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martedì 28 agosto 2018

Il berretto del capitano - In ricordo di Paolo Ballatore, caduto il 28 agosto 1915

«Mandè la testa a la mia mama
ch’a s’aricòrda ‘d so prim fieul. 
Mandè ‘l corin a Margarita
ch’a s’aricòrda dël sò amor.
La Margarita in su la pòrta
l’è cascà ‘n tèra di dolor.
La Margarita in su la pòrta
l’è cascà ‘n tèra di dolor.»
'L testament del Marchëis 'd Salusse
Anche questa storia, come altre che vi abbiamo già raccontato, inizia da un oggetto: una bella scatola di cartone, con all'interno un copricapo. Il berretto del capitano Ballatore.


***
Nella vita, perlopiù, si tende a non tenere nel giusto conto certi piccoli gesti, compiuti magari con noncuranza, che però, in qualche modo, finiscono per fissarsi in modo indelebile nel libro della nostra vita.

Questo è ciò che accadde - ci pare - anche al capitano Paolo Ballatore quando, presumibilmente agli inizi del 1915, decise di farsi confezionare un bel berretto nuovo.
Allo scopo, trovandosi in licenza per qualche giorno alla Spezia - sua città natale - si recò dunque presso la locale filiale dell'Unione Militare, un'intelligente cooperativa che distribuiva in tutta Italia capi d'uniforme e accessori, oltre a una variegata scelta di altri generi merceologici.[1]

Paolo Giuseppe Ballatore nacque il 25 agosto del 1879 alla Spezia, al num. 31 della centralissima Via Prione, da Carlo, liquorista, e da Teresa Mascarino. Chiamato a prestare il servizio di leva, aveva poi deciso di perseguire la carriera militare, ottenendo i gradi da sottotenente nel settembre del 1901.[2]
Fu, poi, promosso al grado di tenente con anzianità al 5 aprile 1905, e, nel dicembre del 1907, si sposò con la spezzina Ismenia Rosetta Arnavas. Dopo altri trasferimenti di reparto, Ballatore si era nel frattempo ritrovato in servizio, tuttavia, presso il 31° Reggimento della Brigata "Siena", di stanza a Napoli: ciò che doveva rendere il ménage famigliare alquanto difficoltoso. Pertanto, nel 1909, egli chiese ed ottenne il trasferimento ad una destinazione più vicina ai suoi luoghi natii. Alla fine dell'anno, pertanto, fu destinato al 22° Reggimento della Brigata "Cremona", di stanza a Pisa, il che costituiva certamente un notevole avvicinamento alla Spezia, sua città natale [3].
Con tale reparto fu mobilitato per le operazioni in Tripolitania e Cirenaica, cui prese parte negli anni 1913-1914. Nella primavera del 1914, Ballatore ottenne infine la promozione al grado di capitano, e il trasferimento al 25° Reggimento della Brigata "Bergamo", di stanza a Piacenza, quale comandante di compagnia.


Il capitano Paolo Ballatore (rielaborazione da foto tratta dall'archivio del Museo Centrale del Risorgimento in Roma).



In tale posizione si trovava quando, come si diceva, si recò presso l'Unione Militare della Spezia per concedersi un piccolo lusso: un berretto nuovo.

Si noti che, al tempo, era d'uso tra gli ufficiali - con l'avanzare nella carriera - adattare progressivamente i capi d'abbigliamento alle nuove esigenze di servizio: galloni venivano aggiunti, fregi e filettature abilmente modificati, baveri e paramani rifoderati. Ciò in un'ottica di puro risparmio, in un momento in cui le condizioni degli ufficiali di carriera - ed in ispecie di quelli di fanteria - erano, sotto il profilo economico, assai poco floride [4]. Il capitano Ballatore, invece - magari per festeggiare la promozione e il superiore ruolo di comando - volle farsi confezionare un bel copricapo, da sfoggiare in società e nelle riviste, anche considerando che, in quel momento - in seguito all'abolizione del chepì -, il berretto turchino costituiva, per gli ufficiali di fanteria, il copricapo prescritto anche per la "grande uniforme".[5]
Berretto da capitano di fanteria del Regio Esercito, nel modello disciplinato nel 1895 e confermato nel 1903.
Il copricapo gli fu consegnato in una bella cappelliera rosso scuro, su cui fu prontamente annotato il nominativo del proprietario: "sig. Ballatore - cap. 25° Fanteria".


Si giunse così agli ultimi mesi del 1914. Nonostante la guerra infuriasse in Europa già dall'estate, per gli Italiani quello fu l'ultimo inverno della Belle Époque: non fatichiamo ad immaginarci il capitano, con al braccio sua moglie, festeggiare il nuovo anno in buona compagnia, tra un valzer e un bicchierino di vermouth. Ma la Storia, si sa, impiega ben poco a trascinare nei suoi gorghi le vite degli uomini.

