venerdì 15 giugno 2018

15 giugno 1918, Fossalta di Piave: il sacrificio del volontario milanese Ugo Maggi, bersagliere ciclista


A questa storia, a questo ragazzo milanese di cento anni fa, avremmo voluto dedicare maggiore spazio, e una ricerca più approfondita. Ma il tempo è tiranno, e più di tutto ci preme ricordarlo con i nostri lettori, a cento anni esatti dall'inizio della Battaglia del Solstizio. Per celebrare, con il suo ricordo, tutti i giovani italiani che adempirono al loro dovere, in uno dei frangenti più delicati e decisivi di tutto il primo conflitto mondiale sul fronte italo-austriaco.
***
Il nostro protagonista si chiama – useremo il presente, tanto ci appare vivida, in questo giorno, la sua figura – Ugo Maggi. Figlio di Domenico Maggi e Adalgisa Ronzio, è nato il 6 novembre del 1896 nelle campagne alle porte di Milano, presso la Cascina Arzaga [1]. Uno di quei grandi insediamenti agricoli che, ancora alla fine dell'Ottocento, caratterizzano – come da secoli – le campagne lombarde. Cresciuto, immaginiamo, in una famiglia contadina, Ugo sceglie però per se stesso una strada diversa: ragazzino, in quella frizzante stagione che sono i primi Anni Dieci del secolo, si appassiona di motori e macchine. Intraprende, così, il mestiere di meccanico, una professione, in quegli anni, quasi avveniristica.
Trascorrono gli anni, giunge il fatale 1914, con le sue turbolenze politiche e sociali, interne ed internazionali. Le vicende dell'attualità si ripercuotono sulla personalità di questo giovanotto, che vive sulla propria pelle le contraddizioni e gli attriti tra il mondo rurale, nei suoi riti millenari e immutabili, e la modernità di un progresso tecnico e sociale che pare inarrestabile. Trascorrono i mesi, le notizie sulla stampa raccontano la guerra sul fronte occidentale, e tra molti Italiani si diffonde l'idea di una guerra fulminea e moderna, veloce e garibaldina, con la quale ridurre a mal partito il secolare avversario teutonico – i ricordi della sfortunata campagna del '66 scaldano ancora i racconti dei nonni intorno ai focolari! – e insieme a lui quel mondo arcaico del quale esso è il simbolo.
Arriva la primavera del 1915, e il "maggio radioso". I fermenti interventistici della metropoli meneghina scuotono anche l'animo del nostro Ugo. La guerra all'Austria-Ungheria è dichiarata: è il 24 maggio. Ugo Maggi rompe gli indugi, e prende la sua decisione: arruolarsi volontario nel Regio Esercito Italiano [3]. 

Non possiamo dire quale sia la motivazione interiore che spinge il giovane meccanico ad arruolarsi. Certamente, ci pare, una parte decisiva assume, in questa scelta, la possibilità di poter liberamente scegliere il corpo nel quale prestare servizio: Ugo Maggi desidera, cioè, essere un bersagliere. Un grande triestino, in quegli stessi anni, ha scritto: "Voi non sapete cos'era per me la parola bersagliere" [2]. Il bersagliere è velocità, sprezzo del pericolo, modernità insieme: caratteristiche che colpiscono profondamente l'immaginario di un diciannovenne del tempo.
Il 2 giugno 1915, Ugo Maggi si presenta dunque al Distretto militare di Milano, e deposita "istanza di essere arruolato quale Volontario per la durata della guerra nel 12° Reggimento Bersaglieri".

Cartolina (postbellica, ma significativa) dedicata da Achille Beltrame al 12° Reggimento Bersaglieri.
L'entusiasmo di questo giovane ci viene restituito dalla lettera di accompagnamento, vergata di suo pugno, annessa al formulario di istanza:
"Spett. Comando R. Esercito - Corpo Bersaglieri
Lo scrivente fà domanda di essere arruolato come volontario ordinario nel Regio Esercito.
Lo scrivente è di sana e robusta costituzione.
Essendo lo scrivente nato nel 1896 non fà che precedere di poco la leva di detta classe e di essere perciò in grado di essere utile più presto possibile alla difesa della nostra bella Patria.
Nella speranza che questa domanda venga accolta favorevolmente, lo scrivente ringrazia anticipatamente e rispettosamente riverisce questo spettabile comando.

