martedì 28 luglio 2020

Aiuto alla datazione delle CDV attraverso le medaglie

In alcuni articoli passati ci siamo occupati della datazione di uno scatto partendo dai particolari delle divise. Oggi invece vogliamo concentrarci sul decennio 1861-1871 quando, a parte alcune mode che segnavano l'estetica soprattutto dei copricapi, le uniformi rimasero sempre simili e un ausilio alla datazione può essere dato dallo studio delle medaglie al petto dei soggetti ritratti.
Ecco quindi qualche piccolo suggerimento, che speriamo possa esservi d'aiuto.

- Medaglie in versione ridotta (o mignon): Ante 1865

Questa tipologia di medaglie non sono comuni da vedere in foto poichè non erano oggetto di regolamenti militari, ma frutto di mode importate dall'estero.
La presenza di tali decorazioni permette di collocare lo scatto anteriormente al 1865 poichè, con nota n.64 del 12 Aprile 1865, il ministero della guerra emanava la seguente direttiva:

E' assolutamente vietato ai militari, quando sono in divisa, di portare decorazioni o medaglie di dimensione diversa da quella d'ordinanza, stabilita dai rispettivi decreti d'istituzione
Le autorità militari cureranno la stretta osservanza della presente disposizione.


Capitano dei bersaglieri con medagliere in versione ridotta

Particolare che permette di apprezzare meglio il medagliere

- Nastrini: Ante 1865
Sebbene oggi e da inizio '900 di uso molto comune, perchè permettono di avere divise più "leggere",  anch'essi non erano previsti dai regolamenti.
In questo caso però non ho trovato circolari in merito, sebbene l'usanza sembra sparita insieme a quella delle mignon.
L'unico accenno lo si trova nel R.D. che istituisce la medaglia commemorativa delle guerre d'indipendenza, che vedermo dopo, dove all'art.4 è riportato che:

Il nastro non può essere portato disgiunto dalla medaglia


Gruppo di ufficiali del 41° Reggimento Fanteria

Particolare che permette di notare il solo nastrino indossato sottotenente a sinistra, e le medaglie in versione ridotta dell'ufficiale si destra.

- Medaglia commemorativa delle guerre d'indipendenza: Post 1865

Questa medaglia, riconoscibile anche per le caratteristiche fascette che spesso la accompagnano, è forse la più comune da vedere in fotografia.
Venne istituita con R. Decreto del 4 Marzo 1865 e, cosa importante per la datazione, come riportato nell'art.10 della circolare n.9 del 9 marzo 1865 [1] ed andò a sostituire quasi tutte le medaglie precedenti:

Appena siano distribuite ai Corpi le nuove Medaglie colle relative fascette, i Comandanti dei Corpi cureranno a che cessi assolutamente l'uso delle altre Medaglie Nazionali Commemorative. Le sole medaglie Commemorative che rimangono autorizzate pei militari dell'esercito regolare sono:

- La medaglia dei Mille di Marsala;

- La medaglia di S. Elena;
- La medaglia di Crimea 1855-56;
- La medaglia Ottomana;
- La medaglia Francese del '59;

Anonimo capitano di fanteria. Il medagliere è composto, da sinistra a destra, dalla medaglia commemorativa delle campagne d'indipendenza in oggetto, della commemorativa di Crimea e della commemorativa Francese della campagna del '59.



- Ordine della Corona d'Italia: Post 1868

Questo ordine cavalleresco venne istituito con R. Decreto del 20 Febbraio 1868 

Anonimo maggiore di fanteria con un ricco medagliere. Indicato col numero 1 il cavalierato della corona d'Italia 

A cura di
Arturo E.A.

Note:

[1] Ministero della Guerra - Circolare n.9, Torino 9 Marzo 1865 Istruzioni per l'esecuzione del R. Decreto in data 4 Marzo 1865, col quale venne istituita una medaglia commemorativa delle guerre per l'Indipendenza e l'Unità d'Italia;

Bibliografia:
- Giornale Militare Ufficiale, Edito dal Ministero della Guerra - Annate Varie

giovedì 2 aprile 2020

Un berretto per un colonnello - Emilio Ravanelli

Spesso abbiamo tentato di raccontare, grazie ai nostri articoli, storie di combattenti attraverso oggetti a loro appartenuti (come nel caso del capitano Paolo Ballatore e del tenente Antonio Depoli) oppure comunque a loro direttamente riferiti, quali decorazioni al valor militare alla memoria (nel caso, tra gli altri, del capitano Bartolomeo Gurgo) o diplomi (come nel caso del sottotenente Giuseppe Vittone).
Ciò è quello che avremmo desiderato fare anche con il presente articolo, che prende le mosse, ancora una volta, da un oggetto. Si tratta, stavolta, di un berretto da colonnello comandante di un reggimento di fanteria, secondo il modello regolamentato nel 1895 e confermato con l'istruzione del 1903. Il copricapo è stato recentemente recuperato dall'autore in condizioni…pietose, e sottoposto a un delicato restauro che, senza aggiungere né togliere alcun elemento dal medesimo, lo ha riportato, almeno parzialmente, alle forme (non diremo allo splendore) originale.

Berretto da colonnello comandante del 140° regg. fanteria della Brigata "Bari" (coll. dell'autore).
Il berretto, tuttavia, ha una particolarità: appartenne, cioè, ad uno dei comandanti del 140° reggimento Fanteria della Brigata "Bari", come rivela la cifra nel tondino del fregio frontale. Un elemento interessante, quando si consideri che tale reparto esistette solo dal 1915 al 1919. Fu, dunque, un reparto che legò le proprie vicende unicamente alla Prima guerra mondiale.
Dettaglio del trofeo da berretto per l'arma di fanteria, sottopannato in robbio.
La Brigata "Bari" – formata dal 139° e 140° reggimento fanteria – costituiva, infatti, una brigata di fanteria di Milizia Territoriale: era, cioè, tra quelle unità che, secondo l'ordinamento dell'esercito italiano allora vigente, non esisteva in tempo di pace, ma era invece destinata ad essere costituita in caso di mobilitazione, inquadrando coscritti richiamati dal congedo.
I due reggimenti della "Bari", nello specifico, furono mobilitati (i.e., costituiti) dai depositi di due reggimenti di esercito permanente. In particolare, il comando di brigata e il 139° reggimento furono costituiti dal deposito del 10° reggimento della Brigata "Regina" con sede a Bari , mentre il 140° fu mobilitato dal deposito del 47° reggimento della Brigata "Ferrara", avente sede a Lecce.

La costituzione del 140° avvenne, secondo il riassunto storico, il 1° gennaio del 1915. Al termine del conflitto, con il riordinamento delle forze armate conseguente alla smobilitazione, anche la Brigata "Bari" fu sciolta, e il 140° reggimento fu disciolto nel settembre del 1919 [1].
Cartolina illustrata della Brigata "Bari".
Come si può dedurre dalla sua breve vita, il reggimento, nel corso dei quattro anni di campagna, ebbe ben pochi comandanti. Questa la cronotassi dei titolari del reparto:
  • col. Giovanni Battista Servici, da Roma, dal 24 maggio al 24 agosto 1915;
  • ten. col. Giovanni Gotelli, dal 28 agosto al 4 ottobre 1915;
  • col. Emilio Ravanelli, dal 6 ottobre 1915 al 21 luglio 1916;
  • ten. col. Francesco Tomasuolo, dal 22 luglio all'11 settembre 1916;
  • col. Giuseppe Solaro, dal 24 settembre al 25 ottobre 1916;
  • col. Enrico Ferrari, dal 1° novembre al 10 dicembre 1916;
  • ten. col. Ernesto Signori, dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917;
  • col. Eugenio De Vecchi, dal 23 giugno al 31 agosto 1917;
  • ten. col. Efraim Campanini, da Pieve di Cento, dal 1° settembre al 25 ottobre 1917;
  • ten. col. Pietro Bonami, da Firenze, dal 28 ottobre 1917 al termine della guerra.