Non ripeteremo, in questa sede, quanto già narrato in altri nostri articoli, circa le operazioni preliminari alla mobilitazione generale del Regio Esercito, che ebbero luogo nei primi mesi del 1915.

In questo quadro, all'inizio di marzo prese avvio la costituzione di una nuova brigata di fanteria di Milizia Territoriale. I due reggimenti, di nuova formazione, che l'avrebbero costituita, avrebbero assunto la numerazione progressiva 111° e 112°. Il personale del comando di brigata fu tratto dal 25° Reggimento, il quale fornì anche gli effettivi delle prime cinque compagnie del 111° Reggimento [6].
La Brigata, che fu intitolata alla città di Piacenza - sede del 25° e 26° Reggimento - assunse mostreggiature bianco-azzurre, bipartite longitudinalmente. La sua formale costituzione avvenne il 15 marzo 1915, e il comando ne fu assunto dal maggior generale Antonio Chinotto (personaggio eccezionale, e al quale contiamo di dedicare un nostro contributo).
Tra gli ufficiali del 25° che furono scelti per transitare al nuovo reggimento vi fu anche il giovane capitano Ballatore. All'uopo, questi si recò prontamente in sartoria, per farsi adattare tutto il corredo: non solo, cioè, quello "da campagna" in tessuto grigioverde, ma anche quello in panno turchino [6]. Invero, per il capitano l'adattamento si limitò alla sostituzione delle mostrine al bavero delle giubbe, e dei fregi sui berretti. Al centro di questi, spiccava ora il numero "111", identificativo del nuovo reparto di assegnazione. 
Vista frontale del berretto appartenuto al capitano Paolo Ballatore.
Nella seconda metà di marzo, e per i due mesi di aprile e maggio, la Brigata si impegnò in un serrato addestramento, in vista di un possibile impiego operativo, che si faceva di giorno in giorno più verosimile. Nonostante ciò, alla vigilia della dichiarazione di guerra - il 24 maggio - la "Piacenza" si trovava ancora assai lontana dalla linea di confine con l'Impero Austro-Ungarico.

Dettaglio del fregio del berretto (trofeo) aggiornato con le cifre identificative del 111° Reggimento Fanteria (particolari le cifre ricamate in canottiglia, anziché applicate in metallo).
Solo nei giorni 30 e 31 maggio, infatti, la stessa fu inviata, per ferrovia, da Piacenza nella zona Lonato-Desenzano, alle dipendenze della 30a Divisione. In tale zona, ugualmente assai arretrata rispetto al fronte, la nuova unità si sarebbe trattenuta sino al 5 luglio, dedicandosi a "un periodo di intensa istruzione".
Con l'inizio di luglio, tuttavia, giunse il momento, anche per la "Piacenza", di entrare in azione. Il 7 raggiunse Cormons e il 12 proseguì per Campolongo. Dopo alcuni giorni di sosta, il 21 si portò fra Cassegliano, Turriaco e Polazzo.

Il 23 luglio, infine, le varie unità della "Piacenza" furono temporaneamente separate, in ragione delle superiori esigenze strategiche della Terza Armata: mentre il comando della brigata rimase a Cassegliano alle dipendenze della 19a divisione ed il 112° si schierò nelle trincee di Polazzo, il 111° si dislocò invece fra Monte Fortin (il I battaglione) e Sdraussina (il II e il III battaglione) a disposizione dell’XI Corpo d’armata.

Schieramento della Terza Armata nella Seconda Battaglia dell'Isonzo (18 luglio - 20 agosto 1915).
Due giorni dopo, il 25 luglio, la "Piacenza" - passata alla 20a Divisione - entrò finalmente in azione: ciò, tuttavia, con il solo 112° reggimento, che, insieme al 49° Battaglione Bersaglieri, attaccò ripetute volte le alture ad est di Polazzo conseguendo "sensibili risultati", pur a costo di gravi perdite (16 ufficiali e 465 militari di truppa). Inquadrato nella medesima divisione (20a) era, in quel momento, anche il 122° Reggimento della Brigata "Macerata", al comando del colonnello Mario Robert, e che il giorno successivo - 26 luglio - avrebbe vissuto il suo sfortunato battesimo del fuoco (vedasi il nostro articolo qui).

