Visualizzazione post con etichetta Truppa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Truppa. Mostra tutti i post

giovedì 13 dicembre 2018

Ricordi dal Piave: il caporale Gino Cutti, ragazzo del '99, e una licenza "andata in fumo"

Nonostante il "centenario" sia ufficialmente terminato da alcune settimane, a noi poco importa: proseguiamo nel ricordare uomini e storie di quel delicato periodo della nostra storia. Oggi proponiamo ai nostri lettori un breve racconto che ci ha colpito, sia per il tono vivido e schietto, che per il "black humor" di cui è intriso.

È tratto da un numero degli Anni Sessanta della rivista periodica dell'Associazione tra i "Ragazzi del '99", dalla quale lo trascriviamo fedelmente (corsivi e grassetti nostri).
***

Una licenza andata in fumo 

Testimonianza del caporale Gino Cutti, da Crema, fante del 268° Reggimento della Brigata "Caserta".
Tratto da Il Tascapane – periodico trimestrale dell'Associazione Nazionale "Ragazzi del '99", Anno III, Num. 3, pag. 17
Piave, Grave di Papadopoli, 15 giugno 1918

Quella notte mi trovavo sull'isola Caserta situata in mezzo al Piave alle Grave di Papadopoli; era chiamata "Caserta" perché veniva presidiata dal mio reggimento: 268° Regg. Fant. (Brigata Caserta). Il nostro compito era quello di sorvegliare le mosse del nemico e impedire alle pattuglie avversarie di attraversare il fiume. Tengo a precisare che le compagnie del mio reggimento erano formate da ragazzi del '99, quasi tutti veneti e appartenenti alle terre invase.

Settore del fronte tenuto dalla 31^ Divisione (nella quale era inquadrata, in quel momento, la Brigata "Caserta") al 15 giugno 1918.
Erano le 2,30 o 2,40 del 15 giugno del '18, quando la nostra artiglieria aprì il fuoco su tutta la linea del Piave, dopo di che arrivò l'ordine di lasciare il posto avanzato e di sistemarsi all'argine del Piave. A questo punto, come al solito, entrò in azione "radio fante" con la notizia che ci sarebbe stata una grande azione. E, anche questa volta, "radio fante" non sbagliò! Erano le tre quando l'artiglieria austriaca cominciò il bombardamento. E che bombardamento! Era un inferno! A peggiorare la situazione, poi sul fiume era caduta una nebbia così fitta che non si vedeva un accidente; poi per colmo di scarogna quei porci ci inviarono i gas lacrimogeni. Su le maschere! Gli occhi bruciavano e lacrimavano maledettamente, rendendo ancora più difficile la visuale sul fiume. Verso le quattro il bombardamento si spostò nelle retrovie. Erano tutti sul "chi va là", e si aspettava da un momento all'altro di vederci comparire quei brutti elmetti con le borchie.

Quasi repentinamente, a causa forse del vento, la nebbia che ci ostacolava la vista si diradò e si alzò, lasciandoci la terribile sorpresa di vedere tutte le Grave e linea del Piave gremite di cecchini armati sino ai denti [1], che avanzavano passando a guado o sulle passerelle da loro costruite, e a poca distanza dall'argine dove noi eravamo appostati. Allora incominciò il finimondo! Quanti colpi! Al povero '91 non si poteva neanche toccare la canna; pericolo di forte scottatura; era diventata color ciliegia.

Settore delle Grave di Papadopoli. Evidenziata in giallo, la c.d. "Isola Caserta".
Ma alle Grave non passarono e dovettero ritirarsi lasciando nel fiume una quantità enorme di materiale, di morti e di feriti. Passarono invece a circa un chilometro da noi, sulla destra verso Candelù dove la linea era tenuta da compagnie di reparti inglesi.

Causa questa infiltrazione e la prospettiva di venire accerchiati, ci dettero l'ordine di ripiegare e di sistemarci nel camminamento 12. Dopo questo fatto la nostra posizione non era fra le più comode perché si doveva tenere testa in due punti diversi e cioè di fronte e di fianco. Il nemico che aveva occupato la nostra trincea, dopo aver passato il fiume, era però rimasto tagliato fuori e impossibilitato a ricevere rifornimenti, perché la nostra artiglieria aveva bombardato e distrutto tutti i ponti e le passerelle che aveva fatto per guadare; ma resisteva con accanimento ai nostri attacchi ripetuti. E così passarono due giorni durante i quali vi fu un susseguirsi di attacchi e contrattacchi che si svolgevano anche all'arma bianca causando morti e feriti da ambo le parti.
Per rinforzare la nostra posizione e per potere snidare il nemico dalla trincea e dai camminamenti che ci avevano occupato, ci mandarono per nostra sventura una sezione lanciabombe (lancia Stoc) [2], comandata da un ufficiale di artiglieria con diversi soldati. E così cominciò la tragedia! Si misero a sparare quando un pezzo scoppiò, uccidendo due inservienti e un nostro compagno. Per colmo di sventura in quel frattempo il nemico ci attaccò con una sortita costringendoci a ripiegare di un centinaio di metri, lasciando sul terreno i morti e i due pezzi lanciabombe.
Medaglia commemorativa per il Raduno dell'Associazione Nazionale "Ragazzi del '99" tenutosi in Milano nel giugno del 1969.
Visti inutili i tentativi di fare arrendere i nemici che si erano asserragliati nelle nostre posizioni e anche per non causare inutili perdite di uomini, essendo il terreno molto scoperto, si venne nella determinazione di farli arrendere per fame. Il povero ufficiale di artiglieria comandante la sezione lanciabombe, smaniava per venire in possesso delle sue armi e ci invitò a una sortita per recuperarle dicendoci: “Ragazzi, se mi recuperate le armi vi propongo per una licenza premio!”.
Allora accettammo di tentare l’impresa in cinque. Siccome di giorno sarebbe stata un’impresa impossibile, si aspettò la sera e, a notte fonda, armati di una fifa tremenda e di due SIPE ciascuno, con la smania di andare in licenza, strisciando ventre a terra nel fango, si arrivò ai pezzi. Fu un lavoro tremendo, però riuscimmo a smontare un pezzo. Poi, chi il fusto, chi il tripiede, chi i proiettili, riuscimmo ad entrare al nostro posto senza perdite. Era tanta la contentezza per il recupero dell’arma e la smania di vendicare il dovuto ripiegamento! Il tenente con l’aiuto dei nostri compagni volle mettere subito in azione il pezzo e cominciò a sparare. Non rammento con precisione quanti colpi sparò, perché in quei momenti stavo tentando di levarmi daddosso il fango e tutta la porcheria che avevo accumulata nel viaggio. A farmi finire questo mio tentativo di toeletta fu uno scoppio tremendo, seguito da lamenti, e la visione atroce che mi si presentò appena alzai la testa dal mio buco rifugio. Il pezzo come l’altro era scoppiato, e uno scheggione di fusto aveva raggiunto il povero tenente aprendogli uno squarcio nel ventre, di dove si vedeva la fuoruscita degli intestini. E così dopo aver fatto portare alla medicazione due compagni feriti per lo scoppio, rimessomi dal solito momentaneo smarrimento, e mentre con una barella costruita con un telo tenda veniva portato via il povero ufficiale, mi sentii chiamare da un mio compagno che aveva partecipato al recupero dell’arma, e dire: “Caporae non te pare che la licenza la ze anda in fumo?”… 
E sì, purtroppo era andata in fumo. Qualche ora dopo facemmo una sortita, decisi a vendicare il povero morto, ma appena fuori avemmo la sorpresa di vedere sventolare sulla trincea nemica lo strofinaccio bianco e così ritornammo dopo quattro giorni nelle nostre posizioni che avevamo dovuto abbandonare.

Angelo Gino Cutti

Caporale 268° Regg. Fanteria “Caserta”



NOTE: Angelo Gino Cutti, da Crema, dopo la guerra fece ritorno nella sua città, ove visse sino alla vecchiaia. Tra l'altro, dal 1971 al 1973, fu presidente del locale MotoClub.
[1] Qui il sostantivo "cecchino" è da intendersi non nel senso di "tiratore scelto", bensì quale termine generico per indicare i soldati austriaci (i.e., "soldato di Cecco Beppe").
[2] Si trattava di una Sezione di Lanciabombe da 76 mm "Stokes", di produzione inglese, fornito al Regio Esercito.



sabato 19 maggio 2018

19 agosto 1917: storia di una gamba, e della palletta di shrapnel che la incontrò

Il titolo, un po' irriverente, di questo post – nel richiamare un bel romanzo di Iginio Ugo Tarchetti -, vuole sottolineare l'importanza fondamentale che nelle storie di guerra rivestono gli oggetti inanimati. Anche i più piccoli e apparentemente insignificanti.


