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mercoledì 10 marzo 2021

Una vita al servizio della Patria: storia del generale Enrico Secchi

Questo articolo rappresenta un perfetto esempio dell'interazione virtuosa che il web consente, nel campo delle ricerche storiche e genealogiche: dopo la pubblicazione del nostro articolo dedicato al colonnello Vero Wilmant , siamo infatti entrati in contatto con un suo pronipote che, con estrema cortesia e competenza, ci ha svelato, a poco a poco, la storia avventurosa della sua famiglia. Questo articolo, per la penna brillante di Enrico Secchi, è dunque dedicato alla vicenda umana del suo omonimo nonno, valoroso ufficiale del Regio Esercito, prima, e poi dei Reali Carabinieri. 
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Il generale Enrico Secchi (1887-1963).

Enrico Secchi nacque a Lodi il giorno 11 dicembre 1887. Il padre, Bassano, era un funzionario nell’Amministrazione Comunale di Lodi, che ancora molto giovane, s’innamorò di una giovane donna sempre di Lodi, che sposò nel 1884. La giovane sposa si chiamava Zaira Wilmant, anch’essa proveniente da famiglia agiata, proprietaria della locale Tipografia e Casa editrice Wilmant e figli, una delle più importanti della Lombardia, avendo fondato negli anni due testate giornalistiche e pubblicato importanti testi, come una delle prime versioni del romanzo che conosciamo come "I promessi sposi" di Manzoni. Dalla loro unione nacquero due figli maschi: il primogenito Francesco, che prese il nome del nonno paterno - il quale allevato dal padre nelle idee liberali partecipò pochi mesi dopo il suo matrimonio alle “cinque giornate” di Milano -, ed Enrico appunto, nome del nonno materno - anch’esso patriota e combattente nell’insurrezione di Milano contro le truppe del maresciallo Radetzky -. [Zaira Wilmant era sorella del colonnello Vero Wilmant, ndR].

Francesco - fratello maggiore di Enrico -, si laureò nel 1909 in Giurisprudenza presso l’Università di Genova. Nel 1910, appena venticinquenne, ottenne, a seguito di concorso, la nomina a Segretario Generale degli Istituti di Beneficenza del circondario di Lodi. Francesco fu chiamato alle armi nel 1916 e combatté nella prima guerra mondiale, raggiungendo il grado di Tenente di artiglieria di complemento. Durante la battaglia del Piave fu sottoposto con la sua batteria a ripetuti lanci, da parte degli austriaci, di gas asfissianti per ben tre giorni, e, malgrado le maschere antigas, allora ai primi esperimenti, ne rimase intossicato, fatto questo che ne minò lentamente il fisico. Pertanto, posto in congedo nel 1918, dopo la vittoriosa conclusione della guerra, la sua salute deperì sempre di più e nel 1923 morì di trombosi a soli 38 anni, lasciando la moglie e le due figlie ancora piccole.
Francesco Secchi, in uniforme da s.ten. d'artiglieria (archivio famiglia Secchi).

Il secondo figlio, Enrico, crebbe di alta statura (oltre m. 1,80), con occhi grigi e penetranti. Portato, come tutti nella sua famiglia, alla musica, era particolarmente appassionato di quella lirica, che coltivava e conosceva perfettamente; aveva inoltre ereditato una bellissima voce da baritono dallo zio materno Tieste Wilmant e, avendola coltivata, si dilettava a cantare specialmente romanze liriche.

Il 21 novembre 1906, Enrico, superati i difficili esami di ammissione entrò alla Scuola Militare di Modena (l’attuale Accademia Militare), iniziando così la carriera militare. Promosso Sottotenente nell’ottobre del 1908, frequentò la Scuola Centrale di Tiro di Parma (denominata successivamente Scuola di Applicazione, con sede sempre a Parma fino al termine della seconda Guerra Mondiale e, dopo il conflitto, a Torino); alla fine di tale corso, dopo aver prestato giuramento il 20 novembre 1908, venne destinato al 67° Reggimento Fanteria di Linea della Brigata “Palermo”, in guarnigione nella città di Como.
Il s.ten. Enrico Secchi con un gruppo di ufficiali del 67° fanteria nel 1910 (archivio famiglia Secchi).

Negli anni successivi, Enrico si dedicò all'ordinario svolgersi della vita reggimentale, tra esercitazioni, attività di Pubblica Sicurezza e interventi in caso di calamità naturali, ma nell'imminenza della guerra italo-turca il reggimento a cui apparteneva visse un periodo di particolare attività fino allo scoppio repentino del conflitto.
Il 17 giugno 1911 l'intero reggimento venne inviato in servizio di Pubblica Sicurezza a Milano in occasione dei disordini avvenuti per l'imminente guerra di Libia, rimanendovi fino al 5 luglio.
Sempre nel luglio 1911, mentre Enrico si trovava alle “manovre estive” in Albano Sant’Alessandro (Bergamo), dovette accorrere presso il capezzale del padre, colpito da un improvviso malore (“ictus cerebrale”), che spirò tra le sue braccia. Bassano aveva solo 51 anni.

Nell’ottobre 1911, scoppiò la guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica (che sarebbero, poi, state unite sotto il nome di Libia) ed Enrico, mobilitato poco dopo, partì per il fronte con un contingente del 67° [probabilmente inquadrato nel 68° reggimento della medesima Brigata "Palermo", ndR]: imbarcandosi da Napoli il 25 settembre 1912, sbarcò a Bengasi il 28 settembre 1912. Dopo aver partecipato a diverse azioni belliche, contrasse una malattia di carattere intestinale, che si rivelò subito molto grave, ma che, però, in quei tempi non ancora avanzati della medicina, non venne diagnosticata con precisione; pertanto, dopo un breve periodo di degenza presso un ospedale da campo, imbarcato a Bengasi il 30 novembre 1912, venne rimpatriato a Palermo il 6 dicembre 1912 con la nave ospedale “Regina Margherita” e ricoverato all’Ospedale Militare di Palermo. Ma anche qui si brancolava nel buio ed Enrico, febbricitante, fu dichiarato in imminente pericolo di vita. Venne allora subito chiamata la madre Zaira, che si precipitò da Senna Lodigiana e che, ospitata nell’Ospedale stesso, si adoperò in tutti i modi per alleviare le sofferenze del figlio. Fortunatamente, proprio in quel periodo giunse all’Ospedale Militare un Ufficiale Medico, di cognome Ciulla, siciliano, che si dimostrò perfetto diagnostico, riuscendo a salvare da sicura morte Enrico mediante cure finalmente adeguate al particolare caso (Ileo-Tifo, anche detto tifo addominale), e portandolo a completa guarigione. La malattia era durata esattamente dal 18 ottobre 1912 al 15 gennaio 1913, seguita, poi, da un periodo di convalescenza di 90 giorni; in tutto, ben sei mesi. Finita la convalescenza, Enrico rientrò in servizio a Milano.

