorno del 24 maggio 1915.
A tale data, la Brigata "Ravenna" si trovava - già dal mese di aprile - dislocata nella zona di Cividale, pronta a muovere sul confine.
Il 24 maggio, posta alla dipendenza della 3^ Divisione di fanteria, la "Ravenna" passò il confine e, per le dorsali di Scrio, Claunico e Gradno, raggiunge il costone di Verhovlie (o Vrhovlje, in sloveno), senza incontrare resistenza.
L’8 giugno riceve l’ordine di passare l’Isonzo presso la località di Plava ed attaccare il costone Kuk - Vodice - M. Santo, munitissimo di posizioni austro-ungheresi, a difesa da settentrione della città di Gorizia.
Il passaggio del fiume ha inizio il giorno 9 giugno per opera di un nucleo di duecento volontari del 38° fanteria i quali, passati sull’altra sponda, occupano il caseggiato di Plava, spingono pattuglie sulle pendici di Quota 383, ed iniziano l’attacco per la conquista di tali importanti posizioni. 
Il giorno 11 giugno, i battaglioni I e II/38°, occupata in un primo tempo la Quota 383 e perdutala in seguito ad un contrattacco del nemico, riuscirono, con l’aiuto di rincalzi, a stabilirsi sulle pendici della Quota 383.
La situazione dei fanti del 38° era delicatissima, ed a loro sostegno dovettero essere immediatamente inviati rinforzi.
Pertanto, nel corso della giornata, anche il 37° reggimento fanteria passò fortunosamente l'Isonzo, cosicché, al mattino del 12 giugno, tutta la brigata (37° e 38° reggimento) si trovava schierata sulle pendici di Quota 383.
Tra quei soldati, vi era il tenente Cesare Torra; nonostante i suoi poco meno di ventisei anni, Torra non era un ragazzo: era un uomo sotto le armi da sei anni, un ufficiale e reduce di guerra. Tuttavia, l'immagine che ci restituisce la sua fotografia è quella di un giovane che potremmo incontrare per strada, o sul treno, mentre rientra dall'università. Un giovane con tutta la vita davanti.
Le stagioni della storia, le vicende umane impongono a ciascuno di interpretare un certo ruolo nel teatro della vita: e per Cesare Torra, la campana doveva suonare proprio in quel bel giorno d'estate di centosei anni fa.

Nel corso della giornata del 12 giugno, le nostre truppe tentarono di impadronirsi della vetta insanguinata di Quota 383, ma dopo aver subito perdite gravissime, furono costrette, verso sera, a ripiegare sull’abitato di Plava.
Alla sera del 12 giugno, Cesare Torra mancava all'appello: i suoi occhi azzurri si erano spenti, tra il verde del bosco martoriato di Quota 383 e il blu intenso dell'Isonzo che scorre veloce qualche centinaia di metri più in basso.
Un altro tentativo, rinnovato il giorno 13 dal 37° fanteria, fu ancora arrestato dal fuoco nemico. 
In queste cruentissime azioni la brigata "Ravenna" perdette - tra morti e feriti - 52 ufficiali e 1500 uomini di truppa, con un sacrificio veramente tremendo.
Dal punto di vista strategico, l'azione raggiunse tuttavia l’importante risultato di costituire nella zona di Plava una testa di ponte. Essa sarebbe stata una spina nel fianco dello schieramento austro-ungarico fino all'estate del 1917 quando, con l'Undicesima Battaglia dell'Isonzo, il Regio esercito sarebbe riuscito finalmente ad avanzare oltre tali quote insanguinate.

Nel corso dei combattimenti del solo 12 giugno, cadono - oltre a Cesare Torra - anche i seguenti ufficiali:

- capitano Erneso Etolli, da Milano, MAVM;

- capitano Giovanni Gallo, da Torre Maggiore (FG);

- capitano Carlo Ollearo, da San Salvatore Monferrato, MBVM;

- capitano Paolino Ravasi, da Cremona (meglio, da Pietra Marazzi, AL), MBVM;

- capitano Michelangelo Tessitore, da Vercelli, MBVM;

- tenente Giuseppe Benedetto, da Naso (ME), MAVM;

- tenente Cesare Treves, da Casale, MBVM;

- tenente Andrea Tulli, da Verona, MAVM;

- sottotenente Augusto Colombo, da Casale, MAVM;

- sottotenente Giovanni Battista Laguzzi, da Molinella;

- sottotenente Giuseppe Mazzarella, da Frattamaggiore;

- sottotenente Agostino Oddone, da Cisterna.

