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domenica 6 marzo 2016

La Battaglia dell'Oasi - Il tenente Giuseppe Orsi e i fanti dell'84° Reggimento nella battaglia di Sciara Zauia


In questo periodo storico di grande fibrillazione politica e strategica nel Nord Africa, e in specie nella regione libica, e alla vigilia di un possibile intervento militare italiano, appare interessante rispolverare le memorie della Guerra Italo-Turca, ormai risalenti a più d'un secolo fa. Riproponiamo dunque un breve contributo, già pubblicato in altre sedi editoriali [1], relativo a un protagonista dei primissi scontri avvenuti in Tripolitania nell'ottobre del 1911: il tenente Giuseppe Orsi.

Giuseppe Orsi nacque a Napoli il 2 gennaio del 1885: il padre, Nicola, era un affermato medico, mentre la madre, Concetta, era sorella di Francesco Cimmino, poeta e canzoniere noto al tempo [2]. Nel 1905, compiuti i vent'anni, Orsi fu chiamato a prestare il servizio militare: arruolato, fu assegnato all'arma di fanteria,  guadagnandosi poi i gradi da sottotenente. Terminato il servizio di leva, Orsi decise di proseguire la carriera nel Regio Esercito. Dopo alcuni trasferimenti, fu destinato all'84° Reggimento Fanteria della Brigata "Venezia", di stanza a Firenze, e nel 1910 fu promosso al grado di tenente [3]. Gli anni successivi trascorsero nell'ordinarietà della vita di caserma, sino al fatidico 1911.

Giuseppe Orsi, sottotenente dell'84° Reggimento Fanteria Brigata "Venezia" (collezione privata).

In quell'anno, il Governo italiano, sotto la guida di Giovanni Giolitti, concentrò le proprie attenzioni su due periferici vilayet (distretti) dell'Impero Ottomano, che però rivestivano grande importanza strategica per le politiche mediterranee dell'Italia: la Tripolitania e la Cirenaica. Del resto, già nel 1906, nel corso della conferenza di Algeciras, il Regno d'Italia aveva ottenuto che tali regioni fossero formalmente riconosciute come propria "zona di interesse". Il 28 settembre 1911, in seguito ad  alcuni incidenti diplomatici alquanto pretestuosi, ma utili a fornire il casus belli, l'ambasciatore italiano a Constantinopoli consegnò alla Sublime Porta, il ministero degli esteri ottomano, un ultimatum che, nonostante l'atteggiamento conciliante dei Turchi, non lasciava aperti spiragli all'ipotesi di una risoluzione diplomatica del conflitto. La risposta turca non giunse, e alle ore 14 del 29 settembre, scaduto il termine dell'ultimatum, una squadra di cacciatorpediniere italiani aprì il fuoco contro una nave turca. La "Guerra Italo-Turca" era iniziata.

La prima parte delle operazioni militari fu, dunque, affidata essenzialmente alla Regia Marina, che si trovava già con forze consistenti al largo delle coste africane. Nel frattempo, in Italia, fervevano i preparativi per costituire e far affluire in Africa il corpo di spedizione che avrebbe dovuto provvedere all'occupazione delle due regioni contese. Difatti, sebbene lo sbarco in Tripolitania fosse un'ipotesi sulla quale lo Stato Maggiore italiano si esercitava, più o meno scopertamente, da circa una decina d'anni, la vera preparazione al conflitto era iniziata solo da poche settimane: nel corso del mese di settembre del 1911, col richiamo della classe di leva del 1889, il reperimento dei materiali e, soprattutto, delle navi necessarie a trasportare uomini e mezzi sulle coste africane. Scelti poi i reparti con i quali costituire il Corpo di Spedizione, nei primi giorni di ottobre essi furono fatti affluire verso le città di Napoli e Palermo, donde si sarebbero imbarcati alla volta dell'Africa.
Tra essi vi era anche l'84° Reggimento Fanteria al completo, il quale - insieme all'82° reggimento della Brigata "Torino" e ad altre truppe di supporto - costituiva la 1^ Brigata della 1^ Divisione Speciale, al comando del ten. gen. Guglielmo Pecori Giraldi. Da Firenze, dunque, il reparto fu trasferito, in ferrovia, verso Roma, e poi da qui a Napoli. Si può immaginare l'emozione con la quale il tenente Orsi apprese la notizia che il suo reparto, prima di imbarcarsi, avrebbe attraversato le vie della sua città natale. Tra l'8 e il 9 ottobre, difatti, tutti i reparti, giunti a Napoli, furono fatti sfilare sino al porto, per essere imbarcati. Le truppe attraversarono i viali della città partenopea in un'atmosfera di grande festa ed entusiasmo, salutati da una massa imponente di popolazione, e dallo stesso Re Vittorio Emanuele III. Nel pomeriggio del giorno 9, le prime dodici navi del convoglio si staccarono dalle coste italiane, con la prora rivolta verso l'Africa. L'84° Regg. Fant. era imbarcato sul piroscafo "America", il quale, insieme al "Verona", era una delle navi più moderne e veloci del convoglio. Dunque, quando in Italia giunsero le notizie del primo attacco turco, sferrato nella notte tra il 7 e l'8 ottobre, i comandi decisero di distaccare dal convoglio proprio queste due navi, per farle giungere il prima possibile presso le coste di Tripoli. Il presidio italiano già presente in città, infatti, era costituito dai soli 1700 fanti di marina sbarcati il 5 ottobre. I due piroscafi attraccarono di fronte a Tripoli intorno alle ore 10 dell'11 ottobre e subito iniziano le operazioni di sbarco, ostacolate dalle difficili condizioni del mare, dei primi 5000 uomini arrivati: essi facevano appunto parte dell'84° Regg. Fant., di due battaglioni del 40°, e di un battaglione dell'11° Reggimento Bersaglieri. 