Il proprietario del berretto nelle nostre mani, dunque, si nasconde evidentemente tra gli ufficiali appena menzionati.
Bisogna poi svolgere alcune riflessioni.
Anzitutto, trattandosi di un berretto che ci è pervenuto, lungo cento anni, intatto nei suoi attributi (appunto, propri di un colonnello comandante del 140° fanteria) ne consegue che il suo antico proprietario non dovette ricoprire, successivamente al periodo trascorso al comando del reparto in discorso (il 140°) alcuna altra carica di pari grado: diversamente, avrebbe provveduto a mutare, semplicemente, le cifre nel tondino, adattandole al nuovo reggimento.
Laddove, per ipotesi, avesse cambiato corpo (per esempio, venendo trasferito ai bersaglieri), è assai probabile che - come d'uso al tempo - avrebbe fatto sostituire tutte le metallerie (gallone, galloncino e bottoni), nonché le filettature, anziché acquistare un nuovo berretto. Tale è il caso, in particolare, del col. Servici che - esonerato dal comando del 140° il 12 agosto 1915 - avrebbe poi comandato il 3° Regg. Bersaglieri sul fronte dolomitico.
Da questa semplice osservazione si trae in definitiva che l'originale proprietario del berretto, ceduto il comando del 140° reggimento, dovrebbe alternativamente: essere stato promosso al grado superiore (tenente generale); essere stato posto a riposo; essere deceduto.
Orbene, da una rapida analisi dei profili degli ufficiali menzionati sopra, si trae anzitutto che nessuno di loro cadde in combattimento.
Si aggiunga anche che pare assai improbabile che, in tempo di guerra, ci si facesse confezionare un berretto turchino - del modello introdotto nel 1895 e confermato nel 1903 - e lo si guarnisse del fregio di un reggimento il cui comando (come nel caso del col. Gotelli, del col. Solaro, del col. Ferrari e del col. De Vecchi) fosse stato mantenuto solo per uno/due mesi.

Riassuntivamente, senza dilungarci, si dirà che, esclusi la maggior parte dei "candidati" mediante i criteri di cui sopra, restano "in lizza" due personaggi, i quali tennero consecutivamente il comando del reggimento per oltre sei mesi ciascuno.
Anzitutto, il ten. col. Ernesto Signori. Circa tale personaggio, non è purtroppo possibile dire alcunché: infatti, non se ne trova alcun riferimento sugli annuari militari rilevanti. Perciò, pare doversi concludere che si tratti di un refuso, in sede di compilazione del riassunto storico. Il personaggio dovrebbe dunque essere identificato nel ten. col. Ernesto Liguori, il quale fino all'estate del 1916 era comandante del IV battaglione del 68° reggimento della Brigata "Palermo". Appare ben possibile che egli sia stato successivamente trasferito al 140°, del quale potrebbe appunto aver ricoperto il comando dall'11 dicembre 1916 al 20 giugno 1917. Tuttavia, tale personaggio, poi promosso al grado di colonnello, avrebbe successivamente ricoperto altri incarichi di comando [2].
In secondo luogo, residua il nominativo del colonnello Emilio Ravanelli. Con riguardo a quest'ultimo, ci è stato possibile, curiosamente, reperire numerose informazioni.
A tal proposito, è bene dire che non vi è alcun elemento determinante e inequivoco – poste le premesse di cui sopra – per attribuire il berretto in discorso proprio al colonnello Ravanelli. Tuttavia, dato che siamo riusciti a ricostruire numerosi dettagli circa questa figura di soldato - la quale fu anche legata a Como, città di chi scrive -, l'occasione sarà comunque opportuna per rievocarla, insieme ai nostri quattro lettori.

Breve profilo del colonnello Emilio Ravanelli

Emilio Ravanelli nacque a San Giovanni in Persiceto, nella provincia bolognese, il 29 novembre del 1864. I suoi genitori erano Andrea Ravanelli, di professione cappellaio, e Claudia Savorini, di condizione agiata. Deciso a intraprendere la carriera militare, il giovane Emilio frequentò - probabilmente - l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, ottenendo la nomina a sottotenente il 3 agosto del 1884. Ventenne, iniziava così la sua carriera da ufficiale del Regio Esercito: una carriera che avrebbe svolto integralmente nell'Arma di Fanteria, prestando servizio presso vari reggimenti, dislocati lungo tutta la Penisola.
Nel 1891, da tenente, fu in servizio a Como, presso la compagnia permanente del locale Distretto Militare (23). Promosso capitano nel 1898 [3], fu al 21° reggimento della "Cremona", per poi essere nuovamente trasferito a Como, presso il 78° reggimento della Brigata "Toscana", in quel periodo avente sede nel capoluogo lariano [4].
Grazie alla frequentazione della buona società comasca, il capitano Ravanelli dovette incontrare una giovane e fascinosa signorina, della quale rimase ammaliato: si trattava della milanese Fortunata Camagni Bolzani, in arte Lice Formen, cantante lirica. Di lei si ricorda in particolare la fortunata interpretazione di Maddalena nella pucciniana Manon Lescaut presso il Teatro Sociale di Como, nella stagione teatrale 1895-1896 [5].
I due, in breve, convolarono a nozze nel 1901 a Milano, prendendo poi dimora a Como [6], dapprima in Piazza Vittoria, e poi al num. 41 di Via Valduce. Il matrimonio coincise con la fine della carriera artistica di Lice Formen, che - per volere del marito, austero militare - abbandonò il teatro.
Nel 1902, la famiglia si allargò con la nascita di una figlia, Claudia Orsola [7].
Tuttavia, in ragione di un avvicendamento di sedi, la famiglia dovette qualche anno dopo trasferirsi a Bra, ove fu trasferito il 78° reggimento fanteria. In seguito, il capitano Ravanelli ottenne - verosimilmente dietro sua domanda - il trasferimento al 68° reggimento Fanteria della Brigata "Palermo", con sede a Milano. I signori Ravanelli vi presero dunque dimora, in un bello stabile liberty di Via Crema, in zona Porta Romana.
La moglie (a sx, all'epoca della sua carriera lirica) e la figlia (a dx, negli anni Venti) del col. Ravanelli.
Foto tratta da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra, op. cit.
Nell'estate del 1911, Emilio Ravanelli ottenne la promozione al grado di maggiore, e lo stesso anno fu anche insignito del cavalierato della Corona d'Italia [7].
Gli eventi della Guerra italo-turca non scalfirono la tranquillità famigliare dei Ravanelli, dato che il maggiore non fu incluso tra le aliquote del 68° reggimento fanteria destinate in terra d'Africa.
Così trascorsero gli anni sino al fatidico 1914. In seguito allo scoppio della guerra europea, l'Italia - secondo quanto meglio illustrato in altri articoli del nostro blog -, pur in una posizione di neutralità, iniziò progressivamente la mobilitazione delle proprie forze armate.
In questo quadro, avvenne anche la costituzione di numerose unità di fanteria di Milizia Territoriale, destinate cioè ad inquadrare i coscritti richiamati dal congedo.
Tra queste, tra novembre e dicembre del 1914, vi fu anche la nuova Brigata "Milano", costituita dal 159° e 160° reggimento fanteria. Il 159°, in particolare, fu costituito dal deposito del 68° reggimento della "Palermo": tra gli ufficiali di quest'ultimo reparto destinati alla nuova unità vi fu, dunque, anche Emilio Ravanelli, il quale frattanto era stato promosso al grado di tenente colonnello.
A lui fu, dunque, affidato il comando del III battaglione del 159° reggimento fanteria [8]. Mancavano, ormai, solo pochi mesi all'intervento in guerra anche del Regno d'Italia.

