domenica 26 marzo 2017

27 marzo 1916: il capitano Gurgo e i fanti del 7° reggimento all'assalto del Podgora

O wehe, des höchsten Schmerzentags!
Da sollte, wähn' ich, was da blüht,
was atmet, lebt und wiederlebt,
nur trauern, ach! und weinen?

O giorno, ahimè, di dolore supremo!
Ma non dovrebbe, penso, quel che qui fiorisce,
quel che qui respira e vive e ancor rivive,
in lutto, ahimè, soltanto lagrimare?
Richard Wagner, Parsifal, Atto III
Bartolomeo "Mino" Gurgo, ufficiale del 7° Fanteria (rielaborazione da L'Illustrazione Italiana).

Centouno anni: tanto è il tempo che ci separa da quel giorno di fine marzo, come oggi, in cui un giovane ufficiale del Regio Esercito sacrificò la propria esistenza nell'adempimento del dovere. In questo articolo, partendo da un prezioso cimelio a lui – in qualche modo – appartenuto, cercheremo di ricordarne la figura, ai nostri lettori.

Medaglia d'Argento al Valore Militare conferita al capitano Bartolomeo Gurgo.

Nelle pianeggianti campagne vercellesi, sorge un borgo agricolo di poco più di milleduecento anime: Stroppiana, la cui economia si regge, oggi come un secolo fa, sulla coltivazione del riso. È in questo scenario agreste che, il 20 ottobre del 1892, venne alla luce Bartolomeo Gurgo. Era figlio di Luigi Gurgo e Cristina Gallione, che avrebbero avuto altri due figli, Giuseppe e Natalina.
In proposito al carattere del giovane Bartolomeo – familiarmente chiamato Mino, come lo chiameremo anche noi nel prosieguo -, esso fu così descritto, con un curioso paragone:
“Profondamente religioso, aveva sentimenti così gentili e nobili che più facilmente si possono riscontrare in una delicata fanciulla che in un uomo d’arme. Eppure aveva un carattere fermo e virile.”
Cresciuto nella provincia piemontese, in un ambiente tradizionalmente connotato dalla fede cattolica così come dal senso del dovere nei confronti del Regno – prima di Sardegna, e poi d’Italia -, compiuti gli studi superiori, al compimento dei vent'anni, nel 1912, fu arruolato nel Regio Esercito. 
Con riguardo a questo evento, sarebbe stato scritto:
“Di proposito egli aveva voluto interrompere i suoi brillanti studi per avviarsi alla carriera militare: e questo in piena guerra libica e malgrado le violenze dei famigliari farlo desistere dal proposito preso.”
In merito alla scelta di perseguire la carriera militare, è arduo – nell'indisponibilità del suo stato di servizio – determinare se essa discese dalla decisione di arruolarsi propriamente quale volontario o se, invece, il passo appena riportato debba essere inteso nel senso che Gurgo dovette rinunziare alla possibilità di differire il proprio arruolamento, cosa che gli sarebbe stata consentita dalla sua condizione di studente (si direbbe, universitario).

In ogni caso, nel corso del 1912 il giovane Mino avrebbe vestito il grigioverde: si era, appunto, nel pieno delle operazioni in Tripolitania e Cirenaica, tuttavia non risulta che il giovane vi prese parte. Compiuti, a cavallo del nuovo anno, i corsi da allievo ufficiale, con la fine del mese di febbraio del 1913 Gurgo ottenne l’agognata stelletta, con la promozione al grado di sottotenente [1], assegnato all’arma di fanteria. Non può qui precisarsi il reparto presso cui dovette prestare il servizio di prima nomina, salvo ipotizzare che egli fosse sin da allora stato assegnato al medesimo reggimento in cui avrebbe prestato servizio al momento della mobilitazione. Al 31 dicembre del 1914, in proposito, Mino Gurgo risultava inquadrato nel 7° Reggimento Fanteria della Brigata “Cuneo” [2].


Cartolina reggimentale del 7° Fanteria, riportante le campagne affrontate dal reparto sino a quella d'Africa del 1887.

Il 7° Fanteria era, a quel tempo, un po’ il “reggimento dei milanesi”: il reparto, infatti, aveva la sede del deposito proprio nel capoluogo lombardo e dunque, oltre a reclutare coscritti del distretto di Milano (e di Monza), era reggimento d’elezione per volontari ordinari ed ufficiali di carriera provenienti dalla Lombardia. Fu dunque a Milano, presso la Caserma “Garibaldi” – vicino alla basilica di Sant'Ambrogio e accanto agli edifici della futura Università Cattolica – che il sottotenente Gurgo trascorse, con certezza, i concitati mesi della primavera del 1915.

Con il 1° marzo di quell'anno, terminate le operazioni preliminari (la c.d. "mobilitazione rossa", o "occulta"), prese avvio la vera e propria mobilitazione, col trasferimento di una prima aliquota di reparti verso il confine. Tra questi, nelle settimane seguenti, anche il 7° Reggimento Fanteria, che fu inviato nei dintorni di Brescia. Tale trasferimento faceva parte della manovra di radunata del III Corpo d'Armata di Milano, che in tal modo si appressava al confine con l'Impero Austro-Ungarico.  


Dopo l'inizio delle ostilità, il reggimento – insieme al gemello 8° Reggimento, col quale formava la Brigata “Cuneo” –  risalì la Valle Camonica, raggiungendo Ponte di Legno. Da qui, nei mesi seguenti, la “Cuneo” avrebbe alternato i propri reggimenti tra il fondovalle e le posizioni del Passo del Tonale e di Cima Cadì
La Brigata era inquadrata nella 5a Divisione del III Corpo d’Armata, parte della Prima Armata: accanto alla “Cuneo”, nel medesimo settore, era schierata – oltre a cospicui reparti Alpini e di servizi – la Brigata “Palermo” (67° e 68° fanteria), nella quale prestavano servizio altri personaggi dei quali abbiamo trattato in queste pagine, come Elio Ferrari e Lino Cattaneo.
Con riferimento all’attività della “Cuneo” nel corso del 1915, il riassunto storico è alquanto schietto nell'affermare che la Brigata “non [ebbe] occasione di svolgere altra attività che quella di spingere pattuglie in ricognizioni verso l’Osteria Locatori, l’Ospizio di S. Bartolomeo, oltre la Sella Tonale e verso i passi del Monticello [oggi più noto quale Passo Paradiso, n.d.A.]". 
In quel settore del fronte, le operazioni di maggior rilievo erano, infatti, essenzialmente affidate ai reparti alpini – in particolare, ricordiamo qui il Battaglione “Edolo”, del 5° Reggimento – mentre quelli di fanteria svolgevano perlopiù attività di presidio difensivo e ricognizione.
Nel settembre del 1915, Mino Gurgo ottenne – trascorsi ormai oltre due anni nel grado inferiore – la promozione al grado di tenente [3]. A proposito del servizio da lui prestato in quei mesi, sarebbe stato scritto che egli “era destinato allo stato maggiore [del 7° reggimento] come ufficiale di vettovagliamento”.
Terminato il 1915 e salutato il nuovo anno 1916 - del quale si diceva "nato in guerra, morirà in pace" - tra le nevi dell'Alta Valle Camonica, la situazione per i fanti della "Cuneo" era tuttavia destinata a mutare radicalmente.

