lunedì 29 aprile 2019

"L'Alpino Gianin - Diciotto anni di storia di un alpino trascritta dai suoi diari" di Diego Anessi

L'ALPINO GIANIN 
Diciotto anni di storia di un alpino trascritta dai suoi diari
di Diego Anessi



In questo volume il figlio Diego Anessi ha trascritto con cura i ricordi della vita militare del padre Giovanni Anessi, alpino della classe 1907.
Il volume può essere diviso in due periodi: il servizio di leva e la seconda guerra mondiale.


La parte del periodo di leva, svolto tra il 1927 ed il 1928 nella 7° compagnia del battaglione Intra del 4° Alpini, è tratta da un diario di 25 pagine nel quale l'Anessi descrive minuziosamente le diverse marce sia estive che invernali, indicando località e commenti sulle caratteristiche di ogni marcia. L'autore ha inoltre inserito interessanti mappe con indicati i sentieri percorsi durante le marce, che possono offrire interessanti spunti per le escursioni agli appassionati di montagna ed escursionismo.


La seconda parte tratta la Seconda guerra mondiale. L'Anessi viene richiamato nel Giugno del '40 col grado di sergente. In sei mesi marcia dalla Liguria al Veneto, per poi essere rimandanto in congedo nel dicembre 1940.
Verrà nuovamente richiamato all'inizio del '43 con l'incarico di furiere, e comincerà a scrivere il suo diario, a mano su un quaderno, poi a macchina, poi ancora a mano su fogli sfusi.
Passa sei mesi in Corsica, altri sei mesi a Orgosolo, quasi un anno tra Serramanna e Cagliari per poi finire gli ultimi sei mesi vicino a Foggia.
Nel diario racconta gli eventi della sua guerra, il suo impegno a procurare il cibo per i suoi soldati, la sua preoccupazione dopo i grandi cambiamenti dell'8 settembre, sempre soffrendo la lontananza e la mancanza di notizie dalla famiglia.
Tornerà a casa nel 1945.

Il volume comprende:
- Numerose mappe e carte geografiche relative agli spostamenti accompagnate da immagini attuali dei luoghi raggiunti;
- 65 foto e cartoline d'epoca degli anni 1907-1945.

Il volume è disponibile rivolgendosi direttamente all'autore sig. Diego Anessi all'e-mail: diegoanessi@gmail.com

domenica 10 marzo 2019

Datare una fotografia - La cavalleria nella riforma Ricotti 1871-1877

Grazie ad alcune recenti ingressi in collezione possiamo finalmente proseguire la serie di approfondimenti sulla datazione delle fotografie del Regio Esercito.
In questo caso ci occuperemo dell'arma di cavalleria in un periodo che vide numerosi cambiamenti nel giro di pochi anni.
Con la riforma Ricotti del 1871 la cavalleria oltre a perdere i fregi che distinguevano i cavalleggeri dai lanceri perse anche, con grandi proteste da parte degli ufficiali, i colori che distinguevano i singoli reparti. Il nuovo colore adottato era il bianco, che era presente su tutte le filettature della divisa e sul bavero delle giubbe sotto forma di fiamme ad una punta.


TRUPPA E SOTTUFFICIALI

1872-1874
La nuova giubba adottata nel 1872 era caratterizzata dalla presenza di sette bottoni metallici e da "mostrine" bianche. Le "mostrine" possono essere indicative del periodo della foto, poichè nelle prime fasi della riforma (1872/73) queste avevano una forma tendente al rettangolare salvo poi assumere, col passare del tempo, una più aggraziata forma a fiamma ad una punta. 
Come copricapo era prevista inizialmente la sola bustina, solo a fine '72 fu reintrodotto il colbacco. Per entrambi come fregio era prescritto lo stellone con all'interno il numero del reggimento di appartenenza.
Il fodero della sciabola in questa prima fase prevedeva la presenza di due campanelle per l'aggancio al cinturino.


Particolare che permette di notare la forma quasi rettangolare delle mostrine al bavero.

Particolare delle due campanelle che permettevano il supporto della sciabola

A fine 1872 venne ripristinato per i primi quattro reggimento l'uso del caratteristico elmo.



1875-76
Nel settembre 1875 il fodero della sciabola perse una delle due campanelle.


