domenica 1 ottobre 2017

Breve profilo del maggiore Camillo Pasquali, alpino siciliano, eroe del Castelgomberto

Nel trattare delle vicende del sottotenente Pier Felice Vittone, al quale abbiamo dedicato un ampio articolo (vedi qui), si è brevemente accennato alla figura del maggiore Camillo Pasquali
Questi, bravo ufficiale veterano della Guerra Italo-Turca e comandante del Battaglione "Val Maira"  fino ai furibondi combattimenti del giugno 1916 sul Monte Castelgomberto, si ritrovò accomunato nella morte al suo giovane subalterno Vittone. Avendone casualmente reperito il ritratto, a lui dedichiamo questo breve post.


Camillo Pasquali, qui capitano degli Alpini (anno 1910 ca.).

Camillo Pasquali nacque a Siracusa il 22 settembre del 1874. Intrapresa la carriera militare, frequentò l'Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, uscendone - invero non giovanissimo - sottotenente nel 1897 [1]. Fu dunque assegnato all'arma di Fanteria, prestando servizio di prima nomina nel 41° Reggimento della Brigata "Modena". In seguito, promosso al grado di tenente, fu trasferito al Corpo degli Alpini, al quale avrebbe consacrato i successivi anni della sua vita.
Successivamente, si sposò, ed ebbe ben sette figli.
Nel 1908, mentre si trovava assegnato al 2° Reggimento Alpini, diede una prima prova del suo temperamento coraggioso. Mentre, coi suoi uomini, era impegnato in un'escursione in montagna nel territorio del comune di Ovaro (in provincia di Udine), accortosi che uno di essi era scivolato in un torrente, vi si gettò per soccorrerlo. L'atto coraggioso, ma temerario, gli valse la sua prima Medaglia d'Argento al Valor Militare, nella cui motivazione possiamo anche scorgere l'esito del suo slancio:

Durante un’escursione in montagna, visto uno dei propri sodali cader nelle acque di un impetuoso torrente, con generoso slancio si gettò al suo soccorso, riuscendo però a scampar egli stesso dalla morte sol per l’aiuto offertogli da altri militari. – Ovaro (Udine), 10 maggio 1908.”
Il tenente Pasquali e lo sfortunato alpino furono, infatti, salvati dal coraggio del caporalmaggiore Eugenio Oniboni, da Castelnuovo Magra, che si guadagnò a sua volta la Medaglia d'Argento:
Nella predetta circostanza, arditamente si slanciò pel primo nelle acque del torrente al soccorso dei pericolanti, che, con grande sforzo, aiutato da altri, riuscì a fermare ed a spinger a riva.”
Trascorsi tre anni da questo avvenimento, scoppiò la Guerra Italo-Turca. Camillo Pasquali, intanto promosso al grado di capitano, prestava servizio nel 1° Reggimento Alpini. Scelto per essere aggregato al Corpo di Spedizione, fu inviato in Cirenaica, ove combattè - non ci è stato possibile determinare con quale battaglione [2] -, in particolare, presso Derna. Per il contegno dimostrato in combattimento, fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare:
Per lo slancio, l’intelligenza, la calma con la quale comandava il proprio reparto nei combattimenti del 17 gennaio e del 3 marzo 1912. – Derna, 17 gennaio e 3 marzo 1912”
Rimpatriato, riprese l'ordinario servizio di caserma. Nell'estate del 1914, "per speciali benemerenze acquistate in Libia", fu nominato cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia motu proprio dal Re Vittorio Emanuele III [3].  
Nel 1915, al momento dell'entrata in guerra del Regno d'Italia, si trovava, sempre con il grado di capitano, assegnato al Battaglione "Val Maira", del 2° Reggimento Alpini.
Riprendendo brevemente quanto già narrato con riferimento al sottotenente Vittone, ricordiamo che nel corso della prima metà di giugno del 1915, il "Val Maira" si portò al completo nel settore dell'Alto But, sostituendo il battaglione "Val Tagliamento" nell'occupazione delle posizioni sulla linea selletta Freikofel-Monte Pal Grande
Il battaglione restò su tali posizioni sino al mese di settembre, alternando il presidio delle linee - insidiato da frequenti puntate del nemico - a periodi di riposo trascorsi a Treppo Carnico. 