Una vicenda per molti versi analoga avrebbe interessato, in quello stesso 26 luglio, i due battaglioni del 111° (II e III), dislocati a Sdraussina e che, quali riserve della 21a Divisione, parteciparono con altre truppe ad un tentativo offensivo contro il Monte San Michele. Operazione particolarmente sfortunata, e su cui converrà brevemente soffermarsi. Le truppe individuate per partecipare all'azione erano la Brigata "Bari", il LVI Btg. Bersaglieri e i due battaglioni del 111°. Il comando del gruppo d'attacco era stato affidato al comandante della Brigata "Bari" (139° e 140° reggimento), maggior generale Giulio Cesare Amadei.
Il 26 luglio, dunque, i due battaglioni del 111° si portarono, intorno alle ore 05.30, sulle posizioni di partenza, situate a Quota 170. Nel corso delle ore successive, a causa della poca coordinazione tra i soggetti cui era stato attribuito il comando delle operazioni - dato che il generale Amadei era rimasto, poco dopo l'inizio del combattimento, gravemente ferito, lasciando il comando -, dei problemi legati ai difettosi collegamenti tra i reparti, del cattivo tempo, i due battaglioni restarono, tuttavia, quasi "dimenticati" a Quota 170. In tali frangenti, a causa del fuoco d'artiglieria nemico, si cominciarono a contare perdite: tra queste, anche lo stesso comandante del reggimento, il colonnello Celso Gilberti, caduto gravemente ferito [8]. Il comando fu dunque assunto dall'aiutante maggiore in 1a, capitano Gino Bettini. Intanto, i reparti della "Bari" e i bersaglieri erano riusciti, per le ore 10.00, ad occupare - attaccando alla baionetta - le posizioni di Quota 275 sud; uguale risultato si stava per raggiungere sulla Quota 275 nord, ed era stata avanzata l'occupazione verso San Martino. Gli attaccanti restavano tuttavia esposti ai contrattacchi nemici, provenienti da Cotici: era dunque essenziale il rapido afflusso delle riserve, ed in particolare del 111° Reggimento.
Intorno alle ore 10.30, il 111° fu dunque raggiunto dal comandante del 140° della Brigata "Bari", che si trovò di fronte questa situazione:
"Questo reggimento [il 111°] già prima di entrare in azione, era in condizioni critiche di inquadramento. I due battaglioni erano comandati da capitani. Caduto ferito il colonnello mentre ancora il reggimento stava in posizioni di attesa a q. 170, il comando veniva assunto dal capitano aiutante maggiore; ferito anche questi prima che i reparti muovessero, il reggimento verso le 11 si avviò al combattimento al comando di un altro capitano. E intanto nella sosta a q. 170 era stato battuto dall'artiglieria ed aveva subito perdite sensibili. Per tutto ciò non poteva quindi rappresentare un efficiente riserva. Tuttavia verso le 11 mosse in ordine. Ma era già tardi. Il reggimento, in terreno sconosciuto, in mani poco esperte e sempre ostacolato dall'artiglieria, non giunse in tempo, perché poco prima di mezzogiorno, mentre cioè era ancora in marcia, il contrattacco avversario contro il fianco sinistro costringeva la Brigata "Bari" a retrocedere" [9].

Giudicata insostenibile la situazione per gli attaccanti, i comandi dettero dunque disposizioni per la ritirata, che fu completata - raggiungendo la posizione di partenza di Quota 170 - intorno alle ore 18.00. Al termine di tale giornata disgraziata, i due battaglioni del 111° furono ritirati dalla linea e, riuniti al I btg., trasferiti a Medea in zona di riposo. Qui il reggimento fu raggiunto dal suo nuovo comandante, il colonnello Adolfo Bava.

Benché, il 12 agosto, la Brigata "Piacenza" passasse alle dipendenze della 31a Divisione, ed estendesse la sua zona di azione verso sud in modo sino alla regione settentrionale e meridionale di Monte Sei Busi, ciò interessò il solo 112° reggimento, giacché il 111° - talmente provato dall'azione del 26 luglio, primo giorno di combattimento! - rimaneva in zona di riposo. In tale posizione - dedicandosi al proprio riordinamento - il reparto rimase sino al giorno 22, quando tornò in linea, schierandosi nelle trincee della "Quota 141 nella valletta di Sdraussina".
Solo il 24 agosto - dietro ordini del comando della Brigata "Alessandria", cui il reggimento era stato posto a disposizione -  giungeva l'ora, per il 111°, di tornare in azione.
In previsione del nuovo impiego offensivo, il capitano Ballatore - presago, forse, di funesti sviluppi - vergava una breve lettera ai suoi genitori, particolarmente interessante:
"24-8-1915
Cara mamma, caro papà,
ho ricevuto la vostra cara lettera. Questa sera ritorno al fronte, avendo finito il periodo di riposo, e vado al fronte col comando di un battaglione. Capite che onore! Ho fiducia che sapremo fare con onore il nostro dovere in tutto e per tutto, e che tutto andrà bene.
Vi avverto che Rosetta non sa che io ritorno al fronte e voi non dovete dirle nulla per non farla stare inquieta un'altra volta e poi per me.
Salute e tanti baci,
affezionatissimo
Paolo" [10].
Questa lettera rivela, in primo luogo, una circostanza importante: nel momento in cui il reggimento tornò in linea, il capitano Ballatore era stato posto al comando di un battaglione, il III [11]. D'altro canto, getta uno sprazzo di luce sulla personalità del capitano: affettuoso, legato ai genitori; molto preoccupato per la moglie Rosetta, tanto da celarle la notizia del ritorno al fuoco.
In verità, il 24 agosto entrò in azione il solo I battaglione, comandato direttamente dal colonnello Bava, ed insieme al II/156° (Brigata "Alessandria"), assaltando la cosiddetta "Ridotta del Boschetto", ad est di Quota 141. L'attacco, tuttavia, fu arrestato dal fuoco d'artiglieria e fucileria nemico. Dopo un giorno di sosta, gli Austro-Ungarici prendevano l'iniziativa, che fu però rintuzzato dallo stesso I batt. del 111°, che subì perdite molto gravi, tra cui quella del comandante, maggiore Gabriele Casalini.
Ritratto del magg. Gabriele (o Gabriello) Casalini, tratto dal L'Idea Nazionale, 25.09.1915.