La guerra: il 1915

Nel corso della primavera del 1915, dunque, di pari passo con le operazioni della c.d. mobilitazione occulta, i reggimenti delle unità neocostituite si dedicarono ad un intenso addestramento, per istruire i richiamati e amalgamare i reparti.
Nel caso della Brigata "Milano", la dichiarazione di guerra dovette sorprendere l'unità in una condizione di non sufficiente prontezza: infatti, al 24 maggio 1915, i due reggimenti si trovavano ancora a Gussago, nel bresciano, ben lontani dal fronte. L'unità – operativamente inclusa nella 35^ Divisione – con le settimane successive si avvicinò alla zona di operazioni, raggiungendo il vicentino a inizio luglio, per poi ascendere, alla metà di agosto, sull'Altopiano di Asiago. Tuttavia, fino alla metà di ottobre, i due reggimenti della "Milano" non presero parte ad alcuna operazione di combattimento. Ciò sarebbe avvenuto – in maniera, purtroppo, assai infelice – solo con il 18 ottobre 1915, quanto la Brigata avrebbe avuto il suo drammatico battesimo del fuoco tentando di espugnare le munitissime posizioni del Costone (o Trincerone) Durer. A tale data, tuttavia, il ten. col. Ravanelli aveva già lasciato il reparto: egli, infatti, era stato chiamato al comando del 140° reggimento fanteria della Brigata "Bari"
A far data dal 1° ottobre, infatti, egli era stato promosso al grado di colonnello, e destinato dunque al comando di un reggimento [9].
Emilio Ravanelli, così, rilevò il comando del reparto – dal ten. col. Giovanni Gotelli – alla data del 6 ottobre 1915. A tal proposito, è significativo notare come ad un ufficiale quale Ravanelli, che non aveva ancora preso parte ad alcuna azione di combattimento – né del resto aveva alcuna esperienza al riguardo, non avendo neppure preso parte alla Guerra italo-turca – fosse affidato il comando di un reggimento che si trovava in prima linea pressoché ininterrottamente da tre mesi. La Brigata "Bari", infatti, aveva preso parte alle sanguinose offensive estive, combattendo duramente nel conteso settore di San Martino del Carso, nelle cui trincee il reggimento si trovava al momento in cui il ten. col. Ravanelli lo raggiunse.
Tratto di fronte tenuto dal XIV C.d.A. alla vigilia della Terza Battaglia dell'Isonzo.

Nonostante la poca esperienza di guerra guerreggiata, il nuovo comandante si sarebbe rivelato all'altezza del compito. Dopo soli dieci giorni dal suo arrivo, infatti, la Brigata "Bari" sarebbe stata impegnata nelle operazioni della Terza battaglia dell'Isonzo, allorquando – insieme a tutto il XIV corpo d'armata (28a - 29a e 30a divisione) - avrebbe tentato nuovamente la conquista delle alture di S. Michele e S. Martino. A partire dal 18 ottobre, il 140° reggimento sarebbe dunque entrato in combattimento, al comando del col. Ravanelli.
Gli assalti sarebbero proseguiti fino al giorno 25, ma senza risultati di rilievo, e con altissime perdite [10]. Dopo un breve periodo di riposo, la "Bari" sarebbe tornata all'attacco il 4 novembre, facendo progressi nel settore di San Martino, pur anche stavolta a prezzo di gravi perdite [11]. Il 5 novembre, i due reggimenti tornarono a riposo, nel settore di Sevegliano - Ontagnano - Felettis - Privano, ove rimasero sino a fine anno.
Come si diceva, il colonnello Ravanelli - pur "neofita" del fronte - dovette farsi apprezzare per la propria azione di comando, tanto che - probabilmente su proposta del comandante della Brigata, Enrico Caviglia, uno dei nostri più brillanti ufficiali generali - gli fu conferita la medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Con costante attività ed alto spirito militare, sprezzando ogni pericolo e portandosi sempre in primissima linea, guidò il proprio reggimento in successivi, numerosi attacchi contro forti trincee nemiche." - Carso, 18 ottobre - 9 novembre 1915.
Ritratto del col. E. Ravanelli apparso su La Domenica del Corriere per celebrare il conferimento della MAVM.
Si osservi, in proposito, che - a differenza di quanto si potrebbe pensare - la concessione di onorificenze al valor militare a ufficiali comandanti di reggimento non era, per nulla, cosa scontata: ciò, dunque, fa onore alle qualità di comandante del cav. Ravanelli. La foto riportata qui sopra, tratta da La Domenica del Corriere, è assai interessante anche dal punto di vista uniformologico: Ravanelli, infatti, indossa l'uniforme turchina secondo l'istruzione del 1903, con il berretto recante gli attributi da colonnello (gallone e tre galloncini); tuttavia, al bavero porta ancora le mostrine della sua vecchia Brigata "Palermo", non già quelle della "Bari" e neppure quelle dalla "Milano": segno che, in tempo di guerra, l'adattamento delle uniformi non era, spesso, omogeneo.
Le offensive della fine di ottobre provarono in maniera durissima i due reggimenti della "Bari", tanto che essi rimasero in zona di riposo sino al mese di marzo. Rientrata in efficienza, l'unità fu trasferita, con la metà di aprile, nel settore del Monte Sabotino, ove conseguì alcuni successi – perlopiù ad opera del 139° reggimento.

Dopo tali sforzi, la "Bari" tornò in zona di riposo fra Dobra e Sant'Andrat. Qui essa si trovava alla metà di maggio del 1916, quando fu raggiunta dalle notizie della poderosa offensiva sferrata dal nemico nel settore degli Altipiani.


Il 1916: la Battaglia degli Altipiani
La Brigata "Bari", dunque, fu tra le unità scelte per essere inviate a rinforzo delle truppe operanti sugli Altipiani: i due reggimenti furono, quindi, caricati su treni e trasferiti nel vicentino, raggiungendo il 31 maggio la zona fra Giarabassa e Bolzonella.
L'8 giugno la "Bari" fu trasferita a Cismon e il giorno dopo a Enego.
Infine, il 16 giugno, la Brigata "Bari" entrò in linea, per partecipare alla controffensiva: ad essa fu affidato il compito di superare la Piana della Marcesina e di attaccare il Monte Confinale. Il tentativo, fatto purtroppo in pieno giorno, di attraversare la piana non sortì effetto, a causa dei reticolati apprestati dal nemico. L'operazione fu ritentata il 17, e poi ancora sino al 20, ugualmente senza successi, ed alternando avanzate e ripiegamenti.
Il 25 giugno, in seguito al parziale ripiegamento degli Austro-Ungarici, il Regio Esercito riprese l'offensiva: alla Brigata "Bari" fu dunque affidato il compito di avanzare lungo la direttrice Monte Fiara - Monte Colombara - Monte Zingarella. Il 26 giugno, dopo immani sforzi, i nostri fanti riuscirono ad espugnare le posizioni di Monte Fiara, ma lo slancio degli Italiani dovette arrestarsi, a causa dei forti trinceramenti nemici. I combattimenti continuarono, furiosi, in special modo il 29 giugno e il 3 luglio, pur senza il raggiungimento di risultati di rilievo.
Il 12 luglio, infine, la Brigata "Bari" fu inviata a riposo a Fontana dei Tre Pali, alle falde settentrionali del Monte Castelgomberto: le sue perdite dal 7 giugno al 12 luglio sono di 64 ufficiali e 1855 gregari.
Le truppe della Brigata "Bari" sarebbero rientrate in linea il 20 agosto, sulle posizioni di Monte Colombara.
Al comando del 140° reggimento, però, non c'era più il colonnello Ravanelli: a far data dal 22 luglio, al suo posto fu infatti nominato il ten. col. Francesco Tomasuolo, che avrebbe guidato il reparto solo per circa un mese e mezzo.
Otto giorni dopo l'arrivo in zona di riposo, dopo aver comandato il suo reparto in condizioni difficilissime, il col. Ravanelli lasciava dunque il suo 140°: difficile affermare quale ragioni fossero alla base dell'avvicendamento. Di certo, Ravanelli non fu trasferito al comando di un altro reparto mobilitato [12]. Possibile, invece, che la causa fosse legata a eventi spiacevoli: un "siluramento" cadorniano, o magari condizioni di salute malferme, a seguito dei duri sforzi delle settimane precedenti.
Ravanelli, in ogni caso, abbandonò la linea del fronte e, nel corso dell'estate, le sue condizioni peggiorarono notevolmente. Probabilmente con l'autunno del 1916 egli si ritirò a Pallanza, amena località sul Lago Maggiore, ove sperava forse si rimettersi in salute, prendendo alloggio in una villa situata in Via alla Palude.
Così non fu: pochi mesi dopo, il 20 marzo 1917, alle due antimeridiane, Emilio Ravanelli lasciava il mondo dei vivi, a soli 52 anni, per una grave insufficienza epatica. Fu, probabilmente, sepolto nel cimitero di Pallanza.
Lasciava la moglie Fortunata, e la giovanissima figlia Claudia.
Notizia della morte del col. Ravanelli apparsa su "Il Resto del Carlino" del 23 marzo 1917,
Quali che fossero le ragioni della sua malattia, essa fu riconosciuta come dipendente "da causa di servizio": pertanto, Emilio Ravanelli figura sull'Albo d'oro nazionale dei caduti, e alla sua vedova fu corrisposta la pensione privilegiata di guerra.
Il nome del col. Ravanelli è ricordato a Milano, sul monumento ai caduti del quartiere di Porta Romana.
Alla memoria di questo soldato, dedichiamo questo articolo.

