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giovedì 10 agosto 2017

La cripta ossario di Camerlata presso Como: i Caduti italiani


Nella città di Como, presso il cimitero della frazione di Camerlata, esiste - sconosciuta ai più - un'importante e mesta testimonianza della Grande Guerra: un ossario che contiene i resti di quasi seicento militari italiani, oltre che di numerosi soldati dell'Impero Austro-Ungarico.

Il contributo che pubblichiamo, a cura di Edoardo Visconti, fornisce - in seguito all'analisi di tutte le sepolture presenti - uno sguardo d'insieme sull'identità dei caduti italiani che ivi riposano.
***

Lapide posta all'ingresso dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 

L’ossario presente nella cripta sottostante la cappella nel cimitero di Camerlata, frazione del comune di Como, è al secondo posto per numero di Caduti ricordati dopo il monumento ai Caduti cittadino, con la principale differenza ed unicità di raccogliere, al suo interno, anche un cospicuo numero di soldati dell’esercito della duplice monarchia asburgica. 

Il volume Croci vicine, terre lontane di Giorgio Cavalleri, Nodo Libri, si occupa approfonditamente delle vicende dei soldati imperiali. Sulla falsariga di tale lavoro si prova a tracciare un ritratto dei soldati italiani. La fonte principale per le ricerche è stata dell’Albo d’Oro degli Italiani Caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, edito dal Ministero della Guerra. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, la stazione ferroviaria di Como - San Giovanni è particolarmente importante per quanto riguarda il passaggio di vari convogli, provenienti dall’Austria e passanti per la Svizzera, utilizzati per lo scambio di prigionieri feriti dei due eserciti, sotto la supervisione della Croce Rossa internazionale. 

Le tradotte proseguono poi per Monza e Milano, ma spesso si fermano presso la basilica di Sant’Abbondio, dove -presso gli stabili del Seminario Maggiore - opera uno dei vari ospedali sussidiari creati all’inizio del conflitto. 

Nel corso dei quattro anni della guerra, purtroppo, molti di questi soldati non sopravvivono e sono tumulati nel cimitero periferico di Camerlata; anche in questa frazione sono presenti strutture ospedaliere. 

Subito dopo l’armistizio, per il forte desiderio di ricordare i Caduti, in ogni angolo d’Italia nascono dei comitati spontanei, anche di quartiere, per onorare i figli che si sono immolati per una più grande Italia. 
Anche la città di Como non è da meno. Con ancora la guerra in corso, nasce un comitato per la costruzione di un monumento cittadino che si attiva, tramite concorsi artistici e dibattiti, nella ricerca della zona ideale per il ricordo imperituro dei comaschi caduti. Già due anni dopo, invece, i comitati dei vari quartieri, con meno vincoli, iniziano a sistemare lapidi nelle varie chiese. 

Una data cruciale per la memoria dei soldati defunti è quella del 1930, nei giorni dell’anniversario della rivoluzione fascista, in cui, da anni, si posano le prime pietre o si inaugurano gli edifici pubblici. Particolarmente, in quell’anno, si pone la prima pietra del monumento ai Caduti, che ha finalmente una degna collocazione nella parte nuova della città dominata dall'architettura razionalista. 

A Camerlata invece si inaugura la cripta-ossario che con un paziente lavoro ha permesso di collocare, in una sede comune, tutti i Caduti dei due schieramenti, uniti dalla morte e per l’eternità.


Il portale d'ingresso alla Cripta-Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Si tratta di 547 militari italiani. Ventidue tra questi trovano la morte prima del fatidico 24 maggio 1915. Non avendo trovato traccia di nessuno di loro nei 28 volumi dell’Albo d’Oro dei Caduti si possono fare solo delle ipotesi sulla loro storia. Si tratta di soldati combattenti nelle Argonne nei volontari italiani inquadrati nei reggimenti francesi o, magari, anche operai militarizzati utilizzati per rafforzare l’O.A.F.N. o Linea Cadorna, che nel tratto comasco passava molto vicino agli ospedali della zona di Camerlata. 

Facendo scorrere le lancette del tempo velocemente arriviamo al 4 novembre 1918, l’armistizio, la fine ufficiale delle ostilità; anche se effettivamente i soldati italiani furono poi attivi ancora per anni: nei territori occupati ex austriaci, nell'Albania, in Slesia, in Murmania (con anche un contingente tratto dal 67° Reggimento fanteria di stanza a Como) e in Libia. Il lavoro degli ospedali, però, non si interrompe: dopo quella data ben 144 soldati perdono ancora la vita, l’ultimo addirittura il 24 ottobre 1924. Purtroppo di lui si conoscono solo cognome, nome e data di morte. 

L’unico dato completo che è stato possibile raccogliere per la totalità dei feriti deceduti è quello presente sulle singole lapidi: la data di morte.

Analizzando questo dato, nei primi tre anni di guerra è presente un numero quasi costante di decessi compresi tra i 22 e i 35; nel 1918 i decessi sono incredibilmente 406, pari al 74% del totale. Difficile interpretare questo dato, si può ipotizzare un massiccio invio di soldati feriti presso gli ospedali cittadini, nei momenti successivi alla rotta di Caporetto che ha probabilmente causato l’evacuazione di tutti quei presidi ospedalieri che non sono stati compresi nei territori fulmineamente occupati dal nemico, ma che si temesse potessero essere travolti, creando un numero impressionante di prigionieri di guerra. Più difficile pensare si tratti di contagio di febbre spagnola, dato che i primi decessi confermati furono nella zona del fronte orientale nel settembre 1918. 

Già nel 1919 il numero dei decessi risulta crollato a 47, per poi scemare fino al 1924 con uno o due decessi per anno, addirittura nessuno nel 1920.

Il controllo dei nominativi con l’aiuto della versione consultabile in rete dell’Albo d’Oro ha permesso di rintracciare solo 388 militari. Del 30% residuo non ci sono notizie. Alcuni casi di omonimia sono stati esclusi perché erano diversi: il luogo della fine, Como; il motivo, malattia; la data di morte. 