Questa storia inizia, alternativamente, in due luoghi e in due momenti diversi: in una giornata di agosto del 1891 a Moltrasio, un ameno borgo sul lago di Como; e in una sconosciuta giornata del 1917, presso una altrettanto ignota fonderia di qualche località dello sterminato Impero Austro Ungarico. In quest'ultima fu fusa una biglia di ferro destinata, nonostante la forma, a utilizzi tutt'altro che giocosi. Nella prima, invece, venne alla luce un bimbo, cui fu imposto il bel nome, dal sapore classico, di Dionigi. I suoi genitori erano Felice Del Vecchio, falegname, e Luigia Raschi.
Dionigi crebbe sulle sponde del lago, frequentò le locali scuole maschili, e decise d'intraprendere il mestiere paterno: quello del falegname, o legnamée, come si dice nel dialetto comasco.
Benché fossse un giovane di buona costituzione, quando nel 1911 - al compimento dei vent'anni - fu chiamato al reclutamento presso il Consiglio di Leva di Como, fu riconosciuto affetto da un qualche difetto fisico - del quale non è rimasta traccia nella documentazione matricolare - e fu dunque riformato, ed inviato in congedo assoluto.



Il nostro Dionigi, così, non fu toccato dall'esperienza della guerra italo-turca, che coinvolse tanti suoi coscritti della classe 1891, e proseguì con la sua vita e col suo lavoro.
Nel dicembre del 1914, convolò a nozze con Rinaldina Dina Antonelli, una giovane di Rovenna, di due anni più giovane di lui. Già dall'estate di quell'anno, tuttavia, la guerra scuoteva l'Europa, e si intensificavano i presagi di un successivo intervento italiano. Ciò che avvenne, come noto, il 24 maggio 1915, solo sei mesi dopo il matrimonio del nostro Dionigi. Questi, tuttavia, in virtù dell'essere stato riformato, non era stato coinvolto dalla mobilitazione.
Senza ripercorrere vicende già trattate, si dirà tuttavia che dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia al fianco delle potenze dell'Intesa – il 24 maggio 1915 -, le esigenze organiche dell'esercito indussero le autorità a rivalutare le condizioni di salute dei soggetti che, nel corso degli anni, avevano ottenuto la riforma.

Ciò, invero, era già previsto, in tempo di pace, dal Testo Unico sul Reclutamento, che consentiva "al ministro della guerra di sottoporre i riformati a nuova visita presso altro Consiglio di Leva entro il periodo di due anni dall'ottenuta riforma". Con il Decreto Luogotenenziale n. 1166 del 1° agosto 1915, a fronte dell'"attuale stato di guerra" tale facoltà fu estesa anche nei confronti dei soggetti "riformati da più di due anni" nonché di "coloro che furono riformati durante il servizio militare" e fu previsto che la nuova visita avesse luogo, per semplificazione burocratica (ma con sacrificio della terzietà), "avanti lo stesso Consiglio di Leva che ne pronunciò la riforma".

Con il citato provvedimento dell'agosto 1915, fu inizialmente stabilito che fossero chiamati a nuova visita i coscritti riformati delle classi 1892, 1893 e 1894; tra questi, coloro i quali sarebbero risultati idonei alle armi – secondo le ordinarie disposizioni sul reclutamento -, sarebbero stati arruolati "per seguire le sorti della classe del loro anno di nascita". Nei mesi seguenti, la disposizione sarebbe stata estesa anche ai coscritti delle classi precedenti, tra le quali quella del 1891.

Il 29 novembre, dunque, Dionigi Del Vecchio si sarebbe ripresentato di fronte al Consiglio di Leva di Como: evidentemente, i problemi che lo avevano afflitto nel 1911 erano venuti meno, ed egli fu pertanto arruolato, ed assegnato alla Prima Categoria. Rinviato brevemente in congedo, fu chiamato alle armi giusto un mese dopo, il 23 novembre 1915: era il momento di svestire i panni borghesi, per indossare l'uniforme grigioverde del Regio Esercito.

Assegnato all'arma di Fanteria, il nostro fu destinato al deposito del 62° Reggimento della Brigata "Sicilia", con sede a Parma. Quivi svolse l'addestramento per le reclute, e rimase sino all'estate del 1916. Nel frattempo, il 1° aprile, gli era nata la prima figlia, Adele.
Si era, in quei mesi, nel momento concitatissimo che aveva seguito lo scatenarsi dell'Offensiva di Primavera sul fronte degli Altipiani. E proprio a tale settore anche il nostro Dionigi fu destinato, raggiungendolo nel mese di luglio: il 20 del mese egli era, infatti, inquadrato nel 112° Reggimento della Brigata "Piacenza". Dopo aver operato sul fronte goriziano, la "Piacenza" – con il mese di maggio, in corrispondenza delle prime fasi dell'offensiva austro-ungarica – era stata trasferita nel vicentino, nel settore delle Melette di Gallio. Dopo fortunate operazioni contro le Melette, dalla fine di giugno la "Piacenza" concentrò i propri sforzi contro Monte Mosciagh e Monte Zebio.

Contro dette posizioni essa si accanì in ripetuti attacchi eseguiti il 30 giugno, il 6, il 22 e 23 luglio ed il 15 agosto, ma l’attiva vigilanza del nemico, favorito dal terreno che rendeva poco efficace l’azione della nostra artiglieria, non permise che un'alterna vicenda nei risultati e lievi progressi parziali che costarono tuttavia ai reparti sensibili perdite.

Alla fine di agosto, però, Dionigi Del Vecchio cadde ammalato: non ci sono pervenute notizie circa la natura di questa malattia, che tuttavia dovette essere di rilevante gravità, a fronte delle vicende successive. Il 28 agosto, infatti, il fante moltrasino lasciava il reparto per essere "ricoverato in luogo di cura perché ammalato". Da lì, al 20 settembre, Del Vecchio veniva ulteriormente allontanato dal fronte, lasciando la zona di guerra, in quanto "traslocato in ospedale territoriale". Una ventina di giorni dopo, infine, lasciava l'ospedale per essere ricoverato presso il "Convalescenziario di Montepiano" [1]. Vi restò, tuttavia, solo per poco più di un mese, sino al 22 novembre, quando fu infine inviato in licenza di convalescenza "di giorni quaranta". Benché in condizioni fisiche non certo ottimali, Del Vecchio poté comunque far ritorno al suo paese, dove trascorse l'ultimo scorcio del 1916.
In anticipo rispetto alla scadenza della licenza, il soldato Del Vecchio si ripresentò presso il deposito del 61° Fanteria già con il 1° gennaio del 1917. Evidentemente non ancora del tutto ristabilitosi, il giovane rimase in servizio presso il deposito stesso per i tre mesi successivi ottenendo, nel frattempo, il grado di caporale. 

Il 3 aprile, tuttavia, Dionigi Del Vecchio fu destinato alla Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia – insediata presso la caserma del 77° Reggimento Fanteria – ove, nelle tre settimane successive, fu addestrato all'utilizzo della mitragliatrice. Con la fine del mese, fu dunque assegnato alla 758a compagnia mitraglieri FIAT, che andò a raggiungere in zona di guerra, a far data dal 25 aprile 1917. Tale reparto era aggregato al 263° Reggimento Fanteria della Brigata "Gaeta", unità costituita solo il 17 febbraio precedente e subito trasferita nella zona di Crauglio-Visco, ove stava attendendo alla propria preparazione in vista del battesimo del fuoco.

Cartolina ricordo della Scuola Mitraglieri FIAT di Brescia (coll. dell'autore).

Esso sarebbe avvenuto il 23 maggio successivo, allorché la brigata, schierata nelle trincee del Debeli, attaccò le munitissime posizioni nemiche di q. 144, q. 92 e del vallone di Jamiano. Il 24, con vigoroso assalto, portò avanti l'occupazione sino alla linea di Komarie - q. 100. Il giorno successivo, alla "Gaeta" fu affidato il compito di superare le trincee di Flondar, occupare il margine orientale di q. 146 e le sue pendici fino alla strada di Brestovizza per proseguire contro l'Hermada. Concorsero all'azione il I e III/263°, sulla sinistra, schierati a nord di q. 100, con obiettivo le posizioni avversarie a cavallo della q. 146; ed il I e III/264, sulla destra, contro la linea di Flondar.