A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] http://www.regioesercito.it/reparti/fanteria/rgt/rgt140.htm
[2] Vedasi Bollettino ufficiale del Ministero della Guerra, 4 luglio 1919, pag. 4592, che riferisce il trasferimento del colonnello Liguori cav. Ernesto, colonnello del deposito dell'80° reggimento fanteria.
[3] In G.U., anno 1891.
[4] Annuario militare del Regno d'Italia, anno 1907.
[5] Como e il Teatro, opuscolo a beneficio dei lettori de La Provincia di Como, anno 1912, p. 12.
[6] Atto di matrimonio Ravanelli - Camagni Bolzani.
[7] Le informazioni sulla famiglia Ravanelli sono tratte da M. Gandini, Raffaele Pettazzoni…, op. cit.
[8] Riassunto storico della Brigata "Milano".
[9] Decreto del Ministro della Guerra in data 21 ottobre 1915.
[10] La "Bari" perde 40 ufficiali e 1061 militari di truppa.
[11] Nelle azioni dal 28 ottobre al 4 novembre, la Brigata perdette 53 ufficiali e 1529 militari di truppa.
[12] Ciò si desume dal controllo dei riassunti storici delle altre brigate di fanteria, come anche dal fatto che, sull'Albo d'oro dei caduti, sarà ricordato ancora come colonnello del 140° fanteria.




BIBLIOGRAFIA
- M. Gandini, Raffaele Pettazzoni nel primo dopoguerra - materiali per una biografia, in Strada maestra, quaderni della biblioteca G.C. Croce, San Giovanni Persiceto, n. 44, 1° semestre 1998.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.

lunedì 24 febbraio 2020

L'influenza Spagnola da un opuscolo del 1918

In questi giorni in cui l'Italia ed il mondo interno sono alle prese con un epidemia che sembra difficile da contenere, agli appassionati di storia non potrà non tornare alla mente la più grande pandemia che colpì il globo nel XX secolo: L'influenza Spagnola.
La spagnola portò, in una realtà già provata da cinque anni di guerra, ad un bilancio circa 500.000.000 di contagiati e tra i 50/70.000.000 di morti.
Fortunatamente il Covid-19 non è al momento paragonabile a quel virus, grazie anche all'avanzamento della ricerca medica, ma avendo poco tempo fa recuperato un opuscolo emesso nel 1918 dal Ministero dell'Interno del Regno d'Italia ci è sembrato interessante sottoporre ai nostri lettori le avvertenze che, ieri come oggi, permettono di evitare il propagarsi di una malattia virale.










A cura di
Arturo E.A

giovedì 19 dicembre 2019

Viali e Parchi della Rimembranza: un profilo generale e il caso della città di Como

Nel primo dopoguerra, contestualmente all’edificazione di opere monumentali, si diffusero in tutta Italia i cosiddetti viali o parchidelle rimembranze”, spazi di verde pubblico dedicati alla memoria dei caduti nella Grande Guerra. L’idea di fondo era che, in ogni Comune, al ricordo di ciascun caduto fosse dedicata una pianta.
Tali selve votive, secondo uno dei principali artefici di tale iniziativa – il sottosegretario alla pubblica istruzione Dario Lupi – dovevano rappresentare
la spirituale comunione tra vivi e morti per la Patria, luoghi sacri al culto della Nazione, dove i fanciulli si sarebbero educati alla santa emulazione degli eroi”.
La realizzazione dei viali avvenne, a partire dalla fine del 1922, su diretto impulso del Ministero della Pubblica Istruzione.

Il contributo, assai documentato, di Edoardo Visconti, fornisce una disamina generale di questo singolare fenomeno, analizzando con rigore il caso della città di Como. Così, le vicende travagliate del viale e parco delle rimembranze di Como - vandalismi, morie di piante, devastazioni post belliche - assurgono a paradigma delle vicissitudini che questi "monumenti arborei" vissero in tutte le città d'Italia, nelle turbinose stagioni storiche e politiche che si susseguirono dopo la loro realizzazione.

Viale e Parco della Rimembranza - Le Vicende di Como




sabato 26 ottobre 2019

Luigi Marschiezek - Dal Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia

Per l'articolo di oggi andremo agli albori del Regno d'Italia, vedremo infatti la storia di un alfiere del Reale esercito delle due Sicilie che a seguito dell'unificazione venne incorporato nel neonato Regio Esercito Italiano.
Questa storia ha inizio anni fa, quando su un sito d'aste comparve la foto che segue, ritraente un alfiere del Regno delle Due Sicilie.



Il venditore aveva già indicato un nome sul probabile soggetto della foto ma, probabilmente perchè un po' pigro, aveva omesso di inserire il retro e quindi grande fu la sorpresa quando una volta ricevuto scoprii che il retro riportava una dettagliata biografia della vita del soggetto nel biennio 1860/61!

Ecco il testo:
Promosso alfiere sul 3° disponibile, in seguito a concorso, il 1° Maggio 1860, e destinato al 6° Batt. Cacciatori. In seguito all'attacco e presa di Caiazzo, 23 settembre 1860, trasferto per premio al 2° Regg.to Ussari della G.a R.e. Dopo il bombardamento del campo al Garigliano, 2 novembre 1860, passato col corpo nello Stato Pontificio, 6 Novem. 60, ed accantonato a Frascati.
Prosciolti dal giuramento, 27 novembre 60, partiti da Roma per rientrare nello stato, 2 Genn. 61, e giunti a Ceprano, si ebbe notizia che toccando la frontiera saremmo stati arrestati e tradotti con scorta a Napoli: ad evitare ciò, si ritornò a Roma, ed a Civitavecchia c'imbarcammo per Napoli, dove giunti ci aspettava il premio dovuto al soldato che compie il proprio dovere. Arrestati, e con scorta dei Granatieri, in N° di 80 e più Ufficiali, fummo tradotti al Carcere di S. Francesco. Altri compagni si trovavano rinchiusi nei forti di S.Elmo e Castello dell'Uovo. Dopo 8 giorni di detenzione, fummo con scorta tradotti alla darsena ed ivi imbarcati per Genova. Quivi giunti, fummo alloggiati alla Caserma S. Connino, e trascorsi 6 giorni, partimmo col Colonnello di fanteria sig. Galateri, per Chiavari, ove restai per 3 mesi dopo data la voluta adesione per prendere servizio nell'Armata. Col bollettino M. di Maggio 1861 venni destinato ai Cavalleggeri Monferrato, di residenza a Brescia.




Visti i numerosi dettagli una ricerca, sebbene magari un po' difficoltosa, era abbastanza fattibile. Iniziai così a spulciare i vari annuari delle nomine partendo dal cognome indicato dal venditore Marschiezek e così, grazie anche all'aiuto di un amico in possesso dell'annuario militare borbonico del '60 con tutti gli ufficiali, arrivai alla conferma del nome: Luigi Marschiezek, nato a Napoli il 31 Maggio 1830.