Secondo il riassunto storico, infatti, il 28 gennaio la Brigata "Cuneo" si riunì nei pressi di Edolo e poi, ridiscendendo dalla Valcamonica e in treno via Brescia, il 29 raggiunse Cormons. 
Alle aspre, ma relativamente tranquille, posizioni del fronte alpino, si sostituiva il drammatico scenario del settore carsico. La Brigata fu, appunto, assegnata all’11a Divisione della Terza Armata (VI Corpo d’Armata). Il 5 febbraio, i due reggimenti della “Cuneo” entrarono in linea nel nuovo tratto di fronte a loro affidato, che andava dalle posizioni del Podgora – altro nome del Monte Calvario, un’altura di 241 metri di quota che sovrasta l’abitato di Podgora, oggi Piedimonte del Calvario -  a sud, a quelle del paese di Oslavia e del “Lenzuolo Bianco” a nord.
Sovrapposizione di una mappa del settore della Testa di ponte di Gorizia al termine del 1915 ad attuale foto satellitare.
Rispetto alle operazioni alle quali la Brigata partecipò nel periodo dal detto 5 febbraio al 5 maggio, il riassunto storico è alquanto sbrigativo nell'affermare che essa “non pre[s]e parte che ad azioni vivaci di pattuglie e a piccole operazioni offensive, tendenti a logorare l’avversario”. A tale situazione di relativa calma fecero eccezione, tuttavia, le giornate del 26 e 27 marzo, cui ora bisognerà dedicare la nostra attenzione.
Ma prima, è necessario un accenno a due eventi lieti che interessarono il giovane ufficiale vercellese.

La promozione a capitano e la licenza invernale a Stroppiana

Si è detto che, col mese di settembre, Mino Gurgo era stato promosso al grado di tenente, e che prestava servizio come ufficiale addetto allo stato maggiore del proprio reggimento, incaricato, in particolare, di provvederne al vettovagliamento. A testimonianza del particolare apprezzamento del quale doveva godere presso i suoi superiori – come anche della rapidità, probabilmente eccessiva, degli avanzamenti di carriera in tempo di guerra – si noterà ora che, nel volgere di pochi mesi, e presumibilmente con l’inizio del 1916, Gurgo fu proposto per un ulteriore avanzamento:
“Proposto, così, giovane, per la promozione a capitano, avrebbe potuto rinunciarvi e continuare la sua vita randagia ma tranquilla e sicura; invece accolse con entusiasmo la promozione – che nella sua irriducibile modestia diceva di non meritare -. Perché essa veniva e liberarlo – così egli asseriva – dalla vergogna di starsene lontano dal pericolo mentre tanti soldati italiani, aventi moglie e figli, facevano olocausto del loro sangue alla Patria.”
Il capitano Mino Gurgo, in una foto scattata nell'inverno a cavallo tra 1915 e 1916 (rielaborazione da La Sesia).
Mino Gurgo, non ancora ventiquattrenne, diventava dunque capitano: il che, oltre agli onori – in una società che conferiva ancora grande valore al prestigio militare -, comportava l’onere assai cospicuo di trovarsi al comando di una compagnia. Ovvero, di (almeno) oltre un centinaio di uomini, tra truppa, graduati, sottufficiali e ufficiali subalterni (sottotenenti e tenenti). Una responsabilità pesante già in tempo di pace, ma obiettivamente enorme nel pieno della guerra, considerando che dalle proprie iniziative poteva dipendere totalmente la vita dei propri sottoposti. La sorte, o chi per essa, gli affidò dunque la 12a compagnia del III Battaglione: quest’ultimo era comandato da un ufficiale in servizio attivo di Forlì, il maggiore cav. Bruto Lombardi, destinato, nel futuro, a una brillante carriera.
Ai primi di marzo, poco dopo essere subentrato nella sua nuova carica, al capitano Gurgo fu inoltre concesso, finalmente, di poter godere del turno di licenza invernale che gli spettava. In proposito, avrebbero scritto:
“Sempre buono e generoso, aveva ottenuto di essere mandato in licenza dopo tutti gli altri, all'ultimo giorno: questo perché, trovandosi da poco tempo in prima linea, credeva di non aver compiuto ancora il proprio dovere come i suoi soldati.”
Lasciata dunque la Zona di Guerra, il giovane ufficiale fece ritorno a Stroppiana, suo paese natale, per trascorrervi i quindici giorni di licenza.
“E quel periodo di licenza fu tanto più caro e gradito, perché coincise in buona parte con la licenza dell’altro ottimo figliuolo, Giuseppe, sottotenente dei granatieri, e perché nella fausta occasione anche la figliola, la signora Natalina Dattrino, residente a Casale, si era riunita ai genitori e ai fratelli.”
“La vigilia della sua partenza da casa – il 22 dello scorso mese – fu da lui impiegata a recarsi di casa in casa per salutare congiunti e amici, senza dimenticare nessuno. A chi lo vide in quegli ultimi momenti, col viso tranquillo e sorridente, parve un predestinato. Il mattino appresso si licenziava da’ suoi cari, dolcemente rimproverandoli perché essi, quasi presaghi della sua prossima fine, non potevano trattenere le lacrime. Non altrimenti il Parsifal della leggenda abbandonava la propria casa e correva al sacrificio!”

Stroppiana, in una cartolina d'epoca (Anni '40).
Con queste immagini negli occhi, Mino Gurgo, intorno al 23 marzo, fece dunque ritorno al fronte, riprendendo il suo posto di comando. Chissà se poteva immaginare che, nel giro di pochissimi giorni, sarebbe stato coinvolto nella più dura battaglia affrontata dal proprio reggimento dall'inizio della guerra.

I combattimenti del 26 e 27 marzo 1916 sul Podgora

All'inizio di marzo, l'Arciduca Eugenio d'Asburgo-Teschen, comandante dell'esercito imperial-regio per il fronte sud-ovest, ordinava che dopo il 15 del mese "fossero svolte alcune azioni offensive su tutta la fronte isontina, con lo scopo precipuo di distogliere la nostra attenzione dal Trentino, e, nello stesso tempo, di conseguire qualche successo tattico che fosse anche di utilità per una prossima offensiva sull'Isonzo"[4]. Le operazioni presso la Testa di ponte di Gorizia erano affidate alla 5^ Armata A.U., il cui comandante riteneva che lo scopo perseguito potesse essere conseguito unicamente nel settore del Podgora "con regolari riprese di fuoco di artiglieria, sia con tiri che avessero lo scopo di distruggere i reticolati nemici, sia con aumentato fuoco contro i singoli sottosettori, unitamente a brevi ardite azioni di piccoli reparti". Secondo queste linee direttive, fu dunque concepito l'attacco che si sarebbe scatenato contro il fronte tenuto dall’11a Divisione.
L’attacco, fissato inizialmente per il 24 marzo, fu poi rimandato alla data del 26. Esso sarebbe stato diretto, appunto, contro il settore Podgora, affidato al Magg. Gen. Vittorio Trallori, comandante la Brigata “Abruzzi” (57° e 58° reggimento). In tale sottosettore risultavano schierati il 116° reggimento della Brigata “Treviso” e il III Battaglione del 7° reggimento, quest’ultimo tenuto in riserva sulla posizione di quota 205
L’azione dell’esercito imperial-regio – secondo le disposizioni già accennate – ebbe inizio con un intenso bombardamento di artiglieria, iniziato alle 13 e proseguito, con violenza crescente, sino alle 19, quando il tiro fu allungato, evento prodromico all'assalto delle fanterie. In previsione di ciò, il generale Trallori ordinava al III Btg. del 7° di avanzare, alle 19.15, sulle posizioni di quota 206. Delle quattro compagnie del battaglione, una – la 9a , al comando del capitano Pietro Locatelli - si trovava in seconda linea incaricata lavori di rafforzamento difensivo. Pronto in linea, al comando della 12a compagnia, come già visto, si trovava invece il giovane capitano Mino Gurgo.

Il nemico mosse all'attacco alle ore 19: in quel momento, secondo la relazione ufficiale italiana, “le nostre linee erano sconvolte, i reticolati, di cui fu completata la distruzione con l’esplosione di tubi di ecrasite, divelti, le truppe stordite e decimate” [5]. Dunque, “riuscì […] agevole all’avversario di impadronirsi delle nostre posizioni di prima linea [tenute dal 116°] tranne in un breve tratto del centro, ove le sue infiltrazioni furono prontamente contenute”. Le posizioni perdute, in particolare, erano quelle collocate sul rilievo noto come "Naso di Podgora".

