domenica 26 febbraio 2017

"Nessuna debolezza!" - Pier Felice Vittone, giovane giurista e valoroso alpino



Per i curiosi casi della vita, chi scrive è recentemente venuto in possesso di un piccolo lotto di diplomi, intestati ad un sottotenente degli Alpini: Pier Felice Vittone. Di lui vi racconteremo in questo post, anche grazie ai preziosi materiali digitalizzati dall’Università di Torino (un lavoro davvero egregio e meritorio, ciò che in questa sede vogliamo sottolineare).
Talmente precise e toccanti sono le parole utilizzate, da chi lo conobbe – ed in special modo dal padre -, nei documenti che presenteremo, che in questa sede si cercherà per quanto possibile di utilizzare direttamente, opportunamente interpolandoli. I diplomi, invece, saranno presentati al termine dell'articolo.

Pier Felice Vittone in uniforme da sottotenente del 2° Reggimento Alpini (elaborazione da foto digitalizzata).

Pier Felice Vittone nacque a Chivasso, in provincia di Torino, il 13 giugno del 1895, dal prof. Carlo Vittone, docente, e poi preside, di ginnasio, e da Emilia Vecchia. Così lo avrebbe descritto il padre:
Dotato d’intelligenza pronta e vivace, e portato naturalmente allo studio, fin da fanciullo si segnalò nelle scuole medie, sì da riuscire sempre primo fra i primi, e cattivarsi la stima e la simpatia dei professori.
In altro documento, a proposito degli anni del ginnasio, il padre così lo ricordava:
giovane intelligentissimo, che in cinque lezioni aveva appresa tutta la morfologia latina e, dopo altre 17 traduceva a prima vista il Cornelio e il Fedro, primi libri di latino avuti per le mani”.
Il suo straordinario talento nello studio è testimoniato, del resto, dalla prosecuzione del suo percorso accademico:
A soli 16 anni, si iscriveva alla Facoltà di Giurisprudenza, e si dedicava allo studio del Diritto, senza pur tralasciare di coltivare la cultura classica e letteraria”.
Ottenuto il diploma, presso il Liceo Ginnasio pareggiato di Savigliano, Vittone decise dunque di iscriversi alla Regia Università di Torino.
Della sua esperienza universitaria, è giunta sino a noi anche la domanda di iscrizione, datata al 4 novembre 1911, e inviata già dallo stesso capoluogo subalpino, ove si era frattanto trasferito:
Il sottoscritto […] avendo conseguita regolarmente la licenza liceale, prega la S.V. Ill.ma a volerlo inscrivere al primo anno della facoltà di Giurisprudenza in cotesta Università”.
Ammesso all’ateneo torinese, Vittone vi frequentò il semestre invernale dell’anno accademico 1911-1912 e con l’estate del ’12 iniziò a macinare gli esami del 1° anno: per primi – curiosamente, rispetto alle tradizioni degli studenti di giurisprudenza! – affrontò gli esami di economia politica (voto 29) e statistica (27); di seguito, sostenne brillantemente le prove di “introduzione allo studio delle scienze giuridiche e istituzioni di diritto civile” (voto 30, e che forse si potrebbe assimilare all’odierno insegnamento di istituzioni di diritto privato), istituzioni di diritto romano (30) e storia del diritto romano (30). Con l’autunno ripresero i corsi, e con l’estate del 1913 la nuova tornata di esami: diritto ecclesiastico (27), procedura civile ed ordinamento giudiziario (30), scienza delle finanze e diritto finanziario (30) e in ultimo filosofia del diritto (28).
Pier Felice Vittone, all’età di diciassette anni, era dunque perfettamente in corso, e con la media del 29: un risultato praticamente inarrivabile per un odierno studente di giurisprudenza (anche per evidenti vincoli burocratici…), ma certo alquanto eccezionale anche per un collega a lui contemporaneo. Ma la volontà di bruciare le tappe – come anche il profondo senso del dovere - non contraddistingueva il giovane Vittone solo nello studio:
A 18 anni, il 1° gennaio 1914, per poter soddisfare agli obblighi militari, contemporaneamente alle occupazioni dello studio, si arruolò come volontario allievo-ufficiale, nel 3° Reggimento Alpini, e fu promosso sottotenente il 1° novembre dello stesso anno.”
Egli - invece di chiedere il differimento della ferma per motivi di studio, come avrebbe potuto - si avvalse, dunque, di un utile istituto offerto dall’ordinamento militare dell’epoca, ovvero quello dell’arruolamento volontario. In un sistema imperniato sulla coscrizione universale obbligatoria, tale istituto, com’è ovvio, era destinato ad avere un’applicazione residuale e assai ridotta, rivolgendosi a soggetti che versassero in determinate condizioni, ed avessero particolari esigenze personali. Il Testo Unico sul Reclutamento [1], conosceva due particolari tipologie di arruolamento volontario: quello c.d. ordinario, in primis; e poi, il c.d. volontariato di un anno.
Per quello che può trarsi dalla documentazione a disposizione, appare che il nostro Vittone ricorse, per l’appunto, alla prima specie, e cioè al volontariato ordinario. Questo [2] era consentito ai cittadini dello Stato (e ciò è importante sottolineare!) che: avessero compiuto il diciottesimo anno d’età; non fossero ammogliati né vedovi con prole; avessero attitudine fisica a percorrere la ferma in servizio effettivo nel corpo in cui chiedevano di essere arruolati; fossero incensurati e di buona condotta; sapessero leggere e scrivere; godessero del consenso del padre o, in mancanza, della madre o del tutore.
A fronte di questi requisiti stringenti – e del mantenimento degli obblighi di leva per la durata ordinaria, a differenza che nel volontariato di un anno -, tale istituto consentiva, in particolare, di poter liberamente scegliere corpo di assegnazione all’atto dell’arruolamento: ciò che poteva consentire di soddisfare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari – un classico, per quel che concerneva l’arruolamento in cavalleria – come anche di organizzare efficientemente il proprio servizio militare, optando per reparti di stanza in luoghi vicini a casa o alle proprie sedi di studio o di lavoro, per poter, in tal modo, contemperare lo svolgimento del servizio con le esigenze della propria vita civile.
Sotto questo profilo, la scelta del 3° Reggimento Alpini appariva ideale: il reparto aveva sede a Torino, il che gli avrebbe consentito – negli intendimenti di Vittone – di poter utilmente proseguire il proprio percorso universitario. Si noti peraltro che la legge prevedeva altresì che “il volontario arruolato in un corpo non [potesse] essere trasferito in un corpo di arma diversa a meno che non vi [acconsentisse]”, salvo il caso delle assegnazioni ai corpi di disciplina (art. 114 T.U.Re.).

Dunque, parallelamente al servizio di leva, il giovane Vittone perseverò nello studio, sostenendo, nel corso dell’estate, altri due esami: diritto commerciale (voto 28) e, ai primi di giugno, Storia del diritto italiano, che gli valse “solo” un 24. Chi scrive ha avuto la ventura di preparare più di un esame durante il servizio militare, e può assicurare il lettore della estrema difficoltà dell’operazione. Probabilmente, il risultato non all’altezza dei voti precedenti indusse Vittone a prendersi una pausa, rimandando gli esami residui del terzo anno di corso (che, del resto, erano i due mattoni istituzionali diritto civile e diritto romano). Del resto, anche gli sconvolgimenti internazionali dell’estate del 1914 – l’assassinio di Sarajevo, l’ultimatum alla Serbia e lo scoppio del conflitto mondiale – dovettero costituire una valida ragione per indurre Pier Felice Vittone a concentrarsi sulle proprie occupazioni schiettamente militari. Ad ogni modo, si iscrisse comunque al 4° anno di corso.

Nei mesi seguenti, il giovane allievo ufficiale terminò la propria formazione, ottenendo la promozione al grado di sottotenente nel novembre del 1914. Indi fu trasferito al 2° Reggimento Alpini per il servizio di prima nomina, vivendo le settimane concitate di progressiva mobilitazione in vista degli impegni bellici del Paese: Vittone fu, dunque, assegnato alla 217a compagnia del Battaglione “Val Maira”. Questo era un battaglione alpino di Milizia Territoriale mobilitato appunto dal 2° Reggimento, e costituito dalle compagnie 217a, 218a e 219a. Nel corso della primavera, il “Val Maira” fu trasferito verso il confine italo-austriaco, ed accantonato nella zona di Tolmezzo. Qui, insieme con altre unità, esso costituiva la riserva del Comando Zona Carnia.

Così, in proposito, prosegue la narrazione del padre:
La guerra contro l’Austria lo trovò sul confine, dove da più mesi stava lavorando alla costruzione di difese e di strade; ed egli vi prese parte con tutta la fede del suo cuore generoso, con il più puro entusiasmo della sua fiorente, splendida giovinezza.
Le fatiche e i disagi della trincea, il pericolo cui continuamente era esposto, non lo preoccupavano per sé, consapevole dell’angosciosa attesa in cui viveva la famiglia da lui adorata, e francamente deciso di compiere tutto il suo dovere, nelle brevissime notizie inviate negli intervalli della lotta, sua cura principali era di nascondere, per quanto gli era possibile, le sue reali condizioni.”
Proprio negli ultimi giorni di permanenza a Tolmezzo, prima dell’entrata in linea, il giovane sottotenente indirizzò la seguente lettera ai suoi famigliari: il padre Carlo, la sorella Maria Margherita, e il fratello Carlo, studente d’ingegneria. La madre Emilia, invece – si noti, per quel che seguirà -, era già deceduta.
Tolmezzo, 26-5-15
Carissimi,
[mi trovo]…sul confine i combattimenti sono cominciati quasi su tutto il fronte. Giungono già qui i feriti. Stassera ho visitato un mio collega di plotone, il sottotenente Ciachino (?), ferito in un attacco notturno. Una pallottola lo ha colpito al cranio sinistro e una scheggia di pietra lo ha trafitto sotto l’occhio sinistro. Come era bello e grande, disteso sul letto, col viso un po’ arrossato dalla febbre e col cranio fasciato e la camicia macchiata di sangue! Io l’ho baciato come si bacerebbe un fratello o un’amante. Lo invidio davvero lui, che alla testa del suo plotone muoveva all’assalto sempre sorridente e tranquillo. Potessi anch’io avere una sorte così!....
Non occorrono, pare, commenti a questa missiva, tanto essa è espressiva dei sentimenti del suo estensore. Nel giro di pochi giorni, anche la 217a compagnia fu dunque inviata in linea. Di seguito trascriviamo – con pochi adattamenti – il diario storico del Battaglione “Val Maira” per il periodo in discorso.

Nel corso della prima metà di giugno, il "Val Maira" si portò al completo nel settore dell'Alto But, sostituendo il battaglione "Val Tagliamento" nell'occupazione delle posizioni sulla linea selletta Freikofel-Monte Pal Grande
Il battaglione restò su tali posizioni sino al mese di settembre, alternando il presidio delle linee - insidiato da frequenti puntate del nemico - a periodi di riposo trascorsi a Treppo Carnico. 
A inizio settembre il battaglione fu riunito a Sutrio, donde inviò le proprie compagnie in varie posizioni del settore per provvedere a lavori e a compiti di presidio. In particolare, alla metà del mese, la 217a compagnia fu distaccata a Paularo, ad occupazione dell'abitato, e poi del Monte omonimo.
Il 19 settembre, a fronte del rischio di un attacco nemico sul Freikofel, il comandante del Battaglione, insieme alla 218a compagnia, si portò presso Casera Pal Piccolo, schierandosi a difesa del Pal Piccolo per poi trasferirsi sul Pal Grande. Su tali posizioni, nonché in altre del Monte Croce carnico e della Val Collina, il "Val Maira" trascorse gli ultimi mesi del 1915.
La 217compagnia, in particolare, fu schierata a presidio della Forca di Lanza, essendo altrsesì impiegata per lavori a Casera Pizzul, e trascorrendo brevi periodi di riposo a Treppo Carnico.