Nel 1914, vinse un concorso per l’Arma dei Carabinieri Reali, ove entrò con il grado di Tenente; fu destinato alla Tenenza di Asti alle dipendenze del Capitano Enrico Chiabrando, da lui sempre ricordato per la sua bontà e rettitudine.

Nel maggio del 1915, si fidanzò con una signorina del luogo, Francesca Moriondo, e il matrimonio, avendone avuto la necessaria autorizzazione dal Sovrano, fu celebrato il 16 agosto successivo, in quanto, essendo l’Italia entrata in guerra il precedente 24 maggio a fianco degli Alleati contro gli Imperi Austriaco e Tedesco, Enrico era già stato mobilitato; infatti, dopo pochi giorni, a settembre, fu inviato al fronte, esattamente a Santa Maria di Tolmino, al comando di un plotone distaccato del III Battaglione del Reggimento Carabinieri Reali. I plotoni venivano normalmente assegnati per servizi di Polizia Militare; i Carabinieri Reali, dunque, agivano non solo nelle retrovie, ma anche nelle posizioni di prima linea, ai posti di medicazione, agli sbocchi dei camminamenti, nei punti di passaggio obbligato, lungo le strade direttrici di marcia delle truppe operanti. Questi erano i loro compiti assegnati, oltre quelli di Arma combattente, di esecuzione di bandi per i militari e per le popolazioni civili, di recapito di ordini, di servizi di sicurezza in sosta e in marcia, di polizia giudiziaria per i reati militari e comuni, di vigilanza sanitaria, di assistenza ai feriti, di ordine interno dei centri abitati, di sicurezza delle comunicazioni, di prevenzione e repressione dello spionaggio. Successivamente, promosso Capitano il 14 giugno 1917 a novembre dello stesso anno Enrico venne assegnato alla sorveglianza del servizio di protezione e vigilanza delle ferrovie dipendenti dalla VII Armata.
Enrico Secchi in uniforme da capitano dei Carabinieri Reali (archivio famiglia Secchi).

Alla fine della Prima guerra mondiale, Enrico, ormai Capitano, si trovava a Como, quale Comandante della Compagnia esterna dei Carabinieri Reali di Via Dante. Quivi, nel 1921 nacque Bassano, suo secondogenito, mentre la sua primogenita, Domitilla, era nata durante la guerra nel 1916 ad Asti.

In questo periodo, molto turbolento del dopoguerra soprattutto per l’ordine pubblico – il c.d. biennio rosso -, ricevette il suo primo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“In occasione di grave triplice omicidio a scopo di furto, che aveva profondamente commossa l’opinione pubblica e le cui indagini si presentavano di speciale difficoltà, impartiva al comandante di stazione interessata intelligenti istruzioni e direttive, che condussero all’arresto ed alla confessione del colpevole. Bregnano (Como) 16 marzo 1920 (2° Gruppo Legioni)”, cui si dovette aggiungere un secondo encomio solenne per lo stesso fatto dal Ministero dell’Interno.

Intanto, scioperi e manifestazioni si moltiplicavano sempre più in tutta Italia ed Enrico a Como si trovò costantemente in prima linea, al fine di arginare le violenze e i disordini. Il giorno 14 settembre 1920, accadde l’episodio più cruento; infatti, Enrico intervenne a Como insieme ai suoi Carabinieri coadiuvati da Agenti investigativi, Guardia di Finanza e Soldati per fermare un corteo vietato dalla Questura, intimando ai dimostranti tra piazza San Fedele e Via Indipendenza di disperdersi. Ne nacquero subito dei tafferugli e dalla folla partirono alcuni colpi di rivoltella e un proiettile sfiorò proprio Enrico. Gli agenti, pertanto, procedettero prontamente all’arresto dei due giovani che avevano sparato.
Dopo Como, Enrico prestò servizio nelle sedi di: Mondovì (C.te Distaccamento Scuola Allievi Carabinieri) e Bra (promosso Maggiore nell’agosto del 1924, comandò il Btg. Allievi CC) negli anni 1923 – 1925. 

Foto commemorativa degli ufficiali della Scuola Allievi CC.RR. in Bra (archivio famiglia Secchi).

Nel febbraio del 1926, fu trasferito a Girgenti (ora Agrigento), ove, quale Comandante della locale Divisione CC, fu impegnato nella lotta contro la “mafia”, condotta con successo, per volere del Governo, dal Prefetto Mori. Durante quest’ultimo periodo ricevette un terzo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“Coordinò e diresse con abilità e sagacia non comuni le complesse e difficili indagini e le conseguente azione dei dipendenti che fruttarono la costituzione di 22 colpiti da mandato di cattura, restituendo la tranquillità alle popolazioni e la fiducia nell’imperio della legge. Bivona – Ribera. Burgio - S. Stefano Quisquina (Girgenti) Aprile Maggio 1926 (Boll. Ufficiale anno 1926 dispensa 6a)”.
Nel dicembre 1926, altro trasferimento a Lucca (sempre C.te Div. CC), dove fu promosso al grado di Tenente Colonnello. Successivamente, nel marzo del 1929, venne trasferito a Grosseto, sempre come Comandante di Divisione. Durante quest’ultimo servizio ricevette il quarto Encomio in occasione della visita ufficiale del Capo del Governo in Toscana e, in particolare, a Grosseto, con la seguente motivazione: 
“Predispose e diresse con non comune sagacia attività e zelo veramente commendevoli i complessi servizi affidati all’Arma in occasione di grandiosi cerimonie svoltesi durante visite ufficiali di S.E. il Capo del Governo. Grosseto 10 maggio 1930 (Ispettorato 3a zona)”.
Enrico Secchi in grande uniforme da ufficiale dei CC.RR. (archivio famiglia Secchi).

Enrico, continuò nella carriera, subendo altri trasferimenti: a Bologna (1930 – C.te Div. Int.); a L’Aquila (1932 – C.te Div.); a Bari (1934 – V. C.te e poi C.te Legione CC.RR.) e, infine, a Milano, ove fu promosso Colonnello (1935 – Incarichi Speciali per le Regioni Lombardia e Venezia Tridentina).

