Visualizzazione post con etichetta Altipiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Altipiani. Mostra tutti i post

sabato 21 novembre 2020

Il capitano Pestalozza e i fanti del 74° reggimento Brigata "Lombardia" tra Cima Dodici e il Monte Zoviello


Anche stavolta, un modesto ritrovamento cartaceo ci fornisce lo spunto per rievocare la figura di un valoroso soldato, caduto sul Monte Zoviello nel corso della Battaglia degli Altipiani, nell'estate del 1916.
***

Alberto Pestalozza nacque a Rovescala, in provincia di Pavia, il 31 luglio 1891. La famiglia, originaria di Piacenza, si trovava in tale località per ragioni di servizio del padre, il cav. dott. Francesco Pestalozza, medico condotto. Quando, in seguito, questi fu chiamato come medico condotto a Stresa, tutta la famiglia si trasferì sulle belle rive del Verbano. Morta la madre, Maria Boselli, la famiglia si componeva anche dei fratelli Alessandro e dalle sorelle Gina, Dolores ed Edvige. 

Il giovane Berto - com'era chiamato affettuosamente in famiglia - frequentò il collegio Rosmini di Stresa e poi ottenne, nel 1910, il diploma in elettrotecnica presso l'Istituto Cobianchi di Intra.

Nel novembre del 1910 si arruolò nel Regio Esercito quale volontario ordinario, passando poi a frequentare i corsi per allievo ufficiale di complemento. Promosso prima caporale e poi sergente, fu nominato sottotenente con il gennaio del 1912 ed assegnato per il servizio di prima nomina al 23° reggimento della Brigata "Como", di stanza a Novara. Con tale reparto, il sottotenente Pestalozza fu mobilitato per la campagna Italo-Turca, imbarcandosi nell'agosto del 1912. Il giovane ufficiale prese dunque parte ai numerosi combattimenti che coinvolsero il reggimento in terra d'Africa, tra i quali in particolare quello di Sidi Bilal del 20 settembre 1912, nel corso del quale perse la vita il ten. col. Vittorio Gadolini, ricordato in un precedente articolo di questo blog. Rimpatriato nel dicembre del 1913, Pestalozza ottenne la rafferma e il passaggio in servizio attivo, rimanendo in forza al 23° reggimento. 

Alberto Pestalozza in grande uniforme da sottotenente del 23° regg. fanteria (coll. dell'autore).

Promosso poi al grado di tenente, in tale posizione si trovava quando, nel gennaio del 1915, fu destinato al 153° reggimento fanteria della Brigata "Novara". Il reggimento era un'unità di nuova formazione, costituita dal deposito del 23° regg. fanteria per inquadrare i coscritti richiamati dal congedo. Con il 153°, il tenente Pestalozza raggiunse il fronte alla vigilia della dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915. Combattè, poi, per tutto l'anno nel settore dell'Altopiano di Tonezza e del Monte Coston, impratichendosi di guerra in montagna. Alla metà di novembre, la "Novara" fu trasferita sul fronte isontino, assumendo con il 22 novembre la difesa del settore di Quota 188, dal versamente destro della Val Peumica alla Selletta di Oslavia. Qui, negli ultimi giorni di novembre, il 153° fu duramente impegnato nel combattimento, nelle ultime fasi della Terza battaglia dell'Isonzo. Nel mese di dicembre, Alberto Pestalozza fu promosso al grado di capitano e trasferito al 74° reggimento della Brigata "Lombardia", schierato (con la 4^ Divisione) sempre nel settore di Oslavia. Pestalozza fu dunque posto al comando della 9^ compagnia del reggimento, con la quale fu immediatamente chiamato al combattimento, tra il 27 e il 29 novembre. Per il contegno dimostrato in questo frangente, il capitano Pestalozza fu decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

"In tre giornate consecutive di combattimento, conduceva la sua compagnia con intelligenza, calma e coraggio e, vincendo successive resistenze, riusciva ad occupare stabilmente il margine di una posizione. Ferito, continuava a mantenere il comando della compagnia fino al termine del combattimento." - Oslavia, 27-29 novembre 1915
A proposito del ferimento occorsogli a Oslavia, il suo amico e collega capitano Alceste Mazzetta avrebbe così ricordato:
"Ricordo il novembre dell'anno scorso quando, sapendo il mio amico ferito ai ruderi di Oslavia, corsi a trovarlo. Era giorno di intenso bombardamento, forse il nemico preparava un attacco per riprenderci le posizioni. Trovai il povero Alberto che, zoppicando, percorreva la trincea più avanzata, teneva una mano appoggiata sulla coscia ferita, guardava sorridendo i suoi soldati come per dir loro: state tranquilli, è roba da niente, rimango qui con voi. I soldati, coi fucili a punta, rispondevano al loro Capitano con sguardi intelligenti che dicevano tutto l'affetto, la fiducia, la simpatia grande, la riconoscenza per il loro duce, che avrebbe potuto cedere il comando della compagnia e ritirarsi dal combattimento, ma preferiva soffrire pur di rimanere con loro. Sei stato ferito, Alberto? Gli chiesi. "Sì, caro Alceste, guarda (e mi mostrò la ferita). E' stata intelligente. C'è qui quel Cecchin" (e mi indicò un punto dell'antistante trincea nemica) "che oggi me ne ha già uccisi sei; non vuol vedere nessuno muoversi altrimenti spara e quasi sempre colpisce. Io ho avuto la mia; mi sono medicato alla meglio e rimango in linea fino a questa sera che devo avere il cambio". La stessa sera io con la 5^ compagnia davo il cambio alla 9^. Il povero Alberto zoppicò qualche giorno, guarì presto, non volle abbandonare il bel 74°."
Ristabilitosi, il capitano Pestalozza rimase dunque al comando della sua 9^ compagnia, con la quale trascorse il turno di riposo nella zona di Cormons, fino alla fine del mese di gennaio del 1916. Vivida testimonianza dello spirito che animava il giovane ufficiale è questo brano di lettera indirizzata ai suoi cari nel gennaio del 1916, prima di ritornare in linea:
"Miei carissimi, il vostro Alberto non conosce che una via, la via del dovere: non desidera che una cosa, l'onore per la propria famiglia, la grandezza e l'onore della Patria tanto cara a suo Papà ed a lui. Parto, augurando alle armi Italiane una grande vittoria, che conduca ad una pace lunga. Ricordatevi di me, seguitemi col pensiero. Ai parenti il mio saluto, a voi i miei baci, alla mia Italia il mio augurio. Vostro Berto"

Tornata in linea nel settore del "Lenzuolo bianco", presso Oslavia, la "Lombardia" si dedicò fino a marzo al presidio delle trincee e perlopiù a lavori difensivi. A metà marzo, la brigata eseguì un'azione dimostrativa nel settore del Sabotino, occupando alcuni elementi di trincea. A metà aprile tornò in zona di riposo, presso Santa Maria La Longa. Approfittando di questo momento di tranquillità, il dottor Pestalozza - padre del capitano - decise di raggiungere il figlio per ritrovarsi con lui, e passare finalmente qualche ora insieme: i due si accordarono quindi in modo da trovarsi a Palmanova la domenica 21 maggio, per passare una lieta giornata insieme. Il destino, però, li attendeva al varco. Lunedì 15 maggio 1916, infatti, si scatenò l'offensiva generale austriaca nel Trentino (Offensiva di Primavera o Strafexpedition). 

Situazione sulla fronte della Prima Armata (settore Altipiani) al 15 maggio 1915.

La situazione gravemente critica in cui l'esercito italiano si venne a trovare, nel giro di pochi giorni, impose il trasferimento di numerose unità dal fronte carsico al settore degli Altipiani. Tra queste, proprio la Brigata "Lombardia". Sabato 20 maggio, il capitano Pestalozza inviò dunque al padre un laconico telegramma:

"Sospendi tua partenza baci Alberto Pestalozza".
I due reggimenti della "Lombardia" arrivarono sull'Altipiano di Asiago il 23 maggio, e furono posti alle dipendenze della 34^ divisione. Lo stesso giorno, presago dei futuri avvenimenti, il capitano Pestalozza scrisse un'ultima cartolina al padre. Già il giorno successivo, 24 maggio, alla Brigata fu infatti ordinato di entrare in azione, operando nei giorni seguenti contro le posizioni di Monte Cucco di Portule, Monte Zoviello e Cima Dodici, sulle quali il nemico stava nel frattempo avanzando avanzato. Circa l'intervento della Brigata "Lombardia" nel settore dell'Altipiano di Asiago, conviene riportare il giudizio che ne avrebbe lasciato il gen. Pompilio Schiarini (in L'offensiva austriaca nel Trentino):
"In questo momento sull'altopiano di Asiago operavano in prima linea tre divisioni nemiche. A fronteggiarle non erano rimasti che i laceri avanzi della 34^ divisione. Ad essi si aggiunse in quei giorni la Brigata Lombardia (73° e 74°, gen. Bonaini), proveniente dall'Isonzo, con due piccoli battaglioni bersaglieri ciclisti, e più tardi il 153° e 154° (brigata Novara); ma anche questi rinforzi - accorsi in fretta, in non buone condizioni di equipaggiamento per la montagna e non orientati con l'occhio e con lo spirito a quell'aspro terreno - non furono in grado di mutare la situazione, assai oscura e pericolante."

 

Dettaglio schieramento della 34^ Divisione al 15 maggio 1916.

I bravi fanti della "Lombardia", in quelle circostanze così difficili, fecero però tutto quanto ci si poteva attendere da loro, e molto di più. Essi dovevano avere piena coscienza del momento di estremo pericolo in cui la Patria si trovava, e del fatto che anche dal loro comportamento sarebbe dipesa la tenuta del fronte degli Altipiani, e la salvezza della pianura veneta e lombarda. Con questo stato d'animo, nonostante i cattivi presupposti menzionati dal gen. Schiarini, la 9^ compagnia del 74° si apprestava alla battaglia. Essa era inquadrata nel III battaglione, al comando del maggiore Filiberto Paris, da Pinerolo. Accanto al capitano Pestalozza vi erano i suoi sei subalterni, tutti giovani sottotenenti: il s.ten. Giovanni Battista Aiuti, classe 1893, da Sezze (Roma); il s.ten. Adolfo Berti, da Foggia; il s.ten. Adolfo De Angelis, il s.ten. Orazio Lega, il s.ten. Luigi Pontieri e un altro di cui non è stato possibile accertare il nominativo [1]. L'obiettivo era quello di tentare un contrattacco fulmineo, per scacciare il nemico da alcune posizioni poste tra Cima Dodici (o Cima XII, più alta vetta delle Prealpi vicentine, a quota m 2336 slm)e il Monte Zoviello (m 1700 slm)[2]. La compagnia, così, si lanciò all'attacco e, dopo aspra lotta, riuscì ad occupare un fortino facendone prigionieri i difensori. Immediatamente, però, gli Austro-ungheresi tornarono in forza al contrattacco. Il combattimento del 25 maggio sarebbe stato così descritto:

"a Cima Dodici la 9^ compagnia del 74° mandata a contenere il temerario irrompere del nemico nelle agognate pianure nostre, dopo un'eroica resistenza di sette ore di aspro sanguinosissimo combattimento, tentato un supremo sforzo disperato, dovette cedere, sopraffatta dal formidabile pullulare dei nemici da ogni dove, lasciando arrossate le nevi dal latino sangue gentile, poiché di morti o di feriti era cosparso il suolo" [3]
. La 9^ compagnia, dunque, soccombette integralmente all'avversario: in particolare, si persero notizie di tutti gli ufficiali. Il capitano Pestalozza, insieme ai suoi colleghi, fu dichiarato disperso. Nei giorni successivi, però, iniziarono a giungere comunicazioni dai campi di prigionia austro-ungarici. Nella famiglia Pestalozza doveva, probabilmente, essere ancora viva la speranza che il loro Berto fosse vivo, ed in cattività. Purtroppo, nei giorni successivi il s.ten. G.B. Aiuti così scrisse a suo padre (che ne informò il dottor Pestalozza), dalla prigionia:
"il mio capitano [...] cadde ferito insieme con me; cademmo, insieme, però egli fu ferito alla testa perciò è morto; io fui ferito alla gamba, così spero di cavarmela con un po' d'ospedale". [4]
Ancora, il sottotenente Orazio Lega scrisse direttamente al dottor Pestalozza una lettera giuntagli il 17 luglio:
"Il 25 maggio fui preso prigionierio ed appena dietro le linee austriache trovai il cadavere del povero figlio suo sopra una barella portata da due portaferiti austriaci. Lo portarono dentro una baracca dove gli tolsi tutta la roba che aveva in tasca rilasciandone ricevuta a un portaferiti austriaco. [...]"
Il capitano, dunque, era morto combattendo. Circa l'andamento dell'azione generale dispiegata dalla Brigata "Lombardia", traiamo ancora dall'opera del gen. Schiarini:
"Due battaglioni del 74°, dopo una tenace difesa e molte perdite, ripiegano il 25 dalle pendici di Monte Caldiera su Monte Cucco delle Mandrielle; poi, in ordine, su Monte Zoviello, donde la sera stessa tentano di contrattaccare su Monte Cucco. Un attacco del 73°, diretto su Cima Undici, non riesce. [...] L'indomani, 26, la Brigata Lombardia è fatta segno ad un nuovo attacco. Il Monte Zoviello è perduto ed invano si combatte per riconquistarlo: le gravi perdite (fra cui quella del comandante il 74°, col. Guastoni) e la forza delle posizioni e delle artiglierie nemiche, non controbattute, arrestano l'attacco."
Nei giorni successivi, sempre combattendo strenuamente, la "Lombardia" ripiegò dapprima sulla linea Monte Zebio - Monte Colombara e poi, il 30 maggio, su quella Monte Valbella — Pennar. Nelle settimane successive, sarebbe fortunatamente iniziata una nuova fase della grande battaglia, grazie alla quale l'impeto degli attaccanti sarebbe stato arginato dalla truppe italiane. Il fallimento dell'offensiva generale austro-ungarica, se si concretizzò solo con il mese di giugno, fu dovuto anche al sacrificio delle truppe che si immolarono, pur infruttuosamente, a partire dalla seconda metà di maggio. Tra questi, proprio i baldi fanti della Brigata "Lombardia", ed in particolare il capitano Pestalozza, il s.ten. Aiuti, il magg. Paris (caduto in combattimento il 3 giugno) e lo stesso colonnello Carlo Guastoni, comandante del reggimento (caduto il 26 maggio sempre sul Monte Zoviello). Alla memoria del capitano Pestalozza fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Attaccò arditamente un fortino nemico riuscendo ad occuparlo ed a farne prigioniero il presidio. Contrattaccato, oppose accanita resistenza, finché, ridotto agli estremi mentre tentava di aprirsi un varco attraverso i nemici, colpito a morte, cadde da prode sul campo." - Monte Zurillo [rectius, Zoviello], 25 maggio 1916
La famiglia del bravo capitano - in particolare per opera del padre, dottor Francesco Pestalozza -, affranta dal dolore, trovò il modo di commemorare degnamente il loro Berto. Il 25 settembre 1916, furono organizzate solenni esequie in suo suffragio, con la partecipazione di un gran numero di autorità civili e militari, oltre che della popolazione della bella cittadina. In occasione del primo anniversario della morte del capitano, il 25 maggio 1917, sempre il padre fece inoltre pubblicare un prezioso opuscolo dal titolo "Lauri e cipressi", raccogliendo pensieri e scritti relativi al figlio, e dal quale sono tratte gran parte delle notizie riportate in questo contributo. Il dottor Pestalozza vi riportò in apertura una struggente dedica al figlio:
"ALBERTO MIO / CHE SULLA VIA DEL DOVERE / ARROSSATA DEL SANTO TUO SANGUE / ONORANDO LA FAMIGLIA LA PATRIA / CADESTI / NELL'ANELITO DI UNA GRANDE VITTORIA / A TE / QUESTO ONORE DI PIANTI".
In chiusura di questo contributo, riportiamo una breve composizione che il sott. Nino Bazzetta volle dedicare alla memoria del capitano Pestalozza:
"Madonna morte che dispensi la gloria / bruna sorella del conforto / che ravvivi nell'avvenire la storia / nelle funebri stele di nostra terra / scrivi col ferro temprato / il nome di ALBERTO PESTALOZZA / capitano di milizia italica/ spento sul campo / nel sacrificio propiziatore / ai vindici Iddii della patria / fior d'ogni arme nostra / irradiante luce d'esempio animatore / sulla giovane Italia pugnante. / O foresta del monte conteso / sulla tomba del prode stormente / il vento della vittoria / per valli e pianori redenti."

A cura di Niccolò F.

NOTE 

[1] Il dottor Pestalozza, nell'opuscolo commemorativo, afferma "di sei sottotenenti - non v'erano tenenti - cinque caddero più o meno gravemente feriti emulandosi nel prode compimento dell'aspro dovere". [2] Vi è incertezza sul luogo preciso in cui avvenne il combattimento, in considerazione del fatto che i resoconti parlano di "Cima Dodici", mentre il riassunto storico della Brigata "Lombardia", ed anche le motivazioni delle medaglie al valore, fanno appunto riferimento al "Monte Zoviello" (erroneamente denominato "Zurillo"). [3] Lettera dell'avv. Alfredo De Angelis, padre del s.ten. Adolfo, al dottor Pestalozza. [4] Questo stralcio e gli altri brani di lettere riportati in questo articolo sono tratti dall'opuscolo commemorativo "Lauri e cipressi" fatto pubblicare dal dottor Pestalozza in occasione del primo anniversario della morte del figlio, il 25 maggio 1917. 

 BIBLIOGRAFIA

 - AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.

- Francesco Pestalozza, Lauri e cipressi - nel primo anniversario del capitano Alberto Pestalozza, Intra, 1917.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

giovedì 2 aprile 2020

Un berretto per un colonnello - Emilio Ravanelli

Spesso abbiamo tentato di raccontare, grazie ai nostri articoli, storie di combattenti attraverso oggetti a loro appartenuti (come nel caso del capitano Paolo Ballatore e del tenente Antonio Depoli) oppure comunque a loro direttamente riferiti, quali decorazioni al valor militare alla memoria (nel caso, tra gli altri, del capitano Bartolomeo Gurgo) o diplomi (come nel caso del sottotenente Giuseppe Vittone).
Ciò è quello che avremmo desiderato fare anche con il presente articolo, che prende le mosse, ancora una volta, da un oggetto. Si tratta, stavolta, di un berretto da colonnello comandante di un reggimento di fanteria, secondo il modello regolamentato nel 1895 e confermato con l'istruzione del 1903. Il copricapo è stato recentemente recuperato dall'autore in condizioni…pietose, e sottoposto a un delicato restauro che, senza aggiungere né togliere alcun elemento dal medesimo, lo ha riportato, almeno parzialmente, alle forme (non diremo allo splendore) originale.

Berretto da colonnello comandante del 140° regg. fanteria della Brigata "Bari" (coll. dell'autore).
Il berretto, tuttavia, ha una particolarità: appartenne, cioè, ad uno dei comandanti del 140° reggimento Fanteria della Brigata "Bari", come rivela la cifra nel tondino del fregio frontale. Un elemento interessante, quando si consideri che tale reparto esistette solo dal 1915 al 1919. Fu, dunque, un reparto che legò le proprie vicende unicamente alla Prima guerra mondiale.
Dettaglio del trofeo da berretto per l'arma di fanteria, sottopannato in robbio.
La Brigata "Bari" – formata dal 139° e 140° reggimento fanteria – costituiva, infatti, una brigata di fanteria di Milizia Territoriale: era, cioè, tra quelle unità che, secondo l'ordinamento dell'esercito italiano allora vigente, non esisteva in tempo di pace, ma era invece destinata ad essere costituita in caso di mobilitazione, inquadrando coscritti richiamati dal congedo.
I due reggimenti della "Bari", nello specifico, furono mobilitati (i.e., costituiti) dai depositi di due reggimenti di esercito permanente. In particolare, il comando di brigata e il 139° reggimento furono costituiti dal deposito del 10° reggimento della Brigata "Regina" con sede a Bari , mentre il 140° fu mobilitato dal deposito del 47° reggimento della Brigata "Ferrara", avente sede a Lecce.

La costituzione del 140° avvenne, secondo il riassunto storico, il 1° gennaio del 1915. Al termine del conflitto, con il riordinamento delle forze armate conseguente alla smobilitazione, anche la Brigata "Bari" fu sciolta, e il 140° reggimento fu disciolto nel settembre del 1919 [1].
Cartolina illustrata della Brigata "Bari".
Come si può dedurre dalla sua breve vita, il reggimento, nel corso dei quattro anni di campagna, ebbe ben pochi comandanti. Questa la cronotassi dei titolari del reparto:
  • col. Giovanni Battista Servici, da Roma, dal 24 maggio al 24 agosto 1915;
  • ten. col. Giovanni Gotelli, dal 28 agosto al 4 ottobre 1915;
  • col. Emilio Ravanelli, dal 6 ottobre 1915 al 21 luglio 1916;
  • ten. col. Francesco Tomasuolo, dal 22 luglio all'11 settembre 1916;
  • col. Giuseppe Solaro, dal 24 settembre al 25 ottobre 1916;
  • col. Enrico Ferrari, dal 1° novembre al 10 dicembre 1916;
  • ten. col. Ernesto Signori, dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917;
  • col. Eugenio De Vecchi, dal 23 giugno al 31 agosto 1917;
  • ten. col. Efraim Campanini, da Pieve di Cento, dal 1° settembre al 25 ottobre 1917;
  • ten. col. Pietro Bonami, da Firenze, dal 28 ottobre 1917 al termine della guerra.

Il proprietario del berretto nelle nostre mani, dunque, si nasconde evidentemente tra gli ufficiali appena menzionati.
Bisogna poi svolgere alcune riflessioni.
Anzitutto, trattandosi di un berretto che ci è pervenuto, lungo cento anni, intatto nei suoi attributi (appunto, propri di un colonnello comandante del 140° fanteria) ne consegue che il suo antico proprietario non dovette ricoprire, successivamente al periodo trascorso al comando del reparto in discorso (il 140°) alcuna altra carica di pari grado: diversamente, avrebbe provveduto a mutare, semplicemente, le cifre nel tondino, adattandole al nuovo reggimento.
Laddove, per ipotesi, avesse cambiato corpo (per esempio, venendo trasferito ai bersaglieri), è assai probabile che - come d'uso al tempo - avrebbe fatto sostituire tutte le metallerie (gallone, galloncino e bottoni), nonché le filettature, anziché acquistare un nuovo berretto. Tale è il caso, in particolare, del col. Servici che - esonerato dal comando del 140° il 12 agosto 1915 - avrebbe poi comandato il 3° Regg. Bersaglieri sul fronte dolomitico.
Da questa semplice osservazione si trae in definitiva che l'originale proprietario del berretto, ceduto il comando del 140° reggimento, dovrebbe alternativamente: essere stato promosso al grado superiore (tenente generale); essere stato posto a riposo; essere deceduto.
Orbene, da una rapida analisi dei profili degli ufficiali menzionati sopra, si trae anzitutto che nessuno di loro cadde in combattimento.
Si aggiunga anche che pare assai improbabile che, in tempo di guerra, ci si facesse confezionare un berretto turchino - del modello introdotto nel 1895 e confermato nel 1903 - e lo si guarnisse del fregio di un reggimento il cui comando (come nel caso del col. Gotelli, del col. Solaro, del col. Ferrari e del col. De Vecchi) fosse stato mantenuto solo per uno/due mesi.

Riassuntivamente, senza dilungarci, si dirà che, esclusi la maggior parte dei "candidati" mediante i criteri di cui sopra, restano "in lizza" due personaggi, i quali tennero consecutivamente il comando del reggimento per oltre sei mesi ciascuno.
Anzitutto, il ten. col. Ernesto Signori. Circa tale personaggio, non è purtroppo possibile dire alcunché: infatti, non se ne trova alcun riferimento sugli annuari militari rilevanti. Perciò, pare doversi concludere che si tratti di un refuso, in sede di compilazione del riassunto storico. Il personaggio dovrebbe dunque essere identificato nel ten. col. Ernesto Liguori, il quale fino all'estate del 1916 era comandante del IV battaglione del 68° reggimento della Brigata "Palermo". Appare ben possibile che egli sia stato successivamente trasferito al 140°, del quale potrebbe appunto aver ricoperto il comando dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917. Tuttavia, tale personaggio, poi promosso al grado di colonnello, avrebbe successivamente ricoperto altri incarichi di comando [2].
In secondo luogo, residua il nominativo del colonnello Emilio Ravanelli. Con riguardo a quest'ultimo, ci è stato possibile, curiosamente, reperire numerose informazioni.
A tal proposito, è bene dire che non vi è alcun elemento determinante e inequivoco – poste le premesse di cui sopra – per attribuire il berretto in discorso proprio al colonnello Ravanelli. Tuttavia, dato che siamo riusciti a ricostruire numerosi dettagli circa questa figura di soldato - la quale fu anche legata a Como, città di chi scrive -, l'occasione sarà comunque opportuna per rievocarla, insieme ai nostri quattro lettori.

Breve profilo del colonnello Emilio Ravanelli

Emilio Ravanelli nacque a San Giovanni in Persiceto, nella provincia bolognese, il 29 novembre del 1864. I suoi genitori erano Andrea Ravanelli, di professione cappellaio, e Claudia Savorini, di condizione agiata. Deciso a intraprendere la carriera militare, il giovane Emilio frequentò - probabilmente - l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, ottenendo la nomina a sottotenente il 3 agosto del 1884. Ventenne, iniziava così la sua carriera da ufficiale del Regio Esercito: una carriera che avrebbe svolto integralmente nell'Arma di Fanteria, prestando servizio presso vari reggimenti, dislocati lungo tutta la Penisola.
Nel 1891, da tenente, fu in servizio a Como, presso la compagnia permanente del locale Distretto Militare (23). Promosso capitano nel 1898 [3], fu al 21° reggimento della "Cremona", per poi essere nuovamente trasferito a Como, presso il 78° reggimento della Brigata "Toscana", in quel periodo avente sede nel capoluogo lariano [4].
Grazie alla frequentazione della buona società comasca, il capitano Ravanelli dovette incontrare una giovane e fascinosa signorina, della quale rimase ammaliato: si trattava della milanese Fortunata Camagni Bolzani, in arte Lice Formen, cantante lirica. Di lei si ricorda in particolare la fortunata interpretazione di Maddalena nella pucciniana Manon Lescaut presso il Teatro Sociale di Como, nella stagione teatrale 1895-1896 [5].
I due, in breve, convolarono a nozze nel 1901 a Milano, prendendo poi dimora a Como [6], dapprima in Piazza Vittoria, e poi al num. 41 di Via Valduce. Il matrimonio coincise con la fine della carriera artistica di Lice Formen, che - per volere del marito, austero militare - abbandonò il teatro.
Nel 1902, la famiglia si allargò con la nascita di una figlia, Claudia Orsola [7].
Tuttavia, in ragione di un avvicendamento di sedi, la famiglia dovette qualche anno dopo trasferirsi a Bra, ove fu trasferito il 78° reggimento fanteria. In seguito, il capitano Ravanelli ottenne - verosimilmente dietro sua domanda - il trasferimento al 68° reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", con sede a Milano. I signori Ravanelli vi presero dunque dimora, in un bello stabile liberty di Via Crema, in zona Porta Romana.
La moglie (a sx, all'epoca della sua carriera lirica) e la figlia (a dx, negli anni Venti) del col. Ravanelli.
Foto tratta da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra, op. cit.
Nell'estate del 1911, Emilio Ravanelli ottenne la promozione al grado di maggiore, e lo stesso anno fu anche insignito del cavalierato della Corona d'Italia [7].
Gli eventi della Guerra italo-turca non scalfirono la tranquillità famigliare dei Ravanelli, dato che il maggiore non fu incluso tra le aliquote del 68° reggimento fanteria destinate in terra d'Africa.
Così trascorsero gli anni sino al fatidico 1914. In seguito allo scoppio della guerra europea, l'Italia - secondo quanto meglio illustrato in altri articoli del nostro blog -, pur in una posizione di neutralità, iniziò progressivamente la mobilitazione delle proprie forze armate.
In questo quadro, avvenne anche la costituzione di numerose unità di fanteria di Milizia Territoriale, destinate cioè ad inquadrare i coscritti richiamati dal congedo.
Tra queste, tra novembre e dicembre del 1914, vi fu anche la nuova Brigata "Milano", costituita dal 159° e 160° reggimento fanteria. Il 159°, in particolare, fu costituito dal deposito del 68° reggimento della "Palermo": tra gli ufficiali di quest'ultimo reparto destinati alla nuova unità vi fu, dunque, anche Emilio Ravanelli, il quale frattanto era stato promosso al grado di tenente colonnello.
A lui fu, dunque, affidato il comando del III battaglione del 159° reggimento fanteria [8]. Mancavano, ormai, solo pochi mesi all'intervento in guerra anche del Regno d'Italia.

La guerra: il 1915

Nel corso della primavera del 1915, dunque, di pari passo con le operazioni della c.d. mobilitazione occulta, i reggimenti delle unità neocostituite si dedicarono ad un intenso addestramento, per istruire i richiamati e amalgamare i reparti.
Nel caso della Brigata "Milano", la dichiarazione di guerra dovette sorprendere l'unità in una condizione di non sufficiente prontezza: infatti, al 24 maggio 1915, i due reggimenti si trovavano ancora a Gussago, nel bresciano, ben lontani dal fronte. L'unità – operativamente inclusa nella 35^ Divisione – con le settimane successive si avvicinò alla zona di operazioni, raggiungendo il vicentino a inizio luglio, per poi ascendere, alla metà di agosto, sull'Altopiano di Asiago. Tuttavia, fino alla metà di ottobre, i due reggimenti della "Milano" non presero parte ad alcuna operazione di combattimento. Ciò sarebbe avvenuto – in maniera, purtroppo, assai infelice – solo con il 18 ottobre 1915, quanto la Brigata avrebbe avuto il suo drammatico battesimo del fuoco tentando di espugnare le munitissime posizioni del Costone (o Trincerone) Durer. A tale data, tuttavia, il ten. col. Ravanelli aveva già lasciato il reparto: egli, infatti, era stato chiamato al comando del 140° reggimento fanteria della Brigata "Bari"
A far data dal 1° ottobre, infatti, egli era stato promosso al grado di colonnello, e destinato dunque al comando di un reggimento [9].
Emilio Ravanelli, così, rilevò il comando del reparto – dal ten. col. Giovanni Gotelli – alla data del 6 ottobre 1915. A tal proposito, è significativo notare come ad un ufficiale quale Ravanelli, che non aveva ancora preso parte ad alcuna azione di combattimento – né del resto aveva alcuna esperienza al riguardo, non avendo neppure preso parte alla Guerra italo-turca – fosse affidato il comando di un reggimento che si trovava in prima linea pressoché ininterrottamente da tre mesi. La Brigata "Bari", infatti, aveva preso parte alle sanguinose offensive estive, combattendo duramente nel conteso settore di San Martino del Carso, nelle cui trincee il reggimento si trovava al momento in cui il ten. col. Ravanelli lo raggiunse.
Tratto di fronte tenuto dal XIV C.d.A. alla vigilia della Terza Battaglia dell'Isonzo.

Nonostante la poca esperienza di guerra guerreggiata, il nuovo comandante si sarebbe rivelato all'altezza del compito. Dopo soli dieci giorni dal suo arrivo, infatti, la Brigata "Bari" sarebbe stata impegnata nelle operazioni della Terza battaglia dell'Isonzo, allorquando – insieme a tutto il XIV corpo d'armata (28a - 29a e 30a divisione) - avrebbe tentato nuovamente la conquista delle alture di S. Michele e S. Martino. A partire dal 18 ottobre, il 140° reggimento sarebbe dunque entrato in combattimento, al comando del col. Ravanelli.
Gli assalti sarebbero proseguiti fino al giorno 25, ma senza risultati di rilievo, e con altissime perdite [10]. Dopo un breve periodo di riposo, la "Bari" sarebbe tornata all'attacco il 4 novembre, facendo progressi nel settore di San Martino, pur anche stavolta a prezzo di gravi perdite [11]. Il 5 novembre, i due reggimenti tornarono a riposo, nel settore di Sevegliano - Ontagnano - Felettis - Privano, ove rimasero sino a fine anno.
Come si diceva, il colonnello Ravanelli - pur "neofita" del fronte - dovette farsi apprezzare per la propria azione di comando, tanto che - probabilmente su proposta del comandante della Brigata, Enrico Caviglia, uno dei nostri più brillanti ufficiali generali - gli fu conferita la medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Con costante attività ed alto spirito militare, sprezzando ogni pericolo e portandosi sempre in primissima linea, guidò il proprio reggimento in successivi, numerosi attacchi contro forti trincee nemiche." - Carso, 18 ottobre - 9 novembre 1915.
Ritratto del col. E. Ravanelli apparso su La Domenica del Corriere per celebrare il conferimento della MAVM.
Si osservi, in proposito, che - a differenza di quanto si potrebbe pensare - la concessione di onorificenze al valor militare a ufficiali comandanti di reggimento non era, per nulla, cosa scontata: ciò, dunque, fa onore alle qualità di comandante del cav. Ravanelli. La foto riportata qui sopra, tratta da La Domenica del Corriere, è assai interessante anche dal punto di vista uniformologico: Ravanelli, infatti, indossa l'uniforme turchina secondo l'istruzione del 1903, con il berretto recante gli attributi da colonnello (gallone e tre galloncini); tuttavia, al bavero porta ancora le mostrine della sua vecchia Brigata "Palermo", non già quelle della "Bari" e neppure quelle dalla "Milano": segno che, in tempo di guerra, l'adattamento delle uniformi non era, spesso, omogeneo.
Le offensive della fine di ottobre provarono in maniera durissima i due reggimenti della "Bari", tanto che essi rimasero in zona di riposo sino al mese di marzo. Rientrata in efficienza, l'unità fu trasferita, con la metà di aprile, nel settore del Monte Sabotino, ove conseguì alcuni successi – perlopiù ad opera del 139° reggimento.

Dopo tali sforzi, la "Bari" tornò in zona di riposo fra Dobra e Sant'Andrat. Qui essa si trovava alla metà di maggio del 1916, quando fu raggiunta dalle notizie della poderosa offensiva sferrata dal nemico nel settore degli Altipiani.


Il 1916: la Battaglia degli Altipiani
La Brigata "Bari", dunque, fu tra le unità scelte per essere inviate a rinforzo delle truppe operanti sugli Altipiani: i due reggimenti furono, quindi, caricati su treni e trasferiti nel vicentino, raggiungendo il 31 maggio la zona fra Giarabassa e Bolzonella.
L'8 giugno la "Bari" fu trasferita a Cismon e il giorno dopo a Enego.
Infine, il 16 giugno, la Brigata "Bari" entrò in linea, per partecipare alla controffensiva: ad essa fu affidato il compito di superare la Piana della Marcesina e di attaccare il Monte Confinale. Il tentativo, fatto purtroppo in pieno giorno, di attraversare la piana non sortì effetto, a causa dei reticolati apprestati dal nemico. L'operazione fu ritentata il 17, e poi ancora sino al 20, ugualmente senza successi, ed alternando avanzate e ripiegamenti.
Il 25 giugno, in seguito al parziale ripiegamento degli Austro-Ungarici, il Regio Esercito riprese l'offensiva: alla Brigata "Bari" fu dunque affidato il compito di avanzare lungo la direttrice Monte Fiara - Monte Colombara - Monte Zingarella. Il 26 giugno, dopo immani sforzi, i nostri fanti riuscirono ad espugnare le posizioni di Monte Fiara, ma lo slancio degli Italiani dovette arrestarsi, a causa dei forti trinceramenti nemici. I combattimenti continuarono, furiosi, in special modo il 29 giugno e il 3 luglio, pur senza il raggiungimento di risultati di rilievo.
Il 12 luglio, infine, la Brigata "Bari" fu inviata a riposo a Fontana dei Tre Pali, alle falde settentrionali del Monte Castelgomberto: le sue perdite dal 7 giugno al 12 luglio sono di 64 ufficiali e 1855 gregari.
Le truppe della Brigata "Bari" sarebbero rientrate in linea il 20 agosto, sulle posizioni di Monte Colombara.
Al comando del 140° reggimento, però, non c'era più il colonnello Ravanelli: a far data dal 22 luglio, al suo posto fu infatti nominato il ten. col. Francesco Tomasuolo, che avrebbe guidato il reparto solo per circa un mese e mezzo.
Otto giorni dopo l'arrivo in zona di riposo, dopo aver comandato il suo reparto in condizioni difficilissime, il col. Ravanelli lasciava dunque il suo 140°: difficile affermare quale ragioni fossero alla base dell'avvicendamento. Di certo, Ravanelli non fu trasferito al comando di un altro reparto mobilitato [12]. Possibile, invece, che la causa fosse legata a eventi spiacevoli: un "siluramento" cadorniano, o magari condizioni di salute malferme, a seguito dei duri sforzi delle settimane precedenti.
Ravanelli, in ogni caso, abbandonò la linea del fronte e, nel corso dell'estate, le sue condizioni peggiorarono notevolmente. Probabilmente con l'autunno del 1916 egli si ritirò a Pallanza, amena località sul Lago Maggiore, ove sperava forse si rimettersi in salute, prendendo alloggio in una villa situata in Via alla Palude.
Così non fu: pochi mesi dopo, il 20 marzo 1917, alle due antimeridiane, Emilio Ravanelli lasciava il mondo dei vivi, a soli 52 anni, per una grave insufficienza epatica. Fu, probabilmente, sepolto nel cimitero di Pallanza.
Lasciava la moglie Fortunata, e la giovanissima figlia Claudia.
Notizia della morte del col. Ravanelli apparsa su "Il Resto del Carlino" del 23 marzo 1917,
Quali che fossero le ragioni della sua malattia, essa fu riconosciuta come dipendente "da causa di servizio": pertanto, Emilio Ravanelli figura sull'Albo d'oro nazionale dei caduti, e alla sua vedova fu corrisposta la pensione privilegiata di guerra.
Il nome del col. Ravanelli è ricordato a Milano, sul monumento ai caduti del quartiere di Porta Romana.
Alla memoria di questo soldato, dedichiamo questo articolo.

A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] http://www.regioesercito.it/reparti/fanteria/rgt/rgt140.htm
[2] Vedasi Bollettino ufficiale del Ministero della Guerra, 4 luglio 1919, pag. 4592, che riferisce il trasferimento del colonnello Liguori cav. Ernesto, colonnello del deposito dell'80° reggimento fanteria.
[3] In G.U., anno 1891.
[4] Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1907.
[5] Como e il Teatro, opuscolo a beneficio dei lettori de La Provincia di Como, anno 1912, p. 12.
[6] Atto di matrimonio Ravanelli - Camagni Bolzani.
[7] Le informazioni sulla famiglia Ravanelli sono tratte da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni…, op. cit.
[8] Riassunto storico della Brigata "Milano".
[9] Decreto del Ministro della Guerra in data 21 ottobre 1915.
[10] La "Bari" perde 40 ufficiali e 1061 militari di truppa.
[11] Nelle azioni dal 28 ottobre al 4 novembre, la Brigata perdette 53 ufficiali e 1529 militari di truppa.
[12] Ciò si desume dal controllo dei riassunti storici delle altre brigate di fanteria, come anche dal fatto che, sull'Albo d'oro dei caduti, sarà ricordato ancora come colonnello del 140° fanteria.




BIBLIOGRAFIA
- M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra - materiali per una biografia, in Strada maestra, quaderni della biblioteca G.C. Croce, San Giovanni Persiceto, n. 44, 1° semestre 1998.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

domenica 1 ottobre 2017

Breve profilo del maggiore Camillo Pasquali, alpino siciliano, eroe del Castelgomberto

Nel trattare delle vicende del sottotenente Pier Felice Vittone, al quale abbiamo dedicato un ampio articolo (vedi qui), si è brevemente accennato alla figura del maggiore Camillo Pasquali
Questi, bravo ufficiale veterano della Guerra Italo-Turca e comandante del Battaglione "Val Maira"  fino ai furibondi combattimenti del giugno 1916 sul Monte Castelgomberto, si ritrovò accomunato nella morte al suo giovane subalterno Vittone. Avendone casualmente reperito il ritratto, a lui dedichiamo questo breve post.


Camillo Pasquali, qui capitano degli Alpini (anno 1910 ca.).

Camillo Pasquali nacque a Siracusa il 22 settembre del 1874. Intrapresa la carriera militare, frequentò l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, uscendone - invero non giovanissimo - sottotenente nel 1897 [1]. Fu dunque assegnato all'arma di Fanteria, prestando servizio di prima nomina nel 41° Reggimento della Brigata "Modena". In seguito, promosso al grado di tenente, fu trasferito al Corpo degli Alpini, al quale avrebbe consacrato i successivi anni della sua vita.
Successivamente, si sposò, ed ebbe ben sette figli.
Nel 1908, mentre si trovava assegnato al 2° Reggimento Alpini, diede una prima prova del suo temperamento coraggioso. Mentre, coi suoi uomini, era impegnato in un'escursione in montagna nel territorio del comune di Ovaro (in provincia di Udine), accortosi che uno di essi era scivolato in un torrente, vi si gettò per soccorrerlo. L'atto coraggioso, ma temerario, gli valse la sua prima Medaglia d'Argento al Valor Militare, nella cui motivazione possiamo anche scorgere l'esito del suo slancio:

Durante un’escursione in montagna, visto uno dei propri sodali cader nelle acque di un impetuoso torrente, con generoso slancio si gettò al suo soccorso, riuscendo però a scampar egli stesso dalla morte sol per l’aiuto offertogli da altri militari. – Ovaro (Udine), 10 maggio 1908.”
Il tenente Pasquali e lo sfortunato alpino furono, infatti, salvati dal coraggio del caporalmaggiore Eugenio Oniboni, da Castelnuovo Magra, che si guadagnò a sua volta la Medaglia d'Argento:
Nella predetta circostanza, arditamente si slanciò pel primo nelle acque del torrente al soccorso dei pericolanti, che, con grande sforzo, aiutato da altri, riuscì a fermare ed a spinger a riva.”
Trascorsi tre anni da questo avvenimento, scoppiò la Guerra Italo-Turca. Camillo Pasquali, intanto promosso al grado di capitano, prestava servizio nel 1° Reggimento Alpini. Scelto per essere aggregato al Corpo di Spedizione, fu inviato in Cirenaica, ove combattè - non ci è stato possibile determinare con quale battaglione [2] -, in particolare, presso Derna. Per il contegno dimostrato in combattimento, fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare:
Per lo slancio, l’intelligenza, la calma con la quale comandava il proprio reparto nei combattimenti del 17 gennaio e del 3 marzo 1912. – Derna, 17 gennaio e 3 marzo 1912”
Rimpatriato, riprese l'ordinario servizio di caserma. Nell'estate del 1914, "per speciali benemerenze acquistate in Libia", fu nominato cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia motu proprio dal Re Vittorio Emanuele III [3].  
Nel 1915, al momento dell'entrata in guerra del Regno d'Italia, si trovava, sempre con il grado di capitano, assegnato al Battaglione "Val Maira", del 2° Reggimento Alpini.
Riprendendo brevemente quanto già narrato con riferimento al sottotenente Vittone, ricordiamo che nel corso della prima metà di giugno del 1915, il "Val Maira" si portò al completo nel settore dell'Alto But, sostituendo il battaglione "Val Tagliamento" nell'occupazione delle posizioni sulla linea selletta Freikofel-Monte Pal Grande
Il battaglione restò su tali posizioni sino al mese di settembre, alternando il presidio delle linee - insidiato da frequenti puntate del nemico - a periodi di riposo trascorsi a Treppo Carnico. 

Il 19 settembre, a fronte del rischio di un attacco nemico sul Freikofel, il comandante del Battaglione - maggiore Antonio Dadone - , insieme alla 218a compagnia, si portò presso Casera Pal Piccolo, schierandosi a difesa del Pal Piccolo per poi trasferirsi sul Pal Grande. Su tali posizioni, nonché in altre del Monte Croce carnico e della Val Collina, il "Val Maira" trascorse gli ultimi mesi del 1915.
Il 30 dicembre del 1915, il capitano Pasquali assunse - dal cedente capitano Giuseppe Cremascoli - il comando del Battaglione "Val Maira".
La prima parte del nuovo anno 1916 non vide il Battaglione impegnato in particolari operazioni, dovendosi esso tuttavia confrontare con il grande pericolo di valanghe, che determinò adattamenti delle linee di occupazione, così come dolorose perdite tra le nostre file.
Intanto, a far data dal 17 febbraio 1916, Camillo Pasquali fu promosso al grado di maggiore.
Nella notte del 26 marzo, il nemico, agendo di sorpresa e senza preparazione d'artiglieria, riuscì a conquistare una quota centrale del Monte Pal Piccolo: i contrattacchi italiani del giorno seguente videro impegnata, in particolare, la 218a e la 219a compagnia, la quale ultima subì forti perdite.
Il brillante contegno del suo Battaglione fruttò al capitano Pasquali una seconda Medaglia d'Argento al Valor Militare:
Con mirabile coraggio ed intelligenza eseguiva l’ordine ricevuto dal comandante delle truppe di attaccare energicamente l’avversario, in modo tale da impedirgli di accorrere in altra posizione, riuscendo brillantemente nello scopo. – Pal Piccolo, 26-27 marzo 1916”
Successivamente, a metà aprile, il Battaglione "Val Maira" sostituì riparti dei battaglioni "Monviso" e del "Dronero" sulle posizioni di colletta Kozliac, Monte Nero e Monte Rosso rimanendovi fino ai primi di maggio, quando, il 10, si portò nuovamente a Kosec per provvedere a lavori stradali.
Dopo un altro turno di trincea e una settimana trascorsa sul Monte Pleca (15 - 22 maggio), il "Val Maira" rientrò a Cividale; il 24 fu trasferito a Bassano a disposizione della 1a Armata, ed il 27 si spostò nuovamente a Ronchi.
In quei giorni, era in pieno svolgimento l'offensiva di primavera sferrata dall'esercito imperial-regio sul fronte degli Altopiani (c.d. Strafexpedition), e mentre la linea del XIV Corpo d'Armata si andava deflettendo per la forte pressione avversaria, con i battaglioni "Monviso" e "Val Maira" fu costituito un nucleo avente il compito di garantire il controllo degli sbocchi della val Frenzela.
Il 28 maggio, il "Val Maira" prendeva posizione prima a Monte Nos ed a Monte Baldo poi a Monte Cimon ed a Monte Longara.
Su tali linee, piccoli attacchi di riparti esploranti furono facilmente respinti. Il 30 maggio, giunti nella zona i Battaglioni "Argentera" e "Morbegno" (quest'ultimo, del 5° Reggimento Alpini), con essi, insieme col "Val Maira" e col "Monviso", fu costituito il "Gruppo Alpini Foza".

Al 5 giugno, dunque, le forze del Gruppo risultavano così disposte: il Batt. "Monviso" tra Tondarecar e Castelgomberto; il Batt. "Val Maira" a Castelgomberto; il Batt. "Morbegno" sullo sperone a nord di Monte Fior; il Batt. "Argentera" tra Monte Fior e Monte Spil. In particolare, le cime di Monte Castelgomberto, Monte Fior, Monte Miela, Monte Tondarecar e Monte Badenecche costituivano quello definito, nelle fonti militari italiane, quale complesso montano del Castelgomberto. In questo senso, la fronte del "Gruppo Alpini Foza", come visto, si estendeva - su un'ampiezza di circa quattro chilometri - per l'appunto su tale arco montano.

Teatro d'operazioni del "Gruppo Alpini di Foza"; evidenziate in colore, le principali cime, e l'abitato di Foza.
Alle 11.30 del mattino, le artiglierie austriache aprirono il fuoco sulle posizioni difese dai Battaglioni "Morbegno" e "Monte Argentera", proseguendolo sino alle 18.00, ora in cui reparti dell'11a Brigata austro-ungarica mossero all'assalto. Gli alpini resistettero fino all'esaurirsi dell'attacco, a tarda sera: la ritirata dei reparti attaccanti avvenne intorno alla mezzanotte.
Il giorno successivo, 6 giugno, le operazioni subirono una sosta, e frattanto la direzione delle operazioni nel settore Melette-Marcesina fu assunta dal comandante del XX Corpo d'Armata, tenente generale Luca Montuori. Nell'ordine di operazioni diramato, il compito del XX Corpo fu fissato, prima di passare all'offensiva, in quello di "opporsi energicamente ad ogni ulteriore avanzata del nemico verso la valle del Brenta ed affermarsi sulle posizioni del Monte Lisser e Monte Meletta di Foza" [5].
Il mattino del giorno dopo, 7 giugno, alle ore 10.30, le artiglierie imperial-regie ripresero a battere le posizioni italiane del settore, e in particolare quelle del Monte Fior e del suo sperone nord, difeso, come si è visto, dagli alpini del Battaglione "Morbegno" (5° Reggimento). In rinforzo a questi fu inviata, tra gli altri reparti, anche la 219a compagnia del "Val Maira".

Le altre due compagnie del Battaglione (la 217a e la 218a), al comando del maggiore Pasquali, restarono invece schierate sul Monte Castelgomberto.
Si era, dunque, nel pomeriggio inoltrato del 7 giugno. Il combattimento infuriava, e gli assalti degli Austro-Ungarici si infrangevano contro l'accanita resistenza dei nostri alpini.
La lotta si sarebbe protratta sino a sera inoltrata, con pesantissime perdite tra i nostri combattenti. Tra queste, intorno alle sette di sera, anche quella del valoroso sottotenente Vittone che, colpito alla testa, sarebbe spirato poco dopo. Il maggiore Pasquali, pur di tener fede ai suoi ordini, dovette riportare "ben cinque ferite" prima di abbandonare il comando, per essere trasferito al posto di soccorso. Da lì, date le sue gravi condizioni, fu poi trasferito presso l'Ospedale civile di Bassano, ove spirò il giorno 16.
Il riassunto storico ricorda che "Nel battaglione, già decimato, il giorno 8 di tutti gli ufficiali esiste[va] un solo capitano": infine, tra gli ufficiali del "Val Maira" si dovettero contare undici feriti,  tre dispersi e due morti , il sottotenente Vittone e il maggiore Pasquali. Tra la truppa, invece, cinquantuno morti, duecentoquarantaquattro feriti e centouno dispersi.

Come nostro uso, crediamo giusto concludere questo breve ricordo con la motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare che fu poi concessa alla memoria di questo valoroso alpino, venuto dalla Sicilia a sacrificare la sua vita su quelle aspre propaggini d'Italia, e che ci pare ne resti quale migliore epitaffio:

In ripetuti combattimenti diede mirabile esempio di calma imperturbabile e di valore. Al suo comandante di gruppo, che gli faceva raccomandazioni di resistere ad ogni costo, rispose fieramente: “Resteremo fino all'ultimo soldato! Viva l’Italia!”. Non curante di sé, si espose arditamente ove maggiore era il pericolo, finché cadde colpito a morte. – Castelgomberto-Monte Fior, 5-8 giugno 1916”.


A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] In G.U. n. 94 del 22 aprile 1897.
[2] In quelle date, presso Derna, combatterono il Battaglione "Saluzzo", del 2° Reggimento, e l'"Edolo", del 5°.
[3] In G.U. n. 202 del 24 agosto 1914.
[4] AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), ivi, p. 190.

BIBLIOGRAFIA
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.