Entrando maggiormente nello specifico c’è la conferma che il maggior numero di decessi è nella fanteria di linea con 276 soldati ovvero il 70% del totale. Tredici erano i “vecchi” della Milizia Territoriale, che con l’evolversi del conflitto sono stati sempre più presenti in prima linea. 

Tutti le altre specialità della fanteria, alpini, bersaglier, mitraglieri, granatieri e arditi aggiungono un 15% di feriti poi deceduti.

Gli artiglieri comprendenti della specializzazione dei bombardieri, nata a conflitto in corso, contribuiscono con un 6% dei caduti, grosso modo la stessa percentuale per tutte le rimanenti armi dell’esercito. 

Tre sono i Reali Carabinieri deceduti negli ospedali di Como, mentre sono ben dodici gli appartenenti alla Regia Guardia di Finanza. Tale numero è spiegabile per la folta presenza di militi durante la guerra, visto il timore dell’infiltrazione di spie dal confine elvetico. 

Sono invece 86 i distretti che malauguratamente hanno visto i loro coscritti morire a Como. Il 12% fa parte proprio del distretto di Como, molto distaccati con il 4% ci sono i distretti di Pistoia, Padova e Bologna, sopra invece le 10 unità si segnalano: Bergamo, Pesaro, Brescia, Firenze e Mantova, in ordine decrescente. Gli altri settantacinque distretti sono uniformemente rappresentati con una media di circa quattro caduti l’uno. Da segnalare anche la presenza di un cittadino della Repubblica di San Marino: il fante Sante Selva del 120° reggimento, deceduto il 2 novembre 1918, probabilmente volontario di guerra. 

La presenza di decessi successivi alla guerra può, in misura minore, essere determinata dalla malattia contratta da soldati di leva, ma non combattenti, curati a Como e deceduti.

Nulla si è ancora detto riguardo ai gradi dei Caduti: si tratta di militari di truppa con la presenza di un solo sergente e qualche caporale. Solo un paio risulterebbero morti fuori dagli ospedali cittadini, secondo l’Albo d’Oro dei Caduti, uno a Cernobbio e l’altro a Milano, in contrasto con il fatto che poi sono stati comunque sepolti a Como. 

Un'immagine dell'interno dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Da questa breve relazione si può ricavare che sono ancora incerte e frammentarie le informazioni ufficiali sui Caduti italiani della prima guerra mondiale. Il numero totale è ancora fonte di dibattito, considerando anche come furono depennati d’autorità i vari fucilati al fronte, i disertori o i suicidi, seppur con qualche distinguo. 

Per quanto riguarda le lacune specifiche dei Caduti presenti nell'ospedale di Como, si tratta probabilmente di una mancata trasmissione alle autorità militari sia nel periodo bellico sia nel primo dopoguerra quando ci fu un incremento esponenziale nello sviluppo di saggistica e di ricordo per questo argomento, con una forte enfasi dello spirito di sacrificio e dell’eroismo che si voleva esaltare in ogni modo. I vari diari di guerra delle brigate di fanteria inseriscono solo i nomi degli ufficiali caduti. Mentre nei diari dei singoli reggimenti, come il 154° Reggimento Fanteria, presente nella locale biblioteca, sono inseriti tutti i caduti, indipendentemente dal grado, ma non si è al corrente della presenza di altri diari per i singoli reggimenti e ricerche in questo senso hanno dato esito negativo. 

Tale mancata comunicazione non deve stupire dato che anche nell'archivio di Stato di Como non risultano comunicazioni al Ministero della Guerra dei soldati comaschi Caduti, nonostante la circolare che fu inviata nella prima metà degli Anni Venti dove si chiedeva di inviare il nome di tutti i Caduti: delle guerre risorgimentali, di quelle coloniali e della grande guerra. 

A cura di E. Visconti

giovedì 22 dicembre 2016

"Qualche suola di pelle d'agnello..." - Le cartoline dei nostri soldati al "Laboratorio Camperio"


"Oggi ho ricevuto il suo pacco che mi ha spedito e sono stato molto contento. [...]
Saluti, soldato Colombo Antonio."
Cartolina spedita da Antonio Colombo, soldato del 23° Reggimento Artiglieria da Campagna, I Sezione, Acqui, 22 dicembre del 1916.
Il periodo natalizio è forse il più indicato per raccontare questa piccola ma preziosa storia di cento anni fa: una storia di generosità, gelo invernale, pacchi dono e gratitudine.
Qualche anno fa, chi scrive recuperò un piccolo lotto di cartoline, di tipologia eterogenea (cartoline postali delle Regie Poste, cartoline militari in franchigia, cartoline illustrate...), accomunate da due aspetti: l'essere, tutte, direttamente o indirettamente indirizzate ad un certo "Laboratorio Camperio"; e il fatto di riguardare la spedizione di indumenti di lana a nostri soldati al fronte.
A cento anni esatti di distanza da una di queste cartoline, vi proponiamo questa piccola ricerca.
Lavori di cucito mentre gli uomini di casa si trovano al fronte. Cartolina illustrata (tratta da www.storiatifernate.it)
Prima di lasciare spazio a queste, ci pare, commoventi cartoline, è necessario spendere qualche parola sulla destinataria di esse, Maria Camperio.
Costei, in realtà, si chiamava Marie Josephine Siegfried Blech, ed era nata nel 1841 a Mulhouse, nell’Alsazia francese, da una famiglia di facoltosi imprenditori tessili. Di “natura dolce ma decisa, umanitaria, ma dotata di un carattere forte e autonomo” [1], Marie Siegfried, allo scoppio della Guerra Franco-Prussiana del 1870, aderì alla Croce Rossa prestando servizio come infermiera volontaria nell’assistenza ai feriti di guerra. L’anno successivo, poco prima della formale annessione dell’Alsazia alla Germania, si sposò a Mulhouse con un altro personaggio eccezionale, Manfredo Camperio.