Organigramma del 1° Scaglione del Corpo di Spedizione in Tripolitania (da USSME, La campagna di Libia 1911-1912).

Nella notte successiva, il resto del convoglio lasciò la Sicilia, per giungere a destinazione nella mattinata del giorno 12. In attesa del secondo scaglione (altri tredici piroscafi, in partenza da Napoli), il gen. Carlo Caneva (comandante del Corpo di Spedizione), ordinò lo schieramento delle truppe già sbarcate. Approfittando della zona di sutura tra l'oasi di Tripoli - che cinge la città - ed il deserto, proprio su tale linea fu predisposto il sistema difensivo italiano, costituito da trinceramenti scavati nelle dune e protetti da reticolati di filo spinato. Nei giorni seguenti, dunque, i soldati italiani furono impegnati più che altro a presidiare le posizioni conquistate, tenendo l'occhio vigile verso il deserto, ove, dopo una debole resistenza, si erano ritirate le truppe turche. L'84° Regg. Fanteria - comandato dal colonnello Arturo Spinelli -, in particolare, si trincerò nei pressi di una manciata di casupole, in una località denominata "Sciara Zauia", posta alla periferia meridionale della città di Tripoli (per una panoramica generale delle posizioni occupate dagli Italiani nei dintorni della città, si rimanda al nostro precedente post: Le ridotte nei dintorni di Tripoli - 1911/1913).

Mappa di Tripoli tratta dal fondo del ten. Roberto Ariani; il punto rosso indica la posizione di Sciara Zauia (ove poi sarebbe stato edificato un fortino); il punto blu indica la "casa di Giamail bey" (collezione privata A.E.A.).

Frattanto, la popolazione indigena, dopo un'iniziale accoglienza apparentemente benevola, stava mutando disposizione d'animo nei confronti degli occupanti: vari episodi minori segnalavano questo cambiamento, che rendeva assai più problematica la situazione del nostro contingente. Le operazioni rimasero in stallo per oltre una settimana, e i rari tentativi dei Turchi, rinforzati da gruppi di arabi, di effettuare degli attacchi di sorpresa, vennero subito stroncati dalle truppe italiane. Ciò determinò nei comandi italiani un pericoloso senso di sicurezza. Il mattino del 23 ottobre, infatti, l'11° Reggimento Bersaglieri - al comando del col. Gustavo Fara -, schierato nel villaggio di Sciara Sciat, alle propaggini orientali dell'oasi di Tripoli, fu improvvisamente attaccato da un nutrito contingente di truppe turche. Tale azione, velocemente respinta, era però solo un diversivo rispetto all'attacco principale, sferrato, alle spalle dei bersaglieri, da una miriade di guerriglieri arabi nascosti nell'oasi. Nel frattempo, gli altri reparti del contingente italiano, tra i quali l'84° Fanteria, erano bloccati da altre azioni diversive e non potevano accorrere in soccorso dei bersaglieri. Il tenente Orsi, al comando di un plotone della 7^ compagnia dell'84° Reggimento, partecipò alla battaglia, respingendo coi suoi fanti un assalto degli arabo-turchi, che avevano tentato di sfondare le nostre linee nei pressi della "Caserma di Cavalleria", ov'erano accantonati due squadroni dei Cavalleggeri di Lodi (15° Reggimento). Nei pressi della "caserma", sorgeva un altro edificio, la "casa di Giamail bey": essa era una sorta di "villa fortificata", requisita appunto al dignitario locale Giamail Bey (o Giammil). Lo schieramento dell'84° fanteria si snodava appunto tra tale edificio e, ad est, le trincee occupate dall'82° reggimento della brigata "Torino".
Nonostante la strenua resistenza dei nostri, il bilancio della giornata del 23 ottobre fu pesantissimo: oltre cinquecento uomini, tra soldati e ufficiali del solo 11° Bersaglieri, massacrati. A questo drammatico episodio, seguirono giorni di rastrellamenti e perquisizioni, alla ricerca di "traditori" e "ribelli": numerose furono le fucilazioni sommarie e gli arresti, che contribuirono ad acuire ulteriormente l'ostilità verso i nostri soldati, segnando una pagina poco onorevole per le nostre armi.