Il 19 settembre, a fronte del rischio di un attacco nemico sul Freikofel, il comandante del Battaglione - maggiore Antonio Dadone - , insieme alla 218a compagnia, si portò presso Casera Pal Piccolo, schierandosi a difesa del Pal Piccolo per poi trasferirsi sul Pal Grande. Su tali posizioni, nonché in altre del Monte Croce carnico e della Val Collina, il "Val Maira" trascorse gli ultimi mesi del 1915.
Il 30 dicembre del 1915, il capitano Pasquali assunse - dal cedente capitano Giuseppe Cremascoli - il comando del Battaglione "Val Maira".
La prima parte del nuovo anno 1916 non vide il Battaglione impegnato in particolari operazioni, dovendosi esso tuttavia confrontare con il grande pericolo di valanghe, che determinò adattamenti delle linee di occupazione, così come dolorose perdite tra le nostre file.
Intanto, a far data dal 17 febbraio 1916, Camillo Pasquali fu promosso al grado di maggiore.
Nella notte del 26 marzo, il nemico, agendo di sorpresa e senza preparazione d'artiglieria, riuscì a conquistare una quota centrale del Monte Pal Piccolo: i contrattacchi italiani del giorno seguente videro impegnata, in particolare, la 218a e la 219a compagnia, la quale ultima subì forti perdite.
Il brillante contegno del suo Battaglione fruttò al capitano Pasquali una seconda Medaglia d'Argento al Valor Militare:
Con mirabile coraggio ed intelligenza eseguiva l’ordine ricevuto dal comandante delle truppe di attaccare energicamente l’avversario, in modo tale da impedirgli di accorrere in altra posizione, riuscendo brillantemente nello scopo. – Pal Piccolo, 26-27 marzo 1916”
Successivamente, a metà aprile, il Battaglione "Val Maira" sostituì riparti dei battaglioni "Monviso" e del "Dronero" sulle posizioni di colletta Kozliac, Monte Nero e Monte Rosso rimanendovi fino ai primi di maggio, quando, il 10, si portò nuovamente a Kosec per provvedere a lavori stradali.
Dopo un altro turno di trincea e una settimana trascorsa sul Monte Pleca (15 - 22 maggio), il "Val Maira" rientrò a Cividale; il 24 fu trasferito a Bassano a disposizione della 1a Armata, ed il 27 si spostò nuovamente a Ronchi.
In quei giorni, era in pieno svolgimento l'offensiva di primavera sferrata dall'esercito imperial-regio sul fronte degli Altopiani (c.d. Strafexpedition), e mentre la linea del XIV Corpo d'Armata si andava deflettendo per la forte pressione avversaria, con i battaglioni "Monviso" e "Val Maira" fu costituito un nucleo avente il compito di garantire il controllo degli sbocchi della val Frenzela.
Il 28 maggio, il "Val Maira" prendeva posizione prima a Monte Nos ed a Monte Baldo poi a Monte Cimon ed a Monte Longara.
Su tali linee, piccoli attacchi di riparti esploranti furono facilmente respinti. Il 30 maggio, giunti nella zona i Battaglioni "Argentera" e "Morbegno" (quest'ultimo, del 5° Reggimento Alpini), con essi, insieme col "Val Maira" e col "Monviso", fu costituito il "Gruppo Alpini Foza".