Particolare del colbacco. Nello stellone era indicato il reggimento, nella nappina il battaglione.

Particolare del nuovo fodero, si nota l'assenza della seconda campanella.


Sempre nel settembre 1875 la giubba venne modificata, e il numero di bottoni passò da sette a sei.


Particolare delle mostrine, che ormai hanno perso la forma pentagonale per assumere una più aggraziata forma a fiamma.



1877
Nel 1877, probabilmente sotto pressione da parte degli ufficiali dei vari reparti, il ministero ripristinò i fregi caratteristici e i colori dei diversi reggimenti.

Caporale, volontario di un anno, dei Cavalleggeri. Al bavero sono tornate le fiamme a tre punte, e il paramano ha ripreso i colori reggimentali.

Particolare del colbacco col fregio ripristinato. Il numero nel tondino del fregio indica il reggimento, quello nella nappina lo squadrone.

Tavola riassuntiva coi fregi e colori di ogni reparto

UFFICIALI

1872
Per gli ufficiali le prime riforme vennero prescritte con Regio Decreto del 9 settembre 1871, ed entrarono ufficialmente in vigore dal 1° Aprile 1872, e videro l'istituzione di una giubba a doppio petto con:
- Paramani bianchi;
- Filettature bianche;
- Al bavero in velluto nero con fiamme a tre punte di colore bianco, con stellette in ricamo argento su fondo di seta nero.

Inizialmente l'unica copertura per il capo prevista era un nuovo modello di copricapo detto "alla figaro" o, come venne poi soprannominato dagli ufficiali stessi, "Multiforme Geometrico". La prima versione, in uso tra l'aprile e l'ottobre 1872 prevedeva che la soprafascia fosse in panno bianco. Solo dall'ottobre '72 e la soprafascia divenne in velluto nero.


Particolare del "Multiforme Geometrico" del 2° tipo con soprafascia in velluto nero.

Il colonnello Massimiliano Grimaldi di Bellino, comandante dell'8° reggimento "Montebello" tra il 1870 e il 1877.

Verso la fine del '72 per lanceri e cavalleggeri venne reintrodotto, a riprendere la tradizione, il colbacco.

Il colonnello Mucchi cav. Giuseppe, comandante dei lancieri d'Aosta.

Particolare con la penna bianca sul colbacco, ad indicare il comando di reggimento.

Altre foto di ufficiali con colbacco e stellone.

Tenente in grande uniforme

Particolare, si noti la penna d'aquila scura.

Tenente in tenuta ordinaria



1873
Nell'aprile 1873 il "Multiforme Geometrico", visto lo scarso gradimento da parte degli ufficiali, venne abolito ed entrò il uso il berretto "all'Italiana".

Gruppo di ufficiali del 13° Cavalleggeri di Monferrato in tenuta ordinaria. Si nota anche l'ufficiale veterinario con la divisa, più chiara, in panno bleutè.

Particolare del nuovo berretto

1877
Come già visto per la truppa anche per gli ufficiali tornarono in uso i fregi e i colori caratteristici dei vari reparti.


Sottotenente dei cavalleggeri

Anche qui, come per la truppa, ritornano le fiamme al bavero e il fregio caratteristico sul berretto.


A cura di Arturo E. A.

Bibliografia:
- Cantelli Giorgio, "Le uniformi del regio Esercito nel periodo umbertino" USSME 2000;
- Varie tavole del "Codice Cenni"