Questi, di importante famiglia milanese – imparentato, per parte materna, anche con i fratelli Giacomo e Filippo Ciani, patrioti italo-ticinesi -, dopo aver partecipato al Risorgimento prima nelle vesti di cospiratore – subendo anche la carcerazione e deportazione in Austria - e poi  di combattente nelle Guerre d’Indipendenza, si era dedicato all’esplorazione: intrapresi numerosi viaggi in Asia e in Africa, aveva poi fondato il periodico “L’esploratore” e, soprattutto, la Società di Esplorazione Commerciale in Africa, per coniugare i progetti di espansione coloniale italiani con quelli di sviluppo commerciale e industriale [2].
La coppia ebbe quattro figli: oltre a Fanny e Giulio, deceduti in gioventù, Filippo detto Pippo (1873-1945) ufficiale di carriera della Regia Marina, e Sita (1877-1967). Quest’ultima, apprezzata violinista, sulle orme della madre si impegnò nella Croce Rossa quale infermiera volontaria, vera “pioniera delle crocerossine italiane poiché […] fu promotrice del movimento e partecipò in prima persona alla fondazione e diffusione delle scuole professionali CRI d’insegnamento infermieristico”[3]. Nel 1899, poco prima della morte del padre, sposò a Milano Luigi Alberto Meyer (1859-1928), rampollo di una famiglia di industriali svizzeri del settore serico.  

I sentimenti pacifisti e umanitari di Maria Camperio, uniti al forte patriottismo dei figli Filippo e Sita, a ciò educati dal padre Manfredo, trovarono modo di esprimersi variamente di fronte alla Grande Guerra. Filippo Camperio, dopo aver ricoperto altri incarichi in Marina, durante la guerra fu peraltro posto al comando della Piazza Marittima di Grado. La figlia Sita Meyer Camperio, a sua volta, avrebbe prestato servizio – con incarichi sempre più importanti – presso il Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, per tutta la durata del conflitto (e poi ancora, al termine di esso, nei tragici mesi della pandemia di febbre spagnola). Ma anche la madre, Marie Camperio, pur anziana, trovò il modo di tener fede ai suoi ideali caritatevoli: fece dunque pubblicare, sul Corriere della Sera, un annuncio nel quale si invitavano le lettrici a partecipare a un'iniziativa benefica in favore di quanti si trovavano al fronte.

Lavori di cucito per i soldati al fronte. Cartolina di comitato "Pro Lana pei Soldati" (coll. d.A.).

Per coniugare le esigenze dei nostri soldati con le possibilità organizzative del pubblico femminile, le signore Camperio pensarono dunque di contribuire direttamente al vestiario dei combattenti, con quanto di più necessario per affrontare i rigori invernali: ovvero, gli indumenti di lana. Non si trattava, invero, di un'idea nuova, ed erano già attive - o lo sarebbero state nel corso del conflitto -, in Italia ed anche in Lombardia, altre iniziative consimili.

Intestazione del Fondo "Lana per i Militari alle Armi" costituito presso il Comitato Lombardo "Pro Esercito".

Ad ogni modo, grazie allo slancio generoso di queste gentili signore, nacque così il "Laboratorio Camperio", che si andava dunque ad affiancare alla rete di comitati e iniziative attive a Milano a beneficio dei soldati al fronte.
A svelare il funzionamento concreto dell'iniziativa contribuisce la cartolina che segue, indirizzata a Marie Camperio:

  •  da Ezilde Carletti, insegnante, da Scheggia (PG), 15/08/1915
"Egregia Signora, 
le ho spedito stamani due berretti per cui Ella, all'atto della mia iscrizione a socia del suo Laboratorio, mi dette la lana. Non ho potuto finire il secondo berretto per mancanza di lana. Data la distanza che separa il mio paese da Milano, non è conveniente per ora continuare l'associazione: vuol dire che, tornando costì, in ottobre, sarò orgogliosa di essere ammessa fra le socie del Suo Laboratorio. Per ora ho pensato ad organizzare qui del lavoro per i soldati. Tornando a ringraziarla per le squisite gentilezze usatemi spedendo roba per il mio fidanzato e a mio zio. 
La ossequio,
Ezilde Carletti, insegnante".
A quanto si può dedurre, le generose signore interessate ricevevano direttamente dal Laboratorio la materia prima - la lana, evidentemente procurata dalle Camperio avvalendosi dei contatti famigliari presso le industrie tessili milanesi - che poi provvedevano a lavorare direttamente a casa propria. I "prodotti finiti" - berretti, calze e quant'altro - erano poi riconsegnati al Laboratorio, che provvedeva a recapitarli ai destinatari.  

Si noti, in proposito, che la sede del Laboratorio - corrispondente al numero 62 di Corso Venezia, a Milano - coincideva con l'indirizzo di abitazione dei coniugi Camperio-Meyer. Ciò parrebbe confermare che la produzione vera e propria, per l'appunto, fosse completamente esternalizzata - si direbbe oggi - direttamente presso le abitazioni delle singole volontarie. Cosa che, invece, non sempre avveniva, come rivela la fotografia che segue (tratta dal sito www.storiatifernate.it) e che mostra uno dei tanti laboratori per la confezione di indumenti di lana sorti in Italia (in questo caso, quello di Città di Castello):

Immagine del Laboratorio per la confezione di indumenti di lana di Città di Castello (tratta da www.storiatifernate.it).


La cartolina di Ezilde Carletti è interessante anche per altri motivi. In primo luogo, la data di spedizione (agosto del 1915) dimostra che l'iniziativa fu concepita, dalle sue promotrici, sin dalle primissime settimane di guerra; in secondo luogo, provvedendo alla confezione di indumenti di uso prettamente invernale, sembra che le Camperio, e le loro gentili collaboratrici, avessero già compreso che la guerra non si sarebbe conclusa entro l'estate del 1915. In ultimo, la stessa identità della mittente non è priva d'interesse: Ezilde Carletti, maestra elementare, di ferventi sentimenti religiosi e attivista nelle organizzazioni cattoliche, era stata allieva di Clemente Rebora - a quel tempo ufficiale di complemento richiamato, poeta e poi, dopo la conversione religiosa, padre rosminiano - e sarebbe stata a questi vicina negli anni successivi alla conclusione del conflitto.