Maggi Ugo
Via Arzaga, 13
Milano
meccanico"

Giudicato idoneo dal servizio sanitario del Distretto di Milano, la domanda di arruolamento volontario di Maggi è accettata, ed il giovane è dunque destinato al 12° Reggimento Bersaglieri in Milano. Tale è, anche, l'ultima annotazione sul suo foglio matricolare: purtroppo – come spesso accadeva – il suo documento matricolare non viene aggiornato con le annotazioni dei suoi ulteriori trasferimenti di reparto. Senza abbandonarsi a elucubrazioni, immaginiamo dunque che almeno il primo anno di guerra Maggi lo trascorra insieme al suo reparto d'elezione.

Il 12° Reggimento Bersaglieri combatte, per tutta la campagna del 1915, nel settore della Carnia e dell'Alto Isonzo operando, in particolare, contro il Monte Mrzli, lo Sleme e lo Javorcek. È però assai probabile che Maggi sia, in breve, destinato al Battaglione Ciclisti del proprio reggimento. I reggimenti bersaglieri sono, infatti, organizzati ciascuno su tre battaglioni a piedi e un battaglione ciclisti. A tal proposito, bisogna osservare che il XII Battaglione Bersaglieri Ciclisti – separato dal resto del reggimento – combatte invece nel Medio Isonzo, in particolare nel settore del Podgora, prima, e del Monte San Michele verso il termine dell'anno. 
Di più non conviene dire, ma è invece necessario compiere un salto in avanti di altri due anni, sino all'inizio del 1918
Ugo Maggi, che combatte da ormai due anni e mezzo, ha ottenuto i gradi da caporalmaggiore ed è stato trasferito ad altro reparto: è inquadrato, infatti, nel II Battaglione Bersaglieri Ciclisti.
Tale reparto, dopo aver operato a lungo nel settore del Monte Santo, a seguito dei fatti di Caporetto ha ripiegato sino a Rossano Veneto dove ha provveduto al proprio riordinamento. Indi, dopo altri trasferimenti, con la fine del mese di dicembre del 1917 è stato schierato sul fiume Piave, nei pressi di Fagarè.
Vi rimane, in trincea, sino al 20 gennaio, quando il battaglione si porta a Mirano per poi trasferirsi, con la fine di marzo, a Paese, in provincia di Treviso. Assegnato alla Settima Armata, il 4 aprile il battaglione parte per la zona Salò, passando alle dipendenze del comando difesa occidentale del lago di Garda. L'unità rimane sul Garda per i successivi due mesi, svolgendo compiti di sorveglianza delle rive. La situazione, tuttavia, è destinata a cambiare radicalmente nel giro di pochi giorni.

Il 29 maggio, infatti, il Battaglione è destinato alla Terza Armata, e si trasferisce per via ordinaria verso il Piave, raggiungendo Roncade e venendo assegnato alla 25a Divisione. I bravi bersaglieri sono, dunque, destinati a combattere nuovamente sulle rive del grande fiume, che bene avevano conosciuto nelle settimane drammatiche di sei mesi prima. Il momento è ora altrettanto solenne.

Schieramento della Terza Armata al 15 giugno 1918 (da Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929).
I bersaglieri del II Ciclisti restano a Roncade sino al 14 giugno, alla vigilia di quella che sarà una delle battaglie più decisive – meglio, la battaglia decisiva - per le sorti del conflitto sul fronte italo-austriaco. L'Austria-Ungheria si prepara, in quelle ore, a sferrare il colpo con il quale spera di travolgere definitivamente la resistenza italiana. In questo estremo sforzo – incoraggiato anche dai successi della Germania sul fronte occidentale -, l'Impero impegnerà, oltre che le proprie energie belliche, anche e soprattutto quelle morali e spirituali, facendo un estremo appello alla propria compattezza e allo spirito di disciplina delle proprie truppe, come dei propri popoli. Per l'esercito italiano è il momento della prova decisiva.

In questo quadro, alla Terza Armata - comandata dal duca d'Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia - è affidato il margine meridionale dello schieramento italiano, dall'Adriatico sino a nord di Treviso. La sua 25a Divisione - inquadrata nel XVIII Corpo d'Armata -, in particolare, si trova schierata tra Zenson e Fossalta, con Ugo Maggi e i suoi commilitoni del II Batt. Ciclisti in riserva a Roncade, come già detto.