Il 25 agosto, nelle trincee, Paolo Ballatore festeggiava il suo compleanno: trentasei anni, un'età matura e, per l'epoca, situata ampiamente nel "mezzo del cammin di nostra vita". Chissà quali desideri espresse per il suo futuro.

Il 28 agosto, però, dopo due giorni di stallo, il comando di divisione ritenne giunto il momento per un nuovo tentativo offensivo contro la contrastata Ridotta del Boschetto: l'operazione fu affidata al 111° Reggimento al completo (I, II e III battaglione) e a due battaglioni tratti dalla Brigata "Verona".
Per il capitano Ballatore giungeva, dunque, il momento del debutto quale comandante di battaglione.
Il III battaglione, così, scatto all'assalto, sino ad addentrarsi entro il Bosco Cappuccio.
Chiosa l'Albo d'Oro del reggimento:
"L'attacco, però, per la insufficiente preparazione dell'artiglieria da montagna, s'infranse contro i poderosi trinceramenti nemici a loro volta difesi da potente artiglieria di medio calibro. Il reggimento fu ricacciato sulla posizione di partenza con gravi perdite, specie tra gli ufficiali [...]" [12].


Ritratto del capitano Ballatore pubblicato su La Domenica del Corriere, Anno XVII, num. 45, 1915.
Nell'inferno di fuoco che si scatenò sui fanti del 111°, anche il capitano Ballatore restò ferito a morte, spirando sul campo [13]. Raccolto dai suoi uomini, fu trasportato a Sdraussina, ove le sue spoglie furono inumate nel cimitero presso il "Casello 44". Negli Anni Trenta, sarebbero state traslate presso il Sacrario di Redipuglia, ove riposano tuttora [14].
Loculo del capitano Ballatore presso il Sacrario di Redipuglia, visitato dall'Autore il 21 agosto 2021.


Il giorno dopo, 29 agosto, la Brigata "Piacenza" sarebbe stata ritirata dalla linea, e trasferita a riposo prima a Gradisca e poi a Medea, ritornando alla dipendenza della 30a Divisione.
Dislocazione dei reparti del XIV Corpo d'Armata, alla vigilia delle operazioni autunnali.



Il monumento ai caduti della Spezia.


Così si era chiusa la vita del capitano Ballatore; lontano dalla sua Rosetta, che neppure lo sapeva impegnato in combattimento. Ce la immaginiamo però, in un ultimo gesto d'amore, riporre il berretto del suo Paolo dentro la bella scatola di cartone rosso, e custodirlo gelosamente per il resto dei suoi giorni. Un amore che ha valicato i secoli, e ci ha consentito di raccontare la loro storia.



A cura di Niccolò F.