Nel 10 giugno 1940, l’Italia entrò nel conflitto mondiale scoppiato nel 1939 ed Enrico fu quasi subito mobilitato e assegnato a Trento, quale Comandante della Zona Militare del Trentino. Enrico, quindi, si dovette trasferire a Trento, mentre il figlio Bassano, ormai diciannovenne, decise di partire volontario per il fronte russo e, dopo avere concluso il corso come Allievo Ufficiale, nel marzo 1942, fu nominato sottotenente, venendo di lì a poco destinato in Russia. Tale scelta, nonostante la normale e iniziale riluttanza, venne dal padre Enrico successivamente appoggiata.
Enrico, nel 1943, continuava nel suo servizio a Trento, ma il suo animo era turbato poiché, durante la ritirata delle Truppe Italiane in Russia (dicembre 1942 – marzo 1943), più nessuna notizia gli era pervenuta dal figlio Bassano, facente parte dell’ARMIR (8a Armata Italiana in Russia), mentre notizie attinte da alcune fonti dello Stato Maggiore dell’Armata lo davano disperso con il suo reparto. Ma finalmente verso il mese di aprile venne a sapere che il figlio era fuori pericolo e nel mese di maggio poté riabbracciarlo al suo rientro in Patria.

Nel medesimo mese ebbe il suo quinto Encomio Solenne con la seguente motivazione 
“Per l’ottima preparazione professionale, attività ed interessamento dimostrati nel comando della Sottozona e in particolare della difesa antiparacadutista” (Capo di S.M. della difesa 29/05/1943)”
Ma intanto gli eventi politici e militari in Italia precipitavano: il 25 luglio, alla caduta del Fascismo, Divisioni tedesche attraversarono il confine e si schierarono nel Trentino e nell’Alto Adige e, l’8 settembre 1943, all’atto dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, attaccarono improvvisamente, nella notte, tutte le unità italiane nella zona, secondo un piano già predisposto da tempo, per cui la provincia di Trento, insieme a quella di Bolzano e di Belluno, entrava a far parte del Reich, dipendendo direttamente dal Führer.

Enrico fu subito arrestato dai Tedeschi, che devastarono gli uffici e la sede del suo Comando, e rinchiuso nel campo di aviazione di Gardolo (Trento). Tale luogo era stato scelto dai Tedeschi per concentrare i numerosi militari italiani fatti prigionieri, in quanto il sito, dotato di un vasto prato, circondato da una robusta rete metallica, e di capannoni spaziosi, era adatto all’uso di tenere reclusi i resti del Regio Esercito, in attesa di essere internati in Germania attraverso la linea ferroviaria del Brennero, ormai sotto il completo controllo della Wehrmacht.

Da tale improvvisato campo di concentramento, nel volgere di poche ore, Enrico, avendo, peraltro, mantenuto l’arma di ordinanza e padroneggiando la lingua tedesca, seppe evadere in maniera rocambolesca, grazie al suo sangue freddo e alla sua temerarietà. Successivamente, mercé l’aiuto di un fedele e coraggioso ufficiale della Milizia Ferroviaria (Capomanipolo Augusto Moggio di Lucca), già suo dipendente e in quel frangente fatto rimanere in servizio dai Tedeschi, poté prendere, in borghese, un treno e raggiungere, dopo un fortunoso e pericoloso viaggio, Tagliacozzo in provincia de l’Aquila, ove venne tenuto nascosto, con personale grande pericolo, da una famiglia amica, essendo il paese occupato da truppe tedesche ed Enrico ricercato dalla polizia germanica. In tale occasione, la Famiglia Pietropaolo fu di grande aiuto e mai nessuna indiscrezione trapelò da questa ristretta cerchia di amici. Nel giugno 1944, a Roma ritornò il Governo Italiano legittimo ed Enrico, pertanto, riassunse servizio nella stessa Roma, con il grado di Generale di Brigata presso il Comando Generale dei CC. RR. con incarichi speciali, fino al primo luglio 1945, quando veniva collocato in congedo.
Ancora Enrico Secchi in uniforme da generale (archivio famiglia Secchi).

Durante la sua carriera, oltre alle medaglie relative alle tre guerre a cui aveva partecipato, fu insignito della Croce al Merito di Guerra, della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro (onorificenza Sabauda molto rara e concessa solo per particolari meriti di servizio), della Commenda dell’Ordine della Corona d’Italia e del Cavalierato dell’Ordine della Stella Coloniale (per il servizio reso durante la Guerra Italo-turca), oltre alla Medaglia Mauriziana e a quella di Lungo Comando.
Medagliere del gen. Enrico Secchi (archivio famiglia Secchi).

Gli anni successivi trascorsero sereni e tranquilli tra Roma e Tagliacozzo. Ebbe la soddisfazione di vedere: il figlio Bassano, entrato in carriera militare e superate indenne le vicende belliche, indossare i gradi di Tenente Colonnello dell’Esercito, mentre la figlia Domitilla diventare funzionario di grado elevato nel Comune di Torino.
Corteo funebre del gen. Enrico Secchi a Tagliacozzo, 1963 (archivio famiglia Secchi).

Morì il 3 luglio 1963 colpito da infarto cardiaco, in Tagliacozzo, ove si era recato qualche giorno prima, per trascorrervi il periodo estivo. Al suo funerale parteciparono, oltre ai parenti più stretti, Autorità Militari e Civili e una grande folla; al suo Feretro furono resi gli onori militari, da parte di un reparto di Granatieri, dovuti al suo alto grado, al suo passato di combattente di tre guerre, alla sua immagine di vecchio Soldato. 
Aveva servito la Patria con onestà, coraggio e completa dedizione. Ora riposa nella quiete del Cimitero di Tagliacozzo nella sua ultima guardia.

Enrico Secchi

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Ringraziamo sentitamente l'avv. Enrico Secchi per lo scritto e per la disponibilità alla pubblicazione delle preziose fotografie tratte dall'archivio di famiglia.

domenica 27 novembre 2016

Lino Cattaneo, un ufficiale lariano della Brigata "Palermo" (27 novembre 1915)

In questo piccolo spazio del web diamo, spesso, conto di vicende umane ricostruite, a ritroso, a partire da una fotografia, una cartolina, un documento. In tanti anni di collezionismo e ricerche correlate, assai raramente capita invece il caso opposto: di ritrovare, cioè - magari su un banco di un mercatino - un nome, un simbolo, e, soprattutto, un'immagine a noi già  conosciuta. A chi scrive è capitato in relazione al personaggio che vi presentiamo di seguito: ed è stata una bella emozione.