Il peggio, tuttavia, doveva ancora venire. Nella notte tra il 25 ed il 26 ottobre, venne notata, dai nostri ricognitori aerei, una frenetica attività del nemico, nella zona immediatamente a sud di Tripoli. In particolare, truppe regolari turche e, soprattutto, bande armate di arabi furono segnalate in avanzamento verso le posizioni italiane. All'alba, la fanteria turca, sostenuta anche da un rado ma efficace fuoco d'artiglieria, si lanciò all'attacco delle trincee italiane nei pressi del forte Messri, nella zona sud est del nostro schieramento. Ma, anche stavolta, si trattava di un diversivo: l'azione principale era infatti diretta a sfondare lo schieramento italiano proprio nella zona di Sciara Zauia, attorno alla "Casa di Giamail Bey", ove, come si è detto, erano schierati i fanti dell'84° ed i cavalleggeri del "Lodi".
Un ufficiale dei cavalleggeri descrisse così la fase iniziale dello scontro: "Lo squadrone appiedato accorse verso le trincee, le quali erano state assaltate sul fronte da un piccolo drappello di cavalleria nemica seguito a breve distanza da numerosa fanteria turca ed araba, mentre alle spalle delle trincee stesse un’orda numerosissima di arabi traditori effettuava simultaneamente un altro attacco[...]".
Enrico Corradini - giornalista, scrittore e fondatore dell'Associazione Nazionalista Italiana -, inviato a Tripoli, così descrisse il prosieguo della battaglia: "sulla sinistra della Villa di [Giamail, n.d.A.] Bey guardando il deserto, le trincee furon rotte e grandi masnade d'arabi deliranti si buttaron dentro. Sulla sinistra della Villa stava la 6^ compagnia e sulla destra la 7^ col capitano Hombert.  Il 4° plotone della 6^ compagnia, all'urto degli arabi dal di fuori, non resse e si ritirò sopra la sua compagnia. Gli arabi per quella breccia si rovesciaron dentro come una fiumana e uniti con altri di loro che durante la notte eran riusciti sullo stesso punto a insinuarsi nell'oasi per sentieri fondi e coperti dal deserto, e ad appostarsi dietro muri e ciglioni, tentarono d'accerchiare la 6^ e la 7^ compagnia. La 6^ fece fronte interno e si sottrasse all'accerchiamento, ma contro la 7^ il movimento riuscì. Il capitano Hombert chiese rinforzi e li ebbe, ma non bastarono; la compagnia fu spezzata e sbandata [...]". 
Tutto pareva perduto, per i fanti della 7^: il capitano Luigi Margery-Hombert ordinò di ripiegare, ma la manovra risultava impossibile, senza qualcuno che rimanesse a copertura della compagnia in ritirata. 

Il tenente Orsi, resosi conto della situazione, capì che solo il sacrificio suo e dei suoi uomini poteva consentire al resto della compagnia di ripiegare, e di portarsi in salvo. Quel ragazzo di ventisei anni, gettato in mezzo al deserto dal destino e dalla Storia, trovò così nel suo cuore il coraggio per gridare ai propri uomini: 
"Questo è il nostro posto, stringetevi attorno al vostro tenente; qui dobbiamo sostenere l'onore del nostro reggimento!". 
Così si consumò il dramma del giovane ufficiale napoletano, e del suo manipolo di uomini, accerchiati e decimati dal fuoco serrato dei nemici, tanto superiori di numero. Con la sciabola ancora in pugno, già ferito, Orsi fu colpito due volte al petto, ma trovo ancora la forza per pronuniare un'ultima frase: 
"Avanti, avanti ragazzi! Viva il Re, viva l'Italia!".
Una rara immagine della "Casa di Giamail bey" e del punto esatto ove si consumarono gli ultimi istanti di vita di Giuseppe Orsi, è contenuta nel fondo fotografico del ten. Giuseppe Ariani, al quale è già stato dedicato un articolo di questo blog (vedasi Le ridotte nei dintorni di Tripoli - 1911/1913 ).
Foto tratta dall'Archivio del ten. Roberto Ariani, che mostra il punto ove cadde il ten. Giuseppe Orsi (foto originale, collezione A.E.A.)

Colpito nuovamente alla testa, si accasciò esanime. Avrebbe raccontato, anni dopo, lo zio, avv. Raffaele Orsi: "Si trovò schiacciato l’orologio da una palla, ed altra perforò nel portafoglio la reliquia più cara, che il valoroso combattente aveva portato nelle lontane plaghe, il ritratto del padre suo".
Sempre nel portafogli, furono trapassati anche un biglietto da visita e una banconota, che presentiamo qui sotto:

Un triste cimelio: banconota da 5 Lire e biglietto da visita, perforati da proiettile, rinvenuti nel portafogli del ten. Orsi (collezione privata).
Nel frattempo, il col. Spinelli, comandante l'84° Reggimento, era riuscito a radunare i suoi fanti e, ricevuti rinforzi, con una ben riuscita manovra aggirante, riuscì a prendere i turco-arabi in una sacca, proprio intorno alla "Casa di Giamail bey". Per il nemico, non c'era scampo: la più parte degli assalitori caddero uccisi, il resto si diede alla fuga. Nel trambusto del momento, l'8^ compagnia dell'84° Reggimento riuscì addirittura a catturare la "bandiera del Profeta", lo stendardo verde che i ribelli tripolitini sventolavano in battaglia (e che sarebbe poi divenuto la bandiera dello Stato libico sotto il regime di Gheddafi).

A sera, l'84° Reggimento contò le proprie perdite: quarantaquattro tra soldati, graduati e sottufficiali, e quattro ufficiali. Essi erano: il capitano Luigi Margery Hombert, da Bagno a Ripoli, comandante la 7^ Compagnia; il capitano Vittorio Faitini, da Verona, comandante interinale del II Battaglione dell'84°; il tenente Lionello Bellini, da Firenze; il tenente Giuseppe Orsi. Le loro spoglie, dapprima inumate presso il piccolo monumento eretto sul luogo del combattimento, sarebbero poi state traslate presso l'Ossario dell'84° Reggimento Fanteria (oggi, a quanto se ne sappia, raso al suolo). 

Monumento ai caduti negli scontri del 23 e del 26 ottobre 1911 (cartolina d'epoca, collezione privata).