NOTE
1 - «Unione Militare cooperativa di consumo di credito di servizi e di assistenza per azioni a r.l.», fu costituita con atto del 22 dicembre 1889. Fu posta in liquidazione coatta amministrativa esattamente con decreto ministeriale del 24 febbraio 1989.
2 - Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1913.
3 - Ciò in base alla determinazione ministeriale (Guerra) del 9 dicembre 1909, in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del Regio Esercito, anno 1909.
4 - Si veda, in generale, L. Benadusi, Ufficiale e gentiluomo, Feltrinelli, Milano, 2015 e in particolare ivi, pag. 74 e ss..
5 - L'istruzione sull'uniforme degli ufficiali del Regio Esercito approvata nel 1903 prevedeva, sinteticamente, che la grande uniforme fosse costituita dalla giubba a due petti in abbinamento al copricapo speciale per le armi e corpi che ne erano dotati (es. elmi e colbacchi per gli ufficiali di cavalleria) e al berretto per gli altri.
6 - il reggimento fu costituito su 12 compagnie, suddivise in tre battaglioni; la 6a compagnia fu fornita dal 62° fanteria; la 7a dal 65°; dall'8a alla 12a dal 26° reggimento della Brigata "Bergamo".
7 - Si trattava cioè del corredo ancora disciplinato dall'istruzione per la divisa degli ufficiali del Regio Esercito del 1903.
8 - Si noti, a tal proposito, che in quello stesso giorno cadde ferito a morte anche il citato col. Robert, comandante del 122° Fanteria. Ciò a riprova dell'eccessivo anelito offensivo, spinto alla temerarietà, che in quel momento pervadeva anche gli stessi comandanti di reparto.
9 - L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, pag. 275-6.
10 - Riportata in "Valorosi soldati spezzini" - Il Corriere della Spezia, 18 settembre 1915. Si noti che, nel giornale, viene equivocata l'identità di Rosetta, erroneamente ritenuta la figlia del capitano, anziché la moglie.
11 - Le fonti non menzionano tale episodio: il riassunto storico della brigata "Piacenza" menziona quali comandanti del battaglione prima il capitano Gino Bettini, sino all'11 agosto, e poi il capitano Valerio Milesi, dal 12 al 28 agosto. Vi è poi un "buco", sino al 9 ottobre, quando è menzionata l'assunzione del comando da parte del capitano Nereo Nesi. Diversamente, l'Albo d'Oro del 111° Fanteria, non cita neppure il Milesi, ma colloca l'arrivo al reparto del Nesi alla sera del 29 agosto - proveniente dall'88° Regg. della Brigata "Friuli" - collegando tale avvicendamento alla morte del precedente comandante. Pertanto, è da ritenersi che il comando, dai giorni intorno al 20 agosto e sino al 28, fosse stato appunto affidato al capitano Ballatore. Nel suo atto di morte, infatti, è identificato come "capitano del III battaglione".
12 - Albo d'Oro del 111° Reggimento Fanteria Brigata "Piacenza", pag. 11.
13 - Nell'atto di morte del capitano Ballatore quale luogo del decesso è indicato "Bosco Cappuccio".
14 - La tomba del capitano Ballatore si trova al gradone 1, al loculo 2047. Vedasi l'eccellente database contenuto in www.grandeguerra.net .

BIBLIOGRAFIA
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Albo d'Oro del 111° Reggimento Fanteria Brigata "Piacenza", Firenze, Barbera-Alfani-Venturi.
- Archivio del Museo Centrale del Risorgimento in Roma (MCRR), fondo Fascicoli dei caduti.
- Annuario militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Lorenzo Benadusi, Ufficiale e gentiluomo, Feltrinelli, Milano, 2015.
- Ministero della Guerra, USSME, Guerra italo-austriaca 1915-1918 - Le Medaglie d'Oro , Vol. I, Roma, Stab. Poligrafico per l'amministrazione della Guerra, 1923.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.




sabato 19 maggio 2018

19 agosto 1917: storia di una gamba, e della palletta di shrapnel che la incontrò

Il titolo, un po' irriverente, di questo post – nel richiamare un bel romanzo di Iginio Ugo Tarchetti -, vuole sottolineare l'importanza fondamentale che nelle storie di guerra rivestono gli oggetti inanimati. Anche i più piccoli e apparentemente insignificanti.


Questa storia inizia, alternativamente, in due luoghi e in due momenti diversi: in una giornata di agosto del 1891 a Moltrasio, un ameno borgo sul lago di Como; e in una sconosciuta giornata del 1917, presso una altrettanto ignota fonderia di qualche località dello sterminato Impero Austro Ungarico. In quest'ultima fu fusa una biglia di ferro destinata, nonostante la forma, a utilizzi tutt'altro che giocosi. Nella prima, invece, venne alla luce un bimbo, cui fu imposto il bel nome, dal sapore classico, di Dionigi. I suoi genitori erano Felice Del Vecchio, falegname, e Luigia Raschi.
Dionigi crebbe sulle sponde del lago, frequentò le locali scuole maschili, e decise d'intraprendere il mestiere paterno: quello del falegname, o legnamée, come si dice nel dialetto comasco.
Benché fossse un giovane di buona costituzione, quando nel 1911 - al compimento dei vent'anni - fu chiamato al reclutamento presso il Consiglio di Leva di Como, fu riconosciuto affetto da un qualche difetto fisico - del quale non è rimasta traccia nella documentazione matricolare - e fu dunque riformato, ed inviato in congedo assoluto.



Il nostro Dionigi, così, non fu toccato dall'esperienza della guerra italo-turca, che coinvolse tanti suoi coscritti della classe 1891, e proseguì con la sua vita e col suo lavoro.
Nel dicembre del 1914, convolò a nozze con Rinaldina Dina Antonelli, una giovane di Rovenna, di due anni più giovane di lui. Già dall'estate di quell'anno, tuttavia, la guerra scuoteva l'Europa, e si intensificavano i presagi di un successivo intervento italiano. Ciò che avvenne, come noto, il 24 maggio 1915, solo sei mesi dopo il matrimonio del nostro Dionigi. Questi, tuttavia, in virtù dell'essere stato riformato, non era stato coinvolto dalla mobilitazione.
Senza ripercorrere vicende già trattate, si dirà tuttavia che dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia al fianco delle potenze dell'Intesa – il 24 maggio 1915 -, le esigenze organiche dell'esercito indussero le autorità a rivalutare le condizioni di salute dei soggetti che, nel corso degli anni, avevano ottenuto la riforma.