Nel novembre del 1915, frattanto, il sottotenente Vittone ottenne il passaggio in servizio attivo permanente (S.A.P.).  Il 30 dicembre, invece, vi fu un avvicendamento al comando del Battaglione "Val Maira": al capitano Giuseppe Cremascoli succedette il capitano cav. Camillo Pasquali, pluridecorato ufficiale nativo di Siracusa (al quale abbiamo dedicato un articolo, vedi qui).

La prima parte del nuovo anno 1916 non vide il Battaglione impegnato in particolari operazioni, dovendosi esso tuttavia confrontare con il grande pericolo di valanghe, che determinò adattamenti delle linee di occupazione, così come dolorose perdite tra le nostre file.
Nella notte del 26 marzo, il nemico, agendo di sorpresa e senza preparazione d'artiglieria, riuscì a conquistare una quota centrale del Monte Pal Piccolo: i contrattacchi italiani del giorno seguente videro impegnata, in particolare, la 218a nonché la 219a compagnia, che subì forti perdite.

Tornando a Pier Felice Vittone, con riferimento al carteggio da lui mantenuto con la sua famiglia in seguito all’arrivo in linea, questo il ricordo del padre:
Partito subito dopo per il fronte scriveva molto brevemente.
Tuttavia, proprio nella primavera del 1916, il giovane ufficiale intrecciò, per così dire, un breve epistolario con quella che potremmo definire una madrina di guerra. L’aspetto curioso di questo scambio, oltre al contegno assai freddo del Vittone, è anche il fatto che la sua corrispondente avesse scelto di mantenere un completo anonimato.
Ecco dunque il testo di quella che, parrebbe potersi desumere, fu una delle prime risposte rese dal giovane ufficiale:
29-3-16
Pre.ma Signorina,
la ringrazio di avermi risposto. Non credevo che Ella sentisse così altamente l’amore della nostra patria e che si interessasse tanto per coloro che per essa combattono. Le ripeto che mi è dolce il sapere che Ella pensa all’ufficiale lontano e sconosciuto, e tanto più per la sua delicatezza nel serbare l’incognito….Conservi, Signorina, questa sua bella fede nell’Italia e nei suoi soldati: conservi l’entusiasmo per questa santa guerra e la certezza della vittoria!...
Pur a fronte di questa replica, assai distaccata, l’anonima madrina non demorse, suscitando la reazione, piuttosto decisa, del Vittone:

9 Aprile 1916
Preg.ma Sig.na,
rispondo con ritardo alla sua lettera perché fui occupatissimo per servizio. Il rimprovero che Ella mi fa mi contrista molto: forse la penna ha tradito il mio pensiero o Ella lo ha frainteso. Io non ho voluto, no, strapparle le sue speranze, attenuare la sua fede. Ho voluto anzitutto essere gentiluomo e sincero.
Non vado incontro alla morte coll’incoscienza del fanatico, anzi, come uomo io la sfuggirei in qualunque modo, se altri sentimenti ben più nobili e più alti, che non il cieco fanatismo, non mi togliessero di mente ogni pensiero terreno. Ho cercato, per questo, di cancellare dal mio cuore ogni sentimento che potesse spingermi alla titubanza, e di attenuare, se non distruggere, gli affetti che ordinariamente sono i più santi e venerati dalla moltitudine, per potere improntare tutti i miei atti e tutti i miei pensieri ad una sola divisa: nessuna debolezza!
È solo per questo che io non pavento la mia sorte, anzi le sorgo diritto in faccia per affrontarla, qualunque essa sia. È solo per questo che io non mi lamento delle fatiche e non ne attendo ricompensa di sorta.
Nessuna debolezza! E son anni ed anni che combatto con la mia sorte, combatto con me stesso con alternative di vittorie e di sconfitte, per quella divisa.
È per questo che io non voglio attendere con ansia le sue lettere, che non voglio preoccuparmi del pensiero di Lei, che freno le parole di affetto umano, che sgorgherebbero dalla mia penna. L’ora dell’amore batte a grandi rintocchi nelle mie vene; l’ho ascoltata una volta e poi mi sono spaventato del suo suono e non l’ho voluto sentire mai più.
Non faccia, Signorina, che in questi momenti terribili in cui devo consacrare mente e cuore a più santa e sublime idea, non faccia che essa risuoni nuovamente dentro di me.
E non creda che il pensiero d’un’altra fanciulla turbi la ferrea saldezza delle mie decisioni. La pagina del mio amore è ora bianca. Possa io portarla tale fino al giorno della vittoria, o scenda candida con me nella fossa non inonorata. Da più giorni ho salutato le care vette della Carnia ed ho varcato il sacrato Isonzo. Domani forse sul Monte Nero poterò la mia vita a nuovo e più terribile cimento.
Signorina, mi lasci oggi, se la sorte lo permette, scrivere la pagina della vittoria. Domani, colla pace, potrò con più tranquilla coscienza scrivere la pagina dell’amore. Ossequi"
Vittone, molto esplicitamente, fece dunque capire alla sua corrispondente la sua intenzione di troncare lo scambio epistolare. Questa missiva, che è l'ultima pervenutaci - in forma di trascrizione - tra quelle inviate dal giovane alpino, ci appare particolarmente significativa, per multiple ragioni. Più di tutto, colpisce la volontà di Vittone di troncare, o perlomeno di allentare, ogni legame affettivo - anche solo in forma epistolare -, che lo potesse, per così dire, distrarre dalla propria totale devozione alla causa bellica. In questo potrebbe scorgersi, oltre che la volontà di non cadere in "debolezze", anche una sorta di autopreparazione al distacco dalla vita, presago di un futuro luttuoso. In questo potrebbe, dunque, trovarsi la spiegazione anche della scarsità di contatti con la famiglia, lamentata dal padre.
Nello specifico della lettera appena esaminata, si considerino inoltre i sanguinosi fatti d'arme dei quali gli alpini del Battaglione "Val Maira" erano stati protagonisti proprio in quei giorni.

Quattro giorni dopo questa lettera, il 13 aprile, il Battaglione "Val Maira" sostituì riparti del "Monviso" e del "Dronero" sulle posizioni di colletta Kozliac, Monte Nero e Monte Rosso rimanendovi fino ai primi di maggio, quando, il 10, si portò nuovamente a Kosec per provvedere a lavori stradali.
Dopo un altro turno di trincea e una settimana trascorsa sul Monte Pleca (15 - 22 maggio), il "Val Maira" rientrò a Cividale; il 24 fu trasferito a Bassano a disposizione della 1a Armata, ed il 27 si spostò nuovamente a Ronchi.
In quei giorni, era in pieno svolgimento l'offensiva di primavera sferrata dall'esercito imperial-regio sul fronte degli Altopiani, e mentre la linea del XIV Corpo d'Armata si andava deflettendo per la forte pressione avversaria, con i battaglioni "Monviso" e "Val Maira" fu costituito un nucleo avente il compito di garantire il controllo degli sbocchi della val Frenzela.
Il 28, incaricato di proteggere il ripiegamento della Brigate "Catanzaro" (141° e 142°) e "Lombardia" (73° e 74°), che si trovavano più a nord verso il Monte Confinale, il "Val Maira" prendeva posizione prima a Monte Nos ed a Monte Baldo poi a Monte Cimon ed a Monte Longara.
Su tali linee, piccoli attacchi di riparti esploranti furono facilmente respinti. Il 30 maggio, giunti nella zona i Battaglioni "Argentera" e "Morbegno" (quest'ultimo, del 5° Reggimento Alpini), con essi, insieme col "Val Maira" e col "Monviso", fu costituito il "Gruppo Alpini Foza".

Così prosegue il riassunto storico del Battaglione:
I primi battaglioni d'assalto nemici cozza[ro]no con impeto contro il nuovo ostacolo. Gli eventi precipita[va]no: a Monte Cimon la 218a compagnia, dopo tenace resistenza [fu] costretta a cedere ed a ripiegare mentre l'avversario imbaldanzito e padrone di punti dominanti, raddoppiava gli sforzi. Il battaglione, unitamente alle compagnie alpine 100a e 124a, che fin dal giorno precedente erano state inviate come rinforzo, retrocede[tte] portandosi prima sulla cresta della Meletta di Gallio e poi a Monte Castelgomberto, ove, il 5 giugno, dopo aver sostenuto un bombardamento di violenza eccezionale, respin[s]e un attacco portato contro la sinistra della posizione.

Tra gli altri reparti, accanto al "Gruppo Alpini Foza" combatteva, inquadrata nella 25^ Divisione, la Brigata "Sassari", che si apprestava a scrivere pagine memorabili della propria storia operativa.

Teatro d'operazioni del "Gruppo Alpini di Foza"; evidenziate in colore, le principali cime, e l'abitato di Foza.