All'ora stabilita, le fanterie mossero con slancio all'attacco e irruppero nelle trincee avversarie obbligando alla resa i difensori. Indi proseguirono nell'avanzata, e, mentre sulla sinistra riparti del 263° si impadronivano delle munitissime doline a sud-est di q. 146, sulla destra il 264° riusciva a portarsi su una linea parallela alle espugnate trincee di Flondar e tangente alle falde orientali di q. 146. Vero sera, però, il nemico, riavutosi dalla sorpresa e protetto dalle proprie artiglierie, passò al contrattacco, arrestando l'avanzata italiana. I nostri, ridotti di numero per le perdite subite e battuti da intenso fuoco, arretrarono sul versante orientale di q. 100, ove si attestarono. Il 26, la brigata si portò sul rovescio di q. 100 per riordinarsi, a fronte delle pesantissime perdite subite: in questi pochi giorni di combattimento aveva perduto 42 ufficiali e 1445 uomini di truppa.

Con l'inizio di giugno, la Brigata fu trasferita prima a Santa Maria La Longa e poi – alla metà del mese - nei pressi di San Pietro al Natisone, per trascorrervi il turno di riposo. 
Alla metà di luglio, passata alla dipendenza della 24a Divisione, la "Gaeta" fu destinata alla zona di Gorizia, e fu schierata lungo il tunnel di Castagnevizza-Rusic-Torrente Corno-q. 126-Casa Bianca, ove si impegnò in lavori di fortificazione e presidio sino alla metà di agosto, alternandosi con la Brigata "Emilia".

Cartolina ricordo del 263° Reggimento della Brigata "Gaeta".
Il 16 agosto, lasciati gli accantonamenti, tornò in linea, nel consueto settore di Gorizia per partecipare all'11a Battaglia dell'Isonzo. Nel quadro delle operazioni offensive previste sulla fronte della Seconda Armata, alla Brigata "Gaeta" fu affidato - sulla fronte della 24a divisione - il compito di conquistare due obiettivi, costituiti dalla Quota 126 e dall'abitato di Grazigna, tenendosi pronta a sfruttare gli eventuali progressi ottenuti dalle truppe dell'VIII Corpo d'Armata, operante a sud del torrente Corno. In particolare, Grazigna o “Grassigna” (in sloveno Grčna) è una zona di Gorizia in cui, fino a prima della guerra, era situato l’importante “Cimitero Nuovo”. La zona è stata attualmente inglobata nel nucleo urbano di Nova Gorica.

I reparti si apprestavano ad assumere lo schieramento previsto per l'attacco e la 758a compagnia mitragliatrici FIAT [3], e con essa Dionigi Del Vecchio, seguiva le sorti del II Battaglione del 263° Reggimento al quale, dall'inizio di agosto, era stata frattanto aggregata.

"Nelle notti sul 17 e 18 agosto le truppe della brigata assumono lo schieramento previsto per l'inizio delle operazioni. Alle prime ore del 19, mentre i riparti della Brigata "Emilia" svolgono azione dimostrativa, il I e il III/263° scattano ed irrompono nelle sconvolte posizioni nemiche, lanciandosi il I contro Grazigna ed il III contro q. 126. Lo slancio dei fanti del III/263° non si arresta malgrado il violento fuoco avversario: le prime ondate avanzano sotto il tiro delle artiglierie e riescono, sebbene decimate, a porre piede nella prima linea nemica, dilagando sul rovescio dell'altura di q. 126. Ma non sorrette dalle ondate successive, fermate, sulle posizioni di partenza, dal tempestare delle artiglierie e delle mitragliatrici, devono indietreggiare. Il I/263°, impegnato nell'attacco contro Grazigna, malgrado la violenza del fuoco di sbarramento, raggiunge i ruderi del villaggio; ma preso sotto il fuoco delle mitragliatrici e contrattaccato sui fianchi, sostiene accanita lotta, finché, ridotto di numero, è costretto a ripiegare.

Le perdite sensibilissime non fiaccano, l'efficienza bellica, né diminuiscono il valore dei nostri riparti. Riordinatisi e rincalzati delle compagnie del II/263°, il I e il III tornano, con la stessa fede nel successo, all'attacco degli obbiettivi. Sotto il violento tiro di sbarramento il III/263°, con un solo sbalzo, occupa la linea avversaria, la supera e raggiunge la sommità di q. 126, ma anche questa volta il suo ardimento è arrestato dalla fiera resistenza del nemico che, passato al contrattacco, costringe i nostri a ripiegare ad occidente dei disputati ruderi. Eguale sorte subisce il I/263° che, mosso anch'esso animosamente contro Grazigna, dopo aver conseguito qualche progresso, è costretto ad indietreggiare a causa delle perdite sofferte."


I fanti del 263° Reggimento, dunque, per due volte, nel corso della medesima giornata, attaccarono le stesse posizioni; per due volte ne furono tragicamente respinti. In questa bolgia di ferro, fango e sangue, si dibattevano anche il caporale Del Vecchio e i suoi commilitoni della 758a compagnia mitragliatrici FIAT. Il buon falegname comasco, mentre teneva le sue dita – abituate a maneggiare la sgorbia – incollate al grilletto della mitragliatrice, non poteva immaginare di stare per incontrare il suo destino: esso gli si presentò sotto le spoglie di un proietto d'artiglieria austriaco, caricato a shrapnel.
Della miriade di pallette che ne sortirono, una, una ed una sola, raggiunse il mitragliere Del Vecchio, perforandogli la gamba destra, al terzo medio. Per lui, la guerra - quella combattuta, almeno - era finita lì, in quel 19 agosto: già il giorno successivo "partiva da territorio dichiarato in stato di guerra", per essere ricoverato negli ospedali di retrovia. La ferita, benché non tale da far preoccupare per la sua vita, lo avrebbe tuttavia reso invalido. Dimesso dall'ospedale, sarebbe stato assegnato, prima, al deposito della Scuola Mitraglieri di Brescia, e poi - dal marzo del 1918 - a quello del 62° Reggimento Fanteria, a Parmia.
La zoppìa lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della sua esistenza: con essa, la piccola, maledetta palletta metallica che aveva rovinato la sua giovanile gagliardìa; ma che forse, per altro verso, gli aveva risparmiato un altro anno di combattimenti, e magari un destino differente. Quella palletta, il caporale Del Vecchio non la volle mai abbandonare: se la fece montare nella catena dell'orologio da taschino, che avrebbe scandito tutte le sue ore a venire.

La palletta di shrapnel che colpì il caporale Dionigi Del Vecchio in combattimento il 19 agosto 1917.


Medagliere del caporale Dionigi Del Vecchio, classe 1891, da Moltrasio (CO).


Nonostante la disabilità, Dionigi Del Vecchio ebbe poi una vita lunga e intensa, crediamo anche di soddisfazioni. Tornato al suo paese, Moltrasio, si riunì con la sua amata Dina e con la piccola Adele. Tre anni dopo gli nacque un figlio, Felice (anche lui destinato a notevoli peripezia durante la Seconda Guerra Mondiale). S'iscrisse, sin dalla fondazione, all'Associazione Nazionale Combattenti, alla quale si dedicò instancabilmente sino al 1978, quando si spense serenamente, quasi novantenne.

Un sorridente Dionigi Del Vecchio, nei suoi ultimi anni.
 
Ci perdonerete se abbiamo indugiato su particolari, forse, eccessivamente personali: ma, dopo aver raccontato tante storie (e tante ancora ne racconteremo) che s'interrompono bruscamente nella Grande Guerra, ci piaceva raccontarne una che - complice una palletta di shrapnel - ebbe invece una lunga, e probabilmente lieta, continuazione.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Circa tale luogo di cura, confessiamo di non essere purtroppo riusciti a reperire alcun riferimento. Qualunque informazione ci sarà, pertanto, assai gradita.
[2] Cfr., riassunto storico della Brigata "Gaeta".
[3] Si noti che il diario della 758a compagnia mitraglieri FIAT, per il mese di agosto del 1917, colloca il reparto presso la località di Valerisce.

BIBLIOGRAFIA
- Atti dello Stato Civile del Comune di Moltrasio;
- F. Cabrio, Uomini e mitragliatrici, Vol. I e II, Rossato;
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vari volumi, Roma, Libreria dello Stato;
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

giovedì 10 agosto 2017

La cripta ossario di Camerlata presso Como: i Caduti italiani


Nella città di Como, presso il cimitero della frazione di Camerlata, esiste - sconosciuta ai più - un'importante e mesta testimonianza della Grande Guerra: un ossario che contiene i resti di quasi seicento militari italiani, oltre che di numerosi soldati dell'Impero Austro-Ungarico.

Il contributo che pubblichiamo, a cura di Edoardo Visconti, fornisce - in seguito all'analisi di tutte le sepolture presenti - uno sguardo d'insieme sull'identità dei caduti italiani che ivi riposano.
***

Lapide posta all'ingresso dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 

L’ossario presente nella cripta sottostante la cappella nel cimitero di Camerlata, frazione del comune di Como, è al secondo posto per numero di Caduti ricordati dopo il monumento ai Caduti cittadino, con la principale differenza ed unicità di raccogliere, al suo interno, anche un cospicuo numero di soldati dell’esercito della duplice monarchia asburgica. 