Una domenica di qualche anno fa, scartabellando in una cassetta di vecchi documenti, il mio sguardo ha incrociato quello di un volto che, pur distante cent'anni da me, riconoscevo. Era il viso del sottotenente Lino Cattaneo. Come me, comasco, studente del "Volta" (lo storico liceo classico cittadino), e poi studente di giurisprudenza. Vi racconteremo la sua storia.
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Lino Cattaneo nasce a Como il 25 novembre del 1893, ultimo dei numerosi figli di Felice Cattaneo e Rachele Huth, in una bella casa di Via Porta, accanto al Teatro Sociale.

La bella casa della famiglia Cattaneo, a Como, in Via Porta.

Cattaneo, di buona famiglia borghese, frequenta dapprima il Collegio "Gallio" e poi, dopo il ginnasio, il Regio Liceo "Alessandro Volta". Conseguito il diploma, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia, e vi si trasferisce per gli studi.

Lino Cattaneo (a sinistra, in borghese) con la famiglia.

In tal modo - oppure perché assegnato alla terza categoria - è temporaneamente dispensato dalla chiamata alle armi della sua classe di leva, che avviene nel 1913. Compiuto il primo anno di corso [1], tra la fine del 1914 e la primavera del 1915, è tuttavia chiamato alle armi.

Svolge poi il corso accelerato da allievo ufficiale presso l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, che termina. nel corso dell'estate, ottenendo i gradi da sottotenente. Assegnato all'arma di Fanteria, è infine destinato - insieme a moltissimi comaschi - al 67° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", che è di stanza nel capoluogo lariano sin dal 1908. In tale reparto sono inquadrati, in tale momento, anche altri personaggi interessanti incontrati su questo blog, tra i quali l'allora capitano Elio Ferrari (per la cui vicenda rimandiamo al nostro articolo leggibile qui).

Nel mese di marzo del 1915, il 67°, in previsione dell'inizio delle ostilità, è inviato nella zona a cavallo tra la Valtellina e la Valle Camonica: tale trasferimento va inscritto nel quadro della manovra di radunata del III Corpo d'Armata, avente lo scopo di avvicinare una prima aliquota di truppe al confine con l'Impero Austro-Ungarico, nel proprio tratto di fronte di competenza. In tali posizioni, il 67° si trova alla data del 24 maggio.

Lino Cattaneo in uniforme da sottotenente del 67° Regg. della Brigata "Palermo".

Dopo l'inizio delle ostilità, il reggimento - riunito al gemello 68°, col quale formava appunto la Brigata "Palermo" - si trasferisce, in giugno, nel settore dell'Alta Valle Camonica, dislocandosi fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale, inquadrato nella Prima Armata. La Brigata "Palermo" trascorre l'estate in tale settore del fronte, prendendo parte a varie operazioni offensive: tra queste, in particolare, l'attacco sferrato il 25 agosto sulla Sella del Tonale, nel quale trova la morte il capitano Ettore Scagliola (al quale abbiamo il nostro articolo leggibile qui).
All'inizio di ottobre, il reggimento passa dunque a riposo, per poi essere destinato alla fronte carsica. Nelle settimane successive, la Brigata "Palermo" inizia le operazioni di trasferimento che la portano a radunarsi alle falde del Monte San Michele, passando alle dipendenze della Terza Armata (29^ Divisione dell'XI Corpo d'Armata).

Il reggimento, dunque, attraversa l'Isonzo nei pressi di Sagrado, portandosi a Sdraussina - ai piedi del San Michele - e completando il movimento entro il 21 novembre. Nel frattempo, dal 10 novembre, sono in corso le operazioni offensive che complessivamente costituiranno la Quarta Battaglia dell'Isonzo.

Quattro giorni dopo, giunge l'ora fatale anche per il I e il III Battaglione del 67° [3]: essi, in concorso con altri reparti, hanno come obiettivo le linee austriache poste sulle propaggini sud-occidentali del Monte San Michele. Il 24 novembre, dunque, i due battaglioni del 67° si lanciano all'assalto del tratto di fronte che corre tra l'abitato di Peteano, Boschini, e la Quota 124.

  
Il sottotenente Cattaneo si trova al comando del suo plotone, inquadrato nella 1^ compagnia del I Battaglione del 67° Reggimento. Al termine del combattimento, il III Battaglione ha conquistato la Quota 124, mentre il I Battaglione si è impadronito del trincerone di Peteano.
Il prezzo, in termine di perdite, è però altissimo: nel corso dell'azione, cadono infatti numerosi ufficiali, e decine di uomini di truppa. Tra i primi, si possono ricordare entrambi i comandanti di battaglione: il maggiore Alberto Barbero (del I Btg.) e il capitano conte Enrico d'Oncieu de Chaffardon (del III Btg.).

Rielaborazione grafica ottenuta mediante la sovrapposizione dell'immagine satellitare ai rilievi d'epoca (prendendo come riferimento la linea ferroviaria). Evidenziati: in giallo le posizioni di Boschini; in rosso, l'abitato di Peteano.

Anche il sottotenente Lino Cattaneo, nel corso di un contrattacco notturno e mentre si trova al comando della propria compagnia perchè caduto il comandante, rimane ferito gravemente all'addome e a un braccio da una fucilata [3]. Egli è così trasportato a Romans d'Isonzo, ove è ricoverato presso l'Ospedale da Campo n°76.
Qui, dopo tre giorni di agonia, spira, il 27 novembre 1915, alle ore 15.55, all'età di ventidue anni. Secondo la stampa comasca:
"Egli è morto cristianamente e da forte com'era vissuto, assistito fino all'ultimo dal cappellano militare, che dovette ora compiere il mesto ufficio e pio di comunicarne la notizia alla famiglia, già provata per altri recenti lutti."[4]
Le sue spoglie sono inumate nel cimitero comunale di Romans. Il suo nominativo non figura tra quelli dei caduti "noti" traslati presso il Sacrario di Redipuglia: ci ripromettiamo di verificare se i resti dello sfortunato ufficiale furono, dopo la guerra, traslate a Como, o se debbano invece ritenersi conservate tra quelle degli "ignoti" di tale sacrario.

La tomba del s.ten. Cattaneo, nel cimitero di Romans d'Isonzo.