Nel bollettino delle nomine del 1° Maggio erano infatti presenti ben 150 nominativi di promozione al grado di alfiere. Tra questi solo due vennero inquadrati nel 6° Battaglione Cacciatori: il nostro Luigi Marschiezek e Nicola de Torrebruna. Inoltre l'indicazione "sul 3° disponibile" indica che il Marschiezek proveniva dai ruoli dei sottufficiali e non dalla scuola militare Nunziatella, ecco perchè ha avuto la promozione ad ufficiale solo a 30 anni.

Tra la nomina ad alfiere e il primo combattimento, periodo durante il quale fu scattata la foto, non sono riportate note ma è probabile che, vista la situazione di crisi, il Marschiezek segui il 6° Cacciatori in tutti i suoi spostamenti, spostamenti che lo portarono nel settembre del 1860 a prendere parte a quella che sarà poi conosciuta come "Battaglia di Caiazzo".
In quello scontro il 6° Cacciatori, al comando del capitano Luise, era aggregato alla brigata comandata dal Tenente Colonnello Ferdinando La Rosa. In quelle giornate il 6° Cacciatori fronteggiò combattivamente i garibaldini della brigata Cattabene sia nella difesa della scafa di Limatola che in seguito alla collina San Giovanni, contribuendo alla vittoria dell'esercito duosiciliano.
Non sappiamo quali azioni compì, ma come premio il nostro alfiere venne trasferito in uno dei reparti d'élite dell'esercito: il 2° Reggimento Ussari della Guardia Reale.

Nella biografia non si fa cenno alla battaglia del Volturno, non è quindi noto se il nostro prese parte a quello scontro nel quale alcuni reparti del 2° Ussari presero parte alla disastrosa carica di S. Maria.
Le note però ci fanno sapere che il nostro era presente sul Garigliano, a difesa del fiume dalle truppe piemontesi. Li subì il bombardamento ad opera delle navi del generale Persano e, nell'impossibilità di raggiungere Gaeta, il suo reparto riparò nello Stato Pontificio.
Attraverso un accordo raggiunto col comandante del contingente francese di stanza a Roma venne concesso ai soldati pontifici di rimanere di guarnigione nello Stato Pontificio, a condizione di deporre le armi. Ma Regno delle Due Sicilie è ormai giunto alla fine e il 27 Novembre i militari vengono liberati dal giuramento, e l'8 dicembre il Reggimento Ussari della Guardia Reale viene ufficialmente sciolto.

Rientrato a Napoli, ora parte del neonato Regno d'Italia, viene arrestato insieme ai suoi commilitoni e tradotto prima in carcere, ed in seguito trasferito via mare a Genova. Gli accordi di resa prevedevano infatti per gli ex soldati duosiciliani un periodo di prigionia e due mesi di tempo per decidere se fare domanda per passare nel Regio Esercito Italiano.
Per valutare queste domande di passaggio della categoria degli ufficiali il 9 dicembre 1860 venne creata una apposita commissione composta sia da ufficiali sabaudi che dell'ex Regno delle Due Sicilie. In totale gli ufficiali passati sotto il nuovo esercito furono 2311, tra i quali troviamo il nostro Marschiezek che venne assegnato ai Cavalleggeri di Monferrato col grado di Sottotenente.

Sul resto della vita di Luigi Marschiezek non ho trovato altre informazioni, ma nell'annuario del Regio Esercito del 1876 il nome non è più presente tra gli ufficiali in servizio.

Curiosando su google però nel 1869 si trova un Luigi Marschiezek che risulta abbia pubblicato, come compositore, una polka dal titolo "Tre Baci". Non c'è la certezza sia la stessa persona, ma mi piace pensare che, dopo tutte le sofferenze e tribolazioni passate, il nostro Luigi sia riuscito a pubblicare una sua composizione.


A cura di
Arturo E.A.

Bibliografia:
- "Gli Eserciti pre-unitari e quello Italiano" Rassegna Storica del Risorgimento Italiano 1972 - http://www.risorgimento.it/;
Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali dell'esercito italiano e nel personale dell'amministrazione militare, Ministero della Guerra;
- Enciclopedia Militare, editore Il Popolo d'Italia, 1927-1933.


mercoledì 28 agosto 2019

28 agosto 1915: Antonio Depoli e i fanti della Brigata "Valtellina" a Santa Lucia di Tolmino



In uno dei primi articoli pubblicati su questo blog, ormai quattro anni fa, abbiamo raccontato – prendendo spunto dal ritrovamento di alcune medaglie - la breve storia di un giovane ufficiale genovese: Carlo Balestrero, sottotenente del 26° Reggimento fanteria della Brigata "Bergamo". Ancora, esattamente un anno fa, vi abbiamo narrato le vicende del capitano Paolo Ballatore, del 111° Reggimento della Brigata "Piacenza". Oggi, grazie al recupero di altri cimeli, vi racconteremo invece la vicenda di Antonio Depoli, che si consumò negli stessi giorni di quella del Ballatore, e negli stessi luoghi di quella del Balestrero.

***

La nostra storia prende le mosse da un ritratto fotografico, inserito in una bella cornice dorata, e ritrovato insieme ad un vecchio berretto militare, sporco e polveroso. Lo stesso berretto che si vede, abbastanza distintamente, nella foto stessa.


Il ritratto fotografico da cui prende le mosse questo articolo (coll. dell'A.).


Dettaglio del ritratto fotografico (coll. dell'A.).
 Con un veloce restauro, riconsegniamo al copricapo - un berretto da sottotenente di fanteria secondo il modello disciplinato nel 1895 e confermato nel 1903 - la sua forma originaria, e un certo decoro.

Il berretto, rimesso in forma e ripulito (coll. dell'A.). 
In ultimo, con una non breve ricerca, e tanta fortuna, riusciamo infine a risalire al nome del giovanotto ritratto in foto: si chiamava Antonio Depoli. Nel prosieguo cercheremo di raccontarvi qualcosa di lui.
*


Antonio Depoli [1] nacque a Milano il 28 aprile del 1893. I suoi genitori erano Pietro Depoli, di professione imprenditore, e Carolina Anolari, di condizione agiata. Prima di Antonio, essi avevano già avuto un altro figlio, Giovanni, nato nel 1891. La famiglia risiedeva in una palazzina di Via Montevideo, in zona Porta Genova. Nell'autunno del 1900, la vita famigliare fu funestata dalla morte del capofamiglia, e pertanto i due ragazzi dovettero crescere accuditi dalla sola madre Carolina.
Il giovane Antonio, svolti gli studi inferiori, conseguì il diploma. Dopodiché s'iscrisse, con molta probabilità, alla Scuola di Telegrafia istituita a Milano dal Ministero delle Poste e Telegrafi.

In quegli anni, infatti, lo sviluppo e l'amplissima diffusione delle comunicazioni telegrafiche si scontrava con la carenza di personale specializzato nell'utilizzo di tali apparecchi. Pertanto, furono istituite, in numerosi capoluoghi di provincia, delle "Scuole di telegrafia teorico-pratica", con lo scopo di istruire i nuovi quadri del personale postale. Conseguentemente, l'accesso al concorso da "alunno postale e telegrafico" – che costituiva il primo gradino della carriera da funzionario postale – fu appunto subordinato alla previa frequenza delle scuole di telegrafia.