Al 5 giugno, dunque, le forze del Gruppo risultavano così disposte: il Batt. "Monviso" tra Tondarecar e Castelgomberto; il Batt. "Val Maira" a Castelgomberto; il Batt. "Morbegno" sullo sperone a nord di Monte Fior; il Batt. "Argentera" tra Monte Fior e Monte Spil [3]. In particolare, le cime di Monte Castelgomberto, Monte Fior, Monte Miela, Monte Tondarecar e Monte Badenecche costituivano quello definito, nelle fonti militari italiane, quale complesso montano del Castelgomberto. In questo senso, la fronte del "Gruppo Alpini Foza", come visto, si estendeva - su un'ampiezza di circa 4 chilometri - per l'appunto su tala arco montano. Detta fronte era "soggetta ai tiri di tutte le artiglierie austriache schierate da Asiago alle posizioni a nord di Monte Fiara" [4]. Diversamente, le artiglierie italiane, nel medesimo settore, ammontavano in tutto a trentasei pezzi, di cui 24 di piccolo calibro e 12 di medio calibro
Alle 11.30, le artiglierie austriache aprirono il fuoco sulle posizioni difese dai Battaglioni "Morbegno" e "Monte Argentera", proseguendolo sino alle 18.00, ora in cui reparti dell'11^ Brigata austro-ungarica mossero all'assalto. Gli alpini, sostenuti da rincalzi della "Sassari", resistettero fino all'esaurirsi dell'attacco, a tarda sera: la ritirata dei reparti attaccanti avvenne intorno alla mezzanotte.
Il giorno successivo, 6 giugno, le operazioni subirono una sosta, e frattanto la direzione delle operazioni nel settore Melette - Marcesina fu assunta dal comandante del XX Corpo d'Armata, tenente generale Luca Montuori. Nell'ordine di operazioni diramato, il compito del XX Corpo fu fissato, prima di passare all'offensiva, in quello di "opporsi energicamente ad ogni ulteriore avanzata del nemico verso la valle del Brenta ed affermarsi sulle posizioni del Monte Lisser e Monte Meletta di Foza" [5].
Il mattino del giorno dopo, 7 giugno, alle ore 10.30, le artiglierie imperial-regie ripresero a battere le posizioni italiane del settore, e in particolare quelle del Monte Fior e del suo sperone nord, difeso, come si è visto, dagli alpini del Battaglione "Morbegno" (5° Reggimento). In rinforzo a questi giunse una compagnia del "Monviso", due del I btg. del 151° Reggimento fanteria della "Sassari" nonché la 219a compagnia del "Val Maira".
Il Battaglione perdette, dunque, la propria unità, dacché le altre due sue compagnie - la 217a, in cui era inquadrato Pier Felice Vittone, e la 218a - rimanevano schierate sul Monte Castelgomberto.
Fu in queste circostanze che, presumibilmente nella mattinata del 7, il sottotenente Vittone uscì per un'ardita ricognizione, al fine di ricavarne uno schizzo utile a meglio organizzare la resistenza del proprio reparto. Rientratone, ricevette, nel pomeriggio, un biglietto di encomio da parte del colonnello comandante il Gruppo Alpino, che così recitava:
Un sentito elogio al Tenente Vittone, per lo schizzo fatto e per il valoroso contegno, e una calda raccomandazione di resistere a qualunque costo”[6].
Analogo encomio dovette ricevere, nelle stesse ore, dal comandante del Battaglione "Val Maira", il già citato cav. Camillo Pasquali, intanto promosso maggiore, brillante ufficiale veterano della Guerra Italo-Turca, e già decorato di una Medaglia d'Argento ed una di bronzo al Valor Militare.
Si era, dunque, nel pomeriggio inoltrato del 7 giugno. Il combattimento infuriava, e gli assalti degli austro-ungarici si infrangevano contro l'accanita resistenza dei nostri alpini.
In quei momenti, nella mente del giovane ufficiale piemontese, dovevano risuonare - più forte delle pallottole e delle esplosioni delle granate - alcune parole. Quelle rivoltegli dal suo comandante: "resistere ad ogni costo"; e quelle che aveva scritto lui stesso poco tempo prima, "nessuna debolezza".
Così, cinque giorni prima del suo ventunesimo compleanno, questo ragazzo distinto, di ottima cultura e belle speranze, continuò a combattere con i suoi alpini, sulle balze del Castelgomberto, finché - intorno alle sette di sera - una pallottola non lo colse al capo.
Il cappellano del Battaglione, don Tommaso Casetta [7], avrebbe così descritto il fatto in una lettera al padre:
"Ferito alla testa da una pallottola la sera del 7 giugno, mentre in trincea incitava il suo amato plotone e portato di volo dai suoi soldati al posto di medicazione, vicino a cui io mi trovavo. Era privo della parola ma mi conobbe. Gli diedi l’assoluzione e l’olio santo e mi diede segni di grande divozione. Erano le 7 di sera; non potendosi trasportare in quello stato sotto una pioggia torrenziale, e medicato bene dal medico della Compagnia, lo adagiammo in una barella [...]. Agonizzò e spirò verso le 23. Lo feci trasportare nel paese vicino di Foza ove segnai la tomba, che fu ornata da fiori e rami verdi. Una croce col nome lo ricorda.”[8]
Nonostante il sacrificio di Pier Felice Vittone, sul Castelgomberto le sorti della battaglia volsero a favore del nemico: il giorno successivo, 8 giugno, gli austro-ungarici ripresero l'offensiva; il comandante del Gruppo Alpini Foza, non potendo contare su riserve sufficienti per tentare un contrattacco, ordinò ai propri reparti di abbandonare la linea più esposta (Monte Fior - Monte Castelgomberto), ripiegando su posizioni retrostanti. Pertanto, il Battaglione "Val Maira", insieme al "Monviso" - ormai entrambi ridotti ad un manipolo di animosi superstiti -, abbandonò le contrastate posizioni del Castelgombergo, per ripiegare sul Monte Tondarecar, trincerandovisi.
Il riassunto storico ricorda che "Nel battaglione, già decimato, il giorno 8 di tutti gli ufficiali esiste[va] un solo capitano": tra le perdite, dovette contarsi anche lo stesso comandante, il già citato magg. Pasquali [9]. Ferito a morte anch'egli la sera del 7, sarebbe spirato la settimana successiva in ospedale.

Così si concludeva quel ciclo di operazioni che (nel periodo dal 1° all'8 giugno) era costato al "Gruppo Alpini di Foza" undici morti e trentuno feriti tra gli ufficiali; centocinquantadue morti, seicentonovantotto feriti e duecentottanta dispersi fra la truppa [10]. Il solo Battaglione "Val Maira" doveva contare, invece, due morti (Vittone e il maggiore Pasquali), undici feriti e tre dispersi tra gli ufficiali, e cinquantuno morti, duecentoquarantaquattro feriti e centouno dispersi fra il personale di truppa [11].

Il Capitano comandante la 217a compagnia così avrebbe scritto al padre del sottotenente Vittone:

Il.mo Signor Professore,

col più vivo dolore compio il dovere di partecipare a V.S. che il giorno 7 corrente verso le ore 20 cadeva colpito dal piombo nemico sul Monte Castelgomberto il mio valoroso ufficiale subalterno S.Tenente Vittone sig. Pier Felice, suo carissimo figlio. Egli cadde da valoroso, mentre coll’esempio incitava i suoi soldati alla resistenza contro le truppe nemiche che tentavano di impadronirsi di quella posizione. Io che lo ebbi per diverso tempo quale subalterno alla compagnia posta ai miei ordini, ebbi modo di apprezzare le sue belle qualità di valoroso ed intelligente ufficiale.

Diligente esecutore di ordini, fiero di compiere speciali mansioni, spesso si sapeva meritare parole di lode dai superiori; severo, ma buoni coi suoi inferiori, sapeva acquistarne la stima e la fiducia. Forse in questi giorni sarebbe stata prossima la sua promozione a tenente, promozione che egli aveva saputo dimostrare di meritarsi e che avrebbe accolta con piacere. La severa educazione ricevuta faceva sì che spesso egli rievocasse i savi consigli paterni e parlasse con un vero senso di devozione del suo caro padre. La sua agonia si protrasse per poche ore, ma la gravità della ferita riportata più non gli permise di riprendere coscienza né la scienza medica riuscì a salvarlo dalla morte che avvenne nella notte fra il 7 e l’8 giugno.

A Lei, Egregio Professore, così duramente colpito da questa sciagura, giungano le più vive espressioni di cordoglio da parte degli ufficiali del Battaglione ed in particolare modo le mie, persuasi tutti quanti che se esse saranno di scarsa efficacia nel lenire il grande dolore toccatole, serviranno però a dimostrarle l’unanime compianto provato da tutti per la dolora perdita subita.

Voglio sperare che le superiori autorità militari sapranno riconoscere degnamente la bella prova di valore, d’intelligente operosità esplicata dal suo carissimo figlio Pier Felice, nel combattimento del 7 giugno a Monte Castelgomberto. Il S.Tenente Vittone ebbe onorata sepoltura nel camposanto di Foza, località prossima a Valstagna.

Il comandante la 217a Compagnia del Battaglione Val Maira, f.to P.C.

Come anticipato nelle ultime righe di questa lettera, allo stesso capitano - in considerazione del decesso del comandante del reparto - si dovette, assai probabilmente, la proposta per la Medaglia d'Argento al Valor Militare, che venne poi effettivamente conferita alla memoria di Pier Felice Vittone con questa motivazione:
"Comandante di un plotone in una posizione avanzata intensamente battuta dal fuoco di artiglieria, fucileria e mitragliatrici nemiche, dava prova di calma e coraggio. Noncurante del pericolo, incorando i pochi alpini superstiti, riusciva, col suo valoroso contegno, a contrastare l'avanzata del nemico soverchiante, finché cadde egli stesso colpito a morte. - Monte Castelgomberto, 7 giugno 1916".
Il padre e i fratelli, qualche giorno dopo, avrebbero fatto pubblicare il seguente necrologio su "La Stampa":

Si noti, sopra quello per Vittone, il necrologio di Giovanni Facta, figlio dell'onorevole Luigi Facta, ministro delle Finanze sino al 1914 (Governo Giolitti III), nel dopoguerra guardasigilli nel Gabinetto Orlando, e poi anche presidente del consiglio dal 26 febbraio al 31 ottobre '22.

Ancora, il 25 marzo 1917, la Regia Università di Torino avrebbe conferito alla sua memoria la laurea ad honorem in giurisprudenza.

Così si concludeva la breve parabola terrena di questo giovane torinese che dalla vita avrebbe potuto attendersi grandi soddisfazioni personali e professionali, come già ne aveva ottenute.

Per concludere questo post, con una sorta di petitio principii, ecco alfine i diplomi ai quali si accennava in apertura:

  • diploma di concessione della Croce al Merito di Guerra alla memoria (R.D. n. 205 del 19 gennaio 1918; si noti che il diploma difetta del numero di concessione):
  • diploma di concessione della medaglia commemorativa della guerra 1915-1918 per il compimento dell'Unità d'Italia (R.D. n. 1241 del 29 luglio 1920).

  • diploma d'onore alla memoria per i militari che caddero combattendo o perirono in seguito a ferite (R.D. n. 206 19 gennaio 1918):

  • in ultimo, diploma di concessione della medaglia di gratitudine nazionale per le madri dei caduti (R.D. n. 800 del 24 maggio 1919; si noti, in proposito, che la signora Emilia Vecchia, madre del s.ten. Vittone, era già deceduta da diversi anni):

Speriamo che questo nostro piccolo e deferente omaggio, oltre cent'anni dopo il sacrificio del s.ten. Vittone, possa averne ravvivato la memoria, ricordandone le qualità e il valore agli Italiani di oggi.

A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] Legge n. 5655 del 1888.
[2] Ex art. 111 della legge in commento.
[3] La guerra.... Vol. III, Tomo 2, p. 187 e ss..
[4] Ivi, p. 189.
[5] Ivi, p. 190.
[6] Il biglietto, scritto alle ore 16.00 del 7 giugno, fu poi trovato nel portafogli del giovane ufficiale.
[7] Si trattava del Rev. Don Tommaso Casetta (San Rocco di Montà, 1884 – Alba, 1962), decorato di MBVM con la seguente motivazione: “Durante un furioso bombardamento nemico ed il susseguente violento attacco, noncurante del pericolo, attraversava ripetutamente una zona battuta e riusciva a porre in salvo numerosi feriti, rincorando con patriottiche parole i combattenti superstiti ed incitandoli alla resistenza. – Monte Castelgomberto, 7 giugno 1916”. Dopo la guerra, ricoprì prima l’ufficio di parroco a Priocca, poi quello di canonico del Duomo di Alba, elevato al rango di monsignore.
[8] Lettera del rev. don Tommaso Casetta a Carlo Vittone, del 2 luglio 1916.
[9] Magg. Camillo Pasquali (Siracusa, 22 settembre 1874 – Bassano, 15 giugno 1916), comandante il Battaglione “Val Maira”, decorato di due MAVM (1916, Pal Piccolo; 1912, Derna) e una MBVM (Udine, 1908). Rimasto ferito a morte nell’azione del 7 giugno sul Monte Castelgomberto, spirerà la settimana seguente presso l’Ospedale Militare di Bassano.
[10] Dati tratti dallo specchio riportato in La guerra... op. cit., p. 191.
[11] Dati tratti dal riassunto storico del Btg. "Val Maira": in proposito, deve notarsi come la frase anzi riportata - in merito alla perdita di tutti gli ufficiali fuorché di un capitano - debba essere intesa nel senso che, ad eccezione di Vittone - che risulta l'unico caduto sul campo -  gli altri fossero rimasti tutti feriti (il magg. Pasquali sarebbe poi deceduto in ospedale). Inoltre, si noti che il riassunto del battaglione menziona anche tre ufficiali dispersi, mentre il conteggio complessivo degli ufficiali caduti del "Gruppo Alpini Foza" non fa cenno ad alcun disperso.