Dettaglio dello schieramento della 25a Divisione (XVIII Cd'A) al 15 giugno 1918 (da Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929).

Alle tre di notte del 15 giugno, l’artiglieria imperial-regia inizia il bombardamento delle linee italiane, su tutto il fronte dall’Astico al mare. Segue, poche ore dopo, l’attacco in massa delle fanterie: in particolare, le truppe della 25a Divisione italiana si trovano a fronteggiare l'urto della 9a Divisione austro-ungarica.
Nel corso della giornata, gli Austriaci riescono a passare il Piave in più punti, insidiando pericolosamente la linea di resistenza italiana. Le riserve sono dunque chiamate al combattimento, per tentare di frenare l'avanzata del nemico. Il II Battaglione Ciclisti accorre dunque verso la linea del fuoco, con l'arduo compito di arginare lo sfondamento che il nemico ha compiuto sul Piave a sud di Nervesa, e di riconquistare, col X Btg. Ciclisti, l'abitato di Fossalta


Una splendita foto del Reparto Fotografico del Regio Esercito ritraente - secondo la didascalia - i Bersaglieri del 9° Btg. Ciclisti in azione sul Basso Piave, tra Fossalta e Zenson, nei giorni 15-18 giugno 1918.
Il caporalmaggiore Maggi, dunque, inforca la sua bicicletta e si dirige coi suoi compagni di ventura a Fossalta di Piave. Chissà se, nella tensione del momento, può immaginarsi che proprio lì dovrà incontrare il suo destino.
Il riassunto storico del II Battaglione Ciclisti liquida lo scontro del 15 giugno presso Fossalta molto laconicamente: "Iniziatosi l'attacco dell'abitato, l'avversario ne è ben presto scacciato […]". Quello che si consuma è invece un ferocissimo scontro all'arma bianca. Ugo Maggi, l'ardimentoso volontario milanese, veterano di tre anni di campagna, si lancia all'assalto, l'ultimo della sua vita. Il resto lo racconta la motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare che sarà concessa alla sua memoria:
"Alla testa di un nucleo di uomini, con mirabile sprezzo del pericolo, si slanciava per primo all'assalto di una posizione fortemente difesa, e, piombato sugli avversari, impegnava una fiera lotta corpo a corpo continuandola finché, colpito in varie parti del corpo, lasciava gloriosamente la vita sul campo". - Fossalta di Piave, 15 giugno 1918.

Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita al cap.magg. Maggi Ugo da Milano, del II Btg. Bersaglieri Ciclisti.

Alla sera del 15 giugno, gli Austro-Ungheresi abbandonano Fossalta. Invero, nei successivi giorni di combattimento il nemico riuscirà ad impadronirsi nuovamente di quelle posizioni, ma ormai il suo slancio sarà già scemato, ed entro il 24 giugno l'offensiva sarà conclusa e fallita. Per l'Italia è l'ora della riscossa.

Evoluzione della situazione nel settore di Fossalta nei giorni 15-17 giugno 1918. La linea nera rappresenta quella di partenza dell'attacco austro-ungarico, all'alba del 15 giugno; quella tratteggiata è, invece, quella raggiunta alla sera dello stesso giorno 15 giugno; quella rossa è quella raggiunta alla sera del 17 giugno (immagine tratta da https://miles.forumcommunity.net/?t=55461405&st=15).
Le perdite del II Battaglione Ciclisti nei combattimenti dal 15 al 20 giugno 1918 sono le seguenti:
  • ufficiali: morti zero; feriti tre, dispersi due; 
  • truppa: morti tredici, feriti sessantanove, dispersi trentanove.
Le spoglie del caporalmaggiore Maggi, recuperate e inumate sul posto, saranno, dopo la guerra, traslate nella sua Milano, ove riposano presso il Sacrario monumentale presso il Tempio della Vittoria in Sant'Ambrogio.
Così si chiude la piccola e grande epopea di questo ragazzo di ventidue anni, che desiderava essere utile [...] alla difesa della nostra bella Patria. Senza dubbio, riuscì nel suo intento, come anche i suoi compagni d'arme che qui vogliamo ricordare, con rispetto, e soprattutto con affetto.
A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] La Cascina Arzaga sorgeva ad ovest del centro di Milano, tra gli attuali quartieri di Lorenteggio e Primaticcio, nella zona conosciuta anche come "Quartiere Ebraico". La grande cascina fu rasa al suolo negli Anni Sessanta, in corrispondenza dello sviluppo urbano di quell'area.
[2] La citazione è tratta da "Il mio Carso" di Scipio Slataper. 
[3] Tutte le informazioni di natura matricolare di seguito riportate sono tratte dal foglio matricolare di Ugo Maggi, in Archivio di Stato di Milano - fondo Distretto Militare di Milano.