Ciò, invero, era già previsto, in tempo di pace, dal Testo Unico sul Reclutamento, che consentiva "al ministro della guerra di sottoporre i riformati a nuova visita presso altro Consiglio di Leva entro il periodo di due anni dall'ottenuta riforma". Con il Decreto Luogotenenziale n. 1166 del 1° agosto 1915, a fronte dell'"attuale stato di guerra" tale facoltà fu estesa anche nei confronti dei soggetti "riformati da più di due anni" nonché di "coloro che furono riformati durante il servizio militare" e fu previsto che la nuova visita avesse luogo, per semplificazione burocratica (ma con sacrificio della terzietà), "avanti lo stesso Consiglio di Leva che ne pronunciò la riforma".

Con il citato provvedimento dell'agosto 1915, fu inizialmente stabilito che fossero chiamati a nuova visita i coscritti riformati delle classi 1892, 1893 e 1894; tra questi, coloro i quali sarebbero risultati idonei alle armi – secondo le ordinarie disposizioni sul reclutamento -, sarebbero stati arruolati "per seguire le sorti della classe del loro anno di nascita". Nei mesi seguenti, la disposizione sarebbe stata estesa anche ai coscritti delle classi precedenti, tra le quali quella del 1891.

Il 29 novembre, dunque, Dionigi Del Vecchio si sarebbe ripresentato di fronte al Consiglio di Leva di Como: evidentemente, i problemi che lo avevano afflitto nel 1911 erano venuti meno, ed egli fu pertanto arruolato, ed assegnato alla Prima Categoria. Rinviato brevemente in congedo, fu chiamato alle armi giusto un mese dopo, il 23 novembre 1915: era il momento di svestire i panni borghesi, per indossare l'uniforme grigioverde del Regio Esercito.

Assegnato all'arma di Fanteria, il nostro fu destinato al deposito del 62° Reggimento della Brigata "Sicilia", con sede a Parma. Quivi svolse l'addestramento per le reclute, e rimase sino all'estate del 1916. Nel frattempo, il 1° aprile, gli era nata la prima figlia, Adele.
Si era, in quei mesi, nel momento concitatissimo che aveva seguito lo scatenarsi dell'Offensiva di Primavera sul fronte degli Altipiani. E proprio a tale settore anche il nostro Dionigi fu destinato, raggiungendolo nel mese di luglio: il 20 del mese egli era, infatti, inquadrato nel 112° Reggimento della Brigata "Piacenza". Dopo aver operato sul fronte goriziano, la "Piacenza" – con il mese di maggio, in corrispondenza delle prime fasi dell'offensiva austro-ungarica – era stata trasferita nel vicentino, nel settore delle Melette di Gallio. Dopo fortunate operazioni contro le Melette, dalla fine di giugno la "Piacenza" concentrò i propri sforzi contro Monte Mosciagh e Monte Zebio.

Contro dette posizioni essa si accanì in ripetuti attacchi eseguiti il 30 giugno, il 6, il 22 e 23 luglio ed il 15 agosto, ma l’attiva vigilanza del nemico, favorito dal terreno che rendeva poco efficace l’azione della nostra artiglieria, non permise che un'alterna vicenda nei risultati e lievi progressi parziali che costarono tuttavia ai reparti sensibili perdite.

Alla fine di agosto, però, Dionigi Del Vecchio cadde ammalato: non ci sono pervenute notizie circa la natura di questa malattia, che tuttavia dovette essere di rilevante gravità, a fronte delle vicende successive. Il 28 agosto, infatti, il fante moltrasino lasciava il reparto per essere "ricoverato in luogo di cura perché ammalato". Da lì, al 20 settembre, Del Vecchio veniva ulteriormente allontanato dal fronte, lasciando la zona di guerra, in quanto "traslocato in ospedale territoriale". Una ventina di giorni dopo, infine, lasciava l'ospedale per essere ricoverato presso il "Convalescenziario di Montepiano" [1]. Vi restò, tuttavia, solo per poco più di un mese, sino al 22 novembre, quando fu infine inviato in licenza di convalescenza "di giorni quaranta". Benché in condizioni fisiche non certo ottimali, Del Vecchio poté comunque far ritorno al suo paese, dove trascorse l'ultimo scorcio del 1916.
In anticipo rispetto alla scadenza della licenza, il soldato Del Vecchio si ripresentò presso il deposito del 61° Fanteria già con il 1° gennaio del 1917. Evidentemente non ancora del tutto ristabilitosi, il giovane rimase in servizio presso il deposito stesso per i tre mesi successivi ottenendo, nel frattempo, il grado di caporale. 