BIBLIOGRAFIA
- materiali digitalizzati dall’Università di Torino nell’ambito dell’iniziativa L’Università di Torino e la Grande Guerra, leggibili all’indirizzo: http://www.grandeguerra.unito.it/items/show/187

- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

giovedì 26 gennaio 2017

26 gennaio 1887 - 26 gennaio 2017

Oggi ricorre un ben triste anniversario per le armi italiane.
A Dogali, nella mattinata di centotrenta anni fa, il 26 gennaio del 1887, si compiva il destino di quattrocentocinquantatre soldati italiani, tra ufficiali e truppa nazionale e indigena (che qui vogliamo affratellare, giacché caduti sotto la medesima insegna tricolore).
Questo brevissimo post vuole essere un modesto ricordo di tutti loro, figli di un'Italia diversa, giovane e forse ingenua, ma piena di speranze: velleità probabilmente, o forse sogni.
A loro il nostro deferente ricordo.


Elenco degli Ufficiali caduti a Dogali il 26 gennaio 1887







***
Ten. Col. Tommaso De Cristoforis
Cap. Bonetti Pio
Cap. De Benedictis Andrea
Cap. medico Gasparri Nicola
Cap. Longo Vito
Cap. Puglioli Cesare
Ten. Comi Gerolamo
Ten. Cuomo Federico
Ten. Di Bisogno Vincenzo
Ten. Feliciani Luigi
Ten. medico Ferretto Angelo
Ten. Fusi Luigi
Ten. Galanti Luigi
Ten. Gattoni Luigi
Ten. Griffo Carmelo
Ten. Saccani Pietro
Ten. Sburlati Ernesto
Ten. Tirone Giovanni
S.ten. Bellentani Giovanni
S.ten. Dessy Ennio
S.ten. Tofanelli Luigi
S.ten. Lombardini Giovanni Battista
S.ten. Martello Pietro

***


lunedì 16 gennaio 2017

Ettore Granata - Lettera dalla Libia di un pluridecorato al Valore

Qualche anno fa, girando per un mercatino nel biellese, la mia vista venne attratta da un gruppo di lettere scritte in matita copiativa e con uno stile coinvolgente e con anche qualche disegno e così, dopo una veloce contrattazione, le salvai dall'umido banchetto in cui erano esposte.

Una volta rientrato partirono le ricerche e scoprii così che il mittente era il militare Ettore Granata nato a Portovenere, allora in provincia di Genova, il 9 ottobre 1888.
Visto l'anno di nascita è probabile che entrò in servizio verso il 1907/1908, ma sui primi anni non ci sono giunte testimonianze.

La prima lettera giunta a noi è scritta da Bengasi il 23 Ottobre 1911, poco meno di un mese dopo l'inizio della guerra Italo-Turca.

Mappa della città di Bengasi (tratta dall'Enciclopedia Militare)
In quel periodo il Granata serviva, in qualità di sergente maggiore, nella 4^ compagnia del 63° Reggimento Fanteria della brigata "Cagliari". Come si vedrà dalla lettera il reggimento era partito dal porto di Augusta, probabilmente a bordo della corazzata "Vittorio Emanuele", ed era arrivato in vista della città il 18 ottobre. Il bombardamento della città iniziò il giorno successivo alle 7.30, e alle 8.50 le prime truppe presero terra nella zona di punta Giuliana e i combattimenti si protrassero fino a sera.
Durante i combattimenti il Granata rischiò grosso, ma un colpo di fortuna gli permise di scamparla senza un graffio:

Bengasi 23/10/911
Carissimi,
Dopo un bellissimo viaggio siamo qui giunti il 18. Sbarcati il 19 siamo stati immediatamente assaltati da un nugolo di arabi che ci hanno ostacolato il passo verso l’interno. Dopo un breve ma violento combattimento ne abbiamo avuto ragione e gli arabi hanno avuto circa 200 morti. Anche dei nostri qualcuno è morto. La mia compagnia che si è trovata per quattro volte all’assalto ha avuto il capitano e due tenenti feriti – 1 caporale morto e dieci feriti. Io ho ricevuto una pallottola che mi ha passato da parte a parte il portafoglio rovinando tutte le carte e le fotografie che vi erano. Te lo invierò se posso, per curiosità. Sto benissimo del resto. Si soffre molto più l’acqua che è schifosa. I turchi si sono ritirati nell’interno e noi siamo accampati alle porte di Bengasi. Per ora tutto è semi tranquillo. Termino perché parte la posta. Ti bacio caramente,
Tuo Ettore

In quella giornata le forze che fronteggiarono lo sbarco italiano furono stimate in circa 4000 uomini in schiere frammiste di regolari turchi, arabi di Bengasi e beduini dell'interno, e per il suo comportamento al Granata venne concessa la prima di una lunga serie di medaglia, la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Con la voce e con l'esempio incitava i dipendenti all'attacco alla baionetta, eseguito dalla compagnia contro una trincea. Bengasi, 19 ottobre 1911"

Nei giorni successivi la situazione a Bengasi si normalizza, e per i soldati inizia un periodo di adattamento al nuovo territorio e al nuovo clima, come ben descritto nel poetico inizio della prossima missiva:

Bengasi 1° Novembre 1911

Carissima,
ieri ho ricevuto la tua spedita il 23. Suppongo che all’ora in cui ti scrivo avrai già ricevuto le altre mie inviateti. Ti scrivo stando lungo coricato in una trincea nella quale ho vegliato tutta la notte col mio plotone in attesa di qualche turco di passaggio. Ma nessuno è venuto a turbare il silenzio della notte plenilunare ed io sono rimasto così, avvolto in quella coperta che è tutta la mia casa con gli occhi fissi all’orizzonte di questa vastissima pianura, o sperduti nella trasparenza opalina del cielo.
Il freddo pungente della notte fa vivo contrasto col calore del giorno. Tanto più che la mancanza di coltivazione impedisce la rifrazione dei raggi solari. Ma mi son quasi abituato.
Da dodici giorni che ho messo piede su questa terranno non ho avuto ancora il piacere di entrare in Bengasi. Il nostro reggimento, con la scusa che fa parte di una brigata completa è sempre stato impiegato nei servizi più faticosi. E sembrerebbe una esagerazione, la 4° compagnia, da che manca il capitano, è diventata la cenerentola del reggimento.
Che si dice costì? Qui non giunge alcuna notizia. Mandami dei giornali.
Il terzo genio non è venuto, nemmeno il terzo battaglione del 63°, suppongo che siano stati diretti a Derna. Se questa mia ti giungerà, ti prego di inviarmi in un pacco postale: 2 camicie, 1 maglia e 1 mutanda di maglia, pesanti – qualche cravatta di flanella. Delle calze grosse – un po’ di sapone – e qualche fazzoletto. Non di più perché non saprei dove mettere la roba. Se papà vorrà aggiungerci un rasoio un pennello e un vasetto di sapone per la barba, glie ne sarei gratissimo. Da Pierro ho visto molte volte esposti quei volumetti del Poliglotta in cui esiste un completo formulario per ciò che può occorrere nella vita quotidiana in italiano, con a fianco la traduzione nella lingua straniera, con la pronunzia figurata. Se ne trovasse uno per la lingua araba avrei piacere averlo.
Quasi che l’indifferenza musulmana sia contagiosa, si è diventati perfettamente indifferenti a tutto ciò che nella vita ordinaria ci avrebbe prodotto una impressione qualsiasi. Si dorme per terra, con la faccia nella polvere con la stessa calma con la quale si andava a letto in Italia, si magia il rancio pieno di terra e di mosche con più gusto che se fosse un espresso o vongole. Si parla dei morti e dei feriti in battaglia al nostro fianco, come si trattasse di cose lette in un romanzo. E’ proprio vero che l’uomo è un animale di abitudine.
Una grande consolazione: Il governo ha inviato le sigarette e le vende a 7 centesimi il pacchetto. Peccato che per averle bisogni fare una marcia sino a punta Giuliana. Se voi avete la carta di Bengasi vedrete che lo sbarco è avvenuto a punta Giuliana e noi siamo a destra del villaggio Sidi Daud, i nostri avamposti sono oltre i pozzi di Foiat. Alla Caserma della Berka successe l’ultimo assalto. Un casermone più grande della caserma di Pizzofalcone ora tutto sfondato dalle cannonate. Bisogna per forza che mi tolga di dentro la trincea perché il sole scotta troppo. Abbiti mille e mille baci affettuosi e ricorda a Jolanda di scrivermi.
Bacia fortemente papà e tutti cotesti cari
Tuo Ettore
P.S. Raccomanda a papà i giornali e il formulario arabo

Da questa lettera emerge parte del carattere del Granata, uomo sicuramente con una mente vivace e curiosa, che si premura di richiedere un dizionario per meglio comunicare con la popolazione locale.

I giorni passano e, nonostante i successi, la situazione di "stasi" continua e ribelli libici usano quella che oggi verrebbe definita una tattica di guerriglia, mimetizzandosi tra la cittadinanza di giorno e attaccando di notte. Questo comporta una situazione di continua tensione che va a discapito del riposo notturno dei soldati, in più la situazione è pegiorata dalla mancanza di logistica e mezzi di trasporto:

Dagli accampamenti trincerati di ENE di Sidi-Daud – li 10 novembre 1911

Carissimi,
Vi ho scritto più volte ma la mancanza assoluta di risposta mi fa supporre che voi non abbiate ricevuto le mie. Se questa vi giungerà,vi sia apportatrice di buone mie nuove e di saluti affettuosi. 
Siamo accampati e trincerati formidabilmente con numerose artiglierie e mitragliatrici. Si è sempre in attesa di un assalto nemico che non viene mai e che, a mio parere, non verrà tanto presto. Ogni giorno la nostra cavalleria scorrazza per questa immensa pianura e ritorna sempre con prigionieri, armi e bottino. In pochi giorni si sono portati via ai turchi 4 cannoni Krupp e più di mille proiettili d’artiglieria. Tutti i prigionieri sono predoni, beduini, questi avvoltoi dall’occhio torvo ed ardente che di giorno sono fra noi a vendere datteri e confetture e di notte, inforcati i loro agilissimi cavalli e disseppellite le armi nascoste in qualche mucchio di sassi, provocano piccoli combattimenti agli avamposti e ci fanno lavorare per niente.
Sono un po’ stanco, ma più stanchi di me sono questi soldati. Figurati: di notte sempre svegli, o quasi, per non lasciarsi sorprendere nel sonno da questi traditori e di giorno con questo sole ardente a lavorare a far trinceramenti. Eppoi, guardie, ronde, perlustrazioni, avamposti, si susseguono con una rapidità tale che si compiono questi servizi automaticamente senza nemmeno saper bene ciò che si fa.
Ciò che mi meraviglia è che non si pensi ad andare avanti. Ci siamo piantati qui e si è sempre con la paura di essere scacciati. In queste pianure assolutamente livellate i mezzi meccanici di trasporto sarebbero indicatissimi, e messi al seguito delle truppe potrebbero far acquistare a questa una velocità di marcia giornaliera di circa 29 o 30 km, mentre invece siamo qui, con pochissimi muli i quali se bevono gran parte dell’acqua disponibile e per i quali occorrono ingombranti trasporti di foraggio. Ma io parlo essendo all’oscuro completamente di qualsiasi notizia. Perché non mi mandate giornali? Che si dice per la pace?
Sono cominciate le pioggie, brevissime e violente, ma non valgono a mitigare il calore del giorno e non fanno che aumentare il freddo e l’umidità della notte. Una notizia che è importante, ieri mi sono cambiato la biancheria. Da quando sono partito! Ora non potrò più farlo fin che non avrò
dell’altra biancheria.
Tolto qualche piccolo malessere provocato dall’elasticità dei materassi e dalla morbidezza dei guanciali sto benissimo. Solo starei meglio se potessi lavarmi la faccia tute le mattine e dormire su almeno due sacchi vuoti invece che su uno quelle notti che dormo sotto la tenda. Ma pazienza. Diogene buttò via la tazza quando vide che poteva bere a garganella, e io non ho provato nessun rincrescimento quando mi si è rotta la forchetta, la carne si prende così bene con le mani, che davvero non valeva la pena portare anche qual peso nello zaino.
Vi raccomando di scrivermi, qui la posta arriva il venerdì e parte il martedì e il venerdì, è sempre distribuita due o tre giorni dopo l’arrivo per il grande lavoro di cernita.
Abbiatevi i miei baci più cari e con la speranza di presto rivederci vi abbraccio tutti,
Ettore