BIBLIOGRAFIA
- Antonio Sema, Piume a Nord Est – I bersaglieri sul fronte dell’Isonzo 1915-1917, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 1997.
- Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918. Reggimenti Bersaglieri, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Roma, 1928.
- Guerra Italo-Austriaca MCMV-MCMVIII - Le Medaglie d'Oro, Vol. IV-1918, Ministero della Guerra, Roma, 1929.


lunedì 11 giugno 2018

"Un'isola in trincea. Storie di siciliani nella Grande Guerra" - di Vincenzo Grienti e Fabrizio Corso

Un'isola in trincea. Storie di siciliani nella Grande Guerra
di Vincenzo Grienti e Fabrizio Corso


Una storia nella storia, quella dei militari siciliani che insieme a milioni di altri ragazzi si trovarono in mezzo al dramma della prima guerra mondiale. Un saggio storico-divulgativo in cui vengono raccontati il clima, la situazione sociale e culturale che precedette l’invio in guerra di centinaia di migliaia di siciliani, mobilitati nell’anno della neutralità e anche dopo nei mesi in cui il conflitto diventò più aspro. Vincenzo Grienti e Fabrizio Corso attraverso documenti d’archivio, testimonianze, diari inediti e ricerche bibliografiche ripercorrono la grande storia attraverso le storie e la vita di alcuni di questi uomini che valorosamente, silenziosamente e altrettanto eroicamente, senza salire agli onori delle cronache, compirono comunque il loro dovere per mare, per cielo e per terra, sacrificando la propria vita per l’Italia. Un modo per fare memoria e per ricordarli negli anni in cui ricorrono le celebrazioni in occasione del centenario del primo conflitto mondiale.
 “Ci sono storie spesso poco conosciute che vanno cercate, raccontate oppure riproposte per riportare alla memoria imprese grandi e piccole che hanno inciso sulla storia delle famiglie italiane – riflette Vincenzo Grienti -. Nel libro c’è la storia del soldato Giuseppe Savarino e quella coinvolgente del tenente Gaetano Alessandrello, così come quella del messinese Luigi Rizzo, che con le sue imprese ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della nostra Marina militare e dell’intero conflitto, sottolineando che la Grande Guerra non fu combattuta solo nelle trincee e sulle montagne. Ma anche le vicende di eroi dell’aria come Ignazio Lanza di Trabia, tra i pionieri dell’osservazione aerea”.
Con questo lavoro si è scelto “di raccontare la Grande Guerra combattuta dai soldati siciliani attraverso alcune storie che vogliono rappresentare uno spaccato di ciò che fu quel tragico conflitto, soprattutto nei primi devastanti due anni e mezzo – spiega Fabrizio Corso -. Scorrendo i capitoli il lettore avrà la possibilità di conoscere le drammatiche vicende a cui andarono incontro i nostri nonni e bisnonni - sia essi ufficiali o semplici soldati - su alcuni dei fronti più atroci e sanguinosi dell’intera guerra: dal terribile Carso all’altipiano di Asiago, dalla disfatta di Caporetto al calvario della prigionia – aggiunge Corso -. Senza peraltro tralasciare la guerra combattuta in mare e in cielo. I più fortunati riuscirono a tornare alle loro famiglie, spesso con cicatrici o mutilati nel corpo e nell’anima; molti di loro non tornarono più o lo fecero dentro una cassa. Alcuni ebbero delle decorazioni; la maggior parte nemmeno quelle. E l’obiettivo di questo libro, a cento anni di distanza dai fatti narrati, è di non far dimenticare le loro sofferenze in un'epoca in cui, purtroppo, l’umanità continua ad andare sempre più verso altre inutili stragi”. 