Alla memoria di Cesare Torra e dei suoi valorosi e sfortunati compagni d'arme, dedichiamo questo articolo.

Medaglia interalleata della Vittoria e relativo diploma, concessi al ten. Torra (coll. dell'A.).
Medaglia comm. della guerra italo-austriaca e relativo diploma, concessi al ten. Torra (coll. dell'A.).

 
A cura di Niccolò F.

BIBLIOGRAFIA
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, vari tomi, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

mercoledì 5 gennaio 2022

Ricordo di un volontario di guerra: il capitano Grazioso Comolli

Il volontarismo di guerra italiano (o volontariato militare) - dal Risorgimento alla Seconda guerra mondiale - può annoverare figure eccezionali, storie di coraggio spinto all'estremo, azioni eclatanti. Tuttavia, il significato fondamentale dell'essere un volontario di guerra risiede anzitutto nella libera scelta di arruolarsi ed essere pronto a combattere per la Patria, ad affrontare i più grandi sacrifici ed eroismi, quand'anche questi non si verifichino. La breve storia che qui vi raccontiamo, in effetti, ci pare esemplare di questo essenziale significato.

***

Un paio di settimane fa, recandomi al Cimitero Maggiore di Como a visitare i miei cari prima di Natale, come al solito ho allungato il giro, passando in qualche zona per me ancora inesplorata del camposanto. 

In una galleria sotterranea - peraltro in stato di vergognosa incuria, va detto - alzando lo sguardo ho intravisto una lapide, sporca e malmessa, ornata di un vecchio mazzetto di fiori finti, anneriti dal tempo. Attirato dall'epitaffio, mi sono concentrato sulla fotografia: è stato a quel punto che ho realizzato di riconoscere il volto che avevo di fronte. Lo avevo già visto su una fotografia, trovata in qualche mercatino almeno quindici anni fa.

Il capitano Grazioso Comolli in partenza per l'Africa. Spiccano i nastrini da reduce della Grande guerra. (coll. dell'A.)

Scoprivo così il nome di questo capitano del Regio Esercito, un po' attempato, ma dallo sguardo fiero: Grazioso Comolli. Di lui tenteremo di raccontare qualcosa ai nostri lettori.

*

Grazioso Comolli nacque a Laglio, splendido borgo del nostro bel Lago di Como, il 18 gennaio 1885. Era figlio di Antonio Comolli, di professione tagliapietre, e di Giovannina Sampietro. La famiglia abitava in frazione Soldino, posta all'ingresso del borgo - proprio dove tanti decenni dopo si sarebbe insediato un celebre divo holliwoodiano - ove Grazioso crebbe, di fronte alle acque lariane.

Provenendo da una famiglia alquanto umile, Grazioso, con grandi sacrifici, mise in piedi in piccolo esercizio commerciale, sempre nella sua Laglio. Questo gli consentì, nel novembre del 1911, di convolare a nozze con la signorina Adele Airoldi, di Menaggio, di condizione agiata e a sua volta figlia di negozianti.

Con lo scoppio della Grande Guerra, Comolli fu chiamato alle armi insieme alla classe 1885 ed assegnato all'arma di Fanteria. Benché non avesse particolari studi alle spalle, fu in seguito promosso al grado di aspirante ufficiale con anzianità dal 25 agosto 1916 ed assegnato all'11° reggimento Bersaglieri. Con anzianità 15 novembre 1917 fu poi promosso tenente, grado con il quale Comolli combatté fino al termine delle ostilità. 

Congedatosi dal Regio Esercito, tornò sul Lario, spostandosi però nel capoluogo: a Como, in quegli anni tumultuosi del nostro complesso dopoguerra, vi era comunque una richezza alquanto diffusa e una certa richiesta di beni di lusso. Comolli, con ottima intuizione, decise allora di dedicarsi al commercio di automobili, che portò avanti con successo sino alla metà degli anni Trenta.

Si era, in quegli anni, nel momento di massima popolarità del regime fascista. Un periodo particolare della nostra storia, preludio di gravi tragedie, ma ancora caratterizzato da una forte spinta emotiva e da una forte compartecipazione ideale con le iniziative del regime. Non è questa la sede per analizzare il senso e l'utilità dell'avventura coloniale che l'Italia intraprese in quel frangente: è bene però sforzare di comprendere ciò che essa rappresentò per tanti Italiani, tra i quali il protagonista di questo articolo.