Ossario dei caduti dell'84° Reggimento Fanteria (cartolina d'epoca, collezione privata).

Alla memoria del giovane ufficiale napoletano, nel 1912, sarebbe stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione:
«Essendo in trincea, attaccato da forze soverchianti di fronte ed a tergo, resisté con fermezza e con molto ardimento. Avvertito che il grosso della compagnia si ritirava, ordinò al suo plotone di serrarsi attorno a lui, dicendo : "Questo è il nostro posto, stringetevi attorno al vostro tenente; qui dobbiamo sostenere l'onore del nostro reggimento!". Morì in mezzo ai suoi soldati.» - Sciara Zauia, 26 ottobre 1911.

A Giuseppe Orsi furono tributate molte onoranze: il Comune di Napoli, tra l'altro, fece murare una lapide commemorativa sulla sua casa natale - in Via Foria - e ne fece poi realizzare un busto bronzeo, ancora oggi conservato presso la sede del Municipio (visibile qui: busto del ten. Orsi conservato presso Palazzo San Giacomo - Napoli ).

Lapida murata sulla facciata della casa natale del tenente Orsi a Napoli (dall'opuscolo commemorativo, collezione privata).

Ma forse, il suo ideale epitaffio è quello vergato dal Vate, Gabriele d'Annunzio, nei versi della sua "Canzone della diana":
"Su, compagnia dello stendardo verde, Ottava! Su, la Settima, col prode Orsi! L'inferno di Giammìl si perde...".

A cura di Niccolò F. 

NOTE:
[1] In MILITES - n°48, gennaio/febbraio 2012, p. 26 e ss.
[2] La famiglia Orsi era originaria di Casapulla, in provincia di Caserta; tale Comune dedicò poi una via alla memoria di Giuseppe Orsi.
[3] Voce Orsi, Giuseppe, in Enciclopedia Militare, op. cit., Vol. 5, p. 682.

BIBLIOGRAFIA:
- In memoria di Giuseppe Orsi - tenente nell'84° Fanteria, Napoli, R. Tip. Giannini, 1914.
Voce Orsi, Giuseppe, in Enciclopedia Militare - Arte, Biografia, Geografia, Storia e Tecnica militare, Istituto Editoriale Scientifico - Il Popolo d'Italia, Milano, 1933.
- Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, La campagna di Libia 1911-1912, Libreria dello Stato;
- S. Romano, La Quarta Sponda, Longanesi, 2005.
- D. Temperino, Storia del reggimento "Cavalleggeri di Lodi";
- R. Orsi, Gli uomini illustri di Casapulla;
- G. Volpe, Italia Moderna,Vol. II, Firenze, Le Lettere,  2003.
- E. Corradini, La conquista di Tripoli.

martedì 7 luglio 2015

Elio Ferrari, il leone del Veliki Krib

In questi nostro piccolo spazio "antologico" dedicato a figure, momenti e oggetti rappresentativi della nostra storia patria, così gloriosa e triste insieme, una pagina deve essere dedicata a un personaggio importante per un reparto - il 67° reggimento fanteria - al quale chi scrive è legato, per plurime ragioni, da un profondo affetto. Eccoci dunque a rievocare dalle nebbie della Storia la figura di Elio Ferrari, ufficiale di carriera, pluridecorato al Valore, tra i protagonisti delle giornate della conquista del Monte San Michele.


Elio Ferrari, maggiore del 67° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo".

Nato a Cirié, in provincia di Torino, il 21 febbraio 1875 (1), Elio Ferrari, appena adolescente, decise di dedicare la sua vita al mestiere delle armi. A diciassette anni fu dunque ammesso al Collegio Militare di Milano, donde passò a frequentare l'Accademia di Cavalleria e Fanteria di Modena. Nel gennaio del 1896, terminati i corsi, fu promosso al grado di sottotenente (2), iniziando così la sua carriera da ufficiale, che avrebbe svolto interamente nell'arma di Fanteria. Assegnato al 66° Reggimento della Brigata "Valtellina", nel 1899 ottenne la promozione al grado di tenente. Rimase presso tale reparto per quasi un decennio, sinché, verso la fine del 1910, fu trasferito presso il 26° reggimento della Brigata "Bergamo".

Intanto, con il febbraio del 1911, Elio Ferrari fu promosso al grado di capitano (3). Alla fine del 1911, il suo reparto fu inviato sulle coste della Tripolitania in appoggio del Corpo d'Armata Speciale ivi operante. Nel mese di dicembre, il reggimento - del quale Ferrari era aiutante maggiore - sostenne duri combattimenti nel settore della città di Derna. Proprio qui, il giorno 27 dicembre, il capitano Ferrari si guadagnò la sua prima medaglia d'Argento al Valor Militare, che gli fu conferita con la seguente motivazione:

Coadiuvò efficacemente in combattimento il comandante del reggimento, percorrendo zone intensamente battute dal fuoco. Con esemplare fermezza arrestava e riconduceva al combattimento gente dispersa – Derna, 27 dicembre 1911”.