Nel 1923, nell'atrio d'ingresso del suo vecchio Liceo "Volta", viene inaugurato il monumento dedicato agli studenti caduti. Il nome di Cattaneo è il terzo dall'alto.


[1] Così in L'Ordine - quotidiano cattolico della diocesi di Como, 7 dicembre 1915.
[2] Il solo II Battaglione, invece, è già operativo in zona sin dalla settimana precedente, aggregato al 113° Reggimento della Brigata "Mantova".
[3]  Così in Annuario per l'anno scolastico 1922-1923..., op. cit. In merito alla circostanza della morte del comandante la compagnia, si rileva qui che, alla data del 25 novembre, risultano caduti - oltre al già citato cap. Enrico d'Oncieu de Chaffardon - i soli capitani Argeo Binda, da Milano, della 9^ compagnia (III Btg.) e Giorgio Turati, da Piacenza, della 10^ (III Btg.).
[4] L'Ordine, ivi.


N. B.
La storia del sottotenente Cattaneo era già stata oggetto di un post su un forum di collezionismo militare, ad opera del medesimo autore di questo articolo.

A cura di Niccolò F.


 BIBLIOGRAFIA
- Annuario per l'Anno 1922-1923 del Regio Liceo Ginnasio "Alessandro Volta", Como, Longatti, 1924.
- Pier Amedeo Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, Como, Tipografia A. Noseda, 1962.
- Emmanuele Sottile, Il 67° Fanteria 1862-1920, Como, Tipografia R. Longatti, 1923.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

martedì 7 luglio 2015

Elio Ferrari, il leone del Veliki Krib

In questi nostro piccolo spazio "antologico" dedicato a figure, momenti e oggetti rappresentativi della nostra storia patria, così gloriosa e triste insieme, una pagina deve essere dedicata a un personaggio importante per un reparto - il 67° reggimento fanteria - al quale chi scrive è legato, per plurime ragioni, da un profondo affetto. Eccoci dunque a rievocare dalle nebbie della Storia la figura di Elio Ferrari, ufficiale di carriera, pluridecorato al Valore, tra i protagonisti delle giornate della conquista del Monte San Michele.


Elio Ferrari, maggiore del 67° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo".

Nato a Cirié, in provincia di Torino, il 21 febbraio 1875 (1), Elio Ferrari, appena adolescente, decise di dedicare la sua vita al mestiere delle armi. A diciassette anni fu dunque ammesso al Collegio Militare di Milano, donde passò a frequentare l'Accademia di Cavalleria e Fanteria di Modena. Nel gennaio del 1896, terminati i corsi, fu promosso al grado di sottotenente (2), iniziando così la sua carriera da ufficiale, che avrebbe svolto interamente nell'arma di Fanteria. Assegnato al 66° Reggimento della Brigata "Valtellina", nel 1899 ottenne la promozione al grado di tenente. Rimase presso tale reparto per quasi un decennio, sinché, verso la fine del 1910, fu trasferito presso il 26° reggimento della Brigata "Bergamo".

Intanto, con il febbraio del 1911, Elio Ferrari fu promosso al grado di capitano (3). Alla fine del 1911, il suo reparto fu inviato sulle coste della Tripolitania in appoggio del Corpo d'Armata Speciale ivi operante. Nel mese di dicembre, il reggimento - del quale Ferrari era aiutante maggiore - sostenne duri combattimenti nel settore della città di Derna. Proprio qui, il giorno 27 dicembre, il capitano Ferrari si guadagnò la sua prima medaglia d'Argento al Valor Militare, che gli fu conferita con la seguente motivazione:

Coadiuvò efficacemente in combattimento il comandante del reggimento, percorrendo zone intensamente battute dal fuoco. Con esemplare fermezza arrestava e riconduceva al combattimento gente dispersa – Derna, 27 dicembre 1911”.

Rimpatriato dall'Africa, il capitano Ferrari subì un nuovo trasferimento: stavolta la sorte lo destinò al  54° Reggimento Fanteria della Brigata "Umbria", ove rimase sino alla primavera del 1915. Successivamente all'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria, Ferrari fu poi trasferito al 67° Reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", che, dal 1908, era di stanza nella città di Como.
Con il 1° marzo del 1915, terminate le operazioni preliminari alla mobilitazione generale (la c.d. "mobilitazione rossa", o "occulta"), prese avvio la vera e propria mobilitazione, col trasferimento di una prima aliquota di reparti verso il confine. Tra questi, anche il 67° Reggimento Fanteria, che, con il pretesto di un campo primaverile, fu inviato nella zona di Corteno, tra Valtellina e Valle Camonica: tale movimento, in verità, faceva parte della manovra di radunata del III Corpo d'Armata di Milano, che in tal modo si appressava al confine con l'Impero Austro-Ungarico.  Dopo l'inizio delle ostilità, il reggimento - riunito al gemello 68°, col quale formava la Brigata "Palermo" - si trasferiva, in giugno, nel settore dell'Alta Valle Camonica, dislocandosi fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale, inquadrato nella I Armata. Trascorsa l'estate su tali posizioni, prendendo parte a varie operazioni offensive, il reggimento, all'inizio di ottobre, passava a riposo, per poi essere destinato alla fronte carsica. Nelle settimane successive, il reggimento iniziava le operazioni di trasferimento che lo avrebbero portato a radunarsi alle falde del Monte San Michele, passando alle dipendenze della III Armata. In questo periodo, il capitano Ferrari ricopriva il ruolo di aiutante maggiore in 1^, delicato incarico di coordinamento e assistenza al comandante del reparto. In queste circostanze, Ferrari, come già aveva fatto in Libia, diede brillante prova del proprio valore, meritandosi una medaglia di bronzo al valor militare, con questa motivazione:

Disimpegnava, con esemplare, costante coraggio, le funzioni di aiutante maggiore in 1^, spiegando opera intelligente e serena durante il combattimento e coadiuvando efficacemente il comandante del reggimento col portare ordini e nell’accompagnarla attraverso zone intensamente battute. – Falde del Monte San Michele, 23 ottobre – 2 novembre 1915”. (4)