Ma come avveniva la selezione dei destinatari dei preziosi manufatti del Laboratorio? E' da ritenere che le promotrici - dati anche i loro legami personali con gli ambienti delle istituzioni benefiche milanesi - fossero, a tal scopo, in contatto diretto con organismi quali la Croce Rossa Italiana o i numerosissimi Comitati d'Assistenza fioriti sin dai primi tempi di guerra. Tuttavia, era anche possibile, da parte dei soldati infreddoliti, candidarsi direttamente:

  • Da Francesco Aragnino, soldato del 14° Reparto Auto[mobilisti], 60^ Sezione M..., XII Corpo d'Armata, Zona di Guerra, 15/02/1916
"Ill.mo Signor, 
avendo letto un articolo nel giornale corriere della sera, prega il sottoscritto trovandomi in zona di guerra con la stagione molto rigida, a volermi considerare come quell'altri per tali indumenti. Riceva i più distinti [saluti] insieme [al]la società che tanto ci pensa per noi al fronte.
Suo devotissimo
Aragnino Francesco"
Accanto a richieste, per così dire, generiche - come quella del soldato Aragnino - il Laboratorio ne riceveva altre, ben più circostanziate. Ecco cosa scriveva, con una bella prosa fiorita, il caporale Gugliotta, in quegli stessi giorni:
  • da Francesco Gugliotta, caporale della Sezione di Sanità della 24^ Divisione, Zona Carnia, 1° Reparto Carreggiato, 16 febbraio 1916
"Spettabile Ditta Laboratorio Camperio, 
Signor Direttore, le sarei grato se potesse fornirmi di indumenti di lana con qualche suola di pelle d'agnello. I soldati d'Italia profitteranno, ammirati, del filantropico sentimento che anima il resto di quelli che non trovansi al fronte e specie fra i freddi cuspidi culminanti della gelida Carnia.
Con profonda osservanza ed anticipati ringraziamenti,
dev. caporale Francesco Gugliotta"
Alla spigliata esplicitezza del caporale Gugliotta, fa da contraltare la discrezione, forse imbarazzata, del soldato Angelo Papa, in questa cartolina alquanto sibillina:
  • Da Angelo Papa, soldato dell'81° Reggimento Fanteria, 4^ Compagnia, Zona di Guerra, 29/04/1916
"Alla Vostra Signoria, 
vorrà scusare se mi permetto ad inviarle questa mia, sapendo la loro gentile cortesia.
Con ossequio, mi firmo
Angelo Papa."
Eppure, il soldato Papa aveva ben motivo di desiderare qualche presidio contro il freddo, quando si consideri che l'81° Reggimento Fanteria della Brigata "Torino", in quel periodo, si trovava schierato sul fronte Dolomitico, nel settore Settsass - Monte Sief, in posizioni poste mediamente intorno ai duemila metri di quota.
Ancora, si può notare come non fosse solo la truppa a beneficiare delle provvidenze del Laboratorio, ma anche gli ufficiali (pur se allievi, come nel seguente caso):

  • da Carlo Nava, Allievo Ufficiale, 37^ Divisione, Zona di Guerra, 19 agosto 1916
"Al sig. Enrico Meyer, Via Monte di Pietà n. 4.
Egregio Sig. Meyer, coll'animo commosso, ringrazio vivamente la S.V. e la Signora Meyer Camperio, tutte le dame milanesi, gentili collaboratrici dell'opera buona e santa che è il Laboratorio Camperio, per il pacco di indumenti che oggi ò ricevuto da cotesto comitato.
Inneggiando al Re e alla Patria, mi dico suo aff.mo 
Nava Carlo".

Tuttavia, gli ufficiali si potevano anche fare interpreti dei bisogni dei loro uomini, chiedendo - forse, anche in questo caso, per discrezione - l'intervento del Laboratorio per mezzo di conoscenze comuni:

  • da Palmira Zaccaria, Ponte San Pietro (BG), 5 ottobre 1916.
"Cara Signora,
 vengo a domandarle se fosse possibile che il suo Laboratorio mandasse un po' d'indumenti di lana al tenente Ernesto Donatelli, 7° Gruppo Alpini, 68^ Compagnia, Battaglione Cadore, V° Gruppo Alpini, amico di mio fratello, che gli scrive esservi già un metro di neve nella posizione in cui si trova al fronte e che i suoi soldati ne avrebbero bisogno. L'ha pregato appunto di raccomandarlo a qualche Laboratorio. Io non so se la mia domanda le parrà troppo indiscreta e se le sarà possibile accoglierla. In tal caso me lo faccia sapere che io cercherò di provvedere altrimenti.
Ringraziandola se mai anticipatamente e con tanti buoni saluti, mi creda
 sempre dev.[otissim]a,
Palmira Zaccaria."

Un alpino nella tormenta, testimonial della campagna "Date lana ai soldati". Cartolina illustrata (coll. d. A.).


Una richiesta indiretta è anche quella che perviene al Laboratorio da parte del soldato Aristide Carminati, tramite la madre di questi:
  • da Aristide Carminati, Zona di Guerra, 09/02/1917
"Cara mamma, ti scrivo queste due righe [per] darti le mie notizia. Mi trovo di buone salute e così spero di te e tua signora. Qui siamo in mezzo ai montagne ma l'arlia [sic] buona mi fa venire una fame terribile ma fa gran freddo. Desidero volentiere un paia di calze per i piede lunghe che rivano ai giniocchi.
O crsito [sic, scritto] al fratello Augusto [ma] non mi a ancora riposto. Fami sapere qualche cosa di lui.
Cara madre se può farli premura per le mie carte per recarmi a Milano a fare il soldato come lo sia [sic, sai] anche tu .
Ti saluto e un bacio da tuo
Aristide".