Il volume Croci vicine, terre lontane di Giorgio Cavalleri, Nodo Libri, si occupa approfonditamente delle vicende dei soldati imperiali. Sulla falsariga di tale lavoro si prova a tracciare un ritratto dei soldati italiani. La fonte principale per le ricerche è stata dell’Albo d’Oro degli Italiani Caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, edito dal Ministero della Guerra. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, la stazione ferroviaria di Como - San Giovanni è particolarmente importante per quanto riguarda il passaggio di vari convogli, provenienti dall’Austria e passanti per la Svizzera, utilizzati per lo scambio di prigionieri feriti dei due eserciti, sotto la supervisione della Croce Rossa internazionale. 

Le tradotte proseguono poi per Monza e Milano, ma spesso si fermano presso la basilica di Sant’Abbondio, dove -presso gli stabili del Seminario Maggiore - opera uno dei vari ospedali sussidiari creati all’inizio del conflitto. 

Nel corso dei quattro anni della guerra, purtroppo, molti di questi soldati non sopravvivono e sono tumulati nel cimitero periferico di Camerlata; anche in questa frazione sono presenti strutture ospedaliere. 

Subito dopo l’armistizio, per il forte desiderio di ricordare i Caduti, in ogni angolo d’Italia nascono dei comitati spontanei, anche di quartiere, per onorare i figli che si sono immolati per una più grande Italia. 
Anche la città di Como non è da meno. Con ancora la guerra in corso, nasce un comitato per la costruzione di un monumento cittadino che si attiva, tramite concorsi artistici e dibattiti, nella ricerca della zona ideale per il ricordo imperituro dei comaschi caduti. Già due anni dopo, invece, i comitati dei vari quartieri, con meno vincoli, iniziano a sistemare lapidi nelle varie chiese. 

Una data cruciale per la memoria dei soldati defunti è quella del 1930, nei giorni dell’anniversario della rivoluzione fascista, in cui, da anni, si posano le prime pietre o si inaugurano gli edifici pubblici. Particolarmente, in quell’anno, si pone la prima pietra del monumento ai Caduti, che ha finalmente una degna collocazione nella parte nuova della città dominata dall'architettura razionalista. 

A Camerlata invece si inaugura la cripta-ossario che con un paziente lavoro ha permesso di collocare, in una sede comune, tutti i Caduti dei due schieramenti, uniti dalla morte e per l’eternità.


Il portale d'ingresso alla Cripta-Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Si tratta di 547 militari italiani. Ventidue tra questi trovano la morte prima del fatidico 24 maggio 1915. Non avendo trovato traccia di nessuno di loro nei 28 volumi dell’Albo d’Oro dei Caduti si possono fare solo delle ipotesi sulla loro storia. Si tratta di soldati combattenti nelle Argonne nei volontari italiani inquadrati nei reggimenti francesi o, magari, anche operai militarizzati utilizzati per rafforzare l’O.A.F.N. o Linea Cadorna, che nel tratto comasco passava molto vicino agli ospedali della zona di Camerlata. 

Facendo scorrere le lancette del tempo velocemente arriviamo al 4 novembre 1918, l’armistizio, la fine ufficiale delle ostilità; anche se effettivamente i soldati italiani furono poi attivi ancora per anni: nei territori occupati ex austriaci, nell'Albania, in Slesia, in Murmania (con anche un contingente tratto dal 67° Reggimento fanteria di stanza a Como) e in Libia. Il lavoro degli ospedali, però, non si interrompe: dopo quella data ben 144 soldati perdono ancora la vita, l’ultimo addirittura il 24 ottobre 1924. Purtroppo di lui si conoscono solo cognome, nome e data di morte. 

L’unico dato completo che è stato possibile raccogliere per la totalità dei feriti deceduti è quello presente sulle singole lapidi: la data di morte.

Analizzando questo dato, nei primi tre anni di guerra è presente un numero quasi costante di decessi compresi tra i 22 e i 35; nel 1918 i decessi sono incredibilmente 406, pari al 74% del totale. Difficile interpretare questo dato, si può ipotizzare un massiccio invio di soldati feriti presso gli ospedali cittadini, nei momenti successivi alla rotta di Caporetto che ha probabilmente causato l’evacuazione di tutti quei presidi ospedalieri che non sono stati compresi nei territori fulmineamente occupati dal nemico, ma che si temesse potessero essere travolti, creando un numero impressionante di prigionieri di guerra. Più difficile pensare si tratti di contagio di febbre spagnola, dato che i primi decessi confermati furono nella zona del fronte orientale nel settembre 1918. 

Già nel 1919 il numero dei decessi risulta crollato a 47, per poi scemare fino al 1924 con uno o due decessi per anno, addirittura nessuno nel 1920.

Il controllo dei nominativi con l’aiuto della versione consultabile in rete dell’Albo d’Oro ha permesso di rintracciare solo 388 militari. Del 30% residuo non ci sono notizie. Alcuni casi di omonimia sono stati esclusi perché erano diversi: il luogo della fine, Como; il motivo, malattia; la data di morte. 

Entrando maggiormente nello specifico c’è la conferma che il maggior numero di decessi è nella fanteria di linea con 276 soldati ovvero il 70% del totale. Tredici erano i “vecchi” della Milizia Territoriale, che con l’evolversi del conflitto sono stati sempre più presenti in prima linea. 

Tutti le altre specialità della fanteria, alpini, bersaglier, mitraglieri, granatieri e arditi aggiungono un 15% di feriti poi deceduti.

Gli artiglieri comprendenti della specializzazione dei bombardieri, nata a conflitto in corso, contribuiscono con un 6% dei caduti, grosso modo la stessa percentuale per tutte le rimanenti armi dell’esercito. 

Tre sono i Reali Carabinieri deceduti negli ospedali di Como, mentre sono ben dodici gli appartenenti alla Regia Guardia di Finanza. Tale numero è spiegabile per la folta presenza di militi durante la guerra, visto il timore dell’infiltrazione di spie dal confine elvetico. 

Sono invece 86 i distretti che malauguratamente hanno visto i loro coscritti morire a Como. Il 12% fa parte proprio del distretto di Como, molto distaccati con il 4% ci sono i distretti di Pistoia, Padova e Bologna, sopra invece le 10 unità si segnalano: Bergamo, Pesaro, Brescia, Firenze e Mantova, in ordine decrescente. Gli altri settantacinque distretti sono uniformemente rappresentati con una media di circa quattro caduti l’uno. Da segnalare anche la presenza di un cittadino della Repubblica di San Marino: il fante Sante Selva del 120° reggimento, deceduto il 2 novembre 1918, probabilmente volontario di guerra. 

La presenza di decessi successivi alla guerra può, in misura minore, essere determinata dalla malattia contratta da soldati di leva, ma non combattenti, curati a Como e deceduti.

Nulla si è ancora detto riguardo ai gradi dei Caduti: si tratta di militari di truppa con la presenza di un solo sergente e qualche caporale. Solo un paio risulterebbero morti fuori dagli ospedali cittadini, secondo l’Albo d’Oro dei Caduti, uno a Cernobbio e l’altro a Milano, in contrasto con il fatto che poi sono stati comunque sepolti a Como. 

Un'immagine dell'interno dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Da questa breve relazione si può ricavare che sono ancora incerte e frammentarie le informazioni ufficiali sui Caduti italiani della prima guerra mondiale. Il numero totale è ancora fonte di dibattito, considerando anche come furono depennati d’autorità i vari fucilati al fronte, i disertori o i suicidi, seppur con qualche distinguo. 

Per quanto riguarda le lacune specifiche dei Caduti presenti nell'ospedale di Como, si tratta probabilmente di una mancata trasmissione alle autorità militari sia nel periodo bellico sia nel primo dopoguerra quando ci fu un incremento esponenziale nello sviluppo di saggistica e di ricordo per questo argomento, con una forte enfasi dello spirito di sacrificio e dell’eroismo che si voleva esaltare in ogni modo. I vari diari di guerra delle brigate di fanteria inseriscono solo i nomi degli ufficiali caduti. Mentre nei diari dei singoli reggimenti, come il 154° Reggimento Fanteria, presente nella locale biblioteca, sono inseriti tutti i caduti, indipendentemente dal grado, ma non si è al corrente della presenza di altri diari per i singoli reggimenti e ricerche in questo senso hanno dato esito negativo. 

Tale mancata comunicazione non deve stupire dato che anche nell'archivio di Stato di Como non risultano comunicazioni al Ministero della Guerra dei soldati comaschi Caduti, nonostante la circolare che fu inviata nella prima metà degli Anni Venti dove si chiedeva di inviare il nome di tutti i Caduti: delle guerre risorgimentali, di quelle coloniali e della grande guerra. 