Il 3 aprile, tuttavia, Dionigi Del Vecchio fu destinato alla Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia – insediata presso la caserma del 77° Reggimento Fanteria – ove, nelle tre settimane successive, fu addestrato all'utilizzo della mitragliatrice. Con la fine del mese, fu dunque assegnato alla 758a compagnia mitraglieri FIAT, che andò a raggiungere in zona di guerra, a far data dal 25 aprile 1917. Tale reparto era aggregato al 263° Reggimento Fanteria della Brigata "Gaeta", unità costituita solo il 17 febbraio precedente e subito trasferita nella zona di Crauglio-Visco, ove stava attendendo alla propria preparazione in vista del battesimo del fuoco.

Cartolina ricordo della Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia (coll. dell'autore).

Esso sarebbe avvenuto il 23 maggio successivo, allorché la brigata, schierata nelle trincee del Debeli, attaccò le munitissime posizioni nemiche di q. 144, q. 92 e del vallone di Jamiano. Il 24, con vigoroso assalto, portò avanti l'occupazione sino alla linea di Komarie - q. 100. Il giorno successivo, alla "Gaeta" fu affidato il compito di superare le trincee di Flondar, occupare il margine orientale di q. 146 e le sue pendici fino alla strada di Brestovizza per proseguire contro l'Hermada. Concorsero all'azione il I e III/263°, sulla sinistra, schierati a nord di q. 100, con obiettivo le posizioni avversarie a cavallo della q. 146; ed il I e III/264, sulla destra, contro la linea di Flondar.


All'ora stabilita, le fanterie mossero con slancio all'attacco e irruppero nelle trincee avversarie obbligando alla resa i difensori. Indi proseguirono nell'avanzata, e, mentre sulla sinistra riparti del 263° si impadronivano delle munitissime doline a sud-est di q. 146, sulla destra il 264° riusciva a portarsi su una linea parallela alle espugnate trincee di Flondar e tangente alle falde orientali di q. 146. Vero sera, però, il nemico, riavutosi dalla sorpresa e protetto dalle proprie artiglierie, passò al contrattacco, arrestando l'avanzata italiana. I nostri, ridotti di numero per le perdite subite e battuti da intenso fuoco, arretrarono sul versante orientale di q. 100, ove si attestarono. Il 26, la brigata si portò sul rovescio di q. 100 per riordinarsi, a fronte delle pesantissime perdite subite: in questi pochi giorni di combattimento aveva perduto 42 ufficiali e 1445 uomini di truppa.

Con l'inizio di giugno, la Brigata fu trasferita prima a Santa Maria La Longa e poi – alla metà del mese - nei pressi di San Pietro al Natisone, per trascorrervi il turno di riposo. 
Alla metà di luglio, passata alla dipendenza della 24a Divisione, la "Gaeta" fu destinata alla zona di Gorizia, e fu schierata lungo il tunnel di Castagnevizza-Rusic-Torrente Corno-q. 126-Casa Bianca, ove si impegnò in lavori di fortificazione e presidio sino alla metà di agosto, alternandosi con la Brigata "Emilia".

Cartolina ricordo del 263° Reggimento della Brigata "Gaeta".
Il 16 agosto, lasciati gli accantonamenti, tornò in linea, nel consueto settore di Gorizia per partecipare all'11a Battaglia dell'Isonzo. Nel quadro delle operazioni offensive previste sulla fronte della Seconda Armata, alla Brigata "Gaeta" fu affidato - sulla fronte della 24a divisione - il compito di conquistare due obiettivi, costituiti dalla Quota 126 e dall'abitato di Grazigna, tenendosi pronta a sfruttare gli eventuali progressi ottenuti dalle truppe dell'VIII Corpo d'Armata, operante a sud del torrente Corno. In particolare, Grazigna o “Grassigna” (in sloveno Grčna) è una zona di Gorizia in cui, fino a prima della guerra, era situato l’importante “Cimitero Nuovo”. La zona è stata attualmente inglobata nel nucleo urbano di Nova Gorica.

I reparti si apprestavano ad assumere lo schieramento previsto per l'attacco e la 758a compagnia mitragliatrici FIAT [3], e con essa Dionigi Del Vecchio, seguiva le sorti del II Battaglione del 263° Reggimento al quale, dall'inizio di agosto, era stata frattanto aggregata.

"Nelle notti sul 17 e 18 agosto le truppe della brigata assumono lo schieramento previsto per l'inizio delle operazioni. Alle prime ore del 19, mentre i riparti della Brigata "Emilia" svolgono azione dimostrativa, il I e il III/263° scattano ed irrompono nelle sconvolte posizioni nemiche, lanciandosi il I contro Grazigna ed il III contro q. 126. Lo slancio dei fanti del III/263° non si arresta malgrado il violento fuoco avversario: le prime ondate avanzano sotto il tiro delle artiglierie e riescono, sebbene decimate, a porre piede nella prima linea nemica, dilagando sul rovescio dell'altura di q. 126. Ma non sorrette dalle ondate successive, fermate, sulle posizioni di partenza, dal tempestare delle artiglierie e delle mitragliatrici, devono indietreggiare. Il I/263°, impegnato nell'attacco contro Grazigna, malgrado la violenza del fuoco di sbarramento, raggiunge i ruderi del villaggio; ma preso sotto il fuoco delle mitragliatrici e contrattaccato sui fianchi, sostiene accanita lotta, finché, ridotto di numero, è costretto a ripiegare.