La spedizione dei pacchi, per l'appunto, avveniva mediante il servizio postale militare. Il traffico di corrispondenza, durante tutto il periodo di guerra, fu veramente imponente, e si possono comprendere i disguidi che spesso dovevano capitare in fase di consegna. La cartolina che segue è, a tal proposito, emblematica:

  • da Angelo Giacobbo, caporalmaggiore, Reparto Protezione Ferrovie, Solagna (VI), Zona di Guerra, 07/02/1917
"Alle gentili e buone signore del Laboratorio M. Camperio.  
Il giorno 3 del corrente mese ho ricevuto la pregiata sua lettera in data 30.1.17 dalla quale noi tutti abbiamo appreso con gioja che ci erano stati indirizzati i preziosi pacchi: siamo però ancora in atesa. E forse tarderanno ancora, dato la grande quantità che afluisce in Zona di Guerra. Apena sarà giunti a nostra distinazione, non mancheremo noi tutti di fare il nostro dovere verso le benefiche signore.
Devotamente,
C.M. Angelo Giacobbo".
Tuttavia, considerando le date, pare di desumersi che fosse trascorsa poco più di una settimana tra la spedizione da parte del Laboratorio e la cartolina del caporale Giacobbo. Il fatto che questi si lamentasse, velatamente, per il ritardo, dà conto della rapidità che, ordinariamente, doveva caratterizzare le consegne, non solo di lettere e cartoline, ma anche dei pacchi al fronte. Considerazione di qualche pregio, quando si consideri che oggi (anno 2016) per ricevere una lettera raccomandata i tempi di attesa siano all'incirca analoghi a quelli lamentati dal caporale...

Ad ogni modo, una volta ricevuti i pacchi di indumenti dal Laboratorio, i destinatari non mancavano di ringraziare:
  • da Giuseppe Ferrando, soldato, Zona di Guerra, 17/02/1917
"Inviando i più distinti saluti e ringraziamenti dal roba in vernale che a avuti ringraziando a parte anche chi la fatta [...].
Soldato Ferrando Giuseppe"

  • da Carlo Carenzi, soldato del 15° Reggimento (?), 77° Battaglione, 9^ Compagnia, Abbiategrasso, 06/1917
"Gentilissima Signorina
Beategrasso 6-1917
La ringrazio infinitamente del bel regalo ricevuto da Lei, camicia e mutande che mi serveranno molto e mi vanno benissimo.
Con saluti e di nuovo ringraziandola,
mi chiamo Carlo Carenzi".

Ed ecco, infine, la cartolina già riportata in apertura di questo articoletto, e che qui riproponiamo per intero, a cent'anni esatti di distanza da quando fu spedita:

  • da Antonio Colombo, soldato del 23° Reggimento Artiglieria da Campagna, I Sezione, Acqui, 22/12/1916
"Oggi ho ricevuto il suo pacco che mi ha spedito e sono stato molto contento. Mi ringrazia il Signor Bozzati [?]. Io le ho già scritto i miei ringraziamenti.
Saluti, soldato Colombo Antonio."

In chiusura, una cartolina illustrata, sempre emessa da un comitato pro lana pei soldati, con una breve e commovente poesia in tema con questo articolo, e con la quale lo chiudiamo:


LA LANA
Così la buona nonna si conforta
e lavora e lavora e non ha sosta.
Tutta la lana che tenea riposta
aduna e sceglie con la mano accorta.
Spesso la bacia, e mormora pianino
"Te fortunata, che gli andrai vicino!".

Con l'augurio di un Felice Natale e Buone Feste a tutti i nostri lettori.



A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] La storia del nursing..., cit., p. 163.
[2] Voce Camperio, Manfredo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 17, Treccani, 1974.
[3] La storia del nursing…, cit., p. 165.


BIBLIOGRAFIA
- le fotografie indicate sono tratte dal bel sito "Storia Tifernate" a cura di Alvaro Tacchini(http://www.storiatifernate.it);
- La storia del nursing in Italia e nel contesto internazionale, AA. VV., Gennaro Rocco, Costantino Cipolla, Alessandro Stievano.
Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918, Roma - Libreria dello Stato.

martedì 9 febbraio 2016

Identificare una foto grazie a "La Domenica del Corriere" - S.Ten. Nino Fuoco da Milano

Una grande soddisfazione, per lo studioso, deriva dall'identificazione di un personaggio rappresentato in una foto, come accaduto, a chi scrive, in un altro caso narrato in questo blog (si veda la storia di Emilio Castano, http://antologiamilitare.blogspot.it/2015/05/alla-bella-patria-mia-storia-di-emilio.html ).
Del resto, nel raccogliere fotografie e ritratti fotografici, in specie se di soggetto militare, ci si imbatte, purtroppo, nella maggior parte dei casi in stampe completamente anonime. La buona abitudine di aggiungere scritte o dediche esplicative dietro alle fotografie - ormai, si può dire, del tutto tramontata con l'avvento dell'era digitale - non era granché diffusa, in effetti, neppure all'inizio del secolo, quando pure le stampe fotografiche rivestivano un importante valore affettivo.
Un esercizio ancora più avvincente, dunque, è quello di provare a far "parlare" anche questi volti senza nome: trattando di soggetti in uniforme militare, una volta identificato il periodo storico di riferimento (in proposito, si veda il bell'articolo sulle uniformi della truppa di fanteria, http://antologiamilitare.blogspot.ch/2015/07/datare-una-fotografia-truppa-di-fanteria.html ), con un po' di studio e di occhio per i dettagli, si può - grazie a particolari elementi estrinseci (in specie, decorazioni o distintivi sull'uniforme) - pervenire ad una identificazione "di massima" del personaggio. Ad esempio, scoprendo che il soggetto ritratto era, per ipotesi, un ufficiale piuttosto che un militare di truppa, appartenente ad un certo corpo o arma dell'esercito piuttosto che ad un altro. Con riferimento ai militari del Regio Esercito, grazie al peculiare sistema di distintivi in uso, in molti casi si può addirittura identificare il reparto di appartenenza (in termini, perlopiù, di reggimento).
Invece, nel caso oggetto di questo breve post, grazie ad una certa dose di fortuna (e all'occhio alquanto fisionomista di chi scrive...), l'identificazione è stata assoluta: ma, oltre a dare un'identità alla foto, ciò ha permesso di far riemergere una vicenda personale assai mesta, e che ci riporta all'autunno del 1915.