Grazioso Comolli, infatti, dovette vivere con grande entusiasmo i mesi a cavallo dell'estate del 1935 che videro la mobilitazione delle forze armate italiane in vista dell'impiego in Africa Orientale. Comolli, nel frattempo, nella primavera del 1935 - pur trovandosi in congedo - era stato promosso al grado di capitano .

Lo ripetiamo: non si vuol qui fare alcuna apologia della guerra, del colonialismo ed in particolare della campagna italiana in Etiopia. Quel che ci preme è interrogarci sui sentimenti che spinsero il nostro Grazioso, agiato commerciante d'auto cinquantenne, a lasciare la moglie, le comodità della propria casa, la sicurezza e tranquillità economica, per tornare ad indossare l'uniforme che aveva portato con onore durante la Grande guerra, e partire alla volta dell'Africa.
Comolli, mosso da un groviglio di sentimenti oggi difficilmente interpretabili, decise così di presentarsi volontario per la campagna etiopica.
La sorte lo destinò alla Divisione di fanteria "Cosseria" (5^).

Cartolina commemorativa della Divisione "Cosseria".

Tale grande unità del R. Esercito, con le ultime modifiche dell'ordinamento militare (divisioni c.d. ternarie), inquadrava in tale momento il 41° Rgt. Fanteria e il 42° Rgt. Fanteria "Modena" e l'89° Rgt. Fanteria "Salerno", nonché il 29° Rgt. Artiglieria per Divisione di fanteria. Le unità della Divisione erano tutte di stanza in Liguria, in particolare nella provincia di Imperia.

Il capitano Comolli in uniforme coloniale.

Il 19 agosto del 1935 la Divisione di Fanteria di Cosseria (5a), con la Brigata di Fanteria di Cosseria (V), strutturata sui soli 41° e 42° Rgt. Fanteria, e sul 29° Rgt. Artiglieria fu inviata in colonia, imbarcandosi a Genova. La divisione raggiunse dunque la Cirenaica, stanziandosi a Bengasi. Qui rimase, in preparazione, sino al mese di dicembre del 1935.

Con il gennaio del nuovo anno 1936, la "Cosseria" fu trasferita nel Corno d'Africa, raggiungendo l'Eritrea. L'unità fu dunque dislocata ad Adi Gualà (Adi Quala) nell'alto Mareb. 
In tale zona svolse principalmente attività di controllo e protezione delle retrovie del fronte di combattimento. 
Nel marzo del 1936, la "Cosseria" avanzò lungo l'itinerario Adi Onfitò-Axum e in aprile si dislocò nella zona di Adua. Terminata la guerra Italo-Etiopica il 5 maggio 1936, la "Cosseria" rimase in zona, impegnata in operazioni di polizia, ancora sino al mese di agosto.
Nel mese di settembre, la Divisione si imbarcò alla volta dell'Italia, sbarcando nel porto di Genova.

Grazioso Comolli, nel frattempo promosso al grado di Primo Capitano, si trovava insieme ai suoi compagni d'arme. La sorte lo doveva però privare della soddisfazione di tornare a rivedere le sponde del suo Lario, di tornare alla sua casa e tra le braccia della moglie Maria.
 
Infatti, nelle ultime settimane di presenza in Africa, un misterioso male - contratto in servizio - si era impadronito di lui. Appena sbarcato a Genova, Comolli fu dunque ricoverato presso il locale Ospedale Militare.
Qui, dopo pochi giorni di sofferenze, si spense, cinquantunenne, il 6 ottobre del 1936. 
La sua salma fu trasportata a Como, ove fu inumata presso il Cimitero Maggiore, come narrato all'inizio di questo articolo.

Lapide del cap. Comolli presso il Cimitero Maggiore di Como.

Il nome di Grazioso Comolli fu iscritto sul monumento ai caduti del Comune di Laglio e tra quelli degli altri volontari comaschi caduti nella campagna in Africa Orientale sul monumento eretto nell'antica sede dell'Associazione Nazionale Volontari di Guerra di Como, sita in Piazza Medaglie d'Oro.

Al suo ricordo dedichiamo questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.