Al 5 giugno, dunque, le forze del Gruppo risultavano così disposte: il Batt. "Monviso" tra Tondarecar e Castelgomberto; il Batt. "Val Maira" a Castelgomberto; il Batt. "Morbegno" sullo sperone a nord di Monte Fior; il Batt. "Argentera" tra Monte Fior e Monte Spil. In particolare, le cime di Monte Castelgomberto, Monte Fior, Monte Miela, Monte Tondarecar e Monte Badenecche costituivano quello definito, nelle fonti militari italiane, quale complesso montano del Castelgomberto. In questo senso, la fronte del "Gruppo Alpini Foza", come visto, si estendeva - su un'ampiezza di circa quattro chilometri - per l'appunto su tale arco montano.

Teatro d'operazioni del "Gruppo Alpini di Foza"; evidenziate in colore, le principali cime, e l'abitato di Foza.
Alle 11.30 del mattino, le artiglierie austriache aprirono il fuoco sulle posizioni difese dai Battaglioni "Morbegno" e "Monte Argentera", proseguendolo sino alle 18.00, ora in cui reparti dell'11a Brigata austro-ungarica mossero all'assalto. Gli alpini resistettero fino all'esaurirsi dell'attacco, a tarda sera: la ritirata dei reparti attaccanti avvenne intorno alla mezzanotte.
Il giorno successivo, 6 giugno, le operazioni subirono una sosta, e frattanto la direzione delle operazioni nel settore Melette-Marcesina fu assunta dal comandante del XX Corpo d'Armata, tenente generale Luca Montuori. Nell'ordine di operazioni diramato, il compito del XX Corpo fu fissato, prima di passare all'offensiva, in quello di "opporsi energicamente ad ogni ulteriore avanzata del nemico verso la valle del Brenta ed affermarsi sulle posizioni del Monte Lisser e Monte Meletta di Foza" [5].
Il mattino del giorno dopo, 7 giugno, alle ore 10.30, le artiglierie imperial-regie ripresero a battere le posizioni italiane del settore, e in particolare quelle del Monte Fior e del suo sperone nord, difeso, come si è visto, dagli alpini del Battaglione "Morbegno" (5° Reggimento). In rinforzo a questi fu inviata, tra gli altri reparti, anche la 219a compagnia del "Val Maira".

Le altre due compagnie del Battaglione (la 217a e la 218a), al comando del maggiore Pasquali, restarono invece schierate sul Monte Castelgomberto.
Si era, dunque, nel pomeriggio inoltrato del 7 giugno. Il combattimento infuriava, e gli assalti degli Austro-Ungarici si infrangevano contro l'accanita resistenza dei nostri alpini.
La lotta si sarebbe protratta sino a sera inoltrata, con pesantissime perdite tra i nostri combattenti. Tra queste, intorno alle sette di sera, anche quella del valoroso sottotenente Vittone che, colpito alla testa, sarebbe spirato poco dopo. Il maggiore Pasquali, pur di tener fede ai suoi ordini, dovette riportare "ben cinque ferite" prima di abbandonare il comando, per essere trasferito al posto di soccorso. Da lì, date le sue gravi condizioni, fu poi trasferito presso l'Ospedale civile di Bassano, ove spirò il giorno 16.
Il riassunto storico ricorda che "Nel battaglione, già decimato, il giorno 8 di tutti gli ufficiali esiste[va] un solo capitano": infine, tra gli ufficiali del "Val Maira" si dovettero contare undici feriti,  tre dispersi e due morti , il sottotenente Vittone e il maggiore Pasquali. Tra la truppa, invece, cinquantuno morti, duecentoquarantaquattro feriti e centouno dispersi.

Come nostro uso, crediamo giusto concludere questo breve ricordo con la motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare che fu poi concessa alla memoria di questo valoroso alpino, venuto dalla Sicilia a sacrificare la sua vita su quelle aspre propaggini d'Italia, e che ci pare ne resti quale migliore epitaffio:

In ripetuti combattimenti diede mirabile esempio di calma imperturbabile e di valore. Al suo comandante di gruppo, che gli faceva raccomandazioni di resistere ad ogni costo, rispose fieramente: “Resteremo fino all'ultimo soldato! Viva l’Italia!”. Non curante di sé, si espose arditamente ove maggiore era il pericolo, finché cadde colpito a morte. – Castelgomberto-Monte Fior, 5-8 giugno 1916”.