La lettera successiva si apre con uno schizzo, a cui fa seguito una dettagliata descrizione, delle capanne in cui erano alloggiati i soldati. Apprendiamo poi che, in quella data, il nostro aveva il comando del III° Plotone della 4° Compagnia. Ma la scrittura della lettera s'interrompe bruscamente:




Sidi-Daud 28/11/911
Ecco in due tratti la baracca nella quale il III° plotone al comando dell’umile sottoscritto è alloggiata. Non è né molto comoda né molto larga: le tavole hanno intervalli e buchi dai quali il vento le mosche e la terra entrano senza farsi annunciare. Ma è preferibile alla tenda e alla nuda terra.
Ho ricevuto ieri il pacco di biancheria. Ne avevo proprio bisogno. Specialmente la camicia di flanella mi è, e mi sarà, di grande utilità. Il turco sonnecchia e ogni tanto si stiracchia. Invece noi ci stiracchiamo senza mai poter sonnecchiare. Fatemi il piacere di guardare sul Fanfani cosa significa la parola dormire. Me ne sono dimenticato… Il rasoio va benissimo, e oggi stesso mi sono raschiato un mezzo quintale di peli terra e altre schifezze dal volto. Poco fa mentre si mangiava il cannone tuonava lontano. La batteria che è con noi ha attaccato i pezzi ed è partita ventre a terra, un aeroplano si è librato sonoro. Ma tutto ciò non ci ha minimamente commossi. Si guardano e si assiste agli avvenimenti più straordinari con la stessa indifferenza con la quale si compiono le operazio-
Suona l’allarme

Fortunatamente l'allarme non interessa direttamente la linea del 63° ma postazioni leggermente distanti, e così le truppe possono solo osservare da lontano i combattimenti dello scontro che diverrà poi famoso come "Combattimenti di Koefia":


30/11/911 (Nota: Stesso foglio della lettera sopra)
L’allarme si è propagato su tutta la linea a infine anche la tromba con le sue note affrettate ci ha fatto sobbalzare. E dalle trincee abbiamo assistito alla battaglia lontana rodendoci per non potervi partecipare. Ma il nostro posto è qui e noi ci siamo dovuti accontentare di accogliere con un urlo di gioia la batteria che è rientrata la sera tardissimo dopo aver combattuto per più ore contro nemici numerosi e accaniti, insieme con quattro battaglioni di fanteria e due squadroni. Le nostre perdite ascenderanno a una trentina fra morti e feriti mentre quelle nemiche si calcolano ascendano a circa trecento; forse di più che di meno. E siamo stati ad aspettare che ci attaccassero fino a questo momento. Stamattina stanchissimo mi sono addormentato così, seduto, col fucile fra le gambe sulla trincea che tanti occhi ansiosi nasconde e tanti sospiri smorza per ergersi terribile, irta di fucili. Ma gli occhi che nelle ore dell’attesa conservano le dolci visioni della patria, fiammeggiano quando è l’ora dell’azione e quei cuori che sanno tutte le dolcezze degli affetti diventano crudeli, freddamente crudeli quando si parla dei nostri amicissimi turchi arabi i quali vorrebbero venire a passare la loro pasqua che ricorre venerdì, a Bengasi ma ti assicuro che abbiamo loro preparato certe uova… e certi confetti…nelle mie giberne ce ne sono centoventi che mi pesano da un pezzo sullo stomaco.
Ti bacio caramente insieme a tutti cotesti. Fra non molto spedirò qualche medaglia per coteste bambine.
Ettore

Passano le settimane e come si nota la distribuzione della posta procede a fatica e visto che per in soldato in guerra la posta è una cosa essenziale, al pari dell'aria che respira, perchè è l'unico contatto con la famiglia o l'amata, e una sua mancanza può avere pesanti effetti sul morale.

Comunque a rinfrancare gli animi anche se in guerra si festeggia il S. Natale. Purtroppo i festeggiamenti riservati dai turchi ai militari italiani non si limitano a semplici mortaretti, ma fortunatamente non si registrano grosse conseguenze e il nostro sergente maggiore riesce, con una "breve" camminata, a procurarsi dei piccoli lussi, come la cioccolata, per festeggiare degnamente:


Bengasi 29/12/1911
Carissimi,
è già diverso tempo che non ho vostre nuove. Forse ciò dipende dai ritardi enormi che si sono verificati nell’arrivo dei piroscafi causa il mare tempestoso. Natale è passato, ma se per voi è stato un Natale come quello di ogni anno il mio è stato un Natale che non lo dimenticherò mai più.
Premettiamo che la mia compagnia è agli avamposti e che procurarmi un po’ di cioccolata è qualche bottiglia ho dovuto fare circa 14 kilometri di marcia. Ci trattenemmo fino alla mezzanotte del 24 e fra una ronda alle trincee e un sorso di marsala la serata passò più allegramente di quello che si potrebbe credere. Verso le 24 rientrò uno dei nostri informatori arabi e ci disse che il nemico aveva deciso di attaccarci con gran parte delle sue forze l’indomani, 25, alle otto: prese tutte le disposizioni del caso ci addormentammo. L’indomani prestissimo cominciarono a delinearsi all’orizzonte grandi masse oscure dei regolari turchi mentre nugoli di Cabila cavalleria araba stormeggiavano nell’oasi del Foiat a noi di fronte. Immediatamente un concerto infernale cominciò da tutte le ridotte e da ogni trinceramento la nostra artiglieria inviava i suoi messaggeri di morte. Nonostante lo scompiglio prodotto dallo scoppio degli srapnels, il nemico riuscì ad appostare una batteria di cinque pezzi. Ma il loro tiro era inefficace perché troppo corto e troppo alto. Solo tre granate giunsero a circa trecento metri dai nostri trinceramenti. La maggior parte delle nostre batterie concentrarono i loro tiri sui pezzi nemici costringendoli al silenzio. Sino verso le 17 durò il cannoneggiamento. La cavalleria dispersa, la batteria squinternata, il nemico si ritirò. Dopo essere stati tutta la notte in vedetta per timore che durante la notte volessero rioccupare l’oasi dalla quale erano stati scacciati, esplorammo l’oasi ma, malgrado vi fossero tracce di sangue non si trovarono che due o tre cadaveri. Ma si è saputo poi che due dei loro pezzi erano stati rotti e il capitano della batteria ferito, due cannonieri morti e numerosi feriti. Questo naturalmente è un “si dice” ma è certo che perdite ne avranno avute. Altrimenti non si sarebbero ritirati. In ogni modo non c’è stato male. Ora li aspettiamo da una notte all’altra. Il tempo è orribile, piove e fa un vento fortissimo. Il fango è alto fino ai garretti. Ma ci hanno abituati anche a questo.
Sono stati distribuiti ai soldati i famosi doni. Non ve ne dico nulla!
Una scatola di sardine, un sedicesimo di panettone, una bottiglia in otto, sotto che ne avrebbero voluto per lo meno sedici, e via di questo passo. Sparti ricchezza diventa povertà. Ma sono stati contenti lo stesso. Io sto bene, ogni tanto uno starnuto, ma è frutto di stagione. E costì cosa si dice della fine della campagna? Papà ha comprato la rivoltella? Rosa ha ricevuto le medaglie? Fra qualche giorno vedrò di spedirvene degli altri tanto non so che farmene e se crepo non vorrei che i miei denari andassero a finire in mano ai turchi.


Disegno inserito dal Granata nella lettera
Vi prego di mandarmi dei giornali e di scrivermi. Salutate i Filiari e abbiatevi i miei più cari baci,
Ettore

Finalmente arriva la posta, anche se tutta in una volta.

Bengasi li 8/1/912
Carissima Rosa,
ho ricevuto tutto in una volta ieri, pacchi lettere di un mese fa, cartoline. Grazie. Le notizie di qui si riassumono tutte in una parola niente di nuovo. Si fa la solita vita con qualche leggera variante: per esempio mi son fatto con due pezzi di tavola ed un sacco “a terra” una magnifica branda. Ma da quando l’ho fatta non ho avuto il piacere di dormirvi su più di tre o quattro ore di seguito e anche in quelle la magnifica branda s’è sfasciata ed il tuo caro fratellino è andato a battere culo a terra.
I soldati sono già seccati di non tirare mai un colpo di fucile: figurati io che sono graduato.
In questo momento è giunto il mio compagnissimo d’arme e mi ha consegnato la lettera di mamma del 25. Se questa mia giungerà prima che mammà abbia fatto la spedizione che mi preannuncia nella lettera dille che degli alpini non si curi perché se non sono fatti su misura rovinano i piedi, e i piedi qui mi servono.
Se mi spedisce qualche cosa dille che mi serve un cappuccio e possibilmente grigio verde, per metterlo alla mantellina.
Per la rivoltella di pure a papà che la metta fra la biancheria perché nessuno apre i pacchi e se lui vuole aspettare che sia terminata la guerra per spedirmela… Mi è necessaria perché quella che ho si è guastata. I versi di papà mi hanno dato un quarto d’ora di allegria. Il taccuino è magnifico, e il manuale italo-arabo è indicatissimo. I fichi ottimi, tutto ciò che mi avete inviato mi ha riempito di gioia. Non pel valore materiale ma perché ogni cucitura e in ogni particolare si scorgeva la cura e il pensiero affettuoso. Vi invio qualche altra medaglia e altre due monete trovate scavando una trincea, prossimamente mi riprometto di inviarvi una cassettiera con alcuni ricordi.
Baci affettuosissimi
Ettore

E' un vero peccato che il taccuino non sia giunto a noi poiché, se scritto con lo stesso stile delle lettere, sarebbe stata una testimonianza storica preziosissima.