Entro il 21 novembre, il reggimento al completo attraversava l'Isonzo nei pressi di Sagrado, portandosi ai piedi del San Michele. Qui, già dalla settimana precedente, operava il solo II Battaglione, aggregato al 113° Reggimento della Brigata "Mantova", il quale aveva dunque già avuto il battesimo del fuoco sulla fronte isontina, attaccando la Cima 3 del monte: dal 10 novembre erano infatti in corso le operazioni offensive che complessivamente avrebbero costituito la Quarta Battaglia dell'Isonzo. Solo quattro giorni dopo, veniva invece il turno degli altri due battaglioni, il I e il III: essi, in concorso con i due reggimenti della Brigata "Lazio" (131° e 132°) e il LIV Battaglione Bersaglieri, avrebbero dovuto attaccare le linee austriache poste sulle propaggini sud-occidentali del Monte San Michele. Il 24 novembre, i due battaglioni del 67° si lanciarono all'assalto del tratto di fronte tra l'abitato di Peteano, Boschini e la Quota 124. Il III battaglione riusci' a conquistare il trincerone di Peteano, mentre il I btg. occupò la Quota 124. La violenza del combattimento fu terribile: caddero, fra i moltissimi, entrambi i comandanti di battaglione: il maggiore Alberto Barbero (del I btg.) e il capitano conte Enrico d'Oncieu de Chaffardon (del III btg.). Trascorse alcune settimane, ed esauritasi l'offensiva generale, a sostituire il defunto d'Oncieu fu dunque chiamato proprio Elio Ferrari, che assunse ufficialmente il comando del III battaglione il 20 dicembre. Nel contempo, egli era promosso al grado di maggiore (5).
Il reggimento, nel frattempo, era stato rimosso dalla linea - sin dal 4 dicembre - e inviato in zona di riposo, ove rimase sino al 28 del mese, quando fece ritorno in trincea sulla linea avanzata tra San Martino e Monte Cappuccio, e tra la Quota 124 e il San Michele. Dopo successivi avvicendamenti, a metà febbraio il 67° Reggimento veniva trasferito nel settore del Medio-Isonzo, passando in organico alla II Armata (7^ Divisione, VIII Corpo d'Armata). Dopo aver partecipato a una prima azione dimostrativa contro l'altura di Santa Maria di Tolmino il 26 febbraio, il reparto prendeva parte alla Quinta Battaglia dell'Isonzo (11-15 marzo), pur senza compiere azioni di particolare rilievo. Il 17 marzo, tuttavia, il il sottosettore tenuto dalla Brigata "Palermo", insieme a quello della "Valtellina" (reggimenti 65° e 66°), veniva investito da una violenta offensiva sferrata dagli Austro-Ungheresi, che metteva, nel giro di poche ore, a repentaglio la tenuta di quel tratto di fronte. Il III Battaglione del 67°, accorso in linea, puntava sulla sponda sinistra del Valloncello della casa dei Ciclisti, impegnandosi in duro combattimento protrattosi per tutta la giornata, e proseguito nella notte sul 18. Il battaglione, anche nel corso dei due giorni successivi, riusciva a riprendere le posizioni perdute al mattino, e a far retrocedere gli avversari, catturando anche numerosi prigionieri (un ufficiale e 47 uomini di truppa). Per il contegno dimostrato in quelle giornate il maggiore Elio Ferrari veniva decorato con la seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare:
Comandante di reparti di corpi diversi, durante due giorni di combattimento mantenne posizioni difficili, benché fortemente attaccato e minacciato di avvolgimento dall’avversario; quindi, sulla base di ordini ricevuti, eseguì un ordinato ripiegamento su posizioni retrostanti. – Colline di Santa Maria di Tolmino, 18-20 marzo 1916”. 



Elio Ferrari al fronte col 67° Reggimento Fanteria.
In seguito a questi eventi, trascorse alcune settimane di relativa calma, il 67° reggimento veniva riunito e trasferito nel settore del Monte Mrzli, ove prendeva posizione il 1° giugno. Negli stessi giorni, Ferrari era anche insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia (6). L'8 giugno, il 67° iniziò ad operare contro il Monte Mrzli: nei giorni seguenti, si dissanguarono prima il II e poi il I battaglione, mentre il III, quello comandato da Ferrari, restava in riserva. Nuovi attacchi furono tentati il giorno 22 e poi ancora - con un'ardita azione di sopresa della quale fu protagonista la 6^ compagnia, al comando del valoroso capitano Giuseppe De Simoni, che vi rimase ucciso - il giorno  27 giugno. Tuttavia, i risultati furono assai scarsi, e l'azione, dopo tali sfortunate azioni, fu sospesa nel settore del 67°. Nei mesi seguenti, da luglio a novembre, i battaglioni del reggimento si alternarono in linea, sempre nel settore del Mrzli e del Vodil. In questo periodo, i bravi fanti del 67° si dedicarono anche alla costurzione di una linea difensiva in cemento armato lunga 130 metri, e munita di un triplice ordine di cavalli di Frisia. Con l'inizio di novembre, furono gli Austro-Ungheresi a passare all'azione, sferrando - tra il 5 e il 18 del mese - numerosi assalti contro le posizioni tenute dal reggimento, che furono però brillantemente respinti. Con l'inizio del 1917, il 67° reggimento fu inviato a Valerisce per trascorrervi il meritato turno di riposo. In seguito, il reparto si dedicò a esercitazioni tattiche nei settori del Vallone dell'Acqua e del Podgora. Ai primi di aprile, il reggimento tornò il linea: prima nel settore di Santa Caterina, sostituendovi la Brigata "Jonio"; e poi, a inizio maggio, pur quale riserva di corpo d'armata, schierandosi ad Est di Gorizia. 