Mappa del settore della Testa di ponte di Gorizia al termine del 1915, con la variazione della posizioni prima e dopo la Quarta Battaglia dell'Isonzo (in rosso le posizioni italiane; in blu le posizioni austriache).

In queste drammatiche circostanze, il generale Trallori ordinò che, con altri reparti, anche il III Battaglione del 7° Fanteria muovesse a rinforzo del 116° reggimento. Il comando della Terza Armata, alle 23.25, telegrafò a quello del VI C.d’A. “Conto che codesto corpo saprà riprendere posizioni dalle quali ha ripiegato”.

Dopo alcune ore di preparazione, il contrattacco italiano fu sferrato all'alba del 27 marzo. Nel settore di fronte che qui ci occupa, i reparti attaccanti erano il III Battaglione del 7° fanteria, il I del 57°, una compagnia del 58° e il I battaglione e la 10a compagnia del 116°.
Intorno alle ore 5 del mattino, dunque, i fanti del III Battaglione del 7°, al comando del maggiore Bruto Leonardi, scattarono all'assalto, con l’obiettivo di riconquistare il terreno perduto il giorno precedente. La 12a compagnia, animata dal capitano Gurgo, avanzò rapidamente verso il nemico.
La descrizione degli attimi terribili del combattimento è tratta da una lettera dell’attendente di Gurgo, il sottotenente Giacomo Buonsante - classe 1889, da Mola di Bari - :
“nella notte sul 27 marzo il prode capitano, in una missione delicata e difficile, si era comportato in modo lodevolissimo e [il] mattino successivo, essendogli comandato di portare la sua compagnia contro il nemico insidioso e vigile, postosi in testa dei suoi bravi soldati che l’adoravano, arrivava[…] fin sotto le trincee avversarie tra un diluvio di proiettili. Ferito gravemente alla faccia, cadeva; ma subito si rialzava, e cercando inutilmente di frenare il sangue che usciva copioso dalle ferite, incitava i suoi all’assalto delle trincee, ormai espugnate. Ma ecco che un nuovo proiettile gli attraversa il cuore facendolo stramazzare al suolo. Il sottotenente Buonsante – che lo amava come un fratello – procombe ansioso su lui, e vedendo che la morte non ha ancora spento quegli occhi tanto buoni e, in quel momento, anche tanto fieri, vuole che sia trasportato al posto di medicazione; ma quell’eroe che non può più parlare fa segno di voler rimanere, di voler assistere al glorioso epilogo del combattimento, al quale ha tanto contribuito. “Ma nutrendo io ancora speranza che si salvasse – così scrive l’affezionato ufficiale subalterno – lo feci trasportare contro suo volere, ma quando giunse a destinazione la sua bell’anima era già volata in Cielo. Gloria a Lui che ha meritato, prima fra tutti, quella ricompensa al valore, che certo verrà concessa alla sua memoria!”. [….]
Rilaborazione di una recente carta dell'IGM, con evidenziata in giallo le posizioni del Naso di Podgora.
Accanto al capitano Gurgo, caddero anche altri due ufficiali subalterni del III Battaglione: il sottotenente Benvenuto Birarelli, classe 1893, da Ostra (MC), e il sottotenente Alfonso Ricci, da Nocera Inferiore (SA), non ancora trentenne. Il combattimento, costò poi la vita a ventisette tra militari di truppa, graduati e sottufficiali, i cui nomi ci piacerebbe ricordare (e che speriamo di poter integrare nel futuro). Tra le altre perdite, si contarono cinque feriti e un disperso, probabilmente prigioniero, tra gli ufficiali; novanta feriti e quarantanove dispersi tra la truppa. Complessivamente, il 7° fanteria fu il secondo reparto più provato nei combattimenti del 26-27 marzo, secondo solo al 116° reggimento della “Treviso”, ovvero il reparto che direttamente occupava le posizioni del Naso di Podgora al momento dell’attacco austro-ungarico.
Ricordiamo qui brevemente anche gli ufficiali caduti del 116°: magg. Paolo Timossi, da Genova; cap. Giacomo Tacchini, da Catania; s.ten. Giovanni Callea, da Favara; s.ten. Vincenzo Gastaldi, da Torino; s.ten. Valentino Lazzarini, da Gallio; asp. Domenico Ciampa, da Ruvo di Puglia;

La lotta sanguinosa, a fronte del pesante sacrificio di uomini, fruttò agli Italiani il successo tattico: le posizioni perdute sul “Naso di Podgora” furono riconquistate, con la cattura di 127 prigionieri. Anche in virtù di questo epilogo, come previsto dal sottotenente Buonsante, alla memoria del capitano Gurgo fu concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Pronto ed energico, riorganizzava la propria compagnia, sorpresa da un'irruzione nemica mentre attendeva ai lavori del genio. Guidatala, sotto intenso fuoco di fucileria, a pochi passi dalla posizione avversaria, la portava all'assalto. Ferito al volto, continuava a combattere, finché cadeva nuovamente e mortalmente colpito.” - Naso di Podgora, 27 marzo 1916
Ecco dunque due immagini più dettagliate della medaglia conferita al capitano Gurgo:

Recto e verso della MAVM conferita alla memoria di Mino Gurgo (in congruo conio Zeta coronata F.G).
In proposito, va notato che la circostanza – riportata nella motivazione – per cui la 12a compagnia fosse stata sorpresa dall’attacco nemico mentre era intenta ai lavori del genio non pare collimare perfettamente con la precisa ricostruzione degli eventi del 27 marzo tratta dalla relazione ufficiale. Appare dunque plausibile che tale inciso sia da riferire al giorno precedente, 26, ed al momento del primo sbalzo offensivo degli Austro-Ungarici.

Allo stesso modo, il riconoscimento fu conferito anche alla memoria degli altri due ufficiali caduti nella giornata.
Al sottotenente Benvenuto Birarelli, nato a Ostra il 13 giugno 1893, la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:
Sotto l'intenso fuoco di fucileria e mitragliatrici, portava il proprio plotone, con slancio ed arditezza, fin sotto il reticolato nemico, ove cadeva colpito a morte.” - Naso di Podgora, 27 marzo 1916
Al sottotenente Alfonso Ricci, nato a Nocera Inferiore il 15 luglio 1886, la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
Mirabile esempio di valore, seppe, coi suoi soldati, sostenere una lunga ed accanita lotta presso i reticolati nemici. Incaricato con il suo plotone di proteggere l'ala destra del battaglione, adempiva arditamente tale incarico, finché cadeva mortalmente colpito.” - Naso di Podgora, 27 marzo 1916
Invece, al comandante del Battaglione, maggiore Bruto Leonardi, sopravvissuto al combattimento, fu conferita la Medaglia di Bronzo:
“Con grande arditezza e slancio, condusse più volte le sue truppe all’attacco di trincee occupate dal nemico. Sebbene avesse subito gravi perdite, rimase tenacemente sul posto fino all’arrivo dei rincalzi, coi quali conquistò tutte le trincee occupate dall’avversario nel giorno precedente." – Podgora, 27 marzo 1916
Tra i decorati sopravvissuti alla giornata, risulta anche il tenente Bruno Pontremoli, di famiglia israelita milanese, classe 1892, al quale fu concessa la Medaglia d'Argento al Valor Militare:

"Nell'attacco di una posizione, sotto l'intenso fuoco di fucileria, portava la compagnia fin presso i reticolati nemici e vi si manteneva, ingaggiando una lotta durata ben quindici ore: esempio di mirabile fermezza e coraggio. Ricevuto l'ordine di eseguire uno spostamento di fianco a pochi passi dalle trincee avversarie, alla testa della propria compagnia, eseguiva il movimento, durante il quale cadeva gravemente ferito. - Naso di Podgora, 27 marzo 1916"