Rimpatriato dall'Africa, il capitano Ferrari subì un nuovo trasferimento: stavolta la sorte lo destinò al  54° Reggimento Fanteria della Brigata "Umbria", ove rimase sino alla primavera del 1915. Successivamente all'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria, Ferrari fu poi trasferito al 67° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", che, dal 1908, era di stanza nella città di Como.
Con il 1° marzo del 1915, terminate le operazioni preliminari alla mobilitazione generale (la c.d. "mobilitazione rossa", o "occulta"), prese avvio la vera e propria mobilitazione, col trasferimento di una prima aliquota di reparti verso il confine. Tra questi, anche il 67° Reggimento Fanteria, che, con il pretesto di un campo primaverile, fu inviato nella zona di Corteno, tra Valtellina e Valle Camonica: tale movimento, in verità, faceva parte della manovra di radunata del III Corpo d'Armata di Milano, che in tal modo si appressava al confine con l'Impero Austro-Ungarico.  Dopo l'inizio delle ostilità, il reggimento - riunito al gemello 68°, col quale formava la Brigata "Palermo" - si trasferiva, in giugno, nel settore dell'Alta Valle Camonica, dislocandosi fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale, inquadrato nella I Armata. Trascorsa l'estate su tali posizioni, prendendo parte a varie operazioni offensive, il reggimento, all'inizio di ottobre, passava a riposo, per poi essere destinato alla fronte carsica. Nelle settimane successive, il reggimento iniziava le operazioni di trasferimento che lo avrebbero portato a radunarsi alle falde del Monte San Michele, passando alle dipendenze della III Armata. In questo periodo, il capitano Ferrari ricopriva il ruolo di aiutante maggiore in 1^, delicato incarico di coordinamento e assistenza al comandante del reparto. In queste circostanze, Ferrari, come già aveva fatto in Libia, diede brillante prova del proprio valore, meritandosi una medaglia di bronzo al valor militare, con questa motivazione:

Disimpegnava, con esemplare, costante coraggio, le funzioni di aiutante maggiore in 1^, spiegando opera intelligente e serena durante il combattimento e coadiuvando efficacemente il comandante del reggimento col portare ordini e nell’accompagnarla attraverso zone intensamente battute. – Falde del Monte San Michele, 23 ottobre – 2 novembre 1915”. (4)

Entro il 21 novembre, il reggimento al completo attraversava l'Isonzo nei pressi di Sagrado, portandosi ai piedi del San Michele. Qui, già dalla settimana precedente, operava il solo II Battaglione, aggregato al 113° Reggimento della Brigata "Mantova", il quale aveva dunque già avuto il battesimo del fuoco sulla fronte isontina, attaccando la Cima 3 del monte: dal 10 novembre erano infatti in corso le operazioni offensive che complessivamente avrebbero costituito la Quarta Battaglia dell'Isonzo. Solo quattro giorni dopo, veniva invece il turno degli altri due battaglioni, il I e il III: essi, in concorso con i due reggimenti della Brigata "Lazio" (131° e 132°) e il LIV Battaglione Bersaglieri, avrebbero dovuto attaccare le linee austriache poste sulle propaggini sud-occidentali del Monte San Michele. Il 24 novembre, i due battaglioni del 67° si lanciarono all'assalto del tratto di fronte tra l'abitato di Peteano, Boschini e la Quota 124. Il III battaglione riusci' a conquistare il trincerone di Peteano, mentre il I btg. occupò la Quota 124. La violenza del combattimento fu terribile: caddero, fra i moltissimi, entrambi i comandanti di battaglione: il maggiore Alberto Barbero (del I btg.) e il capitano conte Enrico d'Oncieu de Chaffardon (del III btg.). Trascorse alcune settimane, ed esauritasi l'offensiva generale, a sostituire il defunto d'Oncieu fu dunque chiamato proprio Elio Ferrari, che assunse ufficialmente il comando del III battaglione il 20 dicembre. Nel contempo, egli era promosso al grado di maggiore (5).
Il reggimento, nel frattempo, era stato rimosso dalla linea - sin dal 4 dicembre - e inviato in zona di riposo, ove rimase sino al 28 del mese, quando fece ritorno in trincea sulla linea avanzata tra San Martino e Monte Cappuccio, e tra la Quota 124 e il San Michele. Dopo successivi avvicendamenti, a metà febbraio il 67° Reggimento veniva trasferito nel settore del Medio-Isonzo, passando in organico alla II Armata (7^ Divisione, VIII Corpo d'Armata). Dopo aver partecipato a una prima azione dimostrativa contro l'altura di Santa Maria di Tolmino il 26 febbraio, il reparto prendeva parte alla Quinta Battaglia dell'Isonzo (11-15 marzo), pur senza compiere azioni di particolare rilievo. Il 17 marzo, tuttavia, il il sottosettore tenuto dalla Brigata "Palermo", insieme a quello della "Valtellina" (reggimenti 65° e 66°), veniva investito da una violenta offensiva sferrata dagli Austro-Ungheresi, che metteva, nel giro di poche ore, a repentaglio la tenuta di quel tratto di fronte. Il III Battaglione del 67°, accorso in linea, puntava sulla sponda sinistra del Valloncello della casa dei Ciclisti, impegnandosi in duro combattimento protrattosi per tutta la giornata, e proseguito nella notte sul 18. Il battaglione, anche nel corso dei due giorni successivi, riusciva a riprendere le posizioni perdute al mattino, e a far retrocedere gli avversari, catturando anche numerosi prigionieri (un ufficiale e 47 uomini di truppa). Per il contegno dimostrato in quelle giornate il maggiore Elio Ferrari veniva decorato con la seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare:
Comandante di reparti di corpi diversi, durante due giorni di combattimento mantenne posizioni difficili, benché fortemente attaccato e minacciato di avvolgimento dall’avversario; quindi, sulla base di ordini ricevuti, eseguì un ordinato ripiegamento su posizioni retrostanti. – Colline di Santa Maria di Tolmino, 18-20 marzo 1916”. 