Alcuni anni fa, durante l'abituale visita semestrale presso una nota fiera collezionistica milanese, frugando nel classico "cassone tutto a 1 euro" di una bancarella, chi scrive si imbatteva nella foto che segue:

Benché fosse alquanto rovinata, attirato dalla posa particolare, e dall'eleganza del soggetto ritratto - in aggiunta alla mia passione per l'uniformologia italiana del Primo Novecento - senza pensarci acquistavo la foto. Salvo poi, tornato a casa, seppellirla nell'ennesimo album di fotografie "generiche". E dimenticandomi, in breve, di averla mai acquistata. 
Poche settimane fa - approfittando della quiete natalizia - mi immergevo nella lettura dell'annata 1916 de "La Domenica del Corriere", il celeberrimo settimanale del Corriere della Sera. E' cosa, forse, poco nota, che tale periodico - sino all'incirca alla metà del 1916 - dedicasse, in ogni sua uscita, una pagina alla pubblicazione dei ritratti di quaranta e più caduti, corredati dal grado ricoperto e da pochi dati anagrafici. Sfogliando il numero 2 del 16 gennaio del 1916, notavo un volto che mi risultava, in qualche modo, conosciuto:

Ritratto del s.ten. Nino Fuoco, da "La Domenica del Corriere", Anno XVIII, n°2, 9-16 gennaio 1916.
Dopo un lungo scartabellare, recuperavo dunque la fotografia di cui sopra, notando non solo l'identità del soggetto, ma anche che il tondo pubblicato sulla Domenica era stato tratto, precisamente, dalla stessa identica immagine. Ecco dunque scoperta l'identità del personaggio del quale, grazie anche agli archivi on-line del Museo Centrale del Risorgimento in Roma, possiamo ora tracciare un - purtroppo - breve profilo biografico.

Giovanni Battista Fuoco, detto Nino, nacque a Milano - in una casa al numero 4 della centralissima Via San Giovanni in Laterano [1] - il 7 gennaio del 1891. I suoi genitori erano Virginia Mejana, sarta, ed Enrico Fuoco; quest'ultimo esercitava la professione di orefice, non può dirsi se in proprio o presso qualche laboratorio del centro. Dal cognome, poco o nulla attestato in Lombardia e invece alquanto diffuso in Campania e Calabria, può dedursi che la famiglia paterna fosse originaria di quelle regioni. In ogni caso, il mestiere del capofamiglia assicurava un certo di livello di benessere alla famiglia Fuoco, consentendo anche al figlio Nino di portare avanti gli studi. In mancanza di documenti sul punto, non può affermarsi se il ragazzo, ottenuto il diploma, prestò il normale servizio militare di leva - verosimilmente nel 1911 - o se ne fu invece, inizialmente, dispensato, magari in virtù dell'assegnazione alla terza categoria. Va notato che, nel primo caso, egli avrebbe ben potuto essere mobilitato - insieme a molti suoi coscritti - per prendere parte alla Guerra Italo-Turca. In proposito, non si può dunque datare con certezza la fotografia presentata sopra, che potrebbe riferirsi sia al tempo dell'eventuale servizio militare - anni '11, '12, '13 - come anche al momento del successivo richiamo, a guerra già iniziata [2]. Ci consentiamo qui di azzardare una deduzione, tratta dal fatto che che la foto ci presenta il giovane sottotenente Fuoco inquadrato nel 1° Regg. Fanteria della Brigata "Re". Dato che, nel corso del 1915, Fuoco sarebbe stato assegnato ad un reggimento della Brigata "Mantova" e che essa esa un'unità di Milizia Mobile - e dunque era stata costituita, perlomeno inizialmente, con i richiamati appartenenti alle classi e categorie ricomprese in tale partizione del Regio Esercito - parrebbe di potersi dedurre che il sottotenente Fuoco fosse già stato richiamato con tale grado. Ciò potrebbe trarsi anche dal fatto, ancora, che alla costituzione della Brigata "Mantova" - nella primavera del 1915 - avevano contribuito anche aliquote di uomini provenienti dal deposito del 7° Reggimento della "Cuneo", con deposito a Milano, e - in quegli anni - zeppo di giovani milanesi.
Comunque sia, Nino Fuoco fu chiamato alle armi e, appunto, destinato al 113° Reggimento della "Mantova".


Il S.Ten. Nino Fuoco, del 1° Regg. Fanteria Brigata "Re", in grande uniforme.
(elaborazione grafica da foto originale, collezione privata)
I pochi documenti, in ogni caso, ci portano direttamente all'anno 1915 avanzato: il giovane sottotenente Fuoco si trovava al comando di un plotone della 4^ compagnia del 113° Regg. Fanteria (inquadrata nel I o II battaglione). Ci immaginiamo che egli avesse partecipato alle azioni compiute dal proprio reparto nel corso dell'anno. All'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria, la Brigata "Mantova" - inquadrata nella 3^ Brigata Alpina del V Corpo d'Armata (1^ Armata), al comando del gen. Antonio Cantore - si trovava dislocata nel settore della Vallagarina, a sud di Rovereto. Già il 27 maggio, la "Mantova" era stata protagonista delle fortunate operazioni che avevano condotto alla presa della cittadina di Ala.
In seguito, era stata schierata a difesa delle posizioni raggiunte nel settore del Monte Baldo e dei Monti Lessini, sino all'estate avanzata. Ai primi di agosto, la "Mantova" assunse la difesa del sotto-settore Adige-Monte Zugna, eseguendo in tale zona numerose azioni di pattuglie, e venendo altresì impiegata in lavori di rafforzamento difensivo.
La situazione rimase alquanto stazionaria sino alla fine del mese di ottobre. Il 27 del mese, infatti, la Brigata tornò in azione: il 113° Reggimento, in particolare, riuscì ad occupare la linea Monte Giovo - Besagno.
E' verosimile, tuttavia, che a tale ultima azione del proprio reggimento non prese parte il giovane sottotenente Fuoco. Questi, invece, doveva con buona probabilità già trovarsi, in quei giorni, ricoverato presso l'Ospedaletto da Campo n. 07. Di esso, che già risultava installato nei dintorni di Ala, grazie alle carte del s.ten. Fuoco può ulteriormente precisarsi la collocazione: esso - nel periodo in questione - era per l'appunto situato presso l'abitato di Chizzola, oggi facente parte del Comune di Ala [3].