Il libro può essere prenotato in tutte le librerie tradizionali e acquistato anche attraverso le principali librerie on line oppure direttamente presso la Casa Editrice:
GBE / Ginevra Bentivoglio Editoria 
Vicolo Savelli, 9
00186 Roma 
Tel. 06.6868110

sabato 19 maggio 2018

19 agosto 1917: storia di una gamba, e della palletta di shrapnel che la incontrò

Il titolo, un po' irriverente, di questo post – nel richiamare un bel romanzo di Iginio Ugo Tarchetti -, vuole sottolineare l'importanza fondamentale che nelle storie di guerra rivestono gli oggetti inanimati. Anche i più piccoli e apparentemente insignificanti.


Questa storia inizia, alternativamente, in due luoghi e in due momenti diversi: in una giornata di agosto del 1891 a Moltrasio, un ameno borgo sul lago di Como; e in una sconosciuta giornata del 1917, presso una altrettanto ignota fonderia di qualche località dello sterminato Impero Austro Ungarico. In quest'ultima fu fusa una biglia di ferro destinata, nonostante la forma, a utilizzi tutt'altro che giocosi. Nella prima, invece, venne alla luce un bimbo, cui fu imposto il bel nome, dal sapore classico, di Dionigi. I suoi genitori erano Felice Del Vecchio, falegname, e Luigia Raschi.
Dionigi crebbe sulle sponde del lago, frequentò le locali scuole maschili, e decise d'intraprendere il mestiere paterno: quello del falegname, o legnamée, come si dice nel dialetto comasco.
Benché fossse un giovane di buona costituzione, quando nel 1911 - al compimento dei vent'anni - fu chiamato al reclutamento presso il Consiglio di Leva di Como, fu riconosciuto affetto da un qualche difetto fisico - del quale non è rimasta traccia nella documentazione matricolare - e fu dunque riformato, ed inviato in congedo assoluto.



Il nostro Dionigi, così, non fu toccato dall'esperienza della guerra italo-turca, che coinvolse tanti suoi coscritti della classe 1891, e proseguì con la sua vita e col suo lavoro.
Nel dicembre del 1914, convolò a nozze con Rinaldina Dina Antonelli, una giovane di Rovenna, di due anni più giovane di lui. Già dall'estate di quell'anno, tuttavia, la guerra scuoteva l'Europa, e si intensificavano i presagi di un successivo intervento italiano. Ciò che avvenne, come noto, il 24 maggio 1915, solo sei mesi dopo il matrimonio del nostro Dionigi. Questi, tuttavia, in virtù dell'essere stato riformato, non era stato coinvolto dalla mobilitazione.
Senza ripercorrere vicende già trattate, si dirà tuttavia che dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia al fianco delle potenze dell'Intesa – il 24 maggio 1915 -, le esigenze organiche dell'esercito indussero le autorità a rivalutare le condizioni di salute dei soggetti che, nel corso degli anni, avevano ottenuto la riforma.

Ciò, invero, era già previsto, in tempo di pace, dal Testo Unico sul Reclutamento, che consentiva "al ministro della guerra di sottoporre i riformati a nuova visita presso altro Consiglio di Leva entro il periodo di due anni dall'ottenuta riforma". Con il Decreto Luogotenenziale n. 1166 del 1° agosto 1915, a fronte dell'"attuale stato di guerra" tale facoltà fu estesa anche nei confronti dei soggetti "riformati da più di due anni" nonché di "coloro che furono riformati durante il servizio militare" e fu previsto che la nuova visita avesse luogo, per semplificazione burocratica (ma con sacrificio della terzietà), "avanti lo stesso Consiglio di Leva che ne pronunciò la riforma".

Con il citato provvedimento dell'agosto 1915, fu inizialmente stabilito che fossero chiamati a nuova visita i coscritti riformati delle classi 1892, 1893 e 1894; tra questi, coloro i quali sarebbero risultati idonei alle armi – secondo le ordinarie disposizioni sul reclutamento -, sarebbero stati arruolati "per seguire le sorti della classe del loro anno di nascita". Nei mesi seguenti, la disposizione sarebbe stata estesa anche ai coscritti delle classi precedenti, tra le quali quella del 1891.

Il 29 novembre, dunque, Dionigi Del Vecchio si sarebbe ripresentato di fronte al Consiglio di Leva di Como: evidentemente, i problemi che lo avevano afflitto nel 1911 erano venuti meno, ed egli fu pertanto arruolato, ed assegnato alla Prima Categoria. Rinviato brevemente in congedo, fu chiamato alle armi giusto un mese dopo, il 23 novembre 1915: era il momento di svestire i panni borghesi, per indossare l'uniforme grigioverde del Regio Esercito.