A cura di E. Visconti

giovedì 20 aprile 2017

Pietro Gentilini, un trombettiere dalle dune libiche al fatale Monte Zebio


Per mezzo delle storie personali raccontate in questo blog, ci pare utile richiamare l'attenzione del lettore su alcuni temi, di ordine più generale, coinvolti in ciascuna di esse. Ciò che si potrà fare anche narrando della vicenda, umana e militare, di un giovane soldato della provincia laziale.

Pietro Gentilini, in uniforme da guardia daziaria.

Pietro Gentilini nacque il 29 settembre 1890 a Sutri, comune oggi appartenente alla provincia di Viterbo e che, al tempo, contava circa duemilatrecento abitanti. Di famiglia umile, il giovane fu avviato ben presto al lavoro, impiegandosi come stallino (diremmo oggi, stalliere). Tale era la sua professione quando, al compimento dei vent'anni di età, nel 1910, fu chiamato al reclutamento nel Regio Esercito.
Presentatosi di fronte al consiglio di leva di Viterbo nell'aprile di quell'anno, dichiarato idoneo ed arruolato, fu assegnato alla Prima Categoria, ciò che, secondo l'ordinamento del tempo, comportava una ferma di due anni nell'esercito. Il giovane, chiamato infine alle armi alla fine del mese di ottobre, fu dunque destinato all'arma di Fanteria, e inquadrato nell'88° Reggimento Fanteria della Brigata "Friuli".

Tale reparto aveva la sede del proprio deposito, in quegli anni, a Livorno: il che dovette rappresentare certamente un motivo di soddisfazione per Gentilini, che, in tal modo, poteva svolgere il servizio di leva senza allontanarsi eccessivamente dal suo borgo natale. Il giovane soldato trascorse dunque nella città toscana i mesi successivi. Frattanto, in aprile, fu nominato trombettiere. Tuttavia, giusto un anno dopo il suo arruolamento, all'inizio dell'ottobre del 1911, la tranquilla routine di caserma era, per il giovane viterbese, destinata a cessare. Gentilini fu, infatti, selezionato - con altri commilitoni - per essere trasferito all'84° Reggimento Fanteria della Brigata "Venezia", con sede nella vicina Firenze.
Tale reparto, in quegli stessi mesi, era infatti stato scelto per costituire la prima avanguardia del contingente che il Regno d'Italia avrebbe mobilitato per la sua prima impresa coloniale nel Nord Africa, dopo le esperienze in Africa Orientale. L'unità doveva, pertanto, completare i propri organici, in vista dell'impiego operativo.

Nella Guerra Italo-Turca

Nel 1911 - come più ampiamente narrato in questo nostro precedente articolo dedicato alla figura del tenente Giuseppe Orsi -, infatti, il governo italiano aveva pianificato un'operazione militare per impossessarsi della Tripolitania e della Cirenaica, allora due distretti dell'Impero Ottomano. 
Rimandando a quanto già scritto per maggiori approfondimenti, rammenteremo che le ostilità erano state aperte il 29 ottobre, con una prima offensiva navale, che apriva la Guerra Italo-Turca.
Frattanto, in Italia si era proceduto alla costituzione del Corpo di Spedizione da inviare sulle coste africane. In settembre si era provveduto al richiamo della classe 1889 - appena congedata - e all'afflusso dei reparti selezionati presso i porti di Napoli e Palermo, donde si sarebbero imbarcati.

Tra essi vi era anche, appunto, l'84° Reggimento Fanteria al completo, il quale - insieme all'82° reggimento della Brigata "Torino" e ad altre truppe di supporto - costituiva la 1^ Brigata della 1^ Divisione Speciale, al comando del ten. gen. Guglielmo Pecori Giraldi. Da Firenze, dunque, il reparto fu trasferito, in ferrovia, sino a Napoli, per essere imbarcato sul piroscafo "America".
Salpato nel pomeriggio del giorno 9, esso raggiunse la rada di Tripoli nella mattinata dell'11 ottobre, iniziando le operazioni di sbarco.

Organigramma del 1° Scaglione del Corpo di Spedizione in Tripolitania (da USSME, La campagna di Libia 1911-1912).

Nei giorni seguenti, l'84° Regg. Fanteria - comandato dal colonnello Arturo Spinelli -, in particolare, si trincerò nei pressi di una manciata di casupole, in una località denominata "Sciara Zauia", alla periferia meridionale della città di Tripoli (per una panoramica generale delle posizioni occupate dagli Italiani nei dintorni della città, si rimanda al nostro precedente post: Le ridotte nei dintorni di Tripoli - 1911/1913).

Mappa di Tripoli tratta dal fondo del ten. Roberto Ariani; il punto rosso indica la posizione di Sciara Zauia (collezione privata A.E.A.).

Sarebbe, in questa sede, eccessivamente complesso narrare l'intera vicenda bellica dell'84° Fanteria nella campagna italo-turca. Sommariamente, si dirà tuttavia che il primo scontro di una certa rilevanza in cui il reparto fu impegnato, e che ne costituì il battesimo del fuoco, fu quello del giorno 26 ottobre, passato alle cronache militari come Battaglia di Sciara Zauia, e diffusamente narrato nel nostro precedente articolo già citato.
A ricordo di tale combattimento, resta una bella fotografia donata a Gentilini dal suo comandante di battaglione (al tempo, maggiore, e il cui cognome abbiamo interpretato come Zanellotti), con la dedica "Ricordo dell'occupazione di Zauia":

"Ricordo dell'occupazione di Zauia", foto dedicata al caporale Gentilini dal suo maggiore (ottobre 1911).
Tra i principali scontri avvenuti successivamente, va citato anche quello avvenuto il 13 novembre 1911 presso Sidi Messri, una delle posizioni italiane contro le quali gli arabo-turchi avrebbero, anche in seguito, maggiormente concentrato i loro sforzi offensivi. Ulteriori scontri avvengono in zona alla fine del mese di novembre (nel corso dei quali, peraltro, perde la vita il ten. Emilio Novelli, la cui figura abbiamo succintamente ricordato in altro post).

Nel nuovo anno 1912, bisogna certamente citare, in primo luogo, il combattimento di Zanzur, avvenuto l'8 giugno: in tale fatto d'arme, si segnala il comportamento di un giovane e valoroso ufficiale pugliese dell'84°, il sottotenente Giovanni Messe da Mesagne, che ricevette l'encomio solenne ("In ripetuti combattimenti comandò il plotone con intelligenza e coraggio" - Messri, 13 novembre 1911 - Zanzur 8 giugno 1912). Messe, come noto ad ogni cultore di storia militare italiana, sarebbe stato destinato a una fulgida carriera militare, raggiungendo, nella Seconda Guerra Mondiale, il grado di maresciallo d'Italia, e chiudendola quale uno dei più decorati e apprezzati ufficiali nella storia dell'Esercito Italiano.

Poco dopo, il 27 luglio del 1912, il nostro Gentilini fu promosso caporale trombettiere. E fu proprio con questo delicato ruolo che avrebbe preso parte ai successivi combattimenti cui avrebbe preso parte il suo reggimento.
In proposito, l'occupazione delle alture di Sidi Abdul-Gelil aveva fruttato agli Italiani il controllo dell'oasi di Zanzur. Tuttavia, per poter proseguire le operazioni, era necessario renderne maggiormente sicuro il possesso, spingendosi sino alle colline poste a meridione di essa, verso la valle dell'Hira, ed in particolare verso l'altura di Sidi Bilal.
Pertanto, il 20 settembre del 1912, tre giorni dopo la pesante sconfitta patita dai Turchi di Enver Bey a Derna, gli Italiani attaccarono le posizioni turche di Sidi Bilal.

Il margine settentrionale del campo di battaglia di Sidi Bilal; a sinistra il mare, vigilato da un vascello italiano (da L'Illustration, n. 3633, 12 ottobre 1912). 

