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giovedì 2 maggio 2019

San Grado di Merna, 9 ottobre 1916: un episodio di guerra del 75° Fanteria attraverso la storia del tenente Pietro Giustetto

Solo un paio di mesi fa, abbiamo ricordato - attraverso alcune sue foto, acquistate online - il giovane tenente d'artiglieria Armando Multedo, caduto presso San Grado di Merna ai primi dicembre 1916.
Un nuovo ritrovamento fotografico capitatoci in questi giorni, ci porta casualmente a rievocare un'altra figura di giovane ufficiale: Pietro Giustetto, accomunato - come si vedrà - al Multedo dal triste epilogo della sua esistenza. Anche in questo caso, molti dettagli sono stati tratti dai preziosi materiali digitalizzati dall’Università di Torino in occasione del centenario della Grande guerra. Grazie alla sua storia personale, ricorderemo un triste episodio che vide protagonisti i fanti della Brigata "Napoli" nell'ottobre del 1916.

***
Pietro Giustetto nasce a Torino il 10 settembre 1894, primo figlio maschio dei signori Ernesto Giustetto e Maddalena Leboro. Dopo di lui nasceranno i due fratelli Mario e Romeo, nel 1898. La famiglia Giustetto conta, inoltre, due figlie, Giulia e Maria Pierina [1].

Il giovane, detto famigliarmente Pierino, dopo le scuole inferiori frequenta l'istituto tecnico, diplomandosi ragioniere. Trova, poi, impiego presso l'Istituto delle Opere Pie di San Paolo (successivamente  Istituto di San Paolo), uno dei maggiori enti filantropici esistenti in Italia al tempo, nonché - dagli ultimi decenni dell'Ottocento - vero e proprio istituto bancario.
Non pago della propria posizione sociale, il giovane Pierino decide di proseguire - parallelamente al lavoro - anche il suo percorso di studi: intorno al 1912, s'iscrive, dunque, alla facoltà di giurisprudenza della Regia Università di Torino. Chissà se, tra le aule dell'ateneo subalpino, Giustetto ha occasione di incontrare, se non anche di conoscere, un altro giovane e animoso torinese, Pier Felice Vittone, classe 1895, le cui vicende abbiamo narrato tempo fa su questo blog.

Ad ogni modo, nel 1914, quando è chiamato al reclutamento nel Regio Esercito, Giustetto chiede ed ottiene il rinvio del servizio militare per motivi di studio, potendo così proseguire anche nel suo lavoro, e arrivando al terzo anno dei corsi di giurisprudenza.
Con la primavera fatale del 1915, la Storia irrompe, tuttavia, nella vita del giovane torinese: dopo l'inizio delle ostilità è infatti chiamato alle armi, e - assegnato all'arma di fanteria - selezionato per diventare un ufficiale di complemento.

Nel corso dell'estate, dunque, svolge i corsi per allievo ufficiale presso l'Accademia di Modena. Con un bollettino ufficiale del 19 settembre successivo, Pietro Giustetto e altri 2467 suoi colleghi ottengono, infine, la nomina a sottotenente [2].
Una bella foto del s.ten. Pietro Giustetto, del 75° Regg. fanteria Brigata "Napoli" (coll. dell'autore).
Il bollettino informa che "i singoli sottotenenti riceveranno partecipazione della località di presentazione e del giorno in cui ciascuno di essi dovrà trovarsi nella località medesima" avvertendo altresì che essi dovranno raggiungere la località indicata "vestendo l'uniforme della specialità cui sono assegnati, ma senza il numero del reggimento al fregio del berretto e senza mostrine di brigate di fanteria al bavero della giubba". Arrivati a destinazione "i sottotenenti riceveranno comunicazione dei reggimenti ai quali saranno rispettivamente assegnati".
Nei giorni seguenti, dunque, anche il sottotenente Giustetto riceve tale comunicazione: si presenta poi - probabilmente intorno alla metà di ottobre - al distretto militare di Torino, ove riceve notizia del suo reparto di destinazione. La sorte sceglie per lui il 75° Reggimento fanteria che, insieme al 76°, forma la Brigata "Napoli". Il reparto, in tempo di pace, ha la propria sede a Siracusa. Tuttavia, sin dall'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria, si trova in linea nel settore del Monte Sei Busi, nel settore del basso Isonzo.

Il giovane, può, dunque, completare la sua uniforme, apponendo il numero reggimentale nel tondino del fregio, e facendosi cucire le mostrine bianche - striate di rosso - della sua brigata. E' dunque, probabilmente, l'occasione in cui si fa scattare questa bella foto in posa:
Pietro Giustetto, sottotenente del 75° Regg. Fanteria, Brigata "Napoli" (elaborazione da foto digitalizzata).

Pietro Giustetto, dunque, alla fine di ottobre lascia Torino per raggiungere in linea il proprio reparto, che raggiunge nei primi giorni di novembre. Assegnato al II battaglione, fa immediatamente conoscenza con il suo comandante, il tenente colonnello Luigi Caldieri.
Quest'ultimo avrebbe così ricordato l'episodio [3]:
 "Mi ricordo come se fosse ieri che fui io stesso a riceverlo quel mattino nebbioso del novembre scorso in cui giunse al battaglione, a Seltz [sic], e che lo accompagnai in trincea. Mi colpì subito la sua vivacità, la sua mente svegliata".
Queste lusinghiere parole di Luigi Caldieri nei confronti del giovane sottotenente, ci impongono di soffermarci anche sulla sua interessante figura [4]. Nato a Firenze nel 1871, dopo aver frequentato il Collegio Militare di Roma passa all'Accademia di Modena, ottenendo la nomina a sottotenente nel 1889, e venendo assegnato alla fanteria di linea. Nel 1893 è inviato in colonia: dopo tre anni di servizio in Eritrea, nel 1896 partecipa, inquadrato nel 7° Battaglione fanteria d'Africa, alla fatale Battaglia di Adua, alla quale riesce a sopravvivere, ottenendo anche la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Rimpatriato, promosso capitano, compiuti i corsi alla Scuola di Guerra è trasferito al Corpo di Stato Maggiore. Nel 1911 è mobilitato per la Guerra italo-turca, quale addetto al comando della 1^ Divisione Speciale. Nonostante tale sua particolare posizione, nel 1913 dà ancora una volta prova delle proprie doti di comandante, ottenendo un'altra Medaglia di Bronzo, nel combattimento di Assaba del 23 marzo.

Luigi Caldieri, capitano del Corpo di Stato Maggiore (anni 1912-1913 ca.).

Rimpatriato e promosso maggiore, con l'inizio delle ostilità con l'Austria-Ungheria è addetto allo stato maggiore di alcune grandi unità; nel corso dell'estate, tuttavia, è trasferito alla fanteria ed assegnato al 75° reggimento della Brigata "Napoli". Promosso, in ottobre, al grado di tenente colonnello, assume dunque il comando del II Battaglione a partire dalla metà del mese.

Contestualmente, la Brigata "Napoli" torna in azione, nel quadro delle operazioni della Terza battaglia dell'Isonzo (18 ottobre - 4 novembre 1915). La "Napoli", in particolare, rinnova gli attacchi - già tentati nel corso dell'estate - contro le posizioni del Monte Sei Busi - Quota 61, riuscendo tuttavia a conseguire alcuni risultati, in termini di posizioni occupate. In tale situazione si trova il reparto allorquando, all'inizio del mese di novembre, giunge in linea il sottotenente Giustetto.
Sulle medesime posizioni, dunque, i reggimenti della "Napoli" si attestano e permangono sino alla fine dell'anno. Pietro Giustetto, nel frattempo, è inquadrato nel plotone lanciabombe del reggimento.

Con l'inizio del 1916, il 13 gennaio la "Napoli" è trasferita a riposo ad Aquileja. Indi, un mese dopo, la brigata è inviata nel settore di Monfalcone, alle dipendenze della 16a Divisione. Ivi partecipa ad azioni offensive nel settore di Selz, alternandovi i reparti nel servizio di trincea fino al 23 aprile, durante il quale periodo concorre con alcuni reparti alle azioni svolte in marzo ed aprile dalla brigata Acqui contro le posizioni nemiche di Selz.
Poco dopo, il 1° maggio 1916, Luigi Caldieri assume il comando del 75° Reggimento, abbandonando quello del II battaglione. Quest'ultimo è rilevato dal maggiore Riccardo Neva, che può contare sull'aiuto di un valido aiutante maggiore in seconda: il sottotenente Pietro Giustetto, chiamato a tale ruolo proprio dal predecessore Caldieri. Il maggiore Neva, nato a Maddaloni - in provincia di Caserta - il 28 maggio del 1875, è un altro ufficiale di carriera di lunga esperienza: sottotenente nel 1898, capitano nel 1912 e da poco promosso maggiore. Reduce della guerra italo-turca, aderente alla libera muratoria, è membro della loggia "Progresso" di Tripoli.

Questo avvicendamento avviene nel momento in cui la "Napoli" si sta riordinando in zona di riposo, presso San Valentino. La Brigata ritorna, il 15 maggio, nel settore di Monfalcone, inquadrata nella 14a Divisione, insieme alla Brigata "Cremona" (21° e 22°) e alla VII Brigata di cavalleria appiedata.
Proprio nel settore di Monfalcone, il 18 maggio, il IV/75° ed il I/76° riconquistano alcune posizioni (q. 92 - q. 98 - q. 12). Fra il 14 ed il 17 giugno la brigata attacca ed occupa la q. 108 mantenendola contro i ritorni offensivi del nemico. Una nuova azione viene condotta felicemente fra la fine di giugno e la metà di luglio contro le alture ad est di Monfalcone e frutta l’occupazione di Quota 121 e Quota 85. E' nel quadro di queste azioni che, il 3 luglio, tra i tantissimi cade anche il fante comasco Salvatore Fasola, del 21° reggimento della Brigata "Cremona", cui abbiamo dedicato un articolo del nostro blog.
Finalmente il 12 luglio la Brigata "Napoli", che ha perduto in questi combattimenti oltre 3000 uomini dei quali 96 ufficiali, scende a Strassoldo per riordinarsi.

Per il contegno tenuto nei combattimenti della seconda metà di giugno, la bandiera del 75° reggimento è decorata di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con questa motivazione:
"Con mirabile slancio e con impeto travolgente, conquistò lunghissimi e importanti tratti di trinceramenti presso Monfalcone, conservandoli ad onta di furiosi e rinnovati contrattacchi del nemico (14-30 giugno 1916)".
Ugualmente, per la brillante azione di comando, Luigi Caldieri è promosso al grado di colonnello per merito di guerra.
Riportiamo letteralmente dal riassunto storico della Brigata "Napoli":
"Durante la battaglia di Gorizia (6 - 17 agosto) la brigata rimane dapprima in riserva e poi, il 13 agosto, viene dislocata a Peteano a disposizione della 23a divisione, donde i suoi battaglioni, inviati in rincalzo di altre unità, concorrono agli attacchi contro le posizioni del M[onte] Pecinka e di S[an] Grado, riuscendo ad espugnare alcuni elementi di trincea.
Il 28, ricevuto il cambio, la brigata si trasferisce a Versa per un breve riposo ed il 12 settembre ritorna nel settore di S[an] Grado per partecipare alla 7a battaglia dell’Isonzo (13 - 14 settembre). Il 15 alcuni suoi battaglioni, messi a disposizione della brigata Granatieri, concorrono all’attacco ed all’occupazione delle alture di San Grado, ove vengono catturati circa 800 prigionieri."

Santuario della Madonna Addolorata di Merna (Mirenski Grad), foto dal web.

Pertanto, a partire dalla metà di agosto, i fanti della "Napoli" si trovano ad operare nel tratto di fronte immediatamente a nord del santuario di San Grado (Mirenski grad) presso la località di Merna (Miren). La Brigata "Napoli", insieme alla "Pinerolo", costituisce la 49a Divisione, comandata da un ufficiale generale napoletano destinato a una fulgida carriera: Armando Diaz. Superfluo sarebbe, in questa sede, dilungarsi sulla sua figura. Possiamo ricordare, tuttavia, il suo periodo quale comandante della 49a Divisione, attraverso una bellissima immagine fotografica che lo ritrae insieme proprio a Luigi Caldieri e a Guglielmo Marescotti, in tal periodo comandante il 76° reggimento della "Napoli":

Autunno del 1916; da sinistra: Armando Diaz, Luigi Caldieri (c.te 75° regg.), Guglielmo Marescotti (c.te 76° regg.). Foto gentilmente concessa da ROCOlor, autore della colorizzazione.
La magistrale colorazione della fotografia si deve a ROCOlor, che ringraziamo per la cortese concessione (segnaliamo, peraltro, ai nostri lettori la sua pagina facebook: https://www.facebook.com/pg/ROCOlor-207023553034368/).


La 49a Divisione, in tale frangente, si trova inquadrata nell'XI Corpo d'Armata, facente parte della Terza Armata (al comando del Duca d'Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia).
Dunque, il tratto di fronte affidato alla 49a Divisione trova il proprio punto mediano - nonché la giunzione tra lo schieramento della "Napoli", a nord, e della "Pinerolo", a sud - proprio ai piedi della collina di San Grado, ove le trincee italiane formano una sorta di cuneo verso le sistemazioni difensive nemiche. Ciò si nota anche dalla carta qui sotto (che pure si riferisce alla situazione alla data del successivo 1° novembre).
Situazione al 1° novembre 1916 nel tratto di fronte tra Vertoiba e il Veliki Kribach (al centro, in verde, il Mirenski Grad).

Dettaglio, schieratmento della 49a Divisione al 1° novembre 1916.


Si arriva, così, ai primi giorni del mese di ottobre. Pietro Giustetto, nel frattempo, è stato promosso al grado di tenente.
Il Comando Supremo ha programmato, nel frattempo, una nuova offensiva generale, che costituirà l'Ottava battaglia dell'Isonzo.

Così la Relazione ufficiale italiana ricostruisce la situazione di quei giorni:

"La preparazione dell'ottava battaglia, condotta in modo da essere compiuta per i primi giorni di ottobre, aveva condotto il C[omando] S[upremo] a stabilire la ripresa dell'offensiva pel giorno 5; in conseguenza, dal 1° ottobre in poi la nostra artiglieria prese a svolgere la propria azione sul Carso con accentuata attività; il giorno 4 iniziò il tiro di demolizione delle sistemazioni nemiche di maggiore robustezza, ed il mattino del 5 si accinse al tiro di preparazione per l'attacco. Ma le proibitive condizioni di visibilità sopraggiunte, e la loro persistenza, indussero il C.S., dopo qualche ora, a sospendere l'azione, rinviandola a giorno da stabilirsi"[5].

Se tale è, dunque, la situazione generale, sul fronte della Terza Armata, tuttavia, anche nei giorni successivi al 5 ottobre si procede con il bombardamento:

"Il Comando della 3a Armata, perché gli effetti di distruzione già conseguiti non venissero annullati, dispose [...] che fino alla ripresa dell'offensiva l'artiglieria eseguisse tiri di interdizione specialmente contro le batterie campali, cui non poneva alcun limite nel consumo delle munizioni" [6].

Pertanto, anche sul fronte della 49a Divisione in quei giorni infuria un violento duello d'artiglieria, tra le batterie italiane e quelle avversarie. Il cappellano del 13° Regg. della "Pinerolo" - don Giuseppe Abate - consegna questa descrizione dei giorni precedenti il 10 ottobre:
"E' la lotta di furenti titani d'acciaio, che nascosti tra le forre e tra i boschi, vomitano fuoco micidiale rovente. E' un boato, un rombo continuo" [7].
Vista delle posizioni "ad est di San Grado", da intendersi quali quelle fronteggianti lo schieramento italiano (autunno 1916).
Sono giorni febbrili: sotto questo costante diluvio di fuoco, devono svolgersi gli intensi preparativi per l'offensiva ormai imminente.
E' questo il contesto nel quale, il mattino del 9 ottobre - il giorno prima dello scoccare del grande attacco - il maggiore Riccardo Neva (c.te il II/75°) convoca, nel baracchino del comando di battaglione, due ufficiali del 76° reggimento: si tratta dei capitani Francesco Cultrera e Luigi Morasso.
Francesco Cultrera, nativo di Noto ma residente a Rosolini, classe 1883, nella vita civile è un notaio; sposato con la signora Giuseppina Savarino, ha un figlio di due anni, Salvatore. E' stato richiamato con il grado di sottotenente di complemento nel 1915, e si è meritato una Medaglia di Bronzo al Valor Militare combattendo a Bosco Lancia, il 28-29 ottobre del 1915 [8].
Luigi Morasso, nato a Milano nel 1876, è invece un ufficiale di carriera: sottotenente nel 1898, tenente dal 1902, ottiene i gradi da capitano intorno al 1913, prestando servizio in fanteria. 
Mentre nel ricovero il maggiore Neva tiene a rapporto i due capitani, il tenente Giustetto, aiutante maggiore di battaglione, se ne allontana per qualche momento.
L'attimo è fatale. Un fischio fortissimo, un bolide che squarcia il cielo: è un proietto di un "mortaio di grosso calibro" che si abbatte sul ricovero del comando di battaglione.
Immaginiamo, in qualche modo, l'esplosione violentissima, i detriti scagliati tutt'intorno, lo spostamento d'aria: il sottotenente Giustetto, attonito ma vivo, rimane impietrito. Dalle macerie fumanti del ricovero si levano, strazianti, le urla dei tre malcapitati ufficiali, rimasti sepolti vivi. Che fare? Il pericolo è enorme. Il giovane ufficiale torinese, tuttavia, trova il coraggio di richiamare alcuni uomini e si lancia a soccorrere il suo comandante e i due sfortunati capitani.
Difficile dire quanto duri questa operazione; difficile dire se la scena pietosa si svolga sotto l'occhio vigile e implacabile di qualche osservatore che, lontano, dirige il fuoco delle artiglierie avversarie.
Il triste epilogo è descritto, ancora, dal colonnello Caldieri:
"[Pietro Giustetto] con grande coraggio e grande spirito di abnegazione si diede subito insieme ai militari che aveva riunito, adoperando tutta la sua energia, a disseppellire il Maggiore e i due Capitani che invocavano aiuto. Ma una seconda, identica granata caduta nello stesso punto, col suo scoppio completò la strage uccidendo il Maggiore, i 2 capitani, suo figlio e parecchi dei militari che erano intenti all'opera pietosa" [9].
Pietro Giustetto, colpito al cuore "da una scheggia di granata nemica", muore all'istante, così come la gran parte dei soccorritori, oltre ai tre sfrortunati ufficiali imploranti aiuto.
Una strage, appunto.
La salma del sottotentente Giustetto viene inumata "nel cimitero dei valorosi di Gabri[e]-Gorenje (Vallone)", insieme, s'immagina, a quelle delle altre vittime della tragica giornata.
I luoghi della vicenda narrata in questo articolo: in rosa, il monte Grado, con il santuario; in arancione, la località di Gabrje-Gorenje, ov'era situato il cimitero di guerra per i caduti del settore (rielaborazione da mappa tratta dall'AUSSME, riportata in Guida agli itinerari del Carso dimenticato, pag. 16).
Il giorno dopo, 10 ottobre, scatterà l'offensiva generale sulla fronte carsica, l'Ottava battaglia dell'Isonzo: ma questa è un'altra storia. Quella di Pietro Giustetto e dei suoi sfortunati commilitoni si era conclusa il giorno precedente.
Necrologio di Pietro Giustetto apparso su "La Stampa" del 21 ottobre 1916.
Alla memoria del sottotenente Giustetto sarebbe stata conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare:
"Distintosi sempre per coraggio e sprezzo del pericolos, spirito di sacrificio e sentimento del dovere, trovava morte gloriosa mentre seguendo l'impulso dell'animo generoso, portava soccorso ad altri ufficiali rimasti sepolti sotto le macerie di un edificio soggetto ad intenso bombardamento nemico."- San Grado di Merna, 9 ottobre 1916"
Il 27 maggio del 1918, l'Università di Torino gli avrebbe conferito la laurea ad honorem in giurisprudenza. Negli Anni Trenta, la salma del giovane ufficiale sarebbe stata traslata presso il Sacrario di Redipuglia, ove riposa tuttora [10].

Meno di un mese dopo il 2 novembre 1916, anche il valoroso colonnello Caldieri avrebbe trovato la morte, portando il suo reggimento all'assalto, ad est delle posizioni di San Grado di Merna. Alla sua memoria sarebbe stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione:
Costante esempio a tutti di sprezzo del pericolo, di fede incrollabile nella vittoria, di devozione al dovere, nell’attacco di una fortissima posizione si slanciava alla testa dei suoi battaglioni per infondere loro quell’impeto che solo poteva avere ragione dell’accanita resistenza nemica. A pochi passi dalle mitragliatrici avversarie, oltre la trincea dal suo valore conquistata, cadeva colpito a morte, coronando con una eroica fine la sua efficace opera di ardimentoso comandante. - San Grado di Merna (Gorizia), 2 novembre 1916.

Alla memoria di tutti i giovani e meno giovani protagonisti di questa storia dolorosa, dedichiamo questo nostro articolo.


A cura di Niccolò F.




NOTE
[1] La composizione della famiglia Giustetto è desunta dal necrologio apparso su La Stampa il 21 ottobre 1916.
[2] Il testo del bollettino è riportato in La Stampa, numero di lunedì 20 settembre 1915.
[3] Lettera spedita dal col. L. Caldieri al signor Ernesto Giustetto il 17 ottobre 1916. In Archivio storico dell'Università di Torino.
[4] Le informazioni biografiche che seguono sono tratte da G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglia d'oro al Valore Militare dal 1915 al 1916, op. cit., p. 302.
[5] Vol. III, Tomo 3bis, pag. 206.
[6] Ivi.
[7] Cit. in Mitja Juren, Paolo Pizzamus, Guida agli itinerari del Carso dimenticato, pag. 16.
[8] Notizie biografiche sul capitano Cultrera sono tratte dall'opuscolo in memoria leggibile qui: https://teca.bncf.firenze.sbn.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=BNCF00003946351
[9] Lettera spedita dal col. L. Caldieri al signor Ernesto Giustetto il 17 ottobre 1916. In Archivio storico dell'Università di Torino.
[10] Loculo 18339, gradone 10.





BIBLIOGRAFIA
- Materiali digitalizzati dall’Università di Torino nell’ambito dell’iniziativa L’Università di Torino e la Grande Guerra, leggibili all’indirizzo: http://www.grandeguerra.unito.it/items/show/187- USSME, Guerra Italo-Austriaca 1915-1918 - Le Medaglie d'Oro, Vol. 2, 1916, Roma, 1926.
- USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- M. Juren, P. Pizzamus, Guida agli itinerari del Carso dimenticato, Gaspari, 2010.
- G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglia d'oro al Valore Militare dal 1915 al 1916, Roma, 1968.


martedì 14 aprile 2015

Carlo Salvatore Fasola - un comasco a Monfalcone il 3 luglio del 1916


La figura del “fante contadino”, nell’immaginario collettivo, è associata perlopiù alle regioni meridionali d’Italia, o, quantomeno, alle aree del Paese tradizionalmente legate all’economia agricola. Potrebbe, perciò, parer curiosa, la vicenda di un contadino che, prima di lasciare la sua famiglia per vestire il grigioverde, abitava a pochi passi dal centro di Como. La guerra se lo sarebbe portato via: qui vi racconteremo la sua storia, breve e semplice. 

Carlo Salvatore Fasola, nato a Camerlata – frazione rurale posta su una collina appena a sud della città di Como - l’11 maggio del 1880, è l’ottavo di quattordici fratelli: il padre, Giacomo Fasola, è uno dei tanti mezzadri che lavorano le vaste proprietà agricole che si estendono sulle colline che dal capoluogo lariano portano al villaggio di Lora
È una vita molto dura, e un buon numero di braccia in casa è assai prezioso. I sei figli maschi, da principio, intraprendono tutti la via del lavoro nei campi, sebbene ciascuno, crescendo, prenderà la propria strada, finendo ad esercitare i mestieri più disparati. Salvatore, tuttavia, è l’unico maschio di casa Fasola che proseguirà la secolare tradizione famigliare, senza mai smettere di lavorare la terra, anche quando, col passare degli anni, si sarà trasferito in città. 
Carlo Salvatore Fasola, in una fotografia degli anni 1910-1915.
Nel 1900, ventenne, Salvatore Fasola è chiamato, coi suoi coscritti, alla visita di leva: tuttavia, la commissione medica gli riscontra il “gozzo”, una patologia piuttosto comune all’epoca nelle zone rurali lombarde, date le precarie condizioni igieniche, e causata in particolare dalla poca purezza dell’acqua. Salvatore è dunque “mandato rivedibile” per la leva successiva, e così avviene: nuovamente sottoposto alla visita, nel 1901, gli è nuovamente riscontrato il medesimo disturbo fisico. Tuttavia, invece di essere riformato, egli è, per la seconda volta, “mandato rivedibile” con la classe di leva successiva. Nel 1902, finalmente guarito, Salvatore è visitato per la terza volta dal consiglio di leva di Como: riconosciuto idoneo, è arruolato e iscritto nella 1a Categoria
Egli, tuttavia, in luogo dell’ordinaria ferma triennale, è ascritto allaferma di un anno”, da svolgere attraverso vari periodi di servizio scaglionati nel tempo. Negli anni successivi, Fasola, inquadrato nell’arma di fanteria, compie così il suo servizio militare, transitando presso vari reparti dislocati lungo la penisola. 

Nel 1903, quando si trova presso il 29° Reggimento Fanteria della Brigata “Pisa”, è così giudicato dal suo comandante di compagnia: “robustezza, molta. Condotta in servizio e fuori, ottima. Cura dell’arredo ed istruzione militare, sufficiente”. Da queste note, si scopre anche che Salvatore Fasola sa leggere e scrivere” perché “ha frequentato la 2a elementare”. Egli risulta poi “ascritto alla 1a classe di tiro”, il che lo qualifica come particolarmente abile nell’uso del fucile. Nel 1913, richiamato in servizio “per istruzione” presso il deposito del 67° Reggimento Fanteria, di stanza a Como dal 1908, Fasola è visitato dalla commissione medica, e gli è riscontrata una “cicatrice sul dorso del piede sinistro ostacolante l’uso della calzatura militare”: pertanto, è giudicato inabile al servizio militare e proposto per la visita di rassegna. L’11 agosto, viene a tal fine inviato presso l’Ospedale Militare di Milano. Tuttavia, il parere della commissione medica è differente da quello dei medici reggimentali: “di robusta costituzione fisica, senza difetti apprezzabili, […] si giudica idoneo al servizio militare”. Sfuma dunque per lui l’occasione per essere riformato. 

Nella primavera del 1915, in attuazione della mobilitazione generale del Regio Esercito, numerose classi e categorie di leva sono richiamate dal congedo. Nel volgere di pochi mesi, sono richiamati alle armi tre dei sei fratelli Fasola: Mario (nato nel 1889), Ercole (classe 1887, bisnonno di chi scrive) e Lorenzo (classe 1885). Carlo Salvatore, in quel momento, ha trentacinque anni, una moglie, Lucia Taroni, e una figlia di quattro anni, la piccola Carolina, chiamata così in ricordo della nonna paterna. Per l’epoca, è un “signore, e probabilmente guarda con apprensione al richiamo dei suoi fratelli, ma forse, contagiato dall’illusione della guerra breve, non considera l’evenienza di esserne anch’egli coinvolto. Tuttavia, con l’autunno, arriva l’ora di partire anche per il fratello Giuseppe (nato nel 1882) sinché, in ottobre, è richiamata anche la prima categoria della classe del 1880. Il giorno 24 ottobre del 1915, Carlo Salvatore Fasola lascia la sua casa e la sua piccola famiglia, e si reca presso il Distretto Militare di Como.  

Qui giunto, è assegnato al 21° Reggimento Fanteria della Brigata “Cremona” che ha sede, in tempo di pace, alla Spezia. Fasola, raggiunto il deposito reggimentale, vi trascorre le settimane successive finché, alla fine del mese di novembre, è aggregato al battaglione di marcia del reparto, e inviato in linea.

Sin dai primi giorni di guerra, la Brigata “Cremona” è schierata nella zona di Bassano del Grappa, ove rimane, alle dipendenze della 16a Divisione, fino al mese di luglio del 1915. 
In agosto, è trasferita sul fronte della III Armata, nei pressi di Monfalcone, ove alterna i suoi battaglioni tra la prima e la seconda linea, fino all’autunno. Allo scoppio della Terza Battaglia dell’Isonzo (18 ottobre – 4 novembre), alla brigata è affidato il compito di attaccare le alture di Monfalcone, ovvero le Quote 121, 85 e 77. Il giorno 21, i reggimenti si lanciano all’assalto delle quote, ma il vigore dei fanti della “Cremona” non riesce ad avere la meglio sui difensori, e gli italiani sono costretti a ripiegare sulle posizioni di partenza. Le perdite subite solo in queste giornate di combattimenti ammontano a 2500 uomini di truppa e 86 ufficiali fuori combattimento. La brigata, dopo questo immane sforzo, svolge azioni dimostrative fino a fine mese, quando viene inviata nelle retrovie per riordinarsi. A metà novembre è trasferita nel settore di Castelnuovo, ove consegue brillanti risultati contro il munitissimo sistema difensivo della Sella di San Martino.  

A fine novembre del 1915, il 21° Reggimento Fanteria, dissanguato dalle offensive sostenute appunto durante la Terza Battaglia dell’Isonzo, è in attesa di complementi, che gli giungono, in parte, durante la prima settimana di dicembre. Il giorno 3, dopo un estenuante viaggio in tradotta, Salvatore Fasola giunge appunto “in territorio dichiarato in istato di guerra. Il 13 dicembre, la brigata viene trasferita ad Aquileia, e da lì nel settore del Monte Sei Busi, ove trascorre la fine dell’anno. In gennaio, i reggimenti 21° e 22° eseguono, in alternanza, duri turni di trincea sulla fronte del Monte Sei Busi (quota 111) e delle famigerate Cave di Selz, rimanendovi sino al mese di marzo. Alla fine di aprile, la Brigata “Cremona” torna, nuovamente, nel fatale settore di Monfalcone, luogo a cui essa legherà le sue sorti e il suo nome 

I reggimenti si schierano dunque nel tratto di linea tra Quota 61, la Rocca e Quota 98, e si impegnano nei consueti, logoranti turni di trincea. All’alba del 15 maggio, gli Austriaci, con uno spavaldo attacco di sorpresa, riescono ad occupare le trincee di Quota 12 e di Adria, presidiate da squadroni della 4a Divisione di Cavalleria appiedata: il reggimento Nizza Cavalleria e un battaglione del 22° Reggimento Fanteria sono lanciati al contrattacco e riescono ad arrestare l’avanzata nemica, scacciando le truppe imperiali dalle trincee appena conquistate. Con un nuovo attacco sul tratto fra Quota 93 e la ferrovia, gli Austro-Ungheresi, nel pomeriggio, si impadroniscono di altri elementi di trincea, che vengono però - seppur solo in parte - rapidamente riconquistati da reparti delle Brigate “Cremona” e “Napoli” (75° e 76° Regg. Fanteria), che riescono ad arrestare l’avanzata del nemico. Le settimane seguenti vedono un periodo di drammatico stallo, con una linea del fronte profondamente frammentata e confusa, che non può che rendere la situazione ancora p difficile

Un mese dopo, mentre sono in pieno svolgimento, sulla fronte trentina, le operazioni di contrasto all'Offensiva di Primavera (o Strafexpedition) lanciata dall'esercito imperial-regio, il Comando della Terza Armata, secondo le direttive pervenutegli dal Comando Supremo, decide di tornare all'azione, con una nuova offensiva nel settore di Monfalcone, affidata al VII Corpo d'Armata (Div. 14^ e 16^). Le operazioni sono affidate alla 14^ Divisione (Brigate di fanteria "Napoli" e "Cremona" e VII Brigata di cavalleria appiedata) sulla destra, nella zona della palude del Lisert, e sulla sinistra, sulla fronte di Selz, alla 16^ Divisione.
Il 15 giugno, dunque, viene ripresa l’azione con l'obiettivo di riconquistare completamente le posizioni perse in maggio ed ancora occupate dagli Austro-Ungheresi. Lo stesso giorno, reparti del Nizza Cavalleria e del 22° Regg. Fanteria riescono a conquistare le trincee di Quota 12. 
L’azione più importante si svolge però il giorno 28, quando, con una fulminea irruzione nelle posizioni austriache, la Brigata “Cremona” riesce a riconquistare completamente la martoriata “Trincea del Tamburo”, che unisce la quota 98 alla quota 121, e che è già stata in parte rioccupata dai reparti della brigata “Napoli”. A fronte di questo successo, i comandi scelgono di proseguire le operazioni offensive, per cercare di sfruttare i progressi tattici e la temporanea disorganizzazione del nemico: perciò, sono ordinati nuovi attacchi, con l’obiettivo di espugnare le scoscese posizioni di Quota 85 e Quota 121.

La sera del 3 luglio 1916, la Brigata “Cremona”, con un caparbio sbalzo, riesce ad impossessarsi di entrambe le alture. Il soldato Salvatore Fasola, inquadrato nella 2a compagnia del I battaglione del 21° Reggimento, si ritrova dunque coi suoi compagni d'arme sulla brulla sommità della Quota 85, pressoché del tutto priva di apprestamenti difensivi che possano servire da riparo nei confronti degli attesi contrattacchi delle truppe imperiali. Difatti, proprio approfittando delle scarsissime difese sulle quali possono contare gli Italiani, la reazione nemica non si fa attendere, e un vigoroso contrattacco si scatena contro i nostri fanti nel volgere della stessa serata: prima di subire l'assalto delle fanterie imperiali, i nostri soldati, come di consueto, sono bersagliati dal tiro delle artiglierie nemiche. 

Tuttavia, quella sera, i soldati italiani debbono lottare anche contro un nemico nuovo, per loro ancora quasi sconosciuto ma tremendamente insidioso: i gas asfissianti. La nuova arma chimica ha fatto il suo debutto, sul fronte italo-austriaco, solo quattro giorni prima, il 29 giugno, nel settore del Monte San Michele. In quell'occasione, il gas ha sorpreso le truppe italiane nel sonno, facendone strage. 
La sera del 3 luglio, invece, i nostri fanti sono ben vigili, ed è anche probabile che indossino le maschere anti-gas individuali le quali, tuttavia, sono tecnologicamente inadeguate, offrendo minima protezione dagli agenti chimici. D'altro canto, la miscela di cloro e fosgene utilizzata dagli Austro-Ungheresi in quell'estate del 1916 ha un micidiale effetto asfissiante: la sera del 3 luglio ne faranno le spese i prodi fanti della "Cremona"
Dopo una lotta violentissima, il 22° Reggimento è costretto ad abbandonare la Quota 121. Ma i fanti del 21°, attestati sulla Quota 85, pur intossicati dai gas e battuti dall'artiglieria, non cedono: l’attacco nemico fallisce, e la quota rimane in mano italiana [1]. 

Per mantenere il tricolore su quella piccola collina sassosa, il prezzo è di oltre ottocento uomini fuori combattimento, tra i quali oltre una cinquantina di caduti del solo 21° Reggimento. Cadono anche numerosissimi ufficiali, tra i quali il comandante del I battaglione, il maggiore cav. Ernesto Pallotta [2]. E sul terreno, rimane anche il soldato Carlo Salvatore Fasola. 
Nel verbale, stilato dal capitano Levi, comandante la 2a compagnia, in cui si registra la morte del fante comasco, si riporta che questi è “deceduto in seguito a ferita di proiettile di fucile e ad asfissia”: ciò rivela che Fasola, pur già intossicato dai gas venefici, è riuscito a resistere e, senza perdersi d’animo, ha continuato a sparare sul nemico, soccombendo, infine, solo dopo essere stato colpito da una fucilata letale. Una ricostruzione che pare collimare precisamente con la descrizione dei suoi ultimi istanti, immortalata dalla motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare che sarà concessa alla sua memoria. 
Con pochi commilitoni improvvisò un trinceramento, respingendo impavido gli attacchi furiosi del nemico e incitando i suoi compagni con la parola e con l’esempio, finché cadde ferito a morte." - Monfalcone, 3 luglio 1916. 
Il libretto per la riscossione della "Pensione privilegiata di Guerra", con il soprassoldo previsto per i congiunti dei decorati al Valor Militare, appartenuto alla moglie e poi alla figlia di Salvatore Fasola.
La circostanza dell'utilizzo massiccio dei gas anche nell'azione del 3 luglio è ulteriormente testimoniata anche dalla motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare concessa alla memoria del già citato magg. Pallotta, che recita:
"Alla testa di due compagnie del proprio battaglione, si lanciava arditamente sulla destra di una posizione conquistata, sgominando il nemico che minacciava il fianco di nostri reparti che avevano già oltrepassata la linea avversaria. Mentre poi incitava i soldati a resistere all'azione deleteria dei gas asfissianti, veniva colpito a morte." - Monfalcone, 3 luglio 1916.
Cartolina commemorativa (serie "I nostri Eroi") dedicata al magg. Ernesto Pallotta, MAVM alla memoria.
Non è noto il luogo esatto ove le spoglie del soldato Fasola sono inizialmente inumate: si tratta assai probabilmente di uno dei tanti cimiteri di guerra del monfalconese, che alla fine degli Anni Trenta saranno dismessi e concentrati presso il nuovo Sacrario monumentale di Redipuglia
Negli Anni Settanta, il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra, interrogato in proposito dalla figlia di Fasola, risponderà che i resti del padre “sono probabilmente conservate presso il Sacrario di Redipuglia, tra gli ignoti”. Più di recente, il Ministero della Difesa, tramite il database informatico accessibile dal proprio sito internet, ha indicato espressamente il medesimo sacrario come luogo di sepoltura del Fasola.
Dettaglio della lapide commemorativa posta presso la basilica del S.S. Crocifisso di Como, in ricordo dei parrocchiani caduti.
Lapide dedicata ai caduti della frazione di Lora (CO), luogo di origine e di domicilio della famiglia Fasola (foto gentilmente concessa dal nostro amico Edoardo Visconti).

Il municipio di Como, per onorare la memoria del suo fante contadino, gli intitolerà, negli Anni Venti, un’aula della Scuola Elementare “Nazario Sauro”, in via Perti. La sua unica figlia, Carolina, dopo aver perso anche la madre nel 1923, sarà però destinata a un’esistenza assai longeva: si spegnerà infatti, quasi centenaria, nell'autunno del 2010.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Sono altresì catturati oltre 350 prigionieri. L'Esercito italiano nella grande guerra 1915-1918, vol. III, tomo 2, pag. 300.
[2] Il maggiore Ernesto Pallotta era nato a Bojano, in provincia di Campobasso, nel 1873.

BIBLIOGRAFIA
  • Documentazione anagrafica e matricolare tratta dall'archivio personale e famigliare dell'Autore.
  • L'Esercito italiano nella grande guerra 1915-1918, vol. III, tomo 2.
  • Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918. Brigate di Fanteria, Vol. 2, Edizioni Ufficio Storico, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Roma, 1928.
  • Caduti di Como nella Grande Guerra - Battesimo delle Aule Scolastiche, a cura del Comune di Como, 1929.
  • Albo d'Oro dei Decorati della provincia di Como, a cura dell'Istituto del Nastro Azzurro - Federazione di Como.