La conquista del Monte Santo
Il 12 maggio, dopo una lunga preparazione di artiglieria, aveva inizio la Decima Battaglia dell'Isonzo: per il VI Corpo d'Armata, nel quale era inquadrata la Brigata "Palermo", l'obiettivo principale era costituito dal Monte Santo di Gorizia. Nei due giorni consecutivi, contro la sommità del monte, nei pressi di quanto restava del celebre santuario - ridotto ormai a poche macerie fumanti - combatterono con impeto disperato i due reggimenti della Brigata "Campobasso" (229° e 230°), riuscendo, anche se solo per poche ore, a issarvi il Tricolore. Il 14 maggio, a rinforzo della "Campobasso", contro il Monte Santo fu fatta muovere la Brigata "Palermo": tuttavia, dato il forte rischio di improvvise reazioni nemiche in forze, il 67° fu lasciato in riserva a Valerisce. Mentre si consumava la tragica epopea del 230° reggimento - completamente annientato - il 15 maggio anche al 67° veniva dato ordine di portarsi sul Monte Santo, e il reggimento si schierava tra la Quota 359 e la Quota 227, sempre in riserva. Tuttavia, il solo III Battaglione, al comando del maggiore Ferrari, veniva scelto per costituire una colonna d'attacco, che veniva spedita all'assalto, salvo poi, a fine giornata, dover essere ritirato a causa della violentissima reazione austro-ungherese. I combattimenti proseguivano nei giorni seguenti, senza sostanziali progressi da parte italiana, sinchè, il 19 maggio, tutto il 67° reggimento - insieme al gemello 68° - veniva riunito in attesa di ordini per il giorno successivo. Alle ore 06.00 in punto del 20 maggio, le artiglierie italiane iniziarono un serrato fuoco di preparazione, che durò tre ore. Alle ore 09.00, le truppe della Brigata "Palermo" mossero all'attacco: dopo svariati assalti, che furono respinti, il II Battaglione del 67° riusc infine a raggiungere la vetta del Monte Santo ed a issarvi la bandiera reggimentale. Subito furono inviati, in suo rincalzo, anche il I e il III battaglione, quest'ultimo al comando di Ferrari. Tuttavia, i due battaglioni di rinforzo furono immobilizzati dal fuoco delle artiglierie austriache, e il II battaglione, dopo ore di strenua resistenza, fu infine costretto a ripiegare, abbandonando la cima conquistata. Tuttavia, l'azione fu ritentata solo tre giorni dopo, il 23 maggio: il piano d'attacco prevedeva che l'assalto al monte fosse condotto da due colonne; il 67° costituiva, insieme a un battaglione del 33° reggimento fanteria, quella di destra, al cui comando era stato posto il colonnello Pietro Boldi, comandante dello stesso 67°. La colonna d'attacco mosse dalle proprie trincee alle ore 16.20. Venticinque minuti dopo, i reparti di testa - e in particolare lo stesso II battaglione del 67° - raggiungevano nuovamente la vetta, e, come tre giorni prima, gli altri due battaglioni tentavano di portarsi in rincalzo. Tuttavia, ancora una volta, il I e il III battaglione venivano bloccati dal fuoco d'artiglieria nemico mentre, nel frattempo, sulla vetta si era scatenato il contrattacco delle fanterie austro-ungheresi. All'imbrunire, la situazione si fece disperata,e il comando di Divisione ordinò di sospedere l'azione: il 67° dovette dunque ripiegare sulle posizioni di partenza, non prima di aver dato ulteriore filo da torcere al nemio, arrestandone l'impeto con uno sbarramento di mitragliatrici. Nonostante l'epilogo sfortunato, in quel 23 di maggio la bandiera italiana aveva sventolato per oltre un'ora sulla cima del Monte Santo, e questo grazie agli indomiti fanti del 67°. Tra i protagonisti della giornata, vi era stato anche il maggiore Elio Ferrari, al quale fu conferita la seconda Medaglia d'Argento al Valor Militare:

Con grande slancio e perizia, conduceva il suo battaglione all’attacco delle posizioni nemiche, trascinando di nuovo all’assalto altri reparti delle ondate precedenti. Aggirato da tutte le parti da nuclei di nemici che sbucavano dalle caverne, ne sventava le insidie, attaccandoli vigorosamente. Costretto a ripiegare, con ordinata manovra, occupava il terreno immediatamente vicino alla cresta del monte, infliggendo gravissime perdite all’avversario. – Monte Santo, 23 maggio 1917”.

Tra il 23 e il 25 maggio, il 67° reggimento veniva ritirato dalla linea, e inviato a riposo nella zona di Cerovo Inferiore. Tuttavia, il solo III Battaglione, al comando di Ferrari, restava in linea ancora per alcuni giorni, coadiuvando il 43° reggimento della brigata "Forlì" in successivi assalti ancora contro il Monte Santo. Il 28 maggio, il battaglione veniva aggregato a una colonna d'assalto, al cui comando era posto lo stesso maggiore Ferrar. Sebbene, anche in tale occasione, non fu possibile ottenere una conquista piena e duratura del monte, il contegno di Elio Ferrari fu tale da valergli una ulteriore medaglia d'Argento al Valor Militare, che gli fu conferita con la seguente motivazione:

Dirigeva brillantemente, con slancio, energia, coraggio e perizia, la colonna al suo comando all’assalto di un’aspra e ben difesa posizione nemica, infondendo nella propria truppa, col suo valoroso contegno, calma e fermezza per mantenere, sotto il tiro violento di ogni specie del nemico, le posizioni raggiunte. – Monte Santo, 28 maggio 1917”. 

L'assalto al Monte San Gabriele
In seguito a tale azione, anche il III Battaglione fu inviato a Cerovo per trascorrervi il meritatissimo turno di riposo. Tuttavia, dopo meno di un mese, il 21 giugno esso ritornava in linea, insieme al resto del 67° reggimento: il teatro di operazioni designato per il reparto, stavolta, era costituito dal settore di Santa Caterina, una modesta quota poste alle pendici sud-occidentali del Monte San Gabriele. Qui, inquadrato nell'11^ Divisione di Fanteria, il 67° Reggimento sarebbe rimasto per alcune settimane in posizione difensiva, resistendo ai violentissimi bombardamenti nemici - che causarono al reparto notevoli perdite - e a reiterate puntate offensive degli Austro-Ungheresi. Il 20 luglio, il reggimento ricevette il cambio e fece ritorno a Cerovo Inferiore per trascorrervi un nuovo periodo di riposo.

Il settore del Monte San Gabriele. A sud-ovest, le posizioni di Santa Caterina. A nord, quelle del Veliki Krib.
Il 10 agosto, il reggimento ritornava in linea, occupando con un battaglione - a rotazione - la Sella di Dol, e mantenendo gli altri come riserva divisionale. Dopo una decina di giorni di attesa e di preparazione, il momento dell'assalto al Monte San Gabriele giungeva, per i fanti del 67°, il 28 agosto. Quel giorno, il reggimento - insieme ai due della brigata "Messina" - si slanciava verso la vetta del monte, riuscendo a conquistare le trincee poste sulle Quota 526; dopo ore di combattimento violentissimo, cadeva in mano italiana anche la trincea di Quota 367, fondamentale per poter poi agire contro la cresta del monte. A proposito dei combattimenti del 28 sulla quota 367, si è scritto: "il momento raggiunse i toni dell'epopea; alcuni plotoni, esaurite le munizioni, fecero uso persino dei sassi, altri utilizzarono le armi dei nemici uccisi". Il giorno seguente, 29, l'attacco al San Gabriele veniva rinnovato, ma la reazione dell'artiglieria nemica costringeva i nostri, al termine della giornata, a ritirarsi sulle posizioni di partenza. 
 