Ancora, decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare fu anche l’aspirante Luigi Montanini, da Fermo (AP):
“Con calma esemplare, sotto l’intenso fuoco di fucileria ed artiglieria nemica, manteneva salda la compagnia del suo plotone, che aveva già subito sensibili perdite durante 15 ore di combattimento: a sera, pochi minuti prima dell’attacco finale, essendosi spinto alla destra della propria compagnia, ove nuclei nemici si addensavano, cadeva ferito.” – Naso di Podgora, 27 marzo 1916
Le operazioni nel Settore di Podgora furono anche citate nel Bollettino del Comando Supremo del 28 marzo:
"L'aspra e accanita lotta, durata circa 40 ore, sulle alture nord-ovest di Gorizia si è chiusa stamani col successo delle nostre armi. Dopo un'intensa concentrazione di fuoco di artiglieria sui nostri trinceramenti del Grafenberg, già danneggiati dalle precedenti intemperie, la sera del 26 l'avversario pronunciava con ingenti forze un violento attacco. L'ostinata resistenza dei nostri trattenne alle ali le irrompenti masse nemiche, mentre al centro, dopo un furioso corpo a corpo, un battaglione ripiegava per circa 400 metri trascinendo seco una trentina di prigionieri. Ieri seguì vivissimo per l'intera giornata il fuoco di interdizione delle opposte artiglierie sulla contrastata posizione. La sera le nostre fanterie iniziarono il contrattacco e con reiterati sanguinosi sforzi, mirabilmente secondate dall'artiglieria, espugnarono i perduti trinceramenti. Caddero nelle nostre mani 302 prigionieri, di cui 11 ufficiali, du mitragliatrici, fucili, munizioni in gran numero e materiale da guerra di ogni specie."

Le spoglie del giovane e sfortunato capitano Gurgo furono raccolte dai suoi uomini e tumulate in loco, come avrebbe ricordato la stampa:
“L’amore e la pietà de’ suoi soldati davano più tardi onorevole sepoltura alla cara salma, segnando con una croce il tumulo dove un giorno non lontano trarranno i suoi cari in mesto pellegrinaggio e, prosternati sulla zolla che ha bevuto il sangue glorioso del loro amatissimo, daranno sfogo a quelle lacrime che ora rigonfiano i loro petti.”
Non risulta, tuttavia, che Mino Gurgo riposi attualmente trai i “noti” presso il Sacrario Militare di Oslavia, ove furono radunate negli Anni Trenta le sepolture sparse in quella zona del fronte. È dunque probabile che, nel dopoguerra, sia stato fatto traslare a Stroppiana dalla pietà dei suoi genitori (circostanza che cercheremo di determinare), o che, malauguratamente, si trovi tra gli “ignoti”.

Anche il sottotenente Buonsante, devoto attendente del capitano Gurgo, sarebbe stato destinato a un triste fato: un anno e mezzo dopo, alla fine di ottobre del 1917, sarebbe stato dichiarato disperso nel corso dei combattimenti avvenuti durante il ripiegamento sul Piave.

Al capitano Mino Gurgo, e a tutti i ragazzi citati in questo articolo, va il nostro ricordo, e deferente omaggio.

A cura di Niccolò F.



NOTE

NB: gli estratti biografici virgolettati sono tratti dai vari articoli apparsi su La Sesia nei giorni successivi alla morte del capitano Gurgo.
[1] Annuario Militare del Regno d’Italia – Anno 1915; Gurgo risulta promosso sottotenente con r.d. del 23 febbraio 1913.
[2] Annuario…, cit. Al 31 dicembre del 1914 risulta assegnato al 7° Reggimento Fanteria.
[3] D.Lgt. 9 settembre 1915.
[4] L'Esercito Italiano..., cit., p. 202-3.
[5] L'Esercito Italiano..., cit., p. 210-11.


BIBLIOGRAFIA
- La Sesia - Quotidiano vercellese, varie uscite, anno 1916. Articoli reperiti sull'ottimo sito www.eusebiano.com
L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Tomo I, Roma, Libreria dello Stato.
Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915-1918, Roma - Libreria dello Stato.
Annuario Militare del Regno d’Italia – Anno 1915, Tip. Enrico Voghera, Roma, 1915.

domenica 26 febbraio 2017

"Nessuna debolezza!" - Pier Felice Vittone, giovane giurista e valoroso alpino



Per i curiosi casi della vita, chi scrive è recentemente venuto in possesso di un piccolo lotto di diplomi, intestati ad un sottotenente degli Alpini: Pier Felice Vittone. Di lui vi racconteremo in questo post, anche grazie ai preziosi materiali digitalizzati dall’Università di Torino (un lavoro davvero egregio e meritorio, ciò che in questa sede vogliamo sottolineare).
Talmente precise e toccanti sono le parole utilizzate, da chi lo conobbe – ed in special modo dal padre -, nei documenti che presenteremo, che in questa sede si cercherà per quanto possibile di utilizzare direttamente, opportunamente interpolandoli. I diplomi, invece, saranno presentati al termine dell'articolo.

Pier Felice Vittone in uniforme da sottotenente del 2° Reggimento Alpini (elaborazione da foto digitalizzata).