L'anima poetica del Granata si evince ancora dall'incipit della prossima lettera:

Bendasi 28/1/912
Carissima Rosa
Hai mai guardato tu la luna verso le due dopo mezzanotte? Io stanotte la guardavo: con le spalle appoggiate alla trincea e il fucile appoggiato alla pancia, guardavo la luna che prossima a tramontare se la navigava placidamente fra i ciuffi delle palme. Per un fenomeno curiosissimo la luna ondeggiava nell’aria come una barchetta fra le onde. Allora io senza por tempo in mezzo mi son subito arrampicato su una palma e di li con un salto sono arrivato sulla luna, Sentivo un freddo da cane. Da quell’altezza vedevo benissimo tutto il golfo di Napoli illuminato. Avrei voluto buttarmi giù ma preferii di lasciarmi andare lungo uno dei lunghissimi raggi d’argento, e scivolai piacevolmente fino al piazzale dei bersaglieri; di li due salti fui davanti le finestre di casa. La finestra di stanza da pranzo era aperta: entrai. E incontrai mammà in camicia che con un fucile sulle spalle girava per la stanza “Che fai?” domandai. Devo dare il cambio alle vedette. Allora mi son messo a gridare “Che cambio e cambio. Sono appena le due!” “Signornò – rispondeva – son le tre passate”. In quella mi son svegliato e mi sono trovato con le spalle appoggiate alla trincea e il fucile sulla pancia. La luna era tramontata, e invece della luna c’era un caporale che voleva sapere se poteva dare il cambio alle vedette. L’unica cosa che sentivo ancora era un freddo cane. Fino alle quattro, se togli qualche colpo di revolver nel paese e una cannonata da una ridotta, tutto è taciuto.
Alle 4, un sorso di cognac e una dormita di due ore e mezzo su certe tavole morbidissime, e si è ricominciato col giorno nuovo la identica storia del giorno vecchio. Stanotte la ronda mi toccherà dalle 8 alle 12. Ed è più pericolosa perché è nel paese di Sidi-Doud. E camminerò 4 ore far i “chi va la” delle sentinelle e gli “avanti la parola”.
Ogni tanto qualche rumore improvviso mi farà correre in qua e in la. E questa è la guerra, per ora. Distinguerti, se te ne capita l’occasione. Almeno se fossi andato a Tripoli avrei potuto tirare qualche fucilata, ma al momento in cui me ne avrebbero tirata qualcuna a me (A proposito, non badare alla retorica ed alla grammatica. In guerra non se ne fa uso)
---------------
Spero che avrete ricevuto il portafoglio al quale devo se la mia pellaccia è ancora integra.
Conservatelo perché se torno voglio trovarlo.
Abbraccia papà e da per me un bacio a mammà a te Jolanda e Carmela un bacio
Tuo fratello
Ettore
P.S. a proposito, mi dimenticavo un pizzicotto ad Argia

Interessante notare come, rispetto alla prima lettera, il "portafoglio salvatore" abbia assunto importanza. Probabilmente i mesi di guerra hanno fatto cambiare prospettiva e ha compreso l'importanza di quell'oggetto e la fortuna che ha avuto.


Nel frattempo la carriera chiama e, nonostante le mansioni e gli obblighi, il nostro ha anche trovato il tempo di studiare per prepararsi agli esami per la promozione a ufficiale:


Bengasi li 18/2/912
Carissima
Oggi giornata del giudizio. L’esame è fatto. Gli esaminatori daranno fra giorni il responso. Il tema: Principali caratteri tattici della presente guerra.
Fu salatuccio anzi che no. Accendi un cero innanzi a S. Ermanno dell’Angelo che esce il giorno in cui approssimativamente uscirà il bollettino. Il grande bollettino.
Notizie da voi? [parola incomprensibile]. Perché? Perché stasera ho i nervi che mi ballano maledettamente. Perché?
Per adesso vi bacio affettuosamente, e sempre avanti Savoia!
Ettore

Promozione che, anche se ufficiosamente, arriva poco meno di un mese dopo. Prima preoccupazione? La nuova divisa, sperando di essere trasferito a qualche reparto di stanza in una città.



Bengasi li 11/3/912
Carissima mammà,
il cattivo tempo non ha permesso lo sbarco della posta che ha proseguito per Derna. Sino al ritorno del piroscafo non sarà possibile ricevere vostre nuove. Da ogni parte mi è confermata se non ufficialmente, ufficiosamente, la mia nomina a sottotenente.
Cosichè, benché io non sia a giorno delle vostre decisioni a proposito degli abiti e degli altri oggetti, vi prego, in caso siano affermative, di fare in modo che gli abiti, per lo meno, mi giungano qui per la fine del mese. Sarà facile che con la promozione io venga trasferito a qualche reggimento di stanza a Derna Tripoli Tobruck e simili luoghi di villeggiatura. Speriamo bene. Papà come stà? Certo sarà per lui un nuovo fastidio questo che gli do, ma se fossi stato in Italia la cosa sarebbe 
 stata differente.
Ti invio due monetine di argento che presto diventeranno molto rare perché il governo sta procedendo alacremente al ritiro.
La più piccola vale £ 0,225 e la più grande 0,45.
L’altra moneta di bronzo è stata da me trovata in un muro di una casa da noi abbattuta per sgombrare il campo di tiro. Ti prego di conservarla perché per prenderla mi stavo rompendo l’osso del collo.
E le mie Sirocchie?
Ho visto che il torrone non vi è piaciuto. Cercherò di mandarvi dell’altro. Tralascio perché siamo in gran trambusto dovendomi recare al posto di riconoscimento. La resteremo 15 giorni e cioè fino al giorno 26. Ti bacio insieme a cotesti cari
Tuo
Ettore
P.S. All’ultimo momento non ho più trovata la monetina di bronzo. Chissà dove sarà andata a finire. C’è una confusione qui…

E arriviamo ala fatidica data del 12 Marzo 1912, che diverrà famosa per essere la giornata delle "Battaglia dell'oasi Due Palme":



Bengasi li 14/3/912
Carissimo papà,
Ho finalmente un po’ di tempo per scriverti ma ogni commento alla grandiosa battaglia stravinta il 12 c.m. guasterebbe. Ti bastino i due presenti ordini. Io sto benissimo. C’è stato qualche momento in cui ho avuto il timore di morire senza avere la soddisfazione di mettermi in testa il berretto da sottotenente: ma ormai tutto è passato. La lezione data il g.12 è di quelle che non si dimenticano a i turchi arabi se ne ricorderanno. Stamattina aspettavamo i regolari turchi che minacciarono ieri di venire alla riscossa, ma si vede che la paura fa novanta. Tu stai allegrissimo e pensa alla salute. Se tu fossi qua ti passerebbe il dolore allo stomaco, certo, sai.
Bacia caramente mammà e le sorelle e abbiti un abbraccio, tuo
Aff.mo figlio
Ettore
P.S, mandami tanti giornali, specialmente quelli che parlano di questa battaglia e la lettura dove
parla degli ascari eritrei.
Baci
Ettore
(Nota: la lettera è scritta sul retro di un ciclostile di un ordine delle truppe)

Il ciclostile del comando 4° Brigata che funge da supporto alla lettera:


Un secondo ciclostile, del comando della 2° Divisione:




Adesso facciamo un salto avanti di un anno, a causa di mancanza di documentazione, e troviamo il sottotenente Granata ora in servizio presso il 40° Reggimento Fanteria della Brigata "Bologna".
La località di Ain Mara è sita all'interno del territorio libico, a ovest di Bengasi.

Ain Mara 29/7/913
Carissimi,
sono ad Ain Mara (sorgenti del Mara) da due giorni, e vi sono giunto dopo una graziosissima marcia di circa 40 Km.
Isolati completamente dal mondo civile, siamo in comunicazione con Derna solo a mezzo di una
carovana che parte e arriva ogni dieci giorni, teoricamente, ma ogni volta le condizioni di sicurezza
 lo permettono, cioè abbastanza di rado. La posta viene affidata a degli arabi, quindi figurati che sicurezza si ha che le vs lettere giungano in porto.
Stiamo lavorando alla costruzione di una ridotta. A due km di marcia da qui vi è un forte accampamento nemico. Ma per ora l’ordine è di non molestarli.
Spero che state tutti bene, benché non abbia ancora ricevuto vostre nuove. La famosa pensione che fa? Viene o è ancora per strada? E per la casa cosa avete deciso?
Siamo a cavalieri di alcune colline e sottoporta vi è una graziosa valletta piena di verde, abitata solo da due famiglie arabe.
Vi è acqua in abbondanza perché siamo presso le sorgenti del Mara, piccolo fiumicello.
Del resto tutto attorno è il solito terreno brullo ricoperto a volta a volta da qualche cespuglio di ginepro, una miriade di falchi rota per aria insieme a qualche cicogna. E la notte gli sciacalli fanno sentire il loro lugubre latrato. Il clima è alquanto fresco perché siamo a circa 400 metri di altezza. In complesso, se non fosse la desolante solitudine non si starebbe male. Ma non si ha il tempo di rammaricarsi perché il lavoro e il servizio non ce lo permettono. Scrivetemi dirigendo le vostre lettere a Derna.
Io non ho bisogno di nulla. Solo di ricevere vostre nuove. Abbiatevi tutti i miei baci insieme ad un capelvenere raccolto alla sorgente del fiume.
Vostro Ettore

La guerra è ufficialmente finita, ma le operazioni per la conquista e la pacificazione dei territori sono ancora nel vivo:


Ain Mara 12/9/913
Carissima mammà
Ho passato un guaio serio. Fra tre o quattro mesi mi toccherà forse spendere una lira e cinquanta per ogni giubba che mi sarà rimasta di quello scarsissimo corredo che ho.
Tu dirai: Perché? Ecco : forse mi allungheranno il nastrino azzurro.
Se continua di questo passo finirò per non aver più che nastrini. Quanto preferirei un bel bigliettone da mille!
Basta, vengo al fatto. Questa mattina, con quaranta soldati, sono stato mandato ad occupare una posizione a 4 Km da Ain Mara
Per proteggere una compagnia del 7° fanteria che eseguiva più indietro alcuni lavori stradali. Mentre io giungevo nei pressi della posizione da occupare ho trovato che una ottantina di arabi avevano trovato più comodo occuparla essi e quando mi hanno avuto a tiro mi hanno aperto addosso un fuoco vivissimo. Insomma per fartela breve, la compagnia del 7° è scappata, e io dopo aver occupata la posizione con viva forza mi sono trovato bellamente isolato e circondato da altri arabi accorsi.
Ho resistito filosoficamente fino a che una trentina di soldati del 40° non è venuta in mio soccorso.
Totale della giornata 7 feriti dei nostri tutti del mio plotone. Abbiamo, appena giunti i rinforzi, scacciati indietro quei lazzaroni e poi siccome era tardi ce ne siamo ritornati alla ridotta con tutti i nostri feriti, e con i soldati col veleno ai denti contro quelli del 7° fanteria che avevano preferito lasciarci da soli piuttosto che correre l’alea di qualche fucilata.
Io ora che ti scrivo sto benissimo salvo una leggiera raucedine prodotta dalla fatica della giornata. E se come ti dicevo mi allungheranno il nastrino, ti giuro che io non ci ho colpa. La posta, causa queste continue rotture di scatole diventa di estrema difficoltà. Perciò non ti preoccupare se qualche lettera ritarda, dammi piuttosto frequenti tue notizie e se ti servono soldi scrivimi che ho ancora una cinquantina di lire disponibili e non vorrei avere il rimorso di lasciarle in mano agli arabi in qualche occasione simile a quella che ti ho detto dianzi.
Bacia tanto Ro Tato Carnù e saluta tutti quelli che vuoi.
Per te un abbraccio
Ettore
P.S Saluti ai De Simone, specialmente a Lietta