Nino Fuoco era - lo immaginiamo, trattandosi di un ufficiale di fanteria in servizio - un giovane robusto e in salute, nonché di buona famiglia, abituato a un certo tipo di igiene: ma tutto ciò non lo poteva difendere da una delle più subdole tra le mille insidie che attanagliavano i combattenti della Grande Guerra. Il giovane ufficiale, aveva contratto, infatti, l' ileotifo o tifo addominale, una malattia infettiva assai aggressiva. Nelle contingenze storiche che ci troviamo a trattare, questa malattia aveva trovato una vasta diffusione tra le file dei combattenti, grazie alle precarie condizioni igienico-sanitarie nelle quali questa massa di uomini si trovava a vivere. Uno dei principali veicoli di contagio era, ed è, l'ingestione di acqua o cibo contaminato.
La normale trafila che subivano i soggetti contagiati da questo malanno - secondo quanto si è potuto verificare con vicende consimili [4] - era quella di essere avviati rapidamente in retrovia, per essere poi ricoverati negli ospedali militari dei grandi centri urbani. Il che, naturalmente, poteva accadere solo laddove le condizioni fisiche del paziente lo consentissero. E quelle del giovane sottotenente Fuoco, evidentemente, non lo permettevano. L'ufficiale, come già accennato, fu dunque ricoverato presso il più vicino ospedale da campo, appunto l'Ospedaletto n° 7. E qui si consumarono gli ultimi atti della sua esistenza, che terminò alle ore 08.42 del giorno 31 ottobre del 1915.
Al momento, ci è ignoto il luogo della sua sepoltura [5].
Ovunque si trovi questo giovane sfortunato ufficiale, speriamo che questo piccolo omaggio gli abbia fatto piacere.


A cura di Niccolò F.

[1] La vecchia via San Giovanni in Laterano era localizzata nella zona ove attualmente sorge la Piazza Armando Diaz, a pochi passi dal Duomo.
[2] Si noti, in proposito, che il soggetto indossa la grande uniforme da ufficiale di fanteria regolamentata dall'Istruzione del 1903 (senza il kepì, abolito nel 1907), utilizzata - pur per i pochi usi consentiti - anche a guerra in corso.
[3] La precisa collocazione dell'Ospedaletto da Campo n. 07 si evince dall'estratto dell'atto di morte del s.ten. Fuoco, conservato presso l'archivio dello Stato Civile del Comune di Milano.
[4] Sovviene, tra le altre, la vicenda di Giovanni Battista Bianchi Probati da Moltrasio, fratello dell'Alfonso di cui abbiamo narrato le vicende in questo post: Il caimano del Lario: Alfonso Bianchi Probati, un "laghée" tra gli Arditi della Grande Guerra
[5] I genitori Enrico Fuoco (1851-1919) e Virginia Mejana (185.-1939) sono invece entrambi sepolti presso il Cimitero Monumentale di Milano. Le spoglie del s.ten. Fuoco potrebbero verosimilmente essere state traslate presso il Sacrario di Castel Dante, appena fuori Rovereto.

BIBLIOGRAFIA
- Lucio Ceva, Storia delle Forze Armate in Italia, Torino, 1999.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.





venerdì 25 dicembre 2015

Il Santo Natale 1915 all'ospedale CRI di Legnano

Nell'augurare a tutti i lettori un felice S.Natale proponiamo un capitolo del diario della crocerossina Bianca Mojoli Barberis che nel Natale del 1915 prestava servizio nell'ospedale militare di Legnano, in provincia di Milano.

NATALE DI GUERRA

Fervono i preparativi pel Natale.
Nel bianco e tranquillo ospedale è come sospesa una commossa aspettazione, una gioiosa ansietà del domani così bello - ognuno pensa in cuor suo - così bello per chi ha intorno tanto calore di affetto e protezione. Che importa se la bruma decembrale mette come un velo freddo e opaco ai vetri ben chiusi delle grandi finestre? Dentro, nel caldo rifugio, alla luce delle lampade elettriche si animano e sorridono visi rifioriti di convalescenti e dolci visi di infermiere; in tutti gli occhi c'è una luce e un annunzio: domani è Natale!

Sommessi mormorii sfuggono da gruppetti di svelte figurine affaccendate; i soldati passano vicino gruppetti misteriosi, fingono di non udire e di non sapere, ma i loro volti ove l'animo è raccolto in commosso affetto, dicono chiaro ch'essi sanno e intendono. Sentono intorno ad essi, come materiato, il fervido desiderio che è in tutti - medici e infermiere - di ripagarli, almeno in parte, nella festività Natalizia, di tutti i disagi e le privazioni sofferte; di ridar loro, pur tra le corsie dell'ospedale, la dolcezza del focolare lontano.
Domani tante madri, tante spose, tante sorelle, avranno in cuore più fissa e più desiderata l'immagine dell'assente; per tutta quella femminile accorata tenerezza altre mani di donna preparano oggi col fervore di una missione da compiere, le sorprese e i doni che richiameranno sui visi pensosi dei bravi soldati un sorriso di riconoscenza affettuosa.
Dietro i vetri chiusi alla bruma decembrale nel tiepido rifugio delle corsie, nella luce viva delle lampade elettriche è come un'aura nuova di festività e di attesa: domani è Natale!