Elio Ferrari al fronte col 67° Reggimento Fanteria.
In seguito a questi eventi, trascorse alcune settimane di relativa calma, il 67° reggimento veniva riunito e trasferito nel settore del Monte Mrzli, ove prendeva posizione il 1° giugno. Negli stessi giorni, Ferrari era anche insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia (6). L'8 giugno, il 67° iniziò ad operare contro il Monte Mrzli: nei giorni seguenti, si dissanguarono prima il II e poi il I battaglione, mentre il III, quello comandato da Ferrari, restava in riserva. Nuovi attacchi furono tentati il giorno 22 e poi ancora - con un'ardita azione di sopresa della quale fu protagonista la 6^ compagnia, al comando del valoroso capitano Giuseppe De Simoni, che vi rimase ucciso - il giorno  27 giugno. Tuttavia, i risultati furono assai scarsi, e l'azione, dopo tali sfortunate azioni, fu sospesa nel settore del 67°. Nei mesi seguenti, da luglio a novembre, i battaglioni del reggimento si alternarono in linea, sempre nel settore del Mrzli e del Vodil. In questo periodo, i bravi fanti del 67° si dedicarono anche alla costurzione di una linea difensiva in cemento armato lunga 130 metri, e munita di un triplice ordine di cavalli di Frisia. Con l'inizio di novembre, furono gli Austro-Ungheresi a passare all'azione, sferrando - tra il 5 e il 18 del mese - numerosi assalti contro le posizioni tenute dal reggimento, che furono però brillantemente respinti. Con l'inizio del 1917, il 67° reggimento fu inviato a Valerisce per trascorrervi il meritato turno di riposo. In seguito, il reparto si dedicò a esercitazioni tattiche nei settori del Vallone dell'Acqua e del Podgora. Ai primi di aprile, il reggimento tornò il linea: prima nel settore di Santa Caterina, sostituendovi la Brigata "Jonio"; e poi, a inizio maggio, pur quale riserva di corpo d'armata, schierandosi ad Est di Gorizia. 

La conquista del Monte Santo
Il 12 maggio, dopo una lunga preparazione di artiglieria, aveva inizio la Decima Battaglia dell'Isonzo: per il VI Corpo d'Armata, nel quale era inquadrata la Brigata "Palermo", l'obiettivo principale era costituito dal Monte Santo di Gorizia. Nei due giorni consecutivi, contro la sommità del monte, nei pressi di quanto restava del celebre santuario - ridotto ormai a poche macerie fumanti - combatterono con impeto disperato i due reggimenti della Brigata "Campobasso" (229° e 230°), riuscendo, anche se solo per poche ore, a issarvi il Tricolore. Il 14 maggio, a rinforzo della "Campobasso", contro il Monte Santo fu fatta muovere la Brigata "Palermo": tuttavia, dato il forte rischio di improvvise reazioni nemiche in forze, il 67° fu lasciato in riserva a Valerisce. Mentre si consumava la tragica epopea del 230° reggimento - completamente annientato - il 15 maggio anche al 67° veniva dato ordine di portarsi sul Monte Santo, e il reggimento si schierava tra la Quota 359 e la Quota 227, sempre in riserva. Tuttavia, il solo III Battaglione, al comando del maggiore Ferrari, veniva scelto per costituire una colonna d'attacco, che veniva spedita all'assalto, salvo poi, a fine giornata, dover essere ritirato a causa della violentissima reazione austro-ungherese. I combattimenti proseguivano nei giorni seguenti, senza sostanziali progressi da parte italiana, sinchè, il 19 maggio, tutto il 67° reggimento - insieme al gemello 68° - veniva riunito in attesa di ordini per il giorno successivo. Alle ore 06.00 in punto del 20 maggio, le artiglierie italiane iniziarono un serrato fuoco di preparazione, che durò tre ore. Alle ore 09.00, le truppe della Brigata "Palermo" mossero all'attacco: dopo svariati assalti, che furono respinti, il II Battaglione del 67° riusc infine a raggiungere la vetta del Monte Santo ed a issarvi la bandiera reggimentale. Subito furono inviati, in suo rincalzo, anche il I e il III battaglione, quest'ultimo al comando di Ferrari. Tuttavia, i due battaglioni di rinforzo furono immobilizzati dal fuoco delle artiglierie austriache, e il II battaglione, dopo ore di strenua resistenza, fu infine costretto a ripiegare, abbandonando la cima conquistata. Tuttavia, l'azione fu ritentata solo tre giorni dopo, il 23 maggio: il piano d'attacco prevedeva che l'assalto al monte fosse condotto da due colonne; il 67° costituiva, insieme a un battaglione del 33° reggimento fanteria, quella di destra, al cui comando era stato posto il colonnello Pietro Boldi, comandante dello stesso 67°. La colonna d'attacco mosse dalle proprie trincee alle ore 16.20. Venticinque minuti dopo, i reparti di testa - e in particolare lo stesso II battaglione del 67° - raggiungevano nuovamente la vetta, e, come tre giorni prima, gli altri due battaglioni tentavano di portarsi in rincalzo. Tuttavia, ancora una volta, il I e il III battaglione venivano bloccati dal fuoco d'artiglieria nemico mentre, nel frattempo, sulla vetta si era scatenato il contrattacco delle fanterie austro-ungheresi. All'imbrunire, la situazione si fece disperata,e il comando di Divisione ordinò di sospedere l'azione: il 67° dovette dunque ripiegare sulle posizioni di partenza, non prima di aver dato ulteriore filo da torcere al nemio, arrestandone l'impeto con uno sbarramento di mitragliatrici. Nonostante l'epilogo sfortunato, in quel 23 di maggio la bandiera italiana aveva sventolato per oltre un'ora sulla cima del Monte Santo, e questo grazie agli indomiti fanti del 67°. Tra i protagonisti della giornata, vi era stato anche il maggiore Elio Ferrari, al quale fu conferita la seconda Medaglia d'Argento al Valor Militare:

Con grande slancio e perizia, conduceva il suo battaglione all’attacco delle posizioni nemiche, trascinando di nuovo all’assalto altri reparti delle ondate precedenti. Aggirato da tutte le parti da nuclei di nemici che sbucavano dalle caverne, ne sventava le insidie, attaccandoli vigorosamente. Costretto a ripiegare, con ordinata manovra, occupava il terreno immediatamente vicino alla cresta del monte, infliggendo gravissime perdite all’avversario. – Monte Santo, 23 maggio 1917”.

Tra il 23 e il 25 maggio, il 67° reggimento veniva ritirato dalla linea, e inviato a riposo nella zona di Cerovo Inferiore. Tuttavia, il solo III Battaglione, al comando di Ferrari, restava in linea ancora per alcuni giorni, coadiuvando il 43° reggimento della brigata "Forlì" in successivi assalti ancora contro il Monte Santo. Il 28 maggio, il battaglione veniva aggregato a una colonna d'assalto, al cui comando era posto lo stesso maggiore Ferrar. Sebbene, anche in tale occasione, non fu possibile ottenere una conquista piena e duratura del monte, il contegno di Elio Ferrari fu tale da valergli una ulteriore medaglia d'Argento al Valor Militare, che gli fu conferita con la seguente motivazione:

Dirigeva brillantemente, con slancio, energia, coraggio e perizia, la colonna al suo comando all’assalto di un’aspra e ben difesa posizione nemica, infondendo nella propria truppa, col suo valoroso contegno, calma e fermezza per mantenere, sotto il tiro violento di ogni specie del nemico, le posizioni raggiunte. – Monte Santo, 28 maggio 1917”. 

L'assalto al Monte San Gabriele
In seguito a tale azione, anche il III Battaglione fu inviato a Cerovo per trascorrervi il meritatissimo turno di riposo. Tuttavia, dopo meno di un mese, il 21 giugno esso ritornava in linea, insieme al resto del 67° reggimento: il teatro di operazioni designato per il reparto, stavolta, era costituito dal settore di Santa Caterina, una modesta quota poste alle pendici sud-occidentali del Monte San Gabriele. Qui, inquadrato nell'11^ Divisione di Fanteria, il 67° Reggimento sarebbe rimasto per alcune settimane in posizione difensiva, resistendo ai violentissimi bombardamenti nemici - che causarono al reparto notevoli perdite - e a reiterate puntate offensive degli Austro-Ungheresi. Il 20 luglio, il reggimento ricevette il cambio e fece ritorno a Cerovo Inferiore per trascorrervi un nuovo periodo di riposo.

Il settore del Monte San Gabriele. A sud-ovest, le posizioni di Santa Caterina. A nord, quelle del Veliki Krib.
Il 10 agosto, il reggimento ritornava in linea, occupando con un battaglione - a rotazione - la Sella di Dol, e mantenendo gli altri come riserva divisionale. Dopo una decina di giorni di attesa e di preparazione, il momento dell'assalto al Monte San Gabriele giungeva, per i fanti del 67°, il 28 agosto. Quel giorno, il reggimento - insieme ai due della brigata "Messina" - si slanciava verso la vetta del monte, riuscendo a conquistare le trincee poste sulle Quota 526; dopo ore di combattimento violentissimo, cadeva in mano italiana anche la trincea di Quota 367, fondamentale per poter poi agire contro la cresta del monte. A proposito dei combattimenti del 28 sulla quota 367, si è scritto: "il momento raggiunse i toni dell'epopea; alcuni plotoni, esaurite le munizioni, fecero uso persino dei sassi, altri utilizzarono le armi dei nemici uccisi". Il giorno seguente, 29, l'attacco al San Gabriele veniva rinnovato, ma la reazione dell'artiglieria nemica costringeva i nostri, al termine della giornata, a ritirarsi sulle posizioni di partenza. 
 
Fonogramma di incitamento trasmesso il 24 agosto 1917 dal comandante dell'11^ Divisione (Gen. Bonaini) al comandante della Brigata "Palermo" (Gen. De Negri)e da  questi diramato al 67° Reggimento, in cui, annunciando la conquista del San Michele ad opera dell'8^ Div., augura "A noi in giornata la gloria del San Gabriele". (collezione privata Arturo E. A.).