Questa lettera ha un particolare molto spiritoso, nella missiva le pagine scritte si alternano a pagine riportanti una scritta ciascuna di quelle qui sotto riportate, che penso racchiudano bene anche il combattimento narrato:








Comunque dopo l'azione il nastrino arrivò, e servì a sostenere una Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Comandante di plotone destinato ad un posto avanzato, benchè improvvisamente assalito da forze superiori nemiche, riusciva a raggiungere la località designatali e vi si manteneva nonostante il fuoco nemico, dando esempio di molto coraggio e di grandissima fermezza nella condotta del suo reparto. - Sidi Haled, 12 settembre 1913" (1)

Passano i mesi e con la promozione a ufficiale arrivano anche tutte gli oneri connessi, e, visto che il lavoro non manca mai, l'invio di lettere langue, come lamentato dalla famiglia:

Zauia Feidia 4/1/914
Carissima Rosa
Hai ragione di lamentarti: ma io nemmeno ho torto. Non so più se sto in un corpo di truppa o in un gruppo di pazzi relegati a Zauia Feidia perché non siamo di incomodo all’umanità.
Un po’ per il tempo orribile che imperversa, un po’ per questo, un po’ per quello non ci mandano mai niente, la posta arriva ad ogni morte di vescovo, le tende se ne vanno a farsi benedire per il vento, la pioggia, la grandine, l’ira di dio e di settecentocinquantamila diavoli che si scatena.
Le ricognizioni ci sono, qualche allarme ogni tanto non manca, i muri si debbono costruire, le trincee cambiano posto ogni cinque minuti, il tifo corre, il mio comandante di compagnia se ne è andato all’ospedale a mi ha lasciato il comando di una compagnia di reclute da istruire, scozzonare, confortare, maledire. E io comando allegramente il mio plotone, la compagnia, e faccio da aiutante maggiore al comando del mezzo battaglione.
In tanto frangente qualche dolore di denti non manca.
Capisci benissimo che con tutte queste belle e piccole care cose, voglia di scrivere ce n’è pochina e
che io sia un po’ peccatuccio. Non ti pare?
[...]
Ho ricevuto il pacco con la biancheria e i biscotti e quello con i biscotti e le scarpe: con le quali ti abbraccio insieme con Tatò, Carmè, mammà e accarezzo dolcemente la signorina De Simone
Ettore
Cirene ps Zauia Feidia
P.S. Fra cinquanta giorni o poco più farò vela per Parma.
Voglio fare una scorpacciata di Parmigiano!

E con questa lettera si chiude l'epistolario giunto a noi.

Ma la carriera del Granata continua e lo scoppiare della Grande Guerra lo trova in prima linea col grado di tenente.
Durante la Seconda Battaglia dell'Isonzo si trova impegnato sul Monte Sei Busi, dove si guadagna un altro argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Comandante di compagnia, nell'avanzare in rincalzo col proprio reparto, dava bell'esempio di coraggio e di calma ai suoi dipendenti. Ferito piuttosto gravemente, continuò a combattere, riportando, con grande energia, sulla linea di fuoco dei militari dispersi. - Monte Sei Busi, 25 luglio 1915".

L'anno successivo riceve la promozione a capitano e passa al 231° Reggimento Fanteria della Brigata "Avellino". E durante la Sesta Battaglia dell'Isonzo riceve la quarta, e purtroppo ultima, decorazione al valore.
Nella giornata che vede la conquista italiana di Gorizia, infatti, il capitano Ettore Granata viene colpito a morte e alla sua memoria è concessa la Medaglia d'Argento al Valor militare con la seguente motivazione:

"Con mirabile sangue freddo guidava la sua compagnia all'assalto delle trincee nemiche, fiaccando le ultime resistenze dell'avversario, finchè trovava gloriosa morte sulla posizione conquistata. - Grafenberg, 8 Agosto 1916"

Purtroppo non sono note le sorti dei suoi resti mortali, che è probabile riposino tra gli ignoti al sacrario di Redipuglia.



A cura di
Arturo E. A.

Note:
1) nella stessa azione furono concesse altre due medaglie d'argento al valor militare:
- Salvagno Pietro, da Montemale di Cuneo, caporale 40° Reggimento Fanteria "Benchè ferito, seguitava a comandare la propria squadra e coadiuvava il trasporto di un ferito. - Sidi Haled, 12 settembre 1913".
- Gubbetta Pietro, da Craveggia (Novara), soldato 3° Reggimento Genio "Benchè ferito piuttosto gravemente continuava a combattere, dando esempio di molto valore. - Sidi Haled, 12 settembre 1913".

Bibliografia:
- La guerra Italo-Turca di Cesare Causa, Salani Editore 1914
- Enciclopedia Militare, Volume vari - Istituto editoriale scientifico S.A.  1927 - 1933
 - Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.-   Sito internet dell'Istituto del Nastro Azzurro ttp://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

giovedì 22 dicembre 2016

"Qualche suola di pelle d'agnello..." - Le cartoline dei nostri soldati al "Laboratorio Camperio"


"Oggi ho ricevuto il suo pacco che mi ha spedito e sono stato molto contento. [...]
Saluti, soldato Colombo Antonio."
Cartolina spedita da Antonio Colombo, soldato del 23° Reggimento Artiglieria da Campagna, I Sezione, Acqui, 22 dicembre del 1916.
Il periodo natalizio è forse il più indicato per raccontare questa piccola ma preziosa storia di cento anni fa: una storia di generosità, gelo invernale, pacchi dono e gratitudine.
Qualche anno fa, chi scrive recuperò un piccolo lotto di cartoline, di tipologia eterogenea (cartoline postali delle Regie Poste, cartoline militari in franchigia, cartoline illustrate...), accomunate da due aspetti: l'essere, tutte, direttamente o indirettamente indirizzate ad un certo "Laboratorio Camperio"; e il fatto di riguardare la spedizione di indumenti di lana a nostri soldati al fronte.
A cento anni esatti di distanza da una di queste cartoline, vi proponiamo questa piccola ricerca.
Lavori di cucito mentre gli uomini di casa si trovano al fronte. Cartolina illustrata (tratta da www.storiatifernate.it)
Prima di lasciare spazio a queste, ci pare, commoventi cartoline, è necessario spendere qualche parola sulla destinataria di esse, Maria Camperio.
Costei, in realtà, si chiamava Marie Josephine Siegfried Blech, ed era nata nel 1841 a Mulhouse, nell’Alsazia francese, da una famiglia di facoltosi imprenditori tessili. Di “natura dolce ma decisa, umanitaria, ma dotata di un carattere forte e autonomo” [1], Marie Siegfried, allo scoppio della Guerra Franco-Prussiana del 1870, aderì alla Croce Rossa prestando servizio come infermiera volontaria nell’assistenza ai feriti di guerra. L’anno successivo, poco prima della formale annessione dell’Alsazia alla Germania, si sposò a Mulhouse con un altro personaggio eccezionale, Manfredo Camperio.

Questi, di importante famiglia milanese – imparentato, per parte materna, anche con i fratelli Giacomo e Filippo Ciani, patrioti italo-ticinesi -, dopo aver partecipato al Risorgimento prima nelle vesti di cospiratore – subendo anche la carcerazione e deportazione in Austria - e poi  di combattente nelle Guerre d’Indipendenza, si era dedicato all’esplorazione: intrapresi numerosi viaggi in Asia e in Africa, aveva poi fondato il periodico “L’esploratore” e, soprattutto, la Società di Esplorazione Commerciale in Africa, per coniugare i progetti di espansione coloniale italiani con quelli di sviluppo commerciale e industriale [2].
La coppia ebbe quattro figli: oltre a Fanny e Giulio, deceduti in gioventù, Filippo detto Pippo (1873-1945) ufficiale di carriera della Regia Marina, e Sita (1877-1967). Quest’ultima, apprezzata violinista, sulle orme della madre si impegnò nella Croce Rossa quale infermiera volontaria, vera “pioniera delle crocerossine italiane poiché […] fu promotrice del movimento e partecipò in prima persona alla fondazione e diffusione delle scuole professionali CRI d’insegnamento infermieristico”[3]. Nel 1899, poco prima della morte del padre, sposò a Milano Luigi Alberto Meyer (1859-1928), rampollo di una famiglia di industriali svizzeri del settore serico.  

I sentimenti pacifisti e umanitari di Maria Camperio, uniti al forte patriottismo dei figli Filippo e Sita, a ciò educati dal padre Manfredo, trovarono modo di esprimersi variamente di fronte alla Grande Guerra. Filippo Camperio, dopo aver ricoperto altri incarichi in Marina, durante la guerra fu peraltro posto al comando della Piazza Marittima di Grado. La figlia Sita Meyer Camperio, a sua volta, avrebbe prestato servizio – con incarichi sempre più importanti – presso il Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, per tutta la durata del conflitto (e poi ancora, al termine di esso, nei tragici mesi della pandemia di febbre spagnola). Ma anche la madre, Marie Camperio, pur anziana, trovò il modo di tener fede ai suoi ideali caritatevoli: fece dunque pubblicare, sul Corriere della Sera, un annuncio nel quale si invitavano le lettrici a partecipare a un'iniziativa benefica in favore di quanti si trovavano al fronte.

Lavori di cucito per i soldati al fronte. Cartolina di comitato "Pro Lana pei Soldati" (coll. d.A.).

Per coniugare le esigenze dei nostri soldati con le possibilità organizzative del pubblico femminile, le signore Camperio pensarono dunque di contribuire direttamente al vestiario dei combattenti, con quanto di più necessario per affrontare i rigori invernali: ovvero, gli indumenti di lana. Non si trattava, invero, di un'idea nuova, ed erano già attive - o lo sarebbero state nel corso del conflitto -, in Italia ed anche in Lombardia, altre iniziative consimili.

Intestazione del Fondo "Lana per i Militari alle Armi" costituito presso il Comitato Lombardo "Pro Esercito".

Ad ogni modo, grazie allo slancio generoso di queste gentili signore, nacque così il "Laboratorio Camperio", che si andava dunque ad affiancare alla rete di comitati e iniziative attive a Milano a beneficio dei soldati al fronte.
A svelare il funzionamento concreto dell'iniziativa contribuisce la cartolina che segue, indirizzata a Marie Camperio:

  •  da Ezilde Carletti, insegnante, da Scheggia (PG), 15/08/1915
"Egregia Signora, 
le ho spedito stamani due berretti per cui Ella, all'atto della mia iscrizione a socia del suo Laboratorio, mi dette la lana. Non ho potuto finire il secondo berretto per mancanza di lana. Data la distanza che separa il mio paese da Milano, non è conveniente per ora continuare l'associazione: vuol dire che, tornando costì, in ottobre, sarò orgogliosa di essere ammessa fra le socie del Suo Laboratorio. Per ora ho pensato ad organizzare qui del lavoro per i soldati. Tornando a ringraziarla per le squisite gentilezze usatemi spedendo roba per il mio fidanzato e a mio zio. 
La ossequio,
Ezilde Carletti, insegnante".
A quanto si può dedurre, le generose signore interessate ricevevano direttamente dal Laboratorio la materia prima - la lana, evidentemente procurata dalle Camperio avvalendosi dei contatti famigliari presso le industrie tessili milanesi - che poi provvedevano a lavorare direttamente a casa propria. I "prodotti finiti" - berretti, calze e quant'altro - erano poi riconsegnati al Laboratorio, che provvedeva a recapitarli ai destinatari.  