Pier Felice Vittone nacque a Chivasso, in provincia di Torino, il 13 giugno del 1895, dal prof. Carlo Vittone, docente, e poi preside, di ginnasio, e da Emilia Vecchia. Così lo avrebbe descritto il padre:
Dotato d’intelligenza pronta e vivace, e portato naturalmente allo studio, fin da fanciullo si segnalò nelle scuole medie, sì da riuscire sempre primo fra i primi, e cattivarsi la stima e la simpatia dei professori.
In altro documento, a proposito degli anni del ginnasio, il padre così lo ricordava:
giovane intelligentissimo, che in cinque lezioni aveva appresa tutta la morfologia latina e, dopo altre 17 traduceva a prima vista il Cornelio e il Fedro, primi libri di latino avuti per le mani”.
Il suo straordinario talento nello studio è testimoniato, del resto, dalla prosecuzione del suo percorso accademico:
A soli 16 anni, si iscriveva alla Facoltà di Giurisprudenza, e si dedicava allo studio del Diritto, senza pur tralasciare di coltivare la cultura classica e letteraria”.
Ottenuto il diploma, presso il Liceo Ginnasio pareggiato di Savigliano, Vittone decise dunque di iscriversi alla Regia Università di Torino.
Della sua esperienza universitaria, è giunta sino a noi anche la domanda di iscrizione, datata al 4 novembre 1911, e inviata già dallo stesso capoluogo subalpino, ove si era frattanto trasferito:
Il sottoscritto […] avendo conseguita regolarmente la licenza liceale, prega la S.V. Ill.ma a volerlo inscrivere al primo anno della facoltà di Giurisprudenza in cotesta Università”.
Ammesso all’ateneo torinese, Vittone vi frequentò il semestre invernale dell’anno accademico 1911-1912 e con l’estate del ’12 iniziò a macinare gli esami del 1° anno: per primi – curiosamente, rispetto alle tradizioni degli studenti di giurisprudenza! – affrontò gli esami di economia politica (voto 29) e statistica (27); di seguito, sostenne brillantemente le prove di “introduzione allo studio delle scienze giuridiche e istituzioni di diritto civile” (voto 30, e che forse si potrebbe assimilare all’odierno insegnamento di istituzioni di diritto privato), istituzioni di diritto romano (30) e storia del diritto romano (30). Con l’autunno ripresero i corsi, e con l’estate del 1913 la nuova tornata di esami: diritto ecclesiastico (27), procedura civile ed ordinamento giudiziario (30), scienza delle finanze e diritto finanziario (30) e in ultimo filosofia del diritto (28).
Pier Felice Vittone, all’età di diciassette anni, era dunque perfettamente in corso, e con la media del 29: un risultato praticamente inarrivabile per un odierno studente di giurisprudenza (anche per evidenti vincoli burocratici…), ma certo alquanto eccezionale anche per un collega a lui contemporaneo. Ma la volontà di bruciare le tappe – come anche il profondo senso del dovere - non contraddistingueva il giovane Vittone solo nello studio:
A 18 anni, il 1° gennaio 1914, per poter soddisfare agli obblighi militari, contemporaneamente alle occupazioni dello studio, si arruolò come volontario allievo-ufficiale, nel 3° Reggimento Alpini, e fu promosso sottotenente il 1° novembre dello stesso anno.”
Egli - invece di chiedere il differimento della ferma per motivi di studio, come avrebbe potuto - si avvalse, dunque, di un utile istituto offerto dall’ordinamento militare dell’epoca, ovvero quello dell’arruolamento volontario. In un sistema imperniato sulla coscrizione universale obbligatoria, tale istituto, com’è ovvio, era destinato ad avere un’applicazione residuale e assai ridotta, rivolgendosi a soggetti che versassero in determinate condizioni, ed avessero particolari esigenze personali. Il Testo Unico sul Reclutamento [1], conosceva due particolari tipologie di arruolamento volontario: quello c.d. ordinario, in primis; e poi, il c.d. volontariato di un anno.
Per quello che può trarsi dalla documentazione a disposizione, appare che il nostro Vittone ricorse, per l’appunto, alla prima specie, e cioè al volontariato ordinario. Questo [2] era consentito ai cittadini dello Stato (e ciò è importante sottolineare!) che: avessero compiuto il diciottesimo anno d’età; non fossero ammogliati né vedovi con prole; avessero attitudine fisica a percorrere la ferma in servizio effettivo nel corpo in cui chiedevano di essere arruolati; fossero incensurati e di buona condotta; sapessero leggere e scrivere; godessero del consenso del padre o, in mancanza, della madre o del tutore.
A fronte di questi requisiti stringenti – e del mantenimento degli obblighi di leva per la durata ordinaria, a differenza che nel volontariato di un anno -, tale istituto consentiva, in particolare, di poter liberamente scegliere corpo di assegnazione all’atto dell’arruolamento: ciò che poteva consentire di soddisfare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari – un classico, per quel che concerneva l’arruolamento in cavalleria – come anche di organizzare efficientemente il proprio servizio militare, optando per reparti di stanza in luoghi vicini a casa o alle proprie sedi di studio o di lavoro, per poter, in tal modo, contemperare lo svolgimento del servizio con le esigenze della propria vita civile.
Sotto questo profilo, la scelta del 3° Reggimento Alpini appariva ideale: il reparto aveva sede a Torino, il che gli avrebbe consentito – negli intendimenti di Vittone – di poter utilmente proseguire il proprio percorso universitario. Si noti peraltro che la legge prevedeva altresì che “il volontario arruolato in un corpo non [potesse] essere trasferito in un corpo di arma diversa a meno che non vi [acconsentisse]”, salvo il caso delle assegnazioni ai corpi di disciplina (art. 114 T.U.Re.).

Dunque, parallelamente al servizio di leva, il giovane Vittone perseverò nello studio, sostenendo, nel corso dell’estate, altri due esami: diritto commerciale (voto 28) e, ai primi di giugno, Storia del diritto italiano, che gli valse “solo” un 24. Chi scrive ha avuto la ventura di preparare più di un esame durante il servizio militare, e può assicurare il lettore della estrema difficoltà dell’operazione. Probabilmente, il risultato non all’altezza dei voti precedenti indusse Vittone a prendersi una pausa, rimandando gli esami residui del terzo anno di corso (che, del resto, erano i due mattoni istituzionali diritto civile e diritto romano). Del resto, anche gli sconvolgimenti internazionali dell’estate del 1914 – l’assassinio di Sarajevo, l’ultimatum alla Serbia e lo scoppio del conflitto mondiale – dovettero costituire una valida ragione per indurre Pier Felice Vittone a concentrarsi sulle proprie occupazioni schiettamente militari. Ad ogni modo, si iscrisse comunque al 4° anno di corso.

Nei mesi seguenti, il giovane allievo ufficiale terminò la propria formazione, ottenendo la promozione al grado di sottotenente nel novembre del 1914. Indi fu trasferito al 2° Reggimento Alpini per il servizio di prima nomina, vivendo le settimane concitate di progressiva mobilitazione in vista degli impegni bellici del Paese: Vittone fu, dunque, assegnato alla 217a compagnia del Battaglione “Val Maira”. Questo era un battaglione alpino di Milizia Territoriale mobilitato appunto dal 2° Reggimento, e costituito dalle compagnie 217a, 218a e 219a. Nel corso della primavera, il “Val Maira” fu trasferito verso il confine italo-austriaco, ed accantonato nella zona di Tolmezzo. Qui, insieme con altre unità, esso costituiva la riserva del Comando Zona Carnia.

Così, in proposito, prosegue la narrazione del padre:
La guerra contro l’Austria lo trovò sul confine, dove da più mesi stava lavorando alla costruzione di difese e di strade; ed egli vi prese parte con tutta la fede del suo cuore generoso, con il più puro entusiasmo della sua fiorente, splendida giovinezza.
Le fatiche e i disagi della trincea, il pericolo cui continuamente era esposto, non lo preoccupavano per sé, consapevole dell’angosciosa attesa in cui viveva la famiglia da lui adorata, e francamente deciso di compiere tutto il suo dovere, nelle brevissime notizie inviate negli intervalli della lotta, sua cura principali era di nascondere, per quanto gli era possibile, le sue reali condizioni.”
Proprio negli ultimi giorni di permanenza a Tolmezzo, prima dell’entrata in linea, il giovane sottotenente indirizzò la seguente lettera ai suoi famigliari: il padre Carlo, la sorella Maria Margherita, e il fratello Carlo, studente d’ingegneria. La madre Emilia, invece – si noti, per quel che seguirà -, era già deceduta.
Tolmezzo, 26-5-15
Carissimi,
[mi trovo]…sul confine i combattimenti sono cominciati quasi su tutto il fronte. Giungono già qui i feriti. Stassera ho visitato un mio collega di plotone, il sottotenente Ciachino (?), ferito in un attacco notturno. Una pallottola lo ha colpito al cranio sinistro e una scheggia di pietra lo ha trafitto sotto l’occhio sinistro. Come era bello e grande, disteso sul letto, col viso un po’ arrossato dalla febbre e col cranio fasciato e la camicia macchiata di sangue! Io l’ho baciato come si bacerebbe un fratello o un’amante. Lo invidio davvero lui, che alla testa del suo plotone muoveva all’assalto sempre sorridente e tranquillo. Potessi anch’io avere una sorte così!....
Non occorrono, pare, commenti a questa missiva, tanto essa è espressiva dei sentimenti del suo estensore. Nel giro di pochi giorni, anche la 217a compagnia fu dunque inviata in linea. Di seguito trascriviamo – con pochi adattamenti – il diario storico del Battaglione “Val Maira” per il periodo in discorso.

Nel corso della prima metà di giugno, il "Val Maira" si portò al completo nel settore dell'Alto But, sostituendo il battaglione "Val Tagliamento" nell'occupazione delle posizioni sulla linea selletta Freikofel-Monte Pal Grande
Il battaglione restò su tali posizioni sino al mese di settembre, alternando il presidio delle linee - insidiato da frequenti puntate del nemico - a periodi di riposo trascorsi a Treppo Carnico. 
A inizio settembre il battaglione fu riunito a Sutrio, donde inviò le proprie compagnie in varie posizioni del settore per provvedere a lavori e a compiti di presidio. In particolare, alla metà del mese, la 217a compagnia fu distaccata a Paularo, ad occupazione dell'abitato, e poi del Monte omonimo.
Il 19 settembre, a fronte del rischio di un attacco nemico sul Freikofel, il comandante del Battaglione, insieme alla 218a compagnia, si portò presso Casera Pal Piccolo, schierandosi a difesa del Pal Piccolo per poi trasferirsi sul Pal Grande. Su tali posizioni, nonché in altre del Monte Croce carnico e della Val Collina, il "Val Maira" trascorse gli ultimi mesi del 1915.
La 217compagnia, in particolare, fu schierata a presidio della Forca di Lanza, essendo altrsesì impiegata per lavori a Casera Pizzul, e trascorrendo brevi periodi di riposo a Treppo Carnico.