Assegnato all'arma di Fanteria, il nostro fu destinato al deposito del 62° Reggimento della Brigata "Sicilia", con sede a Parma. Quivi svolse l'addestramento per le reclute, e rimase sino all'estate del 1916. Nel frattempo, il 1° aprile, gli era nata la prima figlia, Adele.
Si era, in quei mesi, nel momento concitatissimo che aveva seguito lo scatenarsi dell'Offensiva di Primavera sul fronte degli Altipiani. E proprio a tale settore anche il nostro Dionigi fu destinato, raggiungendolo nel mese di luglio: il 20 del mese egli era, infatti, inquadrato nel 112° Reggimento della Brigata "Piacenza". Dopo aver operato sul fronte goriziano, la "Piacenza" – con il mese di maggio, in corrispondenza delle prime fasi dell'offensiva austro-ungarica – era stata trasferita nel vicentino, nel settore delle Melette di Gallio. Dopo fortunate operazioni contro le Melette, dalla fine di giugno la "Piacenza" concentrò i propri sforzi contro Monte Mosciagh e Monte Zebio.

Contro dette posizioni essa si accanì in ripetuti attacchi eseguiti il 30 giugno, il 6, il 22 e 23 luglio ed il 15 agosto, ma l’attiva vigilanza del nemico, favorito dal terreno che rendeva poco efficace l’azione della nostra artiglieria, non permise che un'alterna vicenda nei risultati e lievi progressi parziali che costarono tuttavia ai reparti sensibili perdite.

Alla fine di agosto, però, Dionigi Del Vecchio cadde ammalato: non ci sono pervenute notizie circa la natura di questa malattia, che tuttavia dovette essere di rilevante gravità, a fronte delle vicende successive. Il 28 agosto, infatti, il fante moltrasino lasciava il reparto per essere "ricoverato in luogo di cura perché ammalato". Da lì, al 20 settembre, Del Vecchio veniva ulteriormente allontanato dal fronte, lasciando la zona di guerra, in quanto "traslocato in ospedale territoriale". Una ventina di giorni dopo, infine, lasciava l'ospedale per essere ricoverato presso il "Convalescenziario di Montepiano" [1]. Vi restò, tuttavia, solo per poco più di un mese, sino al 22 novembre, quando fu infine inviato in licenza di convalescenza "di giorni quaranta". Benché in condizioni fisiche non certo ottimali, Del Vecchio poté comunque far ritorno al suo paese, dove trascorse l'ultimo scorcio del 1916.
In anticipo rispetto alla scadenza della licenza, il soldato Del Vecchio si ripresentò presso il deposito del 61° Fanteria già con il 1° gennaio del 1917. Evidentemente non ancora del tutto ristabilitosi, il giovane rimase in servizio presso il deposito stesso per i tre mesi successivi ottenendo, nel frattempo, il grado di caporale. 

Il 3 aprile, tuttavia, Dionigi Del Vecchio fu destinato alla Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia – insediata presso la caserma del 77° Reggimento Fanteria – ove, nelle tre settimane successive, fu addestrato all'utilizzo della mitragliatrice. Con la fine del mese, fu dunque assegnato alla 758a compagnia mitraglieri FIAT, che andò a raggiungere in zona di guerra, a far data dal 25 aprile 1917. Tale reparto era aggregato al 263° Reggimento Fanteria della Brigata "Gaeta", unità costituita solo il 17 febbraio precedente e subito trasferita nella zona di Crauglio-Visco, ove stava attendendo alla propria preparazione in vista del battesimo del fuoco.

Cartolina ricordo della Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia (coll. dell'autore).

Esso sarebbe avvenuto il 23 maggio successivo, allorché la brigata, schierata nelle trincee del Debeli, attaccò le munitissime posizioni nemiche di q. 144, q. 92 e del vallone di Jamiano. Il 24, con vigoroso assalto, portò avanti l'occupazione sino alla linea di Komarie - q. 100. Il giorno successivo, alla "Gaeta" fu affidato il compito di superare le trincee di Flondar, occupare il margine orientale di q. 146 e le sue pendici fino alla strada di Brestovizza per proseguire contro l'Hermada. Concorsero all'azione il I e III/263°, sulla sinistra, schierati a nord di q. 100, con obiettivo le posizioni avversarie a cavallo della q. 146; ed il I e III/264, sulla destra, contro la linea di Flondar.