Fonogramma di incitamento trasmesso il 24 agosto 1917 dal comandante dell'11^ Divisione (Gen. Bonaini) al comandante della Brigata "Palermo" (Gen. De Negri)e da  questi diramato al 67° Reggimento, in cui, annunciando la conquista del San Michele ad opera dell'8^ Div., augura "A noi in giornata la gloria del San Gabriele". (collezione privata Arturo E. A.).

Decisivo fu, invece, quel che accadde il giorno successivo, 30 agosto: al mattino, il I e il III battaglione scattarono dalle proprie trincee, e, pur sotto il martellante fuoco di sbarramento nemico, riuscirono a raggiungere il caposaldo di Quota 567 del San Gabriele, detto "Il Fortino", che venne conquistato nel corso del pomeriggio. La linea avversaria era stata sfondata, e i fanti avanzarono sino alla Quota 522, che fu ugualmente occupata. Fino a tarda sera, si susseguirono vari contrassalti degli Austro-Ungheresi, che però non riuscirono a scacciare gli Italiani dalle posizioni raggiunte. Il nuovo obiettivo, per i nostri fanti, divenne dunque il colle del Veliki Krib, una collina di modesta altitudine (526 m.s.l.m.), ma di fondamentale importanza strategica: essa (in italiano Col Grande) sbarrava infatti l'accesso alla Selva di Tarnova, un altopiano carsico che, se conquistato dagli Italiani, avrebbe messo in grave pericolo la tenuta dello schieramento Austro-Ungarico nel settore. Il giorno 31 agosto, gli Italiani ripresero l'offensiva, stavolta contro il Veliki. Nel corso della giornata, i reparti del 67° Fanteria assaltarono la Quota 526 del Veliki, espugnandola. Tuttavia, immediatamente si scatena la controffensiva nemica, e i reiterati assalti degli Austro-Ungheresi mettono gravemente a repentaglio l'occupazione del Veliki. Nel corso dell'azione, il III Battaglione era rimasto in riserva, senza muoversi dalle proprie posizioni. Il suo comandante, Elio Ferrari, era, peraltro, ammalato, e impossibilitato al combattimento (7). Fattasi sempre più drammatica la situazione sul Veliki, il comando di brigata decise però di far entrare in linea anche il III Battaglione. Il tenente colonnello Ferrari, pur fortemente debilitato, rifiutò di essere sostituito e chiese allora, ed ottenne, di guidare il suo reparto all'assalto (8). Di quel che accadde nelle ore successive, sino all'alba del 1° settembre, la descrizione è contenuta nella suprema onorificenza al valor militare, la Medaglia d'Oro, che sarebbe stata concessa alla memoria di Elio Ferrari:
"Accorso col suo battaglione in aiuto di altre truppe impegnate in aspra lotta per la conquista di una formidabile posizione, tenacemente contesa dall'avversario, col suo ascendente seppe trasfondere nel proprio reparto, già duramente provato in un lungo e gravoso servizio di trincea ed in una marcia sotto intenso bombardamento, tale vigore ed entusiasmo, da riuscire, con uno slancio irresistibile per veemenza e compattezza, a conquistare il caposaldo della posizione stessa, che mantenne poi con indomito vigore, rendendo vani ben tredici furiosi contrattacchi sferrari dal nemico, fino al termine del giorno seguente. Nell'ultimo di questi contrattacchi, duranti i quali, impavido, stava con i suoi, colpito al cuore cadde pronunziando parole che animarono il suo battaglione, il quale, con una violenta reazione ne vendicò la gloriosa morte, respingendo con ingenti perdite l'assalitore - Veliki Krib,1° settembre 1917".


Targa dedicata a Elio Ferrari presso l'ingresso d'onore della caserma "De Cristoforis" di Como, già sede del 67° Fanteria.
Nel corso della stessa giornata del 1° settembre, il 67° Fanteria, provato da sforzi estremi e ridotto dalle pesanti perdite, veniva ritirato dalla linea del fuoco e inviato a Slapnico in zona di riposo.

Le spoglie del ten. col. Ferrari, raccolte dai suoi uomini, avrebbero poi trovato definitiva collocazione nella cripta monumentale del Sacrario Militare di Oslavia. Targhe in ricordo di Elio Ferrari campeggiano ancora, tra l'altro, presso l'ingresso d'onore della caserma "Capitano Carlo De Cristoforis" di Como, e presso la Scuola Militare "Teuliè" di Milano (l'antico Collegio Militare di cui Ferrari era stato allievo). Tra i riconoscimenti tributati alla memoria di questo coraggioso figlio d'Italia (tra cui si può citare una via della sua città natale, Ciriè), ve n'è forse uno che gli avrebbe fatto particolare piacere: gli fu intitolato, infatti, il corso del Collegio Militare di Milano - ov'era stato anch'egli giovane cadetto - terminato nel 1942.

A cura di Niccolò F.

 
(1) Da Annuario degli Ufficiali del Regio Esercito per l'anno 1910, Roma, Alfieri & Lacroix, 1910.
(2) con R.d. del 02/02/1896.
(3) con R.d. del 19/09/1899.
(4) con R.D. del 05/01/1911.(4) Va notato che, sia secondo il riassunto storico del reggimento, sia secondo P.A. Baldrati (op. cit.), il 67° inizia ad operare sul San Michele dal 20 novembre 1915. Difficile, dunque, spiegare come mai la motivazione della MBVM riporti come data addirittura il 23 ottobre. Si potrebbe, in proposito, pensare ad un errore (la data corretta sarebbe 23 novembre invece che 23 ottobre).
(5) Con d.lgt. del 12/12/1915.
(6) con d.lgt. del 02/04 o del 01/06/1916.
(7) E. Sottile, Il 67° Fanteria 1862-1920, cit., p. 48.
(8) Ivi, e P. A. Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, cit., p. 65.

BIBLIOGRAFIA
- Voce Ferrari, Elio, in Enciclopedia Militare - Arte, Biografia, Geografia, Storia e Tecnica militare, Vol. III, p. 701, Istituto Editoriale Scientifico - Il Popolo d'Italia, Milano, 1933.
- Pier Amedeo Baldrati, Il 67º Fanteria - Cento anni di Storia, Como, Tipografia A. Noseda, 1962.
- Emmanuele Sottile, Il 67° Fanteria 1862-1920, Como, Tipografia R. Longatti, 1923.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.