Si noti, in proposito, che la sede del Laboratorio - corrispondente al numero 62 di Corso Venezia, a Milano - coincideva con l'indirizzo di abitazione dei coniugi Camperio-Meyer. Ciò parrebbe confermare che la produzione vera e propria, per l'appunto, fosse completamente esternalizzata - si direbbe oggi - direttamente presso le abitazioni delle singole volontarie. Cosa che, invece, non sempre avveniva, come rivela la fotografia che segue (tratta dal sito www.storiatifernate.it) e che mostra uno dei tanti laboratori per la confezione di indumenti di lana sorti in Italia (in questo caso, quello di Città di Castello):

Immagine del Laboratorio per la confezione di indumenti di lana di Città di Castello (tratta da www.storiatifernate.it).


La cartolina di Ezilde Carletti è interessante anche per altri motivi. In primo luogo, la data di spedizione (agosto del 1915) dimostra che l'iniziativa fu concepita, dalle sue promotrici, sin dalle primissime settimane di guerra; in secondo luogo, provvedendo alla confezione di indumenti di uso prettamente invernale, sembra che le Camperio, e le loro gentili collaboratrici, avessero già compreso che la guerra non si sarebbe conclusa entro l'estate del 1915. In ultimo, la stessa identità della mittente non è priva d'interesse: Ezilde Carletti, maestra elementare, di ferventi sentimenti religiosi e attivista nelle organizzazioni cattoliche, era stata allieva di Clemente Rebora - a quel tempo ufficiale di complemento richiamato, poeta e poi, dopo la conversione religiosa, padre rosminiano - e sarebbe stata a questi vicina negli anni successivi alla conclusione del conflitto.

Ma come avveniva la selezione dei destinatari dei preziosi manufatti del Laboratorio? E' da ritenere che le promotrici - dati anche i loro legami personali con gli ambienti delle istituzioni benefiche milanesi - fossero, a tal scopo, in contatto diretto con organismi quali la Croce Rossa Italiana o i numerosissimi Comitati d'Assistenza fioriti sin dai primi tempi di guerra. Tuttavia, era anche possibile, da parte dei soldati infreddoliti, candidarsi direttamente:

  • Da Francesco Aragnino, soldato del 14° Reparto Auto[mobilisti], 60^ Sezione M..., XII Corpo d'Armata, Zona di Guerra, 15/02/1916
"Ill.mo Signor, 
avendo letto un articolo nel giornale corriere della sera, prega il sottoscritto trovandomi in zona di guerra con la stagione molto rigida, a volermi considerare come quell'altri per tali indumenti. Riceva i più distinti [saluti] insieme [al]la società che tanto ci pensa per noi al fronte.
Suo devotissimo
Aragnino Francesco"
Accanto a richieste, per così dire, generiche - come quella del soldato Aragnino - il Laboratorio ne riceveva altre, ben più circostanziate. Ecco cosa scriveva, con una bella prosa fiorita, il caporale Gugliotta, in quegli stessi giorni:
  • da Francesco Gugliotta, caporale della Sezione di Sanità della 24^ Divisione, Zona Carnia, 1° Reparto Carreggiato, 16 febbraio 1916
"Spettabile Ditta Laboratorio Camperio, 
Signor Direttore, le sarei grato se potesse fornirmi di indumenti di lana con qualche suola di pelle d'agnello. I soldati d'Italia profitteranno, ammirati, del filantropico sentimento che anima il resto di quelli che non trovansi al fronte e specie fra i freddi cuspidi culminanti della gelida Carnia.
Con profonda osservanza ed anticipati ringraziamenti,
dev. caporale Francesco Gugliotta"
Alla spigliata esplicitezza del caporale Gugliotta, fa da contraltare la discrezione, forse imbarazzata, del soldato Angelo Papa, in questa cartolina alquanto sibillina:
  • Da Angelo Papa, soldato dell'81° Reggimento Fanteria, 4^ Compagnia, Zona di Guerra, 29/04/1916
"Alla Vostra Signoria, 
vorrà scusare se mi permetto ad inviarle questa mia, sapendo la loro gentile cortesia.
Con ossequio, mi firmo
Angelo Papa."
Eppure, il soldato Papa aveva ben motivo di desiderare qualche presidio contro il freddo, quando si consideri che l'81° Reggimento Fanteria della Brigata "Torino", in quel periodo, si trovava schierato sul fronte Dolomitico, nel settore Settsass - Monte Sief, in posizioni poste mediamente intorno ai duemila metri di quota.
Ancora, si può notare come non fosse solo la truppa a beneficiare delle provvidenze del Laboratorio, ma anche gli ufficiali (pur se allievi, come nel seguente caso):

  • da Carlo Nava, Allievo Ufficiale, 37^ Divisione, Zona di Guerra, 19 agosto 1916
"Al sig. Enrico Meyer, Via Monte di Pietà n. 4.
Egregio Sig. Meyer, coll'animo commosso, ringrazio vivamente la S.V. e la Signora Meyer Camperio, tutte le dame milanesi, gentili collaboratrici dell'opera buona e santa che è il Laboratorio Camperio, per il pacco di indumenti che oggi ò ricevuto da cotesto comitato.
Inneggiando al Re e alla Patria, mi dico suo aff.mo 
Nava Carlo".

Tuttavia, gli ufficiali si potevano anche fare interpreti dei bisogni dei loro uomini, chiedendo - forse, anche in questo caso, per discrezione - l'intervento del Laboratorio per mezzo di conoscenze comuni:

  • da Palmira Zaccaria, Ponte San Pietro (BG), 5 ottobre 1916.
"Cara Signora,
 vengo a domandarle se fosse possibile che il suo Laboratorio mandasse un po' d'indumenti di lana al tenente Ernesto Donatelli, 7° Gruppo Alpini, 68^ Compagnia, Battaglione Cadore, V° Gruppo Alpini, amico di mio fratello, che gli scrive esservi già un metro di neve nella posizione in cui si trova al fronte e che i suoi soldati ne avrebbero bisogno. L'ha pregato appunto di raccomandarlo a qualche Laboratorio. Io non so se la mia domanda le parrà troppo indiscreta e se le sarà possibile accoglierla. In tal caso me lo faccia sapere che io cercherò di provvedere altrimenti.
Ringraziandola se mai anticipatamente e con tanti buoni saluti, mi creda
 sempre dev.[otissim]a,
Palmira Zaccaria."

Un alpino nella tormenta, testimonial della campagna "Date lana ai soldati". Cartolina illustrata (coll. d. A.).


Una richiesta indiretta è anche quella che perviene al Laboratorio da parte del soldato Aristide Carminati, tramite la madre di questi:
  • da Aristide Carminati, Zona di Guerra, 09/02/1917
"Cara mamma, ti scrivo queste due righe [per] darti le mie notizia. Mi trovo di buone salute e così spero di te e tua signora. Qui siamo in mezzo ai montagne ma l'arlia [sic] buona mi fa venire una fame terribile ma fa gran freddo. Desidero volentiere un paia di calze per i piede lunghe che rivano ai giniocchi.
O crsito [sic, scritto] al fratello Augusto [ma] non mi a ancora riposto. Fami sapere qualche cosa di lui.
Cara madre se può farli premura per le mie carte per recarmi a Milano a fare il soldato come lo sia [sic, sai] anche tu .
Ti saluto e un bacio da tuo
Aristide".

La spedizione dei pacchi, per l'appunto, avveniva mediante il servizio postale militare. Il traffico di corrispondenza, durante tutto il periodo di guerra, fu veramente imponente, e si possono comprendere i disguidi che spesso dovevano capitare in fase di consegna. La cartolina che segue è, a tal proposito, emblematica:

  • da Angelo Giacobbo, caporalmaggiore, Reparto Protezione Ferrovie, Solagna (VI), Zona di Guerra, 07/02/1917
"Alle gentili e buone signore del Laboratorio M. Camperio.  
Il giorno 3 del corrente mese ho ricevuto la pregiata sua lettera in data 30.1.17 dalla quale noi tutti abbiamo appreso con gioja che ci erano stati indirizzati i preziosi pacchi: siamo però ancora in atesa. E forse tarderanno ancora, dato la grande quantità che afluisce in Zona di Guerra. Apena sarà giunti a nostra distinazione, non mancheremo noi tutti di fare il nostro dovere verso le benefiche signore.
Devotamente,
C.M. Angelo Giacobbo".
Tuttavia, considerando le date, pare di desumersi che fosse trascorsa poco più di una settimana tra la spedizione da parte del Laboratorio e la cartolina del caporale Giacobbo. Il fatto che questi si lamentasse, velatamente, per il ritardo, dà conto della rapidità che, ordinariamente, doveva caratterizzare le consegne, non solo di lettere e cartoline, ma anche dei pacchi al fronte. Considerazione di qualche pregio, quando si consideri che oggi (anno 2016) per ricevere una lettera raccomandata i tempi di attesa siano all'incirca analoghi a quelli lamentati dal caporale...

Ad ogni modo, una volta ricevuti i pacchi di indumenti dal Laboratorio, i destinatari non mancavano di ringraziare:
  • da Giuseppe Ferrando, soldato, Zona di Guerra, 17/02/1917
"Inviando i più distinti saluti e ringraziamenti dal roba in vernale che a avuti ringraziando a parte anche chi la fatta [...].
Soldato Ferrando Giuseppe"

  • da Carlo Carenzi, soldato del 15° Reggimento (?), 77° Battaglione, 9^ Compagnia, Abbiategrasso, 06/1917
"Gentilissima Signorina
Beategrasso 6-1917
La ringrazio infinitamente del bel regalo ricevuto da Lei, camicia e mutande che mi serveranno molto e mi vanno benissimo.
Con saluti e di nuovo ringraziandola,
mi chiamo Carlo Carenzi".

Ed ecco, infine, la cartolina già riportata in apertura di questo articoletto, e che qui riproponiamo per intero, a cent'anni esatti di distanza da quando fu spedita:

  • da Antonio Colombo, soldato del 23° Reggimento Artiglieria da Campagna, I Sezione, Acqui, 22/12/1916
"Oggi ho ricevuto il suo pacco che mi ha spedito e sono stato molto contento. Mi ringrazia il Signor Bozzati [?]. Io le ho già scritto i miei ringraziamenti.
Saluti, soldato Colombo Antonio."

In chiusura, una cartolina illustrata, sempre emessa da un comitato pro lana pei soldati, con una breve e commovente poesia in tema con questo articolo, e con la quale lo chiudiamo:


LA LANA
Così la buona nonna si conforta
e lavora e lavora e non ha sosta.
Tutta la lana che tenea riposta
aduna e sceglie con la mano accorta.
Spesso la bacia, e mormora pianino
"Te fortunata, che gli andrai vicino!".

Con l'augurio di un Felice Natale e Buone Feste a tutti i nostri lettori.



A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] La storia del nursing..., cit., p. 163.
[2] Voce Camperio, Manfredo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 17, Treccani, 1974.
[3] La storia del nursing…, cit., p. 165.


BIBLIOGRAFIA
- le fotografie indicate sono tratte dal bel sito "Storia Tifernate" a cura di Alvaro Tacchini(http://www.storiatifernate.it);
- La storia del nursing in Italia e nel contesto internazionale, AA. VV., Gennaro Rocco, Costantino Cipolla, Alessandro Stievano.
Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918, Roma - Libreria dello Stato.