L'operazione fu condotta da un contingente organizzato su due colonne.
In tale circostanza, il ruolo dell'84° non fu centrale - ricadendo il massimo peso dell'operazione sul 52° Reggimento della Brigata "Alpi" - ma tuttavia anche i suoi fanti ebbero occasione di distinguersi nel combattimento. Tra questi, vi fu proprio il caporale trombettiere Pietro Gentilini, che fu premiato con un encomio solenne con la seguente motivazione:
"Non curante del pericolo, portò coraggiosamente ordini ed avvisi sulla linea di fuoco" - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Ed ecco il diploma originale del conferimento dell'encomio, ben conservatosi dopo centocinque anni:

Il dettaglio della motivazione:


Di seguito, proponiamo una lista - probabilmente incompleta - di altri militari dell'84° Fanteria che ricevettero, insieme a Gentilini, l'encomio solenne per il fatto d'armi del 20 settembre 1912:
  • Capitano Francesco Del Greco, nobile di Modigliana, da Ancona, encomio solenne: "Durante il combattimento, dimostrò sotto il fuoco nemico lodevole fermezza e coraggio" - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Il capitano Del Greco, ufficiale di carriera classe 1869, sarebbe caduto in combattimento cinque anni dopo, il 28 ottobre 1917, nel ripiegamento sul fiume Torre, quale tenente colonnello del 127° Reggimento della Brigata "Firenze"; alla sua memoria sarebbe stata conferita la medaglia d'Argento al Valor Militare [1].
  • Sottotenente Italo Ferrari, da Parma, encomio solenne: "Tenne lodevole contegno in combattimento, ove nei ripetuti assalti alla baionetta dimostrò grande intrepidezza." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912
  • Sergente Maggiore Crispino Casella, da Monforte San Giorgio (ME), encomio solenne: "In ripetuti combattimenti comandava il plotone con lodevole intrepidezza." - Zanzur 8 giugno 1912, Sidi Bilal 20 settembre 1912 [2]
  • Sergente Lorenzo Bignozzi, da Roma, encomio solenne: "In ripetuti combattimenti, dimostrava lodevole intrepidezza, tanto al comando del plotone, quanto nel portare ordini sotto il fuoco nemico." - Zanzur, 8 giugno 1912 - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
  • Sergente Eustacchio Tavana, da Bronte, encomio solenne: "Si comportava molto lodevolmente al comando del plotone in combattimento." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Il sergente Tavana - nato nel 1886 -, alcuni mesi dopo, sarebbe stato promosso al grado di sottotenente. Successivamente, sarebbe stato inquadrato nel 55° Reggimento Fanteria della Brigata "Marche", con il quale, nel 1915, avrebbe combattuto nel settore del Monte Piana [3].
  • Soldato Carmine Masucci, da Laviano, encomio solenne: "Ferito ad un orecchio, seguitava a combattere valorosamente." - Sidi Bilal, 20 settembre 1912.
Lo scontro causò al nemico perdite stimate in circa duemila uomini, mentre agli Italiani nella proporzione seguente: 10 ufficiali caduti e 22 feriti; 105 sottufficiali e uomini di truppa caduti, e 411 feriti. La conquista fiaccò in  modo decisivo la resistenza arabo-turca nei dintorni di Tripoli [4].
In seguito a questo combattimento, Pietro Gentilini rimase in Africa sino al termine dell'anno. Con l'inizio del 1913, Gentilini fu infine rimpatriato in Italia via mare, sbarcando nuovamente a Napoli il 14 gennaio successivo. Terminava, così, la sua avventura africana, durata quattordici mesi e che, come s'è visto, non gli aveva risparmiato insidie e occasioni per metterlo alla prova.
Cosa restava di quel frammento, pur così importante, della sua vita?
In primo luogo - benché gli furono consegnati solo nel 1913 avanzato - la medaglia commemorativa della Guerra Italo-Turca , con il relativo diploma (brevetto 095543).


Non poteva mancare - per un giovane italiano di quegli anni, contagiato dal mal d'Africa - qualche souvenir fotografico, da mostrare in famiglia ed agli amici. Ecco dunque un simpatico libretto "Ricordo della Tripolitania" arricchito da ben "32 vedute".

Un tipico prodotto editoriale d'occasione, con qualche scena guerresca e di vita al campo (chissà se il nostro Gentilini vi si riconosceva, in qualche scatto!)...
...qualche concessione al folklore e ai costumi locali...

...e qualche veduta paesaggistica di una Tripoli che era (e che non è più...)...

Ma il cimelio forse più evocativo di tutti è quello che segue: una manciata di sabbia africana, conservata dentro una boccetta di medicinale.

Il rientro in patria e la nuova vita a Livorno

Una volta rimpatriato, Pietro Gentilini fu riassegnato al suo vecchio 88° Reggimento della "Friuli", rientrando dunque a Livorno, per trascorrervi gli ultimi giorni di ferma (difatti, come si è visto, il diploma di concessione della medaglia commemorativa gli era stato rilasciato come effettivo di tale reparto).
Con il 1° febbraio del 1913, infine, Gentilini, fu dunque destinato al deposito di fanteria di Viterbo, ed inviato finalmente in congedo: aveva trascorso più di due anni sotto le armi.
La smobilitazione, almeno inizialmente, non dovette essere salutata con grande entusiasmo dal nostro, che in quel periodo doveva dunque indirizzare al suo vecchio comandante di battaglione una lettera in cui manifestava, addirittura, l'intenzione di voler far ritorno in Africa. Così gli rispondeva, affettuosamente, il tenente colonnello:
Caro Gentilini,
non ho risposto alla tua cara lettera perché non ricordavo più il tuo indirizzo. Fortunatamente l’ho trovato fra le mie carte ed eccomi a ringraziarti del buon ricordo che hai per i tuoi superiori e pel glorioso 84°.
Avevo letto nel bollettino della ricompensa a tuo nome fra gli encomiati e davvero noi siamo rimasti tutti dolorosamente [colpiti] perché credevamo che ti avrebbero conferito la medaglia al valore per il modo come ti sei comportato durante tutta la campagna, ma più specialmente per gli atti di valore da te compiuti nel combattimento del 20 settembre (Sidi Bilal).
La ricompensa al mio caporale trombettiere instancabile, premuroso, affezionato ai suoi superiori, efficientissimo e non [illeggibile].
Ora la guerra sta per finire ed il battaglione non avrà più occasione di distinguersi...né il caporale trombettiere di suonare la cornetta. Per cui rimani dove sei [...] perché quando si è stati dei buoni soldati, si fa ovunque e sempre il proprio dovere.
Addio, caro Gentilini, e dacci sovente tue notizie e ricordati dell’84° e dei tuoi superiori che ti vogliono bene.
Aff.
T. Colonn. Zanellotti (?)
Da questa lettera, traspare, in primo luogo, lo spirito di corpo per l'appartenenza a un reparto, come l'84° Fanteria, che si era particolarmente distinto nel corso di tutta la campagna italo-turca. In secondo luogo, l'importanza conferita, al tempo, alle ricompense al valor militare: sotto questo profilo, emblematico è il rammarico del tenente colonnello perché al bravo trombettiere Gentilini fosse stato conferito "solamente" l'encomio solenne.
In tempi di poco successivi a questo scambio di corrispondenza, Gentilini - invece di tornare al suo vecchio impiego da stallino -, si decise a lasciare definitivamente la natìa Sutri per far ritorno a Livorno. L'anno che vi aveva trascorso durante il servizio militare doveva averlo fatto innamorare della bella città marinara: o, ancor meglio, di una giovane del luogo. Difatti, nel volgere di pochi mesi convolò a nozze con la giovane Maria Landi.

Frattanto, certamente agevolato dalla sua esperienza militare, come anche dall'encomio solenne ricevuto, Gentilini aveva anche trovato un impiego, oseremmo dire, di un certo prestigio (si consideri la sua precedente professione!) per l'epoca: cioè quello di guardia daziaria.
Del tutto sommariamente, si rammenterà che nel 1862, in seguito all'Unità d'Italia, nella prospettiva di un generale riordinamento dei controlli fiscali rispetto all'assetto adottato dagli Stati preunitari, era stato costituito il Corpo delle Guardie Doganali - alle dipendenze del Ministero delle Finanze -, dal quale avrebbe preso vita - nel 1881 - la Regia Guardia di Finanza. Parallelamente ad esso, l'ordinamento lasciava in vita i corpi delle Guardie Daziarie, costituiti su base comunale. Nei comuni "chiusi" - cioè quelli, quale Livorno, circondati dal recinto daziario - alle guardie daziarie erano in particolare affidati i compiti di riscossione e vigilanza relativi ai Dazi di Consumo [5].

In questo senso, si potrebbe affermare che Pietro Gentilini fu, come tanti suoi contemporanei, tra coloro i quali trovarono nel servizio militare un'occasione di professionalizzazione, e, attraverso essa, di elevazione sociale. Non solo, ma nelle pur scarsissime tracce documentali da lui lasciate, può scorgersi - a nostro avviso - anche il segno della sua compiuta educazione alla cittadinanza, ed integrazione nel quadro istituzionale del suo tempo. Un'integrazione resa più profonda, fatalmente, proprio dall'esperienza bellica che gli era toccato di dover vivere. Così, ci pare, devono essere interpretate le lagnanze, col suo ufficiale, per aver ricevuto l'encomio anziché la medaglia di bronzo al valore militare, come anche la paventata intenzione di tornare in Africa e l'epistolario mantenuto col suo vecchio ufficiale.
Testimonianza di ciò resta anche la scritta di suo pugno, a tergo del diploma dell'Encomio Solenne: "Avanti Savoia!".