venerdì 18 gennaio 2019

Breve profilo di Armando Multedo, tenente d'artiglieria, MAVM alla memoria

Anche questo breve articolo, come nostro uso, prende le mosse da un oggetto, anzi due: si tratta, cioè, di due ritratti fotografici recuperati su una nota piattaforma di vendite online. Due ritratti di un giovane distinto, avviato indubbiamente a un brillante futuro professionale: Armando Multedo. La sua storia cercheremo di tracciare brevemente nel prosieguo.
***
Armando Multedo nasce il 6 febbraio del 1890 a Novi Ligure. La famiglia Multedo è composta, oltre che dai genitori Paolo Multedo e Mercedes Perolo, anche da altri due figli, Rosolino [1] e Yves.
Il giovane Armando, terminati gli studi liceali, s'iscrive alla facoltà di ingegneria del Regio Politecnico di Torino, con indirizzo industriale meccanico.
Ritratto fotografico dell'ing. Armando Multedo (collezione dell'autore).
Frattanto, nel 1910 è chiamato al reclutamento nel Regio Esercito ma, benché inscritto nei ruoli del Distretto Militare di Tortona, è rinviato in congedo. Ciò, probabilmente, avviene a motivo della sua assegnazione alla terza categoria oppure in ragione della sua opzione per il rinvio per motivi di studio, istituto che consentiva - agli studenti delle università, degli istituti assimilati e in altri casi particolari - di ritardare la chiamata alle armi sino al ventiseiesimo anno d'età [2].
Intorno al 1912 Multedo consegue dunque la laurea in ingegneria [3] per poi decidere d'iscriversi al corso superiore di perfezionamento in ingegneria mineraria, sempre presso il politecnico di Torino [4].
Al termine dello stesso, non può tuttavia precisarsi se - in ragione del rinvio predetto - sia chiamato alle armi, oppure ne sia comunque dispensato (poiché assegnato alla terza categoria), dedicandosi così alla propria professione.
In mancanza di ulteriori informazioni, tocca compiere un passo in avanti di circa tre anni, sino all'autunno del 1916.
In tale momento, la vita di Armando Multedo è cambiata radicalmente. Egli si trova infatti al fronte, quale ufficiale di complemento. Con buona probabilità, si trova sotto le armi sin da poco dopo l'inizio delle ostilità: assegnato, in ragione delle sue capacità tecniche, all'Arma d'Artiglieria, è nominato dapprima sottotenente, e poi promosso al grado di tenente. È, dunque, inquadrato nel 1° Reggimento Artiglieria da Fortezza, con sede del deposito in Torino.
Cartolina illustrata del 1° Regg. Artiglieria da Fortezza con la Mole antonelliana sullo sfondo.
In tale posizione, gli è successivamente affidato il comando della 626a Batteria d'Assedio.
Tali batterie era armate con pezzi d'artiglieria pesante costituenti il c.d. "parco d'assedio": si trattava, in particolare, di cannoni da 149A (acciaio), obici da 210, mortai da 210, cannoni da 149G, obici da 280A e 280G tolti dalle piazze costiere [5].
Di tale batteria - anche alla luce dei fatti che si narreranno - può dirsi che, con l'autunno del 1916, si trova inquadrata nella Terza Armata, e schierata - insieme a numerose altre unità d'artiglieria - nella piana di Merna, lungo il corso del Vipacco.

Situazione al 1° novembre 1916 nel tratto di fronte tra Vertoib e il Veliki Kribach (al centro, in verde, il Mirenski Grad). La linea rossa tratteggiata indica lo spostamento del fronte alla notte del 4 novembre.

Si è nei giorni della ripresa offensiva italiana, che darà luogo alla Nona Battaglia dell'Isonzo (31 ottobre - 4 novembre 1916).
In particolare, le batterie posizionate nella piana di Merna operano a supporto delle truppe dell'XI Corpo d'Armata destinate ad avanzare verso le posizioni del Volkovnjak (Brigate "Napoli" e "Pinerolo", della 49a Divisione), nelle giornate del 3-4 novembre [6].
Esauritasi l'offensiva italiana, le unità d'artiglieria in discorso restano - perlomeno parzialmente - schierate nel medesimo settore. In particolare, la 626a batteria del tenente Multedo è schierata nelle vicinanze del santuario di San Grado (Mirenski grad) presso la località di Merna (Miren).
Santuario della Madonna Addolorata di Merna (Mirenski Grad), foto dal web.
Circa un mese più tardi, nonostante da parte italiana ci si trovi in un momento di sostanziale pausa dalle operazioni dato l'incipiente inverno, da parte austriaca si scatena un violento bombardamento, contro le posizioni italiane della piana di Merna.

Le posizioni occupate dalla 626a batteria del tenente Multedo sono pesantemente colpite: il giovane comandante si trova coi propri serventi, quando un proietto nemico colpisce una riservetta. In questo momento di grandissima concitazione, il tenente Multedo si avvicina alla riservetta colpita. Qui, tuttavia, è raggiunto dall'esplosione di una granata a shrapnel [7], che lo colpisce a morte.
Per il