Nel novembre del 1915, frattanto, il sottotenente Vittone ottenne il passaggio in servizio attivo permanente (S.A.P.).  Il 30 dicembre, invece, vi fu un avvicendamento al comando del Battaglione "Val Maira": al capitano Giuseppe Cremascoli succedette il capitano cav. Camillo Pasquali, pluridecorato ufficiale nativo di Siracusa (al quale abbiamo dedicato un articolo, vedi qui).

La prima parte del nuovo anno 1916 non vide il Battaglione impegnato in particolari operazioni, dovendosi esso tuttavia confrontare con il grande pericolo di valanghe, che determinò adattamenti delle linee di occupazione, così come dolorose perdite tra le nostre file.
Nella notte del 26 marzo, il nemico, agendo di sorpresa e senza preparazione d'artiglieria, riuscì a conquistare una quota centrale del Monte Pal Piccolo: i contrattacchi italiani del giorno seguente videro impegnata, in particolare, la 218a nonché la 219a compagnia, che subì forti perdite.

Tornando a Pier Felice Vittone, con riferimento al carteggio da lui mantenuto con la sua famiglia in seguito all’arrivo in linea, questo il ricordo del padre:
Partito subito dopo per il fronte scriveva molto brevemente.
Tuttavia, proprio nella primavera del 1916, il giovane ufficiale intrecciò, per così dire, un breve epistolario con quella che potremmo definire una madrina di guerra. L’aspetto curioso di questo scambio, oltre al contegno assai freddo del Vittone, è anche il fatto che la sua corrispondente avesse scelto di mantenere un completo anonimato.
Ecco dunque il testo di quella che, parrebbe potersi desumere, fu una delle prime risposte rese dal giovane ufficiale:
29-3-16
Pre.ma Signorina,
la ringrazio di avermi risposto. Non credevo che Ella sentisse così altamente l’amore della nostra patria e che si interessasse tanto per coloro che per essa combattono. Le ripeto che mi è dolce il sapere che Ella pensa all’ufficiale lontano e sconosciuto, e tanto più per la sua delicatezza nel serbare l’incognito….Conservi, Signorina, questa sua bella fede nell’Italia e nei suoi soldati: conservi l’entusiasmo per questa santa guerra e la certezza della vittoria!...
Pur a fronte di questa replica, assai distaccata, l’anonima madrina non demorse, suscitando la reazione, piuttosto decisa, del Vittone:

9 Aprile 1916
Preg.ma Sig.na,
rispondo con ritardo alla sua lettera perché fui occupatissimo per servizio. Il rimprovero che Ella mi fa mi contrista molto: forse la penna ha tradito il mio pensiero o Ella lo ha frainteso. Io non ho voluto, no, strapparle le sue speranze, attenuare la sua fede. Ho voluto anzitutto essere gentiluomo e sincero.
Non vado incontro alla morte coll’incoscienza del fanatico, anzi, come uomo io la sfuggirei in qualunque modo, se altri sentimenti ben più nobili e più alti, che non il cieco fanatismo, non mi togliessero di mente ogni pensiero terreno. Ho cercato, per questo, di cancellare dal mio cuore ogni sentimento che potesse spingermi alla titubanza, e di attenuare, se non distruggere, gli affetti che ordinariamente sono i più santi e venerati dalla moltitudine, per potere improntare tutti i miei atti e tutti i miei pensieri ad una sola divisa: nessuna debolezza!
È solo per questo che io non pavento la mia sorte, anzi le sorgo diritto in faccia per affrontarla, qualunque essa sia. È solo per questo che io non mi lamento delle fatiche e non ne attendo ricompensa di sorta.
Nessuna debolezza! E son anni ed anni che combatto con la mia sorte, combatto con me stesso con alternative di vittorie e di sconfitte, per quella divisa.
È per questo che io non voglio attendere con ansia le sue lettere, che non voglio preoccuparmi del pensiero di Lei, che freno le parole di affetto umano, che sgorgherebbero dalla mia penna. L’ora dell’amore batte a grandi rintocchi nelle mie vene; l’ho ascoltata una volta e poi mi sono spaventato del suo suono e non l’ho voluto sentire mai più.
Non faccia, Signorina, che in questi momenti terribili in cui devo consacrare mente e cuore a più santa e sublime idea, non faccia che essa risuoni nuovamente dentro di me.
E non creda che il pensiero d’un’altra fanciulla turbi la ferrea saldezza delle mie decisioni. La pagina del mio amore è ora bianca. Possa io portarla tale fino al giorno della vittoria, o scenda candida con me nella fossa non inonorata. Da più giorni ho salutato le care vette della Carnia ed ho varcato il sacrato Isonzo. Domani forse sul Monte Nero poterò la mia vita a nuovo e più terribile cimento.
Signorina, mi lasci oggi, se la sorte lo permette, scrivere la pagina della vittoria. Domani, colla pace, potrò con più tranquilla coscienza scrivere la pagina dell’amore. Ossequi"
Vittone, molto esplicitamente, fece dunque capire alla sua corrispondente la sua intenzione di troncare lo scambio epistolare. Questa missiva, che è l'ultima pervenutaci - in forma di trascrizione - tra quelle inviate dal giovane alpino, ci appare particolarmente significativa, per multiple ragioni. Più di tutto, colpisce la volontà di Vittone di troncare, o perlomeno di allentare, ogni legame affettivo - anche solo in forma epistolare -, che lo potesse, per così dire, distrarre dalla propria totale devozione alla causa bellica. In questo potrebbe scorgersi, oltre che la volontà di non cadere in "debolezze", anche una sorta di autopreparazione al distacco dalla vita, presago di un futuro luttuoso. In questo potrebbe, dunque, trovarsi la spiegazione anche della scarsità di contatti con la famiglia, lamentata dal padre.
Nello specifico della lettera appena esaminata, si considerino inoltre i sanguinosi fatti d'arme dei quali gli alpini del Battaglione "Val Maira" erano stati protagonisti proprio in quei giorni.

Quattro giorni dopo questa lettera, il 13 aprile, il Battaglione "Val Maira" sostituì riparti del "Monviso" e del "Dronero" sulle posizioni di colletta Kozliac, Monte Nero e Monte Rosso rimanendovi fino ai primi di maggio, quando, il 10, si portò nuovamente a Kosec per provvedere a lavori stradali.
Dopo un altro turno di trincea e una settimana trascorsa sul Monte Pleca (15 - 22 maggio), il "Val Maira" rientrò a Cividale; il 24 fu trasferito a Bassano a disposizione della 1a Armata, ed il 27 si spostò nuovamente a Ronchi.
In quei giorni, era in pieno svolgimento l'offensiva di primavera sferrata dall'esercito imperial-regio sul fronte degli Altopiani, e mentre la linea del XIV Corpo d'Armata si andava deflettendo per la forte pressione avversaria, con i battaglioni "Monviso" e "Val Maira" fu costituito un nucleo avente il compito di garantire il controllo degli sbocchi della val Frenzela.
Il 28, incaricato di proteggere il ripiegamento della Brigate "Catanzaro" (141° e 142°) e "Lombardia" (73° e 74°), che si trovavano più a nord verso il Monte Confinale, il "Val Maira" prendeva posizione prima a Monte Nos ed a Monte Baldo poi a Monte Cimon ed a Monte Longara.
Su tali linee, piccoli attacchi di riparti esploranti furono facilmente respinti. Il 30 maggio, giunti nella zona i Battaglioni "Argentera" e "Morbegno" (quest'ultimo, del 5° Reggimento Alpini), con essi, insieme col "Val Maira" e col "Monviso", fu costituito il "Gruppo Alpini Foza".

Così prosegue il riassunto storico del Battaglione:
I primi battaglioni d'assalto nemici cozza[ro]no con impeto contro il nuovo ostacolo. Gli eventi precipita[va]no: a Monte Cimon la 218a compagnia, dopo tenace resistenza [fu] costretta a cedere ed a ripiegare mentre l'avversario imbaldanzito e padrone di punti dominanti, raddoppiava gli sforzi. Il battaglione, unitamente alle compagnie alpine 100a e 124a, che fin dal giorno precedente erano state inviate come rinforzo, retrocede[tte] portandosi prima sulla cresta della Meletta di Gallio e poi a Monte Castelgomberto, ove, il 5 giugno, dopo aver sostenuto un bombardamento di violenza eccezionale, respin[s]e un attacco portato contro la sinistra della posizione.

Tra gli altri reparti, accanto al "Gruppo Alpini Foza" combatteva, inquadrata nella 25^ Divisione, la Brigata "Sassari", che si apprestava a scrivere pagine memorabili della propria storia operativa.

Teatro d'operazioni del "Gruppo Alpini di Foza"; evidenziate in colore, le principali cime, e l'abitato di Foza.

Al 5 giugno, dunque, le forze del Gruppo risultavano così disposte: il Batt. "Monviso" tra Tondarecar e Castelgomberto; il Batt. "Val Maira" a Castelgomberto; il Batt. "Morbegno" sullo sperone a nord di Monte Fior; il Batt. "Argentera" tra Monte Fior e Monte Spil [3]. In particolare, le cime di Monte Castelgomberto, Monte Fior, Monte Miela, Monte Tondarecar e Monte Badenecche costituivano quello definito, nelle fonti militari italiane, quale complesso montano del Castelgomberto. In questo senso, la fronte del "Gruppo Alpini Foza", come visto, si estendeva - su un'ampiezza di circa 4 chilometri - per l'appunto su tala arco montano. Detta fronte era "soggetta ai tiri di tutte le artiglierie austriache schierate da Asiago alle posizioni a nord di Monte Fiara" [4]. Diversamente, le artiglierie italiane, nel medesimo settore, ammontavano in tutto a trentasei pezzi, di cui 24 di piccolo calibro e 12 di medio calibro
Alle 11.30, le artiglierie austriache aprirono il fuoco sulle posizioni difese dai Battaglioni "Morbegno" e "Monte Argentera", proseguendolo sino alle 18.00, ora in cui reparti dell'11^ Brigata austro-ungarica mossero all'assalto. Gli alpini, sostenuti da rincalzi della "Sassari", resistettero fino all'esaurirsi dell'attacco, a tarda sera: la ritirata dei reparti attaccanti avvenne intorno alla mezzanotte.
Il giorno successivo, 6 giugno, le operazioni subirono una sosta, e frattanto la direzione delle operazioni nel settore Melette - Marcesina fu assunta dal comandante del XX Corpo d'Armata, tenente generale Luca Montuori. Nell'ordine di operazioni diramato, il compito del XX Corpo fu fissato, prima di passare all'offensiva, in quello di "opporsi energicamente ad ogni ulteriore avanzata del nemico verso la valle del Brenta ed affermarsi sulle posizioni del Monte Lisser e Monte Meletta di Foza" [5].
Il mattino del giorno dopo, 7 giugno, alle ore 10.30, le artiglierie imperial-regie ripresero a battere le posizioni italiane del settore, e in particolare quelle del Monte Fior e del suo sperone nord, difeso, come si è visto, dagli alpini del Battaglione "Morbegno" (5° Reggimento). In rinforzo a questi giunse una compagnia del "Monviso", due del I btg. del 151° Reggimento fanteria della "Sassari" nonché la 219a compagnia del "Val Maira".
Il Battaglione perdette, dunque, la propria unità, dacché le altre due sue compagnie - la 217a, in cui era inquadrato Pier Felice Vittone, e la 218a - rimanevano schierate sul Monte Castelgomberto.
Fu in queste circostanze che, presumibilmente nella mattinata del 7, il sottotenente Vittone uscì per un'ardita ricognizione, al fine di ricavarne uno schizzo utile a meglio organizzare la resistenza del proprio reparto. Rientratone, ricevette, nel pomeriggio, un biglietto di encomio da parte del colonnello comandante il Gruppo Alpino, che così recitava:
Un sentito elogio al Tenente Vittone, per lo schizzo fatto e per il valoroso contegno, e una calda raccomandazione di resistere a qualunque costo”[6].
Analogo encomio dovette ricevere, nelle stesse ore, dal comandante del Battaglione "Val Maira", il già citato cav. Camillo Pasquali, intanto promosso maggiore, brillante ufficiale veterano della Guerra Italo-Turca, e già decorato di una Medaglia d'Argento ed una di bronzo al Valor Militare.
Si era, dunque, nel pomeriggio inoltrato del 7 giugno. Il combattimento infuriava, e gli assalti degli austro-ungarici si infrangevano contro l'accanita resistenza dei nostri alpini.
In quei momenti, nella mente del giovane ufficiale piemontese, dovevano risuonare - più forte delle pallottole e delle esplosioni delle granate - alcune parole. Quelle rivoltegli dal suo comandante: "resistere ad ogni costo"; e quelle che aveva scritto lui stesso poco tempo prima, "nessuna debolezza".
Così, cinque giorni prima del suo ventunesimo compleanno, questo ragazzo distinto, di ottima cultura e belle speranze, continuò a combattere con i suoi alpini, sulle balze del Castelgomberto, finché - intorno alle sette di sera - una pallottola non lo colse al capo.
Il cappellano del Battaglione, don Tommaso Casetta [7], avrebbe così descritto il fatto in una lettera al padre:
"Ferito alla testa da una pallottola la sera del 7 giugno, mentre in trincea incitava il suo amato plotone e portato di volo dai suoi soldati al posto di medicazione, vicino a cui io mi trovavo. Era privo della parola ma mi conobbe. Gli diedi l’assoluzione e l’olio santo e mi diede segni di grande divozione. Erano le 7 di sera; non potendosi trasportare in quello stato sotto una pioggia torrenziale, e medicato bene dal medico della Compagnia, lo adagiammo in una barella [...]. Agonizzò e spirò verso le 23. Lo feci trasportare nel paese vicino di Foza ove segnai la tomba, che fu ornata da fiori e rami verdi. Una croce col nome lo ricorda.”[8]
Nonostante il sacrificio di Pier Felice Vittone, sul Castelgomberto le sorti della battaglia volsero a favore del nemico: il giorno successivo, 8 giugno, gli austro-ungarici ripresero l'offensiva; il comandante del Gruppo Alpini Foza, non potendo contare su riserve sufficienti per tentare un contrattacco, ordinò ai propri reparti di abbandonare la linea più esposta (Monte Fior - Monte Castelgomberto), ripiegando su posizioni retrostanti. Pertanto, il Battaglione "Val Maira", insieme al "Monviso" - ormai entrambi ridotti ad un manipolo di animosi superstiti -, abbandonò le contrastate posizioni del Castelgombergo, per ripiegare sul Monte Tondarecar, trincerandovisi.
Il riassunto storico ricorda che "Nel battaglione, già decimato, il giorno 8 di tutti gli ufficiali esiste[va] un solo capitano": tra le perdite, dovette contarsi anche lo stesso comandante, il già citato magg. Pasquali [9]. Ferito a morte anch'egli la sera del 7, sarebbe spirato la settimana successiva in ospedale.

Così si concludeva quel ciclo di operazioni che (nel periodo dal 1° all'8 giugno) era costato al "Gruppo Alpini di Foza" undici morti e trentuno feriti tra gli ufficiali; centocinquantadue morti, seicentonovantotto feriti e duecentottanta dispersi fra la truppa [10]. Il solo Battaglione "Val Maira" doveva contare, invece, due morti (Vittone e il maggiore Pasquali), undici feriti e tre dispersi tra gli ufficiali, e cinquantuno morti, duecentoquarantaquattro feriti e centouno dispersi fra il personale di truppa [11].

Il Capitano comandante la 217a compagnia così avrebbe scritto al padre del sottotenente Vittone:

Il.mo Signor Professore,

col più vivo dolore compio il dovere di partecipare a V.S. che il giorno 7 corrente verso le ore 20 cadeva colpito dal piombo nemico sul Monte Castelgomberto il mio valoroso ufficiale subalterno S.Tenente Vittone sig. Pier Felice, suo carissimo figlio. Egli cadde da valoroso, mentre coll’esempio incitava i suoi soldati alla resistenza contro le truppe nemiche che tentavano di impadronirsi di quella posizione. Io che lo ebbi per diverso tempo quale subalterno alla compagnia posta ai miei ordini, ebbi modo di apprezzare le sue belle qualità di valoroso ed intelligente ufficiale.

Diligente esecutore di ordini, fiero di compiere speciali mansioni, spesso si sapeva meritare parole di lode dai superiori; severo, ma buoni coi suoi inferiori, sapeva acquistarne la stima e la fiducia. Forse in questi giorni sarebbe stata prossima la sua promozione a tenente, promozione che egli aveva saputo dimostrare di meritarsi e che avrebbe accolta con piacere. La severa educazione ricevuta faceva sì che spesso egli rievocasse i savi consigli paterni e parlasse con un vero senso di devozione del suo caro padre. La sua agonia si protrasse per poche ore, ma la gravità della ferita riportata più non gli permise di riprendere coscienza né la scienza medica riuscì a salvarlo dalla morte che avvenne nella notte fra il 7 e l’8 giugno.

A Lei, Egregio Professore, così duramente colpito da questa sciagura, giungano le più vive espressioni di cordoglio da parte degli ufficiali del Battaglione ed in particolare modo le mie, persuasi tutti quanti che se esse saranno di scarsa efficacia nel lenire il grande dolore toccatole, serviranno però a dimostrarle l’unanime compianto provato da tutti per la dolora perdita subita.

Voglio sperare che le superiori autorità militari sapranno riconoscere degnamente la bella prova di valore, d’intelligente operosità esplicata dal suo carissimo figlio Pier Felice, nel combattimento del 7 giugno a Monte Castelgomberto. Il S.Tenente Vittone ebbe onorata sepoltura nel camposanto di Foza, località prossima a Valstagna.

Il comandante la 217a Compagnia del Battaglione Val Maira, f.to P.C.

Come anticipato nelle ultime righe di questa lettera, allo stesso capitano - in considerazione del decesso del comandante del reparto - si dovette, assai probabilmente, la proposta per la Medaglia d'Argento al Valor Militare, che venne poi effettivamente conferita alla memoria di Pier Felice Vittone con questa motivazione:
"Comandante di un plotone in una posizione avanzata intensamente battuta dal fuoco di artiglieria, fucileria e mitragliatrici nemiche, dava prova di calma e coraggio. Noncurante del pericolo, incorando i pochi alpini superstiti, riusciva, col suo valoroso contegno, a contrastare l'avanzata del nemico soverchiante, finché cadde egli stesso colpito a morte. - Monte Castelgomberto, 7 giugno 1916".
Il padre e i fratelli, qualche giorno dopo, avrebbero fatto pubblicare il seguente necrologio su "La Stampa":

Si noti, sopra quello per Vittone, il necrologio di Giovanni Facta, figlio dell'onorevole Luigi Facta, ministro delle Finanze sino al 1914 (Governo Giolitti III), nel dopoguerra guardasigilli nel Gabinetto Orlando, e poi anche presidente del consiglio dal 26 febbraio al 31 ottobre '22.

Ancora, il 25 marzo 1917, la Regia Università di Torino avrebbe conferito alla sua memoria la laurea ad honorem in giurisprudenza.

Così si concludeva la breve parabola terrena di questo giovane torinese che dalla vita avrebbe potuto attendersi grandi soddisfazioni personali e professionali, come già ne aveva ottenute.

Per concludere questo post, con una sorta di petitio principii, ecco alfine i diplomi ai quali si accennava in apertura:

  • diploma di concessione della Croce al Merito di Guerra alla memoria (R.D. n. 205 del 19 gennaio 1918; si noti che il diploma difetta del numero di concessione):
  • diploma di concessione della medaglia commemorativa della guerra 1915-1918 per il compimento dell'Unità d'Italia (R.D. n. 1241 del 29 luglio 1920).

  • diploma d'onore alla memoria per i militari che caddero combattendo o perirono in seguito a ferite (R.D. n. 206 19 gennaio 1918):

  • in ultimo, diploma di concessione della medaglia di gratitudine nazionale per le madri dei caduti (R.D. n. 800 del 24 maggio 1919; si noti, in proposito, che la signora Emilia Vecchia, madre del s.ten. Vittone, era già deceduta da diversi anni):

Speriamo che questo nostro piccolo e deferente omaggio, oltre cent'anni dopo il sacrificio del s.ten. Vittone, possa averne ravvivato la memoria, ricordandone le qualità e il valore agli Italiani di oggi.

A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] Legge n. 5655 del 1888.
[2] Ex art. 111 della legge in commento.
[3] La guerra.... Vol. III, Tomo 2, p. 187 e ss..
[4] Ivi, p. 189.
[5] Ivi, p. 190.
[6] Il biglietto, scritto alle ore 16.00 del 7 giugno, fu poi trovato nel portafogli del giovane ufficiale.
[7] Si trattava del Rev. Don Tommaso Casetta (San Rocco di Montà, 1884 – Alba, 1962), decorato di MBVM con la seguente motivazione: “Durante un furioso bombardamento nemico ed il susseguente violento attacco, noncurante del pericolo, attraversava ripetutamente una zona battuta e riusciva a porre in salvo numerosi feriti, rincorando con patriottiche parole i combattenti superstiti ed incitandoli alla resistenza. – Monte Castelgomberto, 7 giugno 1916”. Dopo la guerra, ricoprì prima l’ufficio di parroco a Priocca, poi quello di canonico del Duomo di Alba, elevato al rango di monsignore.
[8] Lettera del rev. don Tommaso Casetta a Carlo Vittone, del 2 luglio 1916.
[9] Magg. Camillo Pasquali (Siracusa, 22 settembre 1874 – Bassano, 15 giugno 1916), comandante il Battaglione “Val Maira”, decorato di due MAVM (1916, Pal Piccolo; 1912, Derna) e una MBVM (Udine, 1908). Rimasto ferito a morte nell’azione del 7 giugno sul Monte Castelgomberto, spirerà la settimana seguente presso l’Ospedale Militare di Bassano.
[10] Dati tratti dallo specchio riportato in La guerra... op. cit., p. 191.
[11] Dati tratti dal riassunto storico del Btg. "Val Maira": in proposito, deve notarsi come la frase anzi riportata - in merito alla perdita di tutti gli ufficiali fuorché di un capitano - debba essere intesa nel senso che, ad eccezione di Vittone - che risulta l'unico caduto sul campo -  gli altri fossero rimasti tutti feriti (il magg. Pasquali sarebbe poi deceduto in ospedale). Inoltre, si noti che il riassunto del battaglione menziona anche tre ufficiali dispersi, mentre il conteggio complessivo degli ufficiali caduti del "Gruppo Alpini Foza" non fa cenno ad alcun disperso.



BIBLIOGRAFIA
- materiali digitalizzati dall’Università di Torino nell’ambito dell’iniziativa L’Università di Torino e la Grande Guerra, leggibili all’indirizzo: http://www.grandeguerra.unito.it/items/show/187

- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.