All'ora stabilita, le fanterie mossero con slancio all'attacco e irruppero nelle trincee avversarie obbligando alla resa i difensori. Indi proseguirono nell'avanzata, e, mentre sulla sinistra riparti del 263° si impadronivano delle munitissime doline a sud-est di q. 146, sulla destra il 264° riusciva a portarsi su una linea parallela alle espugnate trincee di Flondar e tangente alle falde orientali di q. 146. Vero sera, però, il nemico, riavutosi dalla sorpresa e protetto dalle proprie artiglierie, passò al contrattacco, arrestando l'avanzata italiana. I nostri, ridotti di numero per le perdite subite e battuti da intenso fuoco, arretrarono sul versante orientale di q. 100, ove si attestarono. Il 26, la brigata si portò sul rovescio di q. 100 per riordinarsi, a fronte delle pesantissime perdite subite: in questi pochi giorni di combattimento aveva perduto 42 ufficiali e 1445 uomini di truppa.

Con l'inizio di giugno, la Brigata fu trasferita prima a Santa Maria La Longa e poi – alla metà del mese - nei pressi di San Pietro al Natisone, per trascorrervi il turno di riposo. 
Alla metà di luglio, passata alla dipendenza della 24a Divisione, la "Gaeta" fu destinata alla zona di Gorizia, e fu schierata lungo il tunnel di Castagnevizza-Rusic-Torrente Corno-q. 126-Casa Bianca, ove si impegnò in lavori di fortificazione e presidio sino alla metà di agosto, alternandosi con la Brigata "Emilia".

Cartolina ricordo del 263° Reggimento della Brigata "Gaeta".
Il 16 agosto, lasciati gli accantonamenti, tornò in linea, nel consueto settore di Gorizia per partecipare all'11a Battaglia dell'Isonzo. Nel quadro delle operazioni offensive previste sulla fronte della Seconda Armata, alla Brigata "Gaeta" fu affidato - sulla fronte della 24a divisione - il compito di conquistare due obiettivi, costituiti dalla Quota 126 e dall'abitato di Grazigna, tenendosi pronta a sfruttare gli eventuali progressi ottenuti dalle truppe dell'VIII Corpo d'Armata, operante a sud del torrente Corno. In particolare, Grazigna o “Grassigna” (in sloveno Grčna) è una zona di Gorizia in cui, fino a prima della guerra, era situato l’importante “Cimitero Nuovo”. La zona è stata attualmente inglobata nel nucleo urbano di Nova Gorica.

I reparti si apprestavano ad assumere lo schieramento previsto per l'attacco e la 758a compagnia mitragliatrici FIAT [3], e con essa Dionigi Del Vecchio, seguiva le sorti del II Battaglione del 263° Reggimento al quale, dall'inizio di agosto, era stata frattanto aggregata.

"Nelle notti sul 17 e 18 agosto le truppe della brigata assumono lo schieramento previsto per l'inizio delle operazioni. Alle prime ore del 19, mentre i riparti della Brigata "Emilia" svolgono azione dimostrativa, il I e il III/263° scattano ed irrompono nelle sconvolte posizioni nemiche, lanciandosi il I contro Grazigna ed il III contro q. 126. Lo slancio dei fanti del III/263° non si arresta malgrado il violento fuoco avversario: le prime ondate avanzano sotto il tiro delle artiglierie e riescono, sebbene decimate, a porre piede nella prima linea nemica, dilagando sul rovescio dell'altura di q. 126. Ma non sorrette dalle ondate successive, fermate, sulle posizioni di partenza, dal tempestare delle artiglierie e delle mitragliatrici, devono indietreggiare. Il I/263°, impegnato nell'attacco contro Grazigna, malgrado la violenza del fuoco di sbarramento, raggiunge i ruderi del villaggio; ma preso sotto il fuoco delle mitragliatrici e contrattaccato sui fianchi, sostiene accanita lotta, finché, ridotto di numero, è costretto a ripiegare.