L'alunnato postale e telegrafico costituiva, come detto, un periodo di lavoro e tirocinio, propedeutico alla nomina a "ufficiale" nei ruoli delle Regie Poste e Telegrafi. A tal fine, gli alunni postali avevano in particolare l'obbligo di svolgere "l'istruzione teorico-pratica sull'apparato telegrafico Hughes", che costituiva necessario requisito per il proseguimento della carriera postale.
Tale dovette essere, pertanto, anche il percorso di Antonio Depoli: questi, dopo aver ben frequentato la scuola di telegrafia di Milano, partecipò dunque al concorso per alunno postale bandito, probabilmente, nei primi mesi del 1913.
Nelle more della pubblicazione dei risultati del concorso,  nel giugno del 1913 il nostro fu chiamato al reclutamento nel Regio Esercito [2]. Presentatosi dunque al Distretto Militare di Milano, fu destinato a frequentare i corsi per allievo ufficiale di complemento, che sarebbero iniziati al termine di quell'anno. Il foglio matricolare ce lo descrive alto 1,69 m, dai capelli castani ondati, di colorito pallido.
Rinviato dunque in congedo, Depoli ritornò al proprio lavoro sino al successivo mese di dicembre. In data 31 dicembre 1913, infine, lasciato il telegrafo, Antonio Depoli fu arruolato.

Benché le sue competenze tecniche ne facessero un prezioso elemento per l'arma del Genio – in seno alla quale si stava sempre più sviluppando la specialità dei telegrafisti – Depoli fu assegnato alla fanteria di linea. In particolare, fu destinato al 92° reggimento della Brigata "Basilicata", con sede a Torino.
Pochi giorni dopo il suo arrivo al reparto, con decreto del 20 gennaio 1914 [3], Depoli ottenne la sospirata nomina ad alunno postale, presso la Direzione provinciale delle Poste e Telegrafi di Milano. Per ironia della sorte, la nomina aveva effetto dal 15 dicembre precedente: pertanto, al giovane funzionario sarebbero stati conteggiati solo quindici giorni di servizio prima di essere posto in aspettativa per servizio militare.

Nel frattempo, si diceva, Depoli raggiunse il proprio reggimento a Torino. Qui svolse l'addestramento di base e, il 31 marzo, ottenne la promozione al grado di caporale. Quattro mesi dopo, ancora, fu promosso al grado di sergente e trasferito al 24° reggimento della Brigata "Como", con sede a Novara. Il suo foglio caratteristico, compilato in tale periodo, ce ne lascia il ritratto che segue.

Fisicamente si presentava di "statura m. 1,69, robusto, discretamente svelto". Sotto il profilo intellettuale, "comprende con facilità gli ordini che riceve. Ha intelligenza normale". Circa le sue qualità morali, "è di indole buona, ha cuore ed è sensibile agli ammonimenti ed ai rimproveri". Il contegno era "in servizio e fuori servizio ottimo".

Con l'autunno – in forza di un Regio Decreto dell'8 novembre - arrivò anche la sospirata nomina al grado di sottotenente [4]. In tale data, Antonio Depoli fu dunque destinato al reparto alle cui vicende avrebbe infine intrecciato la propria vita: il 65° Reggimento Fanteria della Brigata "Valtellina", presso il quale avrebbe dovuto prestare il servizio di prima nomina.



Bella cartolina illustrata della Brigata "Valtellina".
La cartolina fu disegnata nel 1906 da un ufficiale già incontrato in questo blog:
l'allora tenente Elio Ferrari, poi destinato a una brillante carriera, nonché all'eroica morte in guerra, nel 1917.


Per Depoli, milanese, l'assegnazione al 65° dovette probabilmente costituire una soddisfazione: il reggimento aveva infatti sede nella vicina Cremona e, data la lunga permanenza nella regione (precedentemente, era stato di stanza a Como), contava molti ufficiali effettivi lombardi.
Depoli, fresco di nomina ad ufficiale del Regio Esercito, fece dunque ciò che i suoi coetanei facevano nelle identiche circostanze: corse a farsi confezionare l'uniforme turchina. Mentre, infatti, il corredo in tessuto grigioverde era fornito dall'intendenza, quello in panno turchino - nel modello disclipinato nel 1903 -, pur obbligatorio, era di acquisto privato. Il baldanzoso sottotenente scelse dunque di rivolgersi alla premiata sartoria "Giacinto Cesati & figli", una delle più prestigiose sartorie militari di Milano.

Berretto da s.ten. del 65° Regg. Fanteria Brigata "Valtellina" appartenuto a Antonio Depoli (coll. dell'A.).
Si consideri che la tenuta turchina, scenografica ed elegante, era infatti utilizzata sia quale grande uniforme sia quale uniforme da società [5]. La giubba a doppiopetto, le scintillanti spalline metalliche, la sciarpa blu Savoia, costituivano infatti il perfetto look per far colpo sulle giovinette di buona famiglia del centro di Milano. Nonché l'abbigliamento ideale per farsi scattare delle belle foto ricordo.
Ritratto da studio del s.ten. Antonio Depoli in grande uniforme
(rielaborazione da foto tratta dal fascicolo personale digitalizzato, archivio MCRR)
La fine del 1914, in un momento di estrema fibrillazione in tutta Europa – in larga parte già scossa dalla guerra – fu dunque trascorsa da Depoli nella placida provincia lombarda. Il nuovo anno 1915, tuttavia, avrebbe portato, nel giro di pochi mesi, cambiamenti radicali anche per il giovane ufficiale milanese.

La mobilitazione


Senza ripeterci eccessivamente – per approfondimenti rimandiamo all'articolo su Carlo Balestrero – ricorderemo qui che l'ordine di battaglia del Regio Esercito prevedeva che la Brigata "Valtellina" costituisse, insieme alla Brigata "Bergamo", la 7^ Divisione di linea [6]. Questa era assegnata al VI Corpo d'Armata, a sua volta inquadrato nella Seconda Armata. Con il mese di maggio, secondo i piani di mobilitazione, la Brigata "Valtellina" fu trasferita verso il confine con l'Impero Austro-Ungarico, dislocandosi nell'alta valle del Judrio.

Varcato il confine, nella fatidica giornata del 24 maggio, la brigata si schierò di fronte a quello che sarebbe stato l'obiettivo dei suoi sanguinosi sforzi per i due anni successivi: la piazzaforte di Tolmino. Di fronte alla cittadina di Tolmino, sulla riva occidentale dell'Isonzo, si ergevano infatti due modesti rilievi: il colle di Santa Maria (in sloveno, Mengore), e quello di Santa Lucia (in sloveno, Cvetjie).

"Le due colline di S. Maria e S. Lucia sono nell'interno dell'ansa che l'Isonzo descrive in prossimità di Tolmino, ed occupano l'area triangolare determinata dai due rami dell'Isonzo rispettivamente a nord e a sud del punto di flessione e dal solco pel quale passa la rotabile che da Volzana raggiunge la sponda destra dell'Isonzo in prossimità di Selo. Le colline di S. Maria e di S. Lucia hanno ciascuna la base a forma pressoché ellittica, quella di S. Maria - a nord - ha l'asse maggiore orientato nel senso dei paralleli, quella di S. Lucia - a sud - ha l'asse maggiore orientato da N.E. a S.O., e le due dorsali hanno lo stesso andamento degli assi accennati. Nella loro attaccatura le due colline formano l'avvallamento aperto fra Kozarsce, sbocco ovest e Modrejce, sbocco est; e le posizioni marginali delle due colline costituivano nel loro complesso una tanaglia ad angolo ottuso, col vertice a Kozarsce." [7]

Gli Austro-Ungheresi, consci dell'importanza strategica del luogo, avevano provveduto a fortificare, già ben prima dell'entrata in guerra dell'Italia, entrambi i rilievi. Essi, con le opere fortificate circonvicine, costituivano la c.d. "testa di ponte di Tolmino".
Medaglia reggimentale del 65° Regg. Fanteria della Brigata "Valtellina" (coll. dell'Autore).
Al centro, lo stemma della città di Sondrio.
La Brigata "Valtellina", dunque, raggiunse l'Judrio alla vigilia della dichiarazione di guerra. Il Comando della Seconda Armata, frattanto, aveva affidato al IV Corpo d'Armata il compito di agire su Tolmino. In quest'ottica, fu ordinato il concentramento della 7a Divisione intorno al villaggio di Kambresco. Indi, all'alba del 4 giugno, dunque, la 7a Divisione (Brigate "Bergamo" e "Valtellina") iniziò il proprio movimento offensivo: mentre la "Valtellina" svolgeva un attacco dimostrativo contro i villaggi di Canale e Bodrez, la "Bergamo" occupava il costone Cemponi-Krad Vhr, assumendo la fronte dalle pendici del Monte Jeza sino a Doblar.

L'azione, nel settore, riprendeva due settimane dopo, nel quadro della Prima battaglia dell'Isonzo. Alla 7a Divisione, stavolta, era affidato il compito di sorvegliare la sponda destra dell'Isonzo in corrispondenza del Kolovrat, e, inoltre, di svolgere "azioni dimostrative" contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia, per tenere impegnato il nemico. La preparazione d'artiglieria di svolse tra l'1 e il 2 di luglio, mentre l'attacco delle fanterie doveva svolgersi il giorno 4. Il sottotenente Antonio De Poli si trovava al comando di uno dei plotoni della 1a compagnia del I battaglione del 65° reggimento.

Nella notte sul 4 agosto, l'ala sinistra della Brigata "Bergamo" assaltò il villaggio di Kozarsce, mentre reparti della Brigata "Valtellina" effettuavano un'azione di sorpresa: in particolare, il 66° reggimento e il I battaglione del 65° attaccarono il nemico fra Ponte San Daniele (sulla strada Volzana-Tolmino) e Kozarsce. Tuttavia, lo slancio dei nostri fanti si arrestò contro le munite posizioni nemiche, e soltanto il II/66° riuscì, di sorpresa, ad occupare una trincea nemica sulle pendici nord-ovest di Santa Maria ed a mantenervisi, malgrado i contrattacchi avversari.
Circa il contegno dei fanti del 65° nella giornata del 4, si noti che il comandante del I battaglione, il maggiore cav. Alessandro Vanzetti - da Verona -, fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con questa motivazione:
"Diresse con intrepidezza e sangue freddo l'attacco del battaglione a trincee nemiche" - Santa Maria (Tolmino), 4 luglio 1915
Nella stessa, luttuosa giornata, restò ucciso anche un baldanzoso ufficiale milanese, Pietro Lanzi. Di lui, in quest'articolo, non diremo molto, intendendone parlare più diffusamente in altra sede: iscritto all'albo dei procuratori legali di Milano, sposato e padre di una bimba, già reduce della Guerra Italo-Turca, Pietro Lanzi era animato da un profondo spirito patriottico. Membro di lunga data e animatore del Battaglione Volontari "Sursum Corda", fondato dal mitico ten. colonnello dei bersaglieri Michele Pericle Negrotto, aveva aderito alla causa intervenista, partendo entusiasta per il fronte. Posto al comando di un plotone bombardieri del 65° Reggimento fanteria, il 4 luglio cadde, sotto il roccione di Santa Maria, colpito al volto durante l'ultimo sbalzo. Il suo cadavere fu ritrovato solo tre giorni dopo. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare.

Il tenente Pietro Lanzi, del 65° Fanteria, caduto il 4 luglio 1915, MAVM alla memoria
(rielaborazione da foto tratta dal fascicolo personale digitalizzato, archivio MCRR).

Dato che l'azione notturna svolta il 4 agosto non fruttò risultati, fu stabilito di ritentarla nella giornata successiva, 5 agosto, da parte del solo 25° reggimento della "Bergamo". A sera, data la forte resistenza nemica, l'azione fu sospesa e le truppe ritirate dall'abitato di Kozarsce. Nello stesso tempo, il comando della 7a Divisione ordinò che anche la Brigata "Valtellina" riprendesse lo schieramento di partenza occupato prima del 4, dato che le posizioni nel frattempo raggiunte erano di difficilissimo mantenimento.


Le operazioni del mese d'agosto  


Le operazioni di giugno e luglio, pertanto, si erano concluse senza sostanziali progressi sulla fronte della 7a Divisione. Per la restante parte del mese di luglio vi fu, nel settore, una sostanziale sospensione dell'attività. Il 4 agosto, tuttavia, il comando del IV Corpo d'Armata diramava alle proprie unità gli ordini per una nuova azione offensiva sulla propria fronte, che avrebbe avuto per obiettivi – ancora una volta - Tolmino e la conca di Plezzo.

L'attacco contro Tolmino, articolato su tre direttrici, avrebbe visto ancora una volta la 7^ Divisione (allora comandata dal magg. gen. Franzini) impegnata contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia. A fronteggiare le truppe italiane stava la 50a Divisione austro-ungherese, e in particolare, tra l'Isonzo e Selo, l'8^ Brigata da Montagna A.U..
Schizzo relativo alle operazioni della 7a Divisione nel settore di Tolmino tra il 14 e il 17 agosto 1915.
(dalla relazione ufficiale italiana, L'Esercito italiano nella grande guerra..., op. cit., vol. II, tomo I).


L'azione, concepita su "due movimenti", iniziò - contro l'obiettivo di Plezzo - la mattina del 12 agosto. Per l'azione contro Tolmino e le posizioni circostanti, si attese invece per altri due giorni, sino al giorno 14. In tale giornata, i reparti della "Valtellina" ritentarono l'attacco contro il colle di Santa Maria: l'operazione - durata sino al giorno 16 -, tuttavia, consentì, a prezzo di gravi perdite, soltanto di avvicinarsi al primo ordine di reticolati.
Particolarmente mortifera fu, per i fanti del 65°, la giornata del 16 agosto: tra i caduti di quel giorno  figurano, infatti, i comandanti del II e III battaglione del 65°, rispettivamente il maggiore cav. Benedetto Calabria - da Trani - (MAVM alla memoria) e il ten. col. Romano Romani (MAVM alla memoria, per le cui vicende rimandiamo ad altro nostro articolo). Ancora, resta ucciso il giovane sottotenente Enrico Lobefalo, da Salerno (MBVM alla memoria). 

Il ten. col. Romano Romani, comandante il III/65°, caduto il 16 agosto 1915, MAVM alla memoria.

 

Il sottotenente Enrico Lobefalo, del 65° Fanteria, caduto il 16 agosto 1915, MBVM alla memoria
(rielaborazione da foto tratta dal fascicolo personale digitalizzato, archivio MCRR).

Ulteriori tentativi furono rinnovati, sino ai giorni 21-22 agosto, dai battaglioni alternantisi a turno in prima linea, ma con scarsi risultati, data la forte efficienza delle difese nemiche.
Cadeva, il 21 agosto, anche il sottotenente Gaspare Tardivelli, del 66° fanteria, classe 1886, MAVM alla memoria.
Lo stesso giorno caddero, tra i tanti, anche valorosi uomini di truppa, tutti decorati di Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla memoria: tra questi, il soldato Luigi (o Domenico) Ardiani, da Novellara, del 66° fanteria; il soldato Oreste Canali, da Albinea, sempre del 66°; il soldato Giuseppe Cassinadri, da Carpineti, sempre del 66°; il caporale Angelo Cavanna, da Forotondo, del 65° fanteria; il soldato Giuseppe Fornasari, da Moglia (MN), del 66°; il soldato Dario Marazzi, da Vetto (RE), del 66°; il caporale Guido Negri, da Novellara, del 66°; il caporale Luigi Tirelli, del 66°; il soldato Giuseppe Vignoli, da Castelnovo de' Monti [8]. Questa lista di decorati è interessante perché denota un più pesante impegno offensivo da parte del 66° reggimento, rispetto al gemello 65°, in tali giornate.
Frattanto, il comando del settore fu assunto dal colonnello Eugenio De Maria, animoso comandante del 5° Reggimento Bersaglieri, giunto in zona a metà agosto. De Maria, osservando i risultati delle ultime offensive sferrate nel settore, aveva ben compreso che ulteriori azioni frontali, data la conformazione delle posizioni avversarie, fossero destinate fallire sanguinosamente.

Tuttavia, i comandi superiori esigevano il prolungamento delle operazioni, che dovettero dunque proseguire senza un'adeguata preparazione del terreno. La nuova azione fu, pertanto, pianificata già per il giorno 28 agosto.

La giornata del 28 agosto

L'azione avrebbe dovuto principalmente rivolgersi contro il fronte della Brigata "Bergamo", corrispondente al segmento meridionale dello schieramento della 7a Divisione. Si trattava, cioè, del tratto di fronte antistante alle posizioni del colle di Santa Lucia.
Si consideri, peraltro, che il colle presenta due punti sommitali corrispondenti l'uno alla Quota 590 (noto come Mrzli Vhr)  e l'altro alla Quota 588 (Selski Vhr).
In previsione di tale sforzo offensivo, fu richiamato in zona anche il III Battaglione del 65° Reggimento, costituito dalla 9a, 10a e 11a compagnia. Il battaglione, come accennato, dal 16 agosto era privo del comandante, dato che il precedente, ten. col. Romano Romani, era caduto in tale data.

Tuttavia, insieme ai fanti del III/65°, vi erano alcune aliquote del I battaglione del medesimo reggimento: tra queste, almeno la 1a compagnia del I/65°. Tra i comandanti di plotone di quest'ultima, come detto, c'era anche il nostro giovane ufficiale milanese, il sottotenente Antonio Depoli. Oltre a lui, anche un suo giovane collega, il sottotenente Emilio Angelini, il quale - benché nato a Barletta - era milanese come Depoli.

Secondo il piano concepito dal colonnello De Maria, il 25° fanteria avrebbe dovuto – agendo sulla sinistra - compiere un attacco dimostrativo verso nord, contro la linea ascendente dal rio Ušnik sino a Quota 588. Sulla destra, il 26° fanteria avrebbe dovuto agire contro il costone di Selo da quota 510 sino all'abitato di Selo, tentando di ampliare il tratto occupato durante i precedenti combattimenti.

Si era, dunque, nella prima mattinata del 28 agosto 1915. Le truppe italiane si trovavano – dobbiamo presumere – ancora sulle posizioni di partenza, in attesa dell'ordine di avanzata. Benché l'azione principale fosse stata pianificata per il pomeriggio, è tuttavia probabile che nella mattinata furono ordinate alcune azioni minori, con finalità diversive.

Come tale deve essere inquadrata l'azione della 1a compagnia del 65° Reggimento che, intorno alle ore 8, si preparò ad uscire all'assalto. La situazione era pericolosissima. Il nemico, in posizione sopraelevata e fortemente munita, aveva anche a disposizione numerose mitragliatrici. In quegli attimi concitati, chissà cosa passò per la mente del giovane sottotenente Depoli. Ce lo immaginiamo, nel volgere di pochi minuti, guardare i suoi uomini, sguainare la sciabola, e scavalcare il parapetto della trincea, avanzando verso il proprio destino.

Erano le ore otto e trenta. Così recita la motivazione della Medaglia di Bronzo che sarebbe stata conferita alla memoria del giovane ufficiale:
"Sotto il fuoco violento delle mitragliatrici nemiche, si slanciava, con bell'ardire, contro le trincee avversarie, incitando il proprio plotone, finché cadeva colpito a morte." – Santa Lucia di Tolmino, 2[8] agosto 1915

Antonio Depoli, colpito "alla regione del collo", si accasciò al suolo, spirando in pochi istanti. Così si concludeva la breve vicenda umana di questo giovane di ventidue anni; terminavano i suoi sogni, la sua carriera alle Poste e Telegrafi, la sua gioventù milanese ricca di speranze.
Raccolto dai suoi uomini e inizialmente inumato sullo stesso colle di Santa Lucia, il suo corpo sarebbe poi stato traslato, dopo la guerra, presso il Cimitero Monumentale di Milano, ove riposa tuttora, accanto al padre Pietro.
Nel frattempo, i bravi fanti del 65° continuavano ad accanirsi, invano, contro le posizioni austriache. L'assalto si sarebbe esaurito, infine, il giorno successivo, 29 agosto, portandosi via anche il sottotenente Angelini [9]. Questi, nato a Barletta ma cresciuto a Milano -  dov'era socio del "Circolo filologico milanese" -, ragioniere, era impiegato presso il Credito Italiano. Fu anch'egli decorato con la Medaglia di Bronzo alla memoria, con una motivazione singolarmente (o tragicamente) simile a quella relativa a Depoli:
"Sotto l'intenso fuoco di mitragliatrici nemiche, si slanciava, con bell'ardire, alla testa del suo plotone, contro le trincee avversarie, presso le quali cadeva colpito a morte." – Santa Lucia di Tolmino, 29 agosto 1915
Il sottotenente Emilio Angelini, del 65° Fanteria, caduto il 29 agosto 1915, MBVM alla memoria
(rielaborazione da foto tratta dal fascicolo personale digitalizzato, archivio MCRR).
Quanto ad Antonio Depoli, quel che ci resta di lui è poca cosa: un bel ritratto ovale, contornato da una cornice dorata. E poi, il suo berretto, giunto inaspettatamente sino a noi.
Ce lo vogliamo immaginare sulla testa del suo proprietario, in una bella giornata di sole, in una Milano splendente, un giorno di novembre di centocinque anni fa.


A cura Niccolò F.


P.S.: dedico questo modesto contributo al grato ricordo di Nazario B. che, un anno fa, mi aveva strigliato per qualche imprecisione nell'articolo sul capitano Ballatore; Nazario se n'è andato qualche mese dopo, ma gli insegnamenti che - pur indirettamente - mi ha trasmesso, in tema di uniformologia italiana, restano un suo grande dono.




NOTE
[1] Il cognome è riportato in maniera differente nei documenti di stato civile (Depoli) e in quelli matricolari (De Poli); nell'articolo si prediligerà la grafia Depoli.
[2] I dati relativi alla carriera militare di Antonio Depoli sono tratti dal fascicolo matricolare conservato presso l'Archivio di Stato di Milano, che si ringrazia per la cortese disponibilità.
[3] In G.U. n. 237 del 3 ottobre 1914.
[4] In G.U. n. 281 del 24 novembre 1914.
[5] L'istruzione sull'uniforme degli ufficiali del Regio Esercito approvata nel 1903 prevedeva, sinteticamente, che la grande uniforme fosse costituita dalla giubba a due petti in abbinamento al copricapo speciale per le armi e corpi che ne erano dotati (es. elmi e colbacchi per gli ufficiali di cavalleria) e al berretto per gli altri.
[6] Ordine di battaglia della 7^ Divisione di Linea al 24 maggio 1915: Brigata di Fanteria "Bergamo" (regg. 25° e 26°); Brigata di Fanteria "Valtellina" (regg. 65° e 66°); 21° Regg. Artiglieria da Campagna; VI Gruppo "Udine"/2° Regg. Art. Montagna; V Gruppo/1° Regg. Art.; 1^ Comp. Zappatori del 1° Regg. Genio; Servizi.
[7] L'Esercito italiano..., Vol. II, Tomo I, p. 302.
[8] I nominativi dei decorati sono tratti dal D. Lgt. 25 giugno 1916, Decimo elenco di ricompense al valor militare ai morti in combattimento o in seguito a ferite nella campagna di guerra 1915-1916.
[9] Segnaliamo qui che, dal riassunto storico della Brigata "Valtellina", risulta caduto il 28 agosto 1915 anche il s.ten. Salvatore Costa: si tratta, tuttavia, di un errore, dato che il s.ten. Costa morì, in realtà, il 17 marzo 1916. Ciò risulta, tra l'altro, dall'atto di morte, conservato nel fascicolo personale digitalizzato dal Museo Centrale del Risorgimento in Roma.




BIBLIOGRAFIA
  • Alliney Guido, La Testa di Ponte di Tolmino - Santa Lucia, da Aquile in Guerra, n. 23, 2015.
  • L'Esercito italiano nella grande guerra, Vol. II, vari tomi, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1929.
  • La Grande Guerra sulla fronte Giulia, O. Di Brazzano, Ed. Panorama, 2002.
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.
  • Database online dell'Istituto del Nastro Azzurro, http://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/