Le perdite sensibilissime non fiaccano, l'efficienza bellica, né diminuiscono il valore dei nostri riparti. Riordinatisi e rincalzati delle compagnie del II/263°, il I e il III tornano, con la stessa fede nel successo, all'attacco degli obbiettivi. Sotto il violento tiro di sbarramento il III/263°, con un solo sbalzo, occupa la linea avversaria, la supera e raggiunge la sommità di q. 126, ma anche questa volta il suo ardimento è arrestato dalla fiera resistenza del nemico che, passato al contrattacco, costringe i nostri a ripiegare ad occidente dei disputati ruderi. Eguale sorte subisce il I/263° che, mosso anch'esso animosamente contro Grazigna, dopo aver conseguito qualche progresso, è costretto ad indietreggiare a causa delle perdite sofferte."


I fanti del 263° Reggimento, dunque, per due volte, nel corso della medesima giornata, attaccarono le stesse posizioni; per due volte ne furono tragicamente respinti. In questa bolgia di ferro, fango e sangue, si dibattevano anche il caporale Del Vecchio e i suoi commilitoni della 758a compagnia mitragliatrici FIAT. Il buon falegname comasco, mentre teneva le sue dita – abituate a maneggiare la sgorbia – incollate al grilletto della mitragliatrice, non poteva immaginare di stare per incontrare il suo destino: esso gli si presentò sotto le spoglie di un proietto d'artiglieria austriaco, caricato a shrapnel.
Della miriade di pallette che ne sortirono, una, una ed una sola, raggiunse il mitragliere Del Vecchio, perforandogli la gamba destra, al terzo medio. Per lui, la guerra - quella combattuta, almeno - era finita lì, in quel 19 agosto: già il giorno successivo "partiva da territorio dichiarato in stato di guerra", per essere ricoverato negli ospedali di retrovia. La ferita, benché non tale da far preoccupare per la sua vita, lo avrebbe tuttavia reso invalido. Dimesso dall'ospedale, sarebbe stato assegnato, prima, al deposito della Scuola Mitraglieri di Brescia, e poi - dal marzo del 1918 - a quello del 62° Reggimento Fanteria, a Parmia.
La zoppìa lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della sua esistenza: con essa, la piccola, maledetta palletta metallica che aveva rovinato la sua giovanile gagliardìa; ma che forse, per altro verso, gli aveva risparmiato un altro anno di combattimenti, e magari un destino differente. Quella palletta, il caporale Del Vecchio non la volle mai abbandonare: se la fece montare nella catena dell'orologio da taschino, che avrebbe scandito tutte le sue ore a venire.

La palletta di shrapnel che colpì il caporale Dionigi Del Vecchio in combattimento il 19 agosto 1917.


Medagliere del caporale Dionigi Del Vecchio, classe 1891, da Moltrasio (CO).


Nonostante la disabilità, Dionigi Del Vecchio ebbe poi una vita lunga e intensa, crediamo anche di soddisfazioni. Tornato al suo paese, Moltrasio, si riunì con la sua amata Dina e con la piccola Adele. Tre anni dopo gli nacque un figlio, Felice (anche lui destinato a notevoli peripezia durante la Seconda Guerra Mondiale). S'iscrisse, sin dalla fondazione, all'Associazione Nazionale Combattenti, alla quale si dedicò instancabilmente sino al 1978, quando si spense serenamente, quasi novantenne.

Un sorridente Dionigi Del Vecchio, nei suoi ultimi anni.
 
Ci perdonerete se abbiamo indugiato su particolari, forse, eccessivamente personali: ma, dopo aver raccontato tante storie (e tante ancora ne racconteremo) che s'interrompono bruscamente nella Grande Guerra, ci piaceva raccontarne una che - complice una palletta di shrapnel - ebbe invece una lunga, e probabilmente lieta, continuazione.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Circa tale luogo di cura, confessiamo di non essere purtroppo riusciti a reperire alcun riferimento. Qualunque informazione ci sarà, pertanto, assai gradita.
[2] Cfr., riassunto storico della Brigata "Gaeta".
[3] Si noti che il diario della 758a compagnia mitraglieri FIAT, per il mese di agosto del 1917, colloca il reparto presso la località di Valerisce.

BIBLIOGRAFIA
- Atti dello Stato Civile del Comune di Moltrasio;
- F. Cabrio, Uomini e mitragliatrici, Vol. I e II, Rossato;
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vari volumi, Roma, Libreria dello Stato;
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.