Le perdite sensibilissime non fiaccano, l'efficienza bellica, né diminuiscono il valore dei nostri riparti. Riordinatisi e rincalzati delle compagnie del II/263°, il I e il III tornano, con la stessa fede nel successo, all'attacco degli obbiettivi. Sotto il violento tiro di sbarramento il III/263°, con un solo sbalzo, occupa la linea avversaria, la supera e raggiunge la sommità di q. 126, ma anche questa volta il suo ardimento è arrestato dalla fiera resistenza del nemico che, passato al contrattacco, costringe i nostri a ripiegare ad occidente dei disputati ruderi. Eguale sorte subisce il I/263° che, mosso anch'esso animosamente contro Grazigna, dopo aver conseguito qualche progresso, è costretto ad indietreggiare a causa delle perdite sofferte."


I fanti del 263° Reggimento, dunque, per due volte, nel corso della medesima giornata, attaccarono le stesse posizioni; per due volte ne furono tragicamente respinti. In questa bolgia di ferro, fango e sangue, si dibattevano anche il caporale Del Vecchio e i suoi commilitoni della 758a compagnia mitragliatrici FIAT. Il buon falegname comasco, mentre teneva le sue dita – abituate a maneggiare la sgorbia – incollate al grilletto della mitragliatrice, non poteva immaginare di stare per incontrare il suo destino: esso gli si presentò sotto le spoglie di un proietto d'artiglieria austriaco, caricato a shrapnel.
Della miriade di pallette che ne sortirono, una, una ed una sola, raggiunse il mitragliere Del Vecchio, perforandogli la gamba destra, al terzo medio. Per lui, la guerra - quella combattuta, almeno - era finita lì, in quel 19 agosto: già il giorno successivo "partiva da territorio dichiarato in stato di guerra", per essere ricoverato negli ospedali di retrovia. La ferita, benché non tale da far preoccupare per la sua vita, lo avrebbe tuttavia reso invalido. Dimesso dall'ospedale, sarebbe stato assegnato, prima, al deposito della Scuola Mitraglieri di Brescia, e poi - dal marzo del 1918 - a quello del 62° Reggimento Fanteria, a Parmia.
La zoppìa lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della sua esistenza: con essa, la piccola, maledetta palletta metallica che aveva rovinato la sua giovanile gagliardìa; ma che forse, per altro verso, gli aveva risparmiato un altro anno di combattimenti, e magari un destino differente. Quella palletta, il caporale Del Vecchio non la volle mai abbandonare: se la fece montare nella catena dell'orologio da taschino, che avrebbe scandito tutte le sue ore a venire.

La palletta di shrapnel che colpì il caporale Dionigi Del Vecchio in combattimento il 19 agosto 1917.


Medagliere del caporale Dionigi Del Vecchio, classe 1891, da Moltrasio (CO).


Nonostante la disabilità, Dionigi Del Vecchio ebbe poi una vita lunga e intensa, crediamo anche di soddisfazioni. Tornato al suo paese, Moltrasio, si riunì con la sua amata Dina e con la piccola Adele. Tre anni dopo gli nacque un figlio, Felice (anche lui destinato a notevoli peripezia durante la Seconda Guerra Mondiale). S'iscrisse, sin dalla fondazione, all'Associazione Nazionale Combattenti, alla quale si dedicò instancabilmente sino al 1978, quando si spense serenamente, quasi novantenne.

Un sorridente Dionigi Del Vecchio, nei suoi ultimi anni.
 
Ci perdonerete se abbiamo indugiato su particolari, forse, eccessivamente personali: ma, dopo aver raccontato tante storie (e tante ancora ne racconteremo) che s'interrompono bruscamente nella Grande Guerra, ci piaceva raccontarne una che - complice una palletta di shrapnel - ebbe invece una lunga, e probabilmente lieta, continuazione.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Circa tale luogo di cura, confessiamo di non essere purtroppo riusciti a reperire alcun riferimento. Qualunque informazione ci sarà, pertanto, assai gradita.
[2] Cfr., riassunto storico della Brigata "Gaeta".
[3] Si noti che il diario della 758a compagnia mitraglieri FIAT, per il mese di agosto del 1917, colloca il reparto presso la località di Valerisce.

BIBLIOGRAFIA
- Atti dello Stato Civile del Comune di Moltrasio;
- F. Cabrio, Uomini e mitragliatrici, Vol. I e II, Rossato;
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vari volumi, Roma, Libreria dello Stato;
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.