E' Natale. Da due millenni, quasi, la poesia di questo giorno soavissimo rinnova nei cuori degli uomini la commozione profonda del suo divino Mistero.
E ogni anno in questo giorno, è come un ritornare dell'anima alle fonti purissime della Bontà, dell'Amore, per spogliarsi di ogni debolezza e desiderare solo la Virtù.
Natale di guerra quest'anno! Festa dell'amore tra il fragore degli odii scatenati; commemorazione di Presepio tra la bufera e lo sconvolgimento degli uomini e delle cose.
Tutto questo penso varcando la soglia dell'ospedale, di primo mattino, quando ancora la lampada velata della notte fascia di ombra discreta i bianchi letti e i tranquilli dormienti.
Nell'atrio c'è luce e movimento.
Tra i doni arrivati all'ultima ora, ieri sera, sono le belle medaglie bronzee, commemoranti il Natale di guerra.
Vediamo: se le portassimo subito, una ciascuna per letto, ai nostri feriti, ed essi, levandosi, trovassero un primo dono del Bambino Gesù?
Un breve consulto tra il gruppo delle infermiere mattutine.
- Signora - dice una - il mio "56" mi ha avvisata fin da ieri sera che non si alzerà se non troverà nella pantofola il regalo del Bambino -
- Facciamo - è l'opinione di un altra - che la giornata incominci con una lieta sorpresa -
Piano, ciascuna prende il suo numero di involtini e va a preparare la dolce improvvisata.
E poichè la sveglia suona in quel punto e la luce si fa nelle corsie, è un levarsi curioso di voci e di richiami.
- Oh! Bello! -
- Guarda qui il soldato in trincea! -
- E il Bambino col ramo d'ulivo -
- Io me la attacco subito sulla giubba e me la porto in Chiesa alla Messa -
- Ed io no? -
- Grazie signora! -
- Grazie, signorina! -
Il "56" si è alzato, visto che la strenna è arrivata e si da attorno a cercare degli spilli, tra i compagni.
E le infermiere si apprestano a decorare le giubbe della graziosa medaglia col nastrino tricolore.
- I nostri compagni, lassù in trincea, che Natale avranno? -
La domanda viene da un ferito toscano, da poco arrivato dall'Ospedale da campo, un soldato sempre allegro, malgrado la sua "pancia bucata" come dice lui (una palla nemica lo ha ferito all'addome).
Per un attimo passa nel cuore d'ognuno lo stesso palpito pei fratelli e le voci taccioni.
La visione delle lontane trincee bianche di neve, e degli eroici difensori vigili tra il freddo e i disagi ritorna insistente durante la Messa celebrata nella Cappella Claustrale, in un'atmosfera di mistica bellezza e di commozione indescrivibile.
L'Altare è tutto uno sfavillio di lumi riflessi e moltiplicati nei lucidi argenti dei candelabri, nell'oro brillante del Tabernacolo e del tronetto rizzato tra i due angeli oranti, sul damasco d'oro della ricca pianeta indossata dal celebrante. Dall'incensiere leggere nubi si levano, velando a tratti e addolcendo lo sfolgorio che irraggia dalla Mensa preparata per il Sacrificio.
Al di qua della balaustra, nei banchi s'allineano le grigie divise dei soldati nostri e subito dopo di essi è il gruppo candido delle infermiere crociate. La nobildonna che ci è larga di ospitalità e che ha convertito un'ala del suo palazzo nel grazioso e quieto ospedale della Croce Rossa, è pure presente con tutta la sua Casa.
Nel fondo della Cappella, attorno all'Armonium, sono i cori che dovranno accompagnare la funzione divina.
E quando il Sacerdote sale all'Altare le note dolci e solenni di un'antica pastorale s'effondono intorno a noi e le argentine voci vibranti dei cori intonano un mottetto bellissimo:
- Gaudeamus! -
Viene fatto di sognare, tra la leggera nube d'incenso e il barbaglio dei lumi, un agitarsi e uno svolare di angeli intorno alla culla divina mentre la musica canta:
- Gloria in excelsis Deo! -
Nel gruppo delle grigie divise, in quello candido delle infermiere, nell'altro bruno delle Dame presenti, è lo stesso prono raccoglimento, lo stesso raccolto fervore. Ogni anima è come portata fuori dal mondo materiale in un'atmosfera di Paradiso; ogni anima dinetica un istante il peso affannoso della vita, per tuffarsi nella dolcezza confortatrice della Fede.
I visi che si levarono fermi incontro al nemico e alla morte, si curvano ora, vinti da una trepida dolcezza, davanti all'Ostia Divina; occhi che fissarono asciutti le orribili stragi ed il supremo pericolo hanno ora veli di lagrime trattenute.
- Agnus Dei - cantano le voci limpide e alla Divina Mensa s'accostano i buoni e forti soldati, le bianche infermiere.
... Veramente, ora, nella piccola Chiesa vi sono nubi d'incenso e nubi di Angeli...
Passa nella musica e nei cori un largo fremere di note imploranti:
- Parce Domine, parce populo tuo... - Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà dei Morti e dei sopravvissuti a questa immane bufera che ci travolge, come l'aquilone travolge le festuche del campo. La musica piange e implora:
- Parce Domine, parce populo tuo -


La medaglia del Natale 1915 di cui si parla nel diario (Fonte:Internet)

Crocerossine dell'ospedale CRI di Legnano con, al centro, l'autrice
Nel giardino dell'ospedale, sulla sinistra la chiesa del Santo Redentore di Legnano


Bibliografia:
- "Dal tacuino di un infermiera della Croce Rossa", Bianca Mojoli Barberis, Rocca S. Casciano 1919, Stabil. Tip. L. Cappelli