Si consideri, in proposito, anche la cartolina, speditagli (presso il Comando Guardie Daziarie di Livorno) sempre dal suo vecchio tenente colonnello - e datata al 20 marzo 1913:

Gargaresh, 20 [marzo 1913]
Caro Gentilini,
mi ha fatto molto piacere il tuo ricordo.
Puoi essere orgoglioso di aver fatto appartenuto all'84°, e fiero di aver fatto il tuo dovere di soldato.
Hai diritto al rispetto e all'ammirazione di tutti.
Ti ricambio.

Gentilini, dunque, orgoglioso di aver fatto il proprio dovere e di aver ben meritato l'encomio dei suoi superiori, si apprestava a costruire la sua vita, e la sua famiglia. Dopo le nozze gli nacque un figlio, e si inserì nel tessuto sociale della Livorno del tempo. Aderì peraltro - ci è stato riferito - all'Arciconfraternita della Misericordia, storica istituzione benefica cittadina. Ma tutto questo, che doveva costituire probabilmente l'orizzonte della sua esistenza, nel volgere di poco più di un anno si trasformò solamente in un intermezzo, prodromo a ben più gravi eventi.

Non è questa la sede per ripercorrere le fibrillazioni internazionali dell'estate del 1914, susseguenti all'attentato di Sarajevo, avvenuto il 28 giugno 1914. Sarà sufficiente ricordare che la dichiarazione di guerra da parte dell'Impero Austro-Ungarico pervenne alla Serbia il 28 luglio -  data di inizio convenzionale della conflagrazione europea - e che il 2 agosto il presidente del consiglio Antonio Salandra annunciava la neutralità del Regno d'Italia. Nel contesto degli avvenimenti che ne seguirono, va inquadrato anche il richiamo di alcune classi e categorie di leva dal congedo, ciò che coinvolse anche il nostro Pietro Gentilini.
Per effetto di un regio decreto del medesimo 2 agosto 1914, il giovane fu dunque richiamato alle armi, presso il deposito livornese del suo vecchio 88° Reggimento, ove si presentò l'8 agosto successivo. Vi trascorse i successivi tre mesi e mezzo, finché, il 19 novembre, fu nuovamente congedato. Ritornò dunque - non sappiamo con quale animo - alla sua famiglia e al suo lavoro. La Patria, tuttavia, doveva a breve aver ancora bisogno di lui.
Così, solo sei mesi dopo, il 24 maggio 1915, il caporale Gentilini dismise la sua uniforme da guardia daziaria, per indossare, per la terza volta nella sua vita, le stellette del Regio Esercito Italiano.

Nella Grande Guerra: nel 1915, con la Brigata "Spezia"

Trascorso un altro mese e mezzo a Livorno presso il deposito dell'88° Fanteria, il giovane trombettiere veterano d'Africa fu dunque aggregato ai reparti che dovevano raggiungere la linea, ed assegnato al 125° Reggimento Fanteria della Brigata "Spezia", col quale giunse in zona di guerra alla data dell'11 luglio. La "Spezia" (formata dal 125° e 126° regg. fant.) era una brigata di fanteria di milizia mobile costituita, con personale tratto da altri reparti e dai richiamati dal congedo, nella primavera di quello stesso anno.

In quel momento, il reggimento si trovava schierato nel settore del medio Isonzo, nel tratto di fronte tra Kambresko, Ronzina e Maria Zell, ove, nelle settimane successive, fu impegnato in lavori di rafforzamento difensivo.
Fino al 25 settembre la brigata permase nelle posizioni del settore Liga — Kambresko, alternando i propri reparti e venendo poi inviata in retrovia per trascorrervi il turno di riposo. Frattanto, il 4 settembre, Gentilini fu inviato per trenta giorni in licenza di convalescenza, facendo ritorno al reparto il 4 ottobre.
Due settimane più tardi, sul 20 ottobre, la Brigata "Spezia" fece ritorno in linea e, dopo un'intensa preparazione, attaccò - sui giorni 1° e 2 novembre - le posizioni avversarie di Globna, pur senza riportare risultati apprezzabili; più fortunata fu invece l'azione svolta da due battaglioni del 125° che il 1° novembre attaccarono di sorpresa e conquistano, parte del villaggio di Zagora ed il trincerone antistante, catturando numerosi prigionieri e cospicui materiali. Per il contegno dimostrato e le pesanti perdite subite, la bandiera del 125° fu decorata con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare.
L'azione fu ripresa il giorno 10 novembre: sia verso le pendici sud di Monte Kuk (o Monte Cucco di Plava), sia verso Zagora i reparti della brigata si accanirono in violenti attacchi, riportando, dopo alterne vicende, qualche altro lieve vantaggio territoriale.
Il 16 novembre la Brigata "Spezia" fu poi inviata a riposo, ma solo dieci giorni dopo - il 26 - il 125° reggimento fu richiamato in azione concorrendo col 71° e col 133° all’assalto delle posizioni nemiche di Quota 138, che caddero, in parte, nei giorni successivi, a prezzo di nostre pesanti perdite.
L'attacco contro la Quota 138 fu ripetuto sul 1° dicembre, anche col concorso del 126°, ma egualmente senza risultati di rilievo. Pochi giorni dopo, la "Spezia" fu nuovamente inviata in zona di riposo, ove trascorse il periodo sino alla fine dell'anno.
Il 1° gennaio del 1916 la Brigata "Spezia" fece ritorno in linea, assumendo la difesa del settore di Plava, alternando poi i propri battaglioni tra tali posizioni e la zona di riposo, sino al mese di maggio.

Il trasferimento sul fronte degli Altipiani con la Brigata "Arezzo"

Alla fine del mese di aprile del 1916, tuttavia, Pietro Gentilini lasciò il suo vecchio reggimento, per essere trasferito, con il giorno 30, ad un reparto di nuova formazione. In quel periodo, infatti, come accennato anche in altri nostri articoli, si stava procedendo alla creazione di nuove unità di fanteria, con personale richiamato dal congedo, o tratto da altri reparti preesistenti. Tra queste, va annoverato anche il 226° Reggimento Fanteria, il quale - insieme al 225°, sempre di nuova formazione - era destinato a costituire una nuova brigata di fanteria: la Brigata "Arezzo".

Tale Brigata fu costituita ufficialmente il 18 maggio nella zona di Castelfranco Veneto, spostandosi, alla fine del mese, nella zona Cittadella - Fontaniva.
Nel mentre, si era scatenata la grande Offensiva di Primavera (o Strafexpedition) lanciata dall’esercito imperial-regio sulla fronte trentina a partire dal 15 maggio 1916.
Nella prima quindicina di giugno, il Comando Supremo, ritenendo esaurito lo sforzo offensivo del nemico, iniziò dunque a predisporre la controffensiva, con la quale tentare di recuperare il terreno perduto. Entro il 15 del mese, dunque, sul fronte tenuto dalla 5a e 1a Armata ebbero luogo gli spostamenti di truppe per concentrare una massa di manovra nel settore degli Altipiani, rafforzando le nostre linee e preparandosi all’offensiva. Fu in questo contesto che anche la nuova Brigata “Arezzo” fu richiamata in tale zona del fronte, assegnata alla 4a Divisione ed inquadrata nel XX Corpo d’Armata.

Il primo movimento offensivo ebbe luogo il giorno 16 giugno, nella regione settentrionale dell’Altipiano di Asiago, e vide altresì il ripiegamento degli avversari su una linea arretrata, e più ridotta, che correva tra il Monte Ortigara, il Monte Zebio, il Monte Interrotto, attraversava l’Astico, risaliva al Pasubio, al Monte Spil e arrivava sino a Zugna Torta. L’azione sarebbe proseguita a varie riprese sino al 24 luglio, tuttavia gli obiettivi prefissi non sarebbero stati raggiunti. La causa di tale insuccesso fu ascritta soprattutto alla limitatezza dei mezzi a disposizione, ed alla volontà del Comando Supremo di condurre la controffensiva in termini temporali assai ridotti: e ciò allo scopo di non compromettere il grande piano strategico finalizzato alla conquista di Gorizia (e che effettivamente sarebbe avvenuta nel successivo mese di agosto).

Facendo un passo a ritroso, dunque, la prima fase dell’offensiva si snodò tra il 16 giugno e il 5 luglio. In questo quadro, la Brigata “Arezzo” entrò in linea il 20 giugno alle dipendenze della 4a Divisione, operando contro le trincee di Monte Cucco di Mandrielle. I suoi due reggimenti raggiunsero le antistanti difese passive e resistettero tenacemente agli attacchi che nella notte sul 21 il nemico sferrò contro tali posizioni.
L’azione, ripetuta contro lo stesso obiettivo il 25, proseguì dal 26 al 30 in direzione di Monte Zingarella senza conseguire notevoli risultati e con la perdita di 22 ufficiali e 674 uomini di truppa.
Nei primi giorni di luglio la "Arezzo" sostituì la brigata Barletta (137° e 138° fanteria) nelle trincee di q. 1727 e q. 1323, ed il 5 respinse un nuovo attacco determinatosi nel settore da essa presidiato.
Il 7 luglio, i reparti della "Arezzo" combatterono ancora con tenacia ed ardimento per la conquista delle posizioni di Casara Zebio - Pastorile - q. 1706. L’attacco, tuttavia, benché condotto con particolare slancio da parte dei nostri fanti, non riuscì.
Dal giorno 11 e sino al 23 luglio la "Arezzo", passata frattanto alle dipendenze della 13a Divisione, agì ad immediato rincalzo di altre truppe operanti in zona, riportando tuttavia scarsi risultati contro gli stessi obiettivi.

Si era, dunque, alla metà di luglio. Pietro Gentilini, trombettiere, venticinquenne, veterano d'Africa, viveva, inconsapevolmente, le sue ultime ore terrene.
Il giorno 15 luglio, il caporale Gentilini si trovava in linea, nelle nostre trincee presso le posizioni di Casara Zebio. Si era in un momento di stallo delle operazioni offensive: tuttavia, il pericolo era più che mai presente. Così, il protagonista di questo articolo fu colto alla testa da una fucilata.

Il settore del Monte Zebio da una recente carta topografica. In giallo, le posizioni di Casara Zebio e Pastorile; in azzurro, la vetta dello Zebio.

La descrizione dei suoi ultimi istanti è contenuta in una lettera, che trascriviamo di seguito, inviata alla vedova dal cappellano del 226° Reggimento, don Giovanni Mazzoni:
Li 5-8-16
Mia buona Signora,
comprendo benissimo le sue ansie [e] il suo dolore ma purtroppo mi trovo nella impossibilità di poterle dare particolari perché suo marito visse pochi istanti dopo essere stato ferito. Io lo conoscevo benone anzi pochi giorni prima mi aveva consegnato L. 5.- che poi io feci spedire dal mio sergente che ogni settimana mando al paese per cose simili.
Suo marito ha lasciato largo compianto sia fra i suoi superiori che i suoi compagni.
Egli si trovava in linea quando fu colpito alla testa da una fucilata nemica. Sopravvisse pochi istanti ed io lo vidi già morto perché in quel momento ero a visitare altre nostre posizioni. 

L’indirizzo suo lo aveva nel porta-foglio insieme alle L. 20.- che le farò spedire domani – 6 agosto -.
Data la ferita gravissima non ebbe appena il tempo di parlare. Pertanto stia pur sicura che egli è morto in trincea senza neppure combattere; ciò non la stupirà se pensa che i nemici in alcuni punti sono lontani un paio di metri da noi, e basta mettere un po’ fuori il capo per essere colpiti.
Non ricordo bene se suo marito avesse degli oggetti: se ne avesse avuti, li riceverà per mezzo del Deposito di questo Reggimento.
Si faccia coraggio, mia buona Signora, nella speranza di poterlo riabbracciare un giorno.
Se ci tratterremo qua noi e potrò fare la fotografia del cimitero gliene manderò una copia se la desidera e se ritornerò salvo gli porterò io stesso giacché sono pure toscano.
In fretta la saluto cordialmente e mi perdoni se l’ho afflitta dicendole la verità un po’ laconicamente a causa delle grandi occupazioni che ho.
Ten. G. Mazzoni

Capp. Militare

Molto ci sarebbe da raccontare a proposito di Giovanni Mazzoni, personaggio realmente eccezionale: presbitero, volontario nella Guerra Italo-Turca, poi cappellano militare nella Grande Guerra, ove ricevette la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Ancora volontario nella Seconda Guerra Mondiale, a quasi sessant'anni, caduto in combattimento sul fronte russo e decorato con una seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Tornando a Pietro Gentilini, egli lasciava, dunque, dietro di sé il dolore di una giovane vedova e un orfano. A proposito dell'attaccamento dei famigliari dei caduti per ogni più piccolo ricordo legato alla memoria dei loro cari, si consideri anche quest'altra lettera pervenutaci, sempre indirizzata da don Mazzoni alla vedova, due settimane dopo la precedente:
21.8.16
Mia buona Signora,
in risposta alla sua lettera, sono lieto di dirle che la fotografia sarà inviata certamente ma non subito come lei desidera e ciò non per mancanza di buona volontà ma perché sto accomodando il cimitero e prima di ritornare a riposo saranno terminati i lavori. Dunque la fotografia gliela potrò mandare fra quindici giorni. Se potrò ritornare in Toscana le prometto di venire a trovarla a Livorno e così potrà rimanere più persuasa di tutto, sebbene i solchi lasciati dal dolore profondo saranno eterni.
Io sono nativo di Arezzo ma sono stato quasi sempre a Firenze e conosco abbastanza bene anche Livorno.
Si faccia sempre coraggio per il bene del piccolo figlio su cui certo saranno fondate tutte le sue speranze per l’avvenire.
Saluti cordiali ed una carezza al piccolo figlio,
ten. Giovanni Mazzoni
Comando 226° Fanteria 
La signora, evidentemente, doveva essersi lagnata del fatto di non aver ancora ricevuto la fotografia del luogo di sepoltura del marito. Chissà se questo mesto e affettuoso incontro, tra il valoroso cappellano e la dolente vedova, sarebbe mai avvenuto.

Possiamo dire che, evidentemente, le spoglie del caporale Gentilini furono inizialmente raccolte presso un cimitero di guerra allestito - ci immaginiamo - sul Monte Zebio. Da quel luogo, con tutta probabilità, saranno state successivamente traslate presso il Sacrario Militare di Asiago - Leiten, circostanza che tenteremo di verificare.

Il nome di Pietro Gentilini è ricordato tra quelli dei caduti del suo comune di nascita, Sutri:


Alla memoria di questo giovane italiano, di sua moglie e di suo figlio, dedichiamo questo contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
    
[1] "Comandante di un reggimento incaricato di coprire con resistenza ad oltranza il ripiegamento di altri reparti, benché ancora sofferente per recente ferita, seppe coll'esempio suscitare nei propri dipendenti le più vigorose energie e disimpegnare con strenua tenacia il proprio mandato. In un successivo combattimento, comandante di un battaglione organicamente ridotto a pochi uomini stremati di forze, rincorando ed abilmente dirigendo i propri dipendenti, tenne con fermezza e coraggio mirabili la posizione affidatagli contro l'incalzante nemico, finché colpito a morte cadde gloriosamente sul campo"- Passo di Zagradan (Kolovrat), 25 ottobre - Torrente Torre (Udine), 28 ottobre 1917.
    [2] Crispino Casella fu decorato anche di croce di guerra al Valor Militare quale maresciallo del 213° Regg. Fant. Brigata "Tevere": "In tre giornate di combattimento, seguì il comandante di battaglione, coadiuvandolo efficacemente e, nella lotta decisiva per la conquista di forte posizione nemica, si prodigò, dimostrando abnegazione e noncuranza del pericolo, finché, stretto dal nemico, dopo aver respinti diversi tentativi d'accerchiamento, fu catturato con pochi superstiti" - Monte Rasta (Asiago), 25-27 giugno 1916.

    [3] M. Spada, Monte Piana (1915-1917). Guida storica ed escursionistica, Itinera, 2008. 

    [4] The Italo-Turkish War, traduzione di Renato Tittoni, Kansas City, 1914, p. 81.

    [5] Il dazio di consumo rappresentava l'imposta indiretta fondamentale per le finanze locali. Dopo l'Unità, il dazio fu regolato dalla legge del 3 luglio 1864 n. 1827, alla quale era allegata la tabella con le tariffe applicabili dai comuni ai beni soggetti a tale imposta. Nel 1866 (R.D. 28 giugno 1866), la tariffa fu modificata in modo da aumentare il dazio applicabile dall'erario nonché l'addizionale comunale, consentendo altresì alle amministrazioni locali di tassare altri beni, precedentemente esclusi.

    BIBLIOGRAFIA
    - Estratto dal Ruolo Matricolare per la Classe del 1890 del Distretto Militare di Viterbo. 
    - L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vari volumi, Roma, Libreria dello Stato.
    -  Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915-1918, Vari volumi, Roma - Libreria dello Stato.
    -  Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, La campagna di Libia 1911-1912, Libreria dello Stato.