A cura di Niccolò F.


NOTE
[1] In G.U. n. 94 del 22 aprile 1897.
[2] In quelle date, presso Derna, combatterono il Battaglione "Saluzzo", del 2° Reggimento, e l'"Edolo", del 5°.
[3] In G.U. n. 202 del 24 agosto 1914.
[4] AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), ivi, p. 190.

BIBLIOGRAFIA
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato.
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

martedì 26 settembre 2017

Peraldo Egidio - Una cartolina all'amata


Per questa storia prendiamo spunto da una semplice cartolina che, però, ad un occhio attento riserva un particolare interessante: una scritta occultata sotto il francobollo.

Per capire le motivazioni che hanno spinto il mittente ad usare questo espediente analizziamo la cartolina.
Mittente della missiva era il Caporal maggiore del 4° Alpini Peraldo Egidio che scriveva alla sig.na Ines che, probabilmente, era la sua fidanzata. Il fronte richiama già il forte sentimento provato dal nostro alpino:


Ma testo in chiaro, come si nota, è decisamente formale:



Dal Fronte 31-05-16
Cara Ines,
Oggi mi pervenne la tua cartolina scritta in data 25, e non mi fu ancora giunta la tua lettera, come risulta da tuo scritto l'aspetto da varo cuore appena giuntami telo segnalerò.
Oggi scrissi pure al Benvenuto dandogli mie notizie. Aspetto sempre tuo ogni giorno, mille baci ed abbracci il tuo
Egidio Peraldo

Il messaggio occultato è però decisamente più appassionato:


Angelo mio tu brami di essermi vicino. Pensa solo sempre al tuo Egidio e scrivi sempre e poi vedrai che verrà quel momento.
Abbi un bacio come uno dei migliori che ti ho già dato.
Tuo per sempre, Egidio

Questo permette di capire che la censura più temuta dal nostro Peraldo non era quella militare, ma quella dei futuri suoceri!
Dopo tutto erano altri tempi, i rapporti tra fidanzati erano decisamente diversi da quelli di oggi e, in caso di missive, il testo era sempre accuratamente passato al vaglio dei genitori.
La scrittura occultata sotto il francobollo era uno dei metodi più usati, però probabilmente l'inventiva dei giovani innamorati dell'epoca escogitò altri numerosi escamotage.

Adesso vediamo la storia del Peraldo, storia che è stato possibile ricostruire grazie alla digitalizzazione e alla pubblicazione dei documenti da parte del MIBACT, cominciando da una sua foto, dove probabilmente aveva all'incirca 24/25 anni:
Fonte: http://www.14-18.it/documento-manoscritto/MCRR_Caduti_183_17/3
© 2010-2013 Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Peraldo Egidio Virgilio nacque il mattino del 1° maggio 1893 a Piedicavallo, all'epoca in provincia di Novara, da padre scalpellino e madre contadina. Sui suoi primi anni di vita non ci sono giunte informazioni, ma è probabile che fosse comune a quella di molti altri ragazzi dell'epoca, dividendosi quindi tra lavoro e scuola.
Il primo contatto con la vita militare avviene nel settembre '13, in occasione della chiamata alle armi, quando viene incorporato nel battaglione Aosta del 4° alpini dove, solo pochi mesi dopo, viene promosso al grado di caporale.

Il 24 Maggio lo vede impegnato, insieme al suo reparto, nella zona del Monte Nero dove, nei giorni seguenti, prende parte ai combattimenti di Sleme,  Mrzli e sul Vodil.
Il 1° luglio viene promosso al grado di Caporal Maggiore di contabilità.
Nei due mesi successivi il reparto è impegnato in numerosi combattimenti. Tra i principali c'è quello che vide l'azione contro le posizioni di S. Lucia e S. Maria di Tolmino che avvenne tra il 14 e il 16 agosto (1) e nel quale al Peraldo venne concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che spicca nella foto sopra, con la seguente motivazione:

Ferito il suo comandante di plotone, assunse il comando del reparto, e, nell'ultima fase dell'attacco, si slanciava, alla testa di un manipolo di coraggiosi, sui fianchi dell'avversario, per impedirne il rannodamento - Tolmino, 16 agosto 1915

Nei due anni successivi prese parte alla normale vita operativa del reparto, e nel '17 ricevette la promozione a sergente.
Arrivò poi la ritirata di Caporetto, e nel corso dei combattimenti per consolidare il nuovo fronte ricevette un Encomio Solenne dal comando della 6° Divisione colla seguente motivazione:

Durante un'azione intensa di fuoco nemico dava sicura prova di abilità e coraggio nell'ordinare e invitare i suoi uomini alla difesa. [Ordine n.5616 del 22/11/1917]

Il fatto avvenne nella giornata del 13 Novembre sul monte Rocchetta, nella zona della Val di Ledro,

Nel '18 prese parte a tutti i combattimenti del reparto ma il 6 di Giugno, probabilmente grazie alle abilità dimostrate durante il servizio, venne inviato a frequentare il quinto corso speciale per allievi ufficiali presso la scuola di Parma.
Il corso ha una durata di cinque mesi e la nomina a sottotenente nel Battaglione Val Toce arriva solo il 17 Novembre, ormai a guerra conclusa. Il lavoro per l'esercito però non è concluso, e il Peraldi continuerà il suo servizio nelle zone d'Armistizio fino al momento del congedo, nel settembre 1919.

Egidio sopravvisse quindi alla guerra e ci immaginiamo che al momento dell'arrivo in stazione trovò ad attenderlo sulla banchina la sua amata Ines.

A cura di
Arturo E.A.


Note:
1- per approfondire queste azioni si veda l'articolo sulla storia del S.Tenente Carlo Balestrero qui

BIBLIOGRAFIA
  • Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.
  • Sito internet dell'Istituto del Nastro Azzurro ttp://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

giovedì 10 agosto 2017

La cripta ossario di Camerlata presso Como: i Caduti italiani


Nella città di Como, presso il cimitero della frazione di Camerlata, esiste - sconosciuta ai più - un'importante e mesta testimonianza della Grande Guerra: un ossario che contiene i resti di quasi seicento militari italiani, oltre che di numerosi soldati dell'Impero Austro-Ungarico.

Il contributo che pubblichiamo, a cura di Edoardo Visconti, fornisce - in seguito all'analisi di tutte le sepolture presenti - uno sguardo d'insieme sull'identità dei caduti italiani che ivi riposano.
***

Lapide posta all'ingresso dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 

L’ossario presente nella cripta sottostante la cappella nel cimitero di Camerlata, frazione del comune di Como, è al secondo posto per numero di Caduti ricordati dopo il monumento ai Caduti cittadino, con la principale differenza ed unicità di raccogliere, al suo interno, anche un cospicuo numero di soldati dell’esercito della duplice monarchia asburgica. 

Il volume Croci vicine, terre lontane di Giorgio Cavalleri, Nodo Libri, si occupa approfonditamente delle vicende dei soldati imperiali. Sulla falsariga di tale lavoro si prova a tracciare un ritratto dei soldati italiani. La fonte principale per le ricerche è stata dell’Albo d’Oro degli Italiani Caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, edito dal Ministero della Guerra. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, la stazione ferroviaria di Como - San Giovanni è particolarmente importante per quanto riguarda il passaggio di vari convogli, provenienti dall’Austria e passanti per la Svizzera, utilizzati per lo scambio di prigionieri feriti dei due eserciti, sotto la supervisione della Croce Rossa internazionale. 

Le tradotte proseguono poi per Monza e Milano, ma spesso si fermano presso la basilica di Sant’Abbondio, dove -presso gli stabili del Seminario Maggiore - opera uno dei vari ospedali sussidiari creati all’inizio del conflitto. 

Nel corso dei quattro anni della guerra, purtroppo, molti di questi soldati non sopravvivono e sono tumulati nel cimitero periferico di Camerlata; anche in questa frazione sono presenti strutture ospedaliere. 

Subito dopo l’armistizio, per il forte desiderio di ricordare i Caduti, in ogni angolo d’Italia nascono dei comitati spontanei, anche di quartiere, per onorare i figli che si sono immolati per una più grande Italia. 
Anche la città di Como non è da meno. Con ancora la guerra in corso, nasce un comitato per la costruzione di un monumento cittadino che si attiva, tramite concorsi artistici e dibattiti, nella ricerca della zona ideale per il ricordo imperituro dei comaschi caduti. Già due anni dopo, invece, i comitati dei vari quartieri, con meno vincoli, iniziano a sistemare lapidi nelle varie chiese. 

Una data cruciale per la memoria dei soldati defunti è quella del 1930, nei giorni dell’anniversario della rivoluzione fascista, in cui, da anni, si posano le prime pietre o si inaugurano gli edifici pubblici. Particolarmente, in quell’anno, si pone la prima pietra del monumento ai Caduti, che ha finalmente una degna collocazione nella parte nuova della città dominata dall'architettura razionalista. 

A Camerlata invece si inaugura la cripta-ossario che con un paziente lavoro ha permesso di collocare, in una sede comune, tutti i Caduti dei due schieramenti, uniti dalla morte e per l’eternità.


Il portale d'ingresso alla Cripta-Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Si tratta di 547 militari italiani. Ventidue tra questi trovano la morte prima del fatidico 24 maggio 1915. Non avendo trovato traccia di nessuno di loro nei 28 volumi dell’Albo d’Oro dei Caduti si possono fare solo delle ipotesi sulla loro storia. Si tratta di soldati combattenti nelle Argonne nei volontari italiani inquadrati nei reggimenti francesi o, magari, anche operai militarizzati utilizzati per rafforzare l’O.A.F.N. o Linea Cadorna, che nel tratto comasco passava molto vicino agli ospedali della zona di Camerlata. 

Facendo scorrere le lancette del tempo velocemente arriviamo al 4 novembre 1918, l’armistizio, la fine ufficiale delle ostilità; anche se effettivamente i soldati italiani furono poi attivi ancora per anni: nei territori occupati ex austriaci, nell'Albania, in Slesia, in Murmania (con anche un contingente tratto dal 67° Reggimento fanteria di stanza a Como) e in Libia. Il lavoro degli ospedali, però, non si interrompe: dopo quella data ben 144 soldati perdono ancora la vita, l’ultimo addirittura il 24 ottobre 1924. Purtroppo di lui si conoscono solo cognome, nome e data di morte. 

L’unico dato completo che è stato possibile raccogliere per la totalità dei feriti deceduti è quello presente sulle singole lapidi: la data di morte.

Analizzando questo dato, nei primi tre anni di guerra è presente un numero quasi costante di decessi compresi tra i 22 e i 35; nel 1918 i decessi sono incredibilmente 406, pari al 74% del totale. Difficile interpretare questo dato, si può ipotizzare un massiccio invio di soldati feriti presso gli ospedali cittadini, nei momenti successivi alla rotta di Caporetto che ha probabilmente causato l’evacuazione di tutti quei presidi ospedalieri che non sono stati compresi nei territori fulmineamente occupati dal nemico, ma che si temesse potessero essere travolti, creando un numero impressionante di prigionieri di guerra. Più difficile pensare si tratti di contagio di febbre spagnola, dato che i primi decessi confermati furono nella zona del fronte orientale nel settembre 1918. 

Già nel 1919 il numero dei decessi risulta crollato a 47, per poi scemare fino al 1924 con uno o due decessi per anno, addirittura nessuno nel 1920.

Il controllo dei nominativi con l’aiuto della versione consultabile in rete dell’Albo d’Oro ha permesso di rintracciare solo 388 militari. Del 30% residuo non ci sono notizie. Alcuni casi di omonimia sono stati esclusi perché erano diversi: il luogo della fine, Como; il motivo, malattia; la data di morte. 

Entrando maggiormente nello specifico c’è la conferma che il maggior numero di decessi è nella fanteria di linea con 276 soldati ovvero il 70% del totale. Tredici erano i “vecchi” della Milizia Territoriale, che con l’evolversi del conflitto sono stati sempre più presenti in prima linea. 

Tutti le altre specialità della fanteria, alpini, bersaglier, mitraglieri, granatieri e arditi aggiungono un 15% di feriti poi deceduti.

Gli artiglieri comprendenti della specializzazione dei bombardieri, nata a conflitto in corso, contribuiscono con un 6% dei caduti, grosso modo la stessa percentuale per tutte le rimanenti armi dell’esercito. 

Tre sono i Reali Carabinieri deceduti negli ospedali di Como, mentre sono ben dodici gli appartenenti alla Regia Guardia di Finanza. Tale numero è spiegabile per la folta presenza di militi durante la guerra, visto il timore dell’infiltrazione di spie dal confine elvetico. 

Sono invece 86 i distretti che malauguratamente hanno visto i loro coscritti morire a Como. Il 12% fa parte proprio del distretto di Como, molto distaccati con il 4% ci sono i distretti di Pistoia, Padova e Bologna, sopra invece le 10 unità si segnalano: Bergamo, Pesaro, Brescia, Firenze e Mantova, in ordine decrescente. Gli altri settantacinque distretti sono uniformemente rappresentati con una media di circa quattro caduti l’uno. Da segnalare anche la presenza di un cittadino della Repubblica di San Marino: il fante Sante Selva del 120° reggimento, deceduto il 2 novembre 1918, probabilmente volontario di guerra. 

La presenza di decessi successivi alla guerra può, in misura minore, essere determinata dalla malattia contratta da soldati di leva, ma non combattenti, curati a Como e deceduti.

Nulla si è ancora detto riguardo ai gradi dei Caduti: si tratta di militari di truppa con la presenza di un solo sergente e qualche caporale. Solo un paio risulterebbero morti fuori dagli ospedali cittadini, secondo l’Albo d’Oro dei Caduti, uno a Cernobbio e l’altro a Milano, in contrasto con il fatto che poi sono stati comunque sepolti a Como. 

Un'immagine dell'interno dell'Ossario di Camerlata (foto di E. Visconti). 
Da questa breve relazione si può ricavare che sono ancora incerte e frammentarie le informazioni ufficiali sui Caduti italiani della prima guerra mondiale. Il numero totale è ancora fonte di dibattito, considerando anche come furono depennati d’autorità i vari fucilati al fronte, i disertori o i suicidi, seppur con qualche distinguo. 

Per quanto riguarda le lacune specifiche dei Caduti presenti nell'ospedale di Como, si tratta probabilmente di una mancata trasmissione alle autorità militari sia nel periodo bellico sia nel primo dopoguerra quando ci fu un incremento esponenziale nello sviluppo di saggistica e di ricordo per questo argomento, con una forte enfasi dello spirito di sacrificio e dell’eroismo che si voleva esaltare in ogni modo. I vari diari di guerra delle brigate di fanteria inseriscono solo i nomi degli ufficiali caduti. Mentre nei diari dei singoli reggimenti, come il 154° Reggimento Fanteria, presente nella locale biblioteca, sono inseriti tutti i caduti, indipendentemente dal grado, ma non si è al corrente della presenza di altri diari per i singoli reggimenti e ricerche in questo senso hanno dato esito negativo. 

Tale mancata comunicazione non deve stupire dato che anche nell'archivio di Stato di Como non risultano comunicazioni al Ministero della Guerra dei soldati comaschi Caduti, nonostante la circolare che fu inviata nella prima metà degli Anni Venti dove si chiedeva di inviare il nome di tutti i Caduti: delle guerre risorgimentali, di quelle coloniali e della grande guerra. 

A cura di E. Visconti