Decisivo fu, invece, quel che accadde il giorno successivo, 30 agosto: al mattino, il I e il III battaglione scattarono dalle proprie trincee, e, pur sotto il martellante fuoco di sbarramento nemico, riuscirono a raggiungere il caposaldo di Quota 567 del San Gabriele, detto "Il Fortino", che venne conquistato nel corso del pomeriggio. La linea avversaria era stata sfondata, e i fanti avanzarono sino alla Quota 522, che fu ugualmente occupata. Fino a tarda sera, si susseguirono vari contrassalti degli Austro-Ungheresi, che però non riuscirono a scacciare gli Italiani dalle posizioni raggiunte. Il nuovo obiettivo, per i nostri fanti, divenne dunque il colle del Veliki Krib, una collina di modesta altitudine (526 m.s.l.m.), ma di fondamentale importanza strategica: essa (in italiano Col Grande) sbarrava infatti l'accesso alla Selva di Tarnova, un altopiano carsico che, se conquistato dagli Italiani, avrebbe messo in grave pericolo la tenuta dello schieramento Austro-Ungarico nel settore. Il giorno 31 agosto, gli Italiani ripresero l'offensiva, stavolta contro il Veliki. Nel corso della giornata, i reparti del 67° Fanteria assaltarono la Quota 526 del Veliki, espugnandola. Tuttavia, immediatamente si scatena la controffensiva nemica, e i reiterati assalti degli Austro-Ungheresi mettono gravemente a repentaglio l'occupazione del Veliki. Nel corso dell'azione, il III Battaglione era rimasto in riserva, senza muoversi dalle proprie posizioni. Il suo comandante, Elio Ferrari, era, peraltro, ammalato, e impossibilitato al combattimento (7). Fattasi sempre più drammatica la situazione sul Veliki, il comando di brigata decise però di far entrare in linea anche il III Battaglione. Il tenente colonnello Ferrari, pur fortemente debilitato, rifiutò di essere sostituito e chiese allora, ed ottenne, di guidare il suo reparto all'assalto (8). Di quel che accadde nelle ore successive, sino all'alba del 1° settembre, la descrizione è contenuta nella suprema onorificenza al valor militare, la Medaglia d'Oro, che sarebbe stata concessa alla memoria di Elio Ferrari:
"Accorso col suo battaglione in aiuto di altre truppe impegnate in aspra lotta per la conquista di una formidabile posizione, tenacemente contesa dall'avversario, col suo ascendente seppe trasfondere nel proprio reparto, già duramente provato in un lungo e gravoso servizio di trincea ed in una marcia sotto intenso bombardamento, tale vigore ed entusiasmo, da riuscire, con uno slancio irresistibile per veemenza e compattezza, a conquistare il caposaldo della posizione stessa, che mantenne poi con indomito vigore, rendendo vani ben tredici furiosi contrattacchi sferrari dal nemico, fino al termine del giorno seguente. Nell'ultimo di questi contrattacchi, duranti i quali, impavido, stava con i suoi, colpito al cuore cadde pronunziando parole che animarono il suo battaglione, il quale, con una violenta reazione ne vendicò la gloriosa morte, respingendo con ingenti perdite l'assalitore - Veliki Krib,1° settembre 1917".


Targa dedicata a Elio Ferrari presso l'ingresso d'onore della caserma "De Cristoforis" di Como, già sede del 67° Fanteria.
Nel corso della stessa giornata del 1° settembre, il 67° Fanteria, provato da sforzi estremi e ridotto dalle pesanti perdite, veniva ritirato dalla linea del fuoco e inviato a Slapnico in zona di riposo.

Le spoglie del ten. col. Ferrari, raccolte dai suoi uomini, avrebbero poi trovato definitiva collocazione nella cripta monumentale del Sacrario Militare di Oslavia. Targhe in ricordo di Elio Ferrari campeggiano ancora, tra l'altro, presso l'ingresso d'onore della caserma "Capitano Carlo De Cristoforis" di Como, e presso la Scuola Militare "Teuliè" di Milano (l'antico Collegio Militare di cui Ferrari era stato allievo). Tra i riconoscimenti tributati alla memoria di questo coraggioso figlio d'Italia (tra cui si può citare una via della sua città natale, Ciriè), ve n'è forse uno che gli avrebbe fatto particolare piacere: gli fu intitolato, infatti, il corso del Collegio Militare di Milano - ov'era stato anch'egli giovane cadetto - terminato nel 1942.

A cura di Niccolò F.

 
(1) Da Annuario degli Ufficiali del Regio Esercito per l'anno 1910, Roma, Alfieri & Lacroix, 1910.
(2) con R.d. del 02/02/1896.
(3) con R.d. del 19/09/1899.
(4) con R.D. del 05/01/1911.(4) Va notato che, sia secondo il riassunto storico del reggimento, sia secondo P.A. Baldrati (op. cit.), il 67° inizia ad operare sul San Michele dal 20 novembre 1915. Difficile, dunque, spiegare come mai la motivazione della MBVM riporti come data addirittura il 23 ottobre. Si potrebbe, in proposito, pensare ad un errore (la data corretta sarebbe 23 novembre invece che 23 ottobre).
(5) Con d.lgt. del 12/12/1915.
(6) con d.lgt. del 02/04 o del 01/06/1916.
(7) E. Sottile, Il 67° Fanteria 1862-1920, cit., p. 48.
(8) Ivi, e P. A. Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, cit., p. 65.

BIBLIOGRAFIA
- Voce Ferrari, Elio, in Enciclopedia Militare - Arte, Biografia, Geografia, Storia e Tecnica militare, Vol. III, p. 701, Istituto Editoriale Scientifico - Il Popolo d'Italia, Milano, 1933.
- Pier Amedeo Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, Como, Tipografia A. Noseda, 1962.
- Emmanuele Sottile, Il 67° Fanteria 1862-1920, Como, Tipografia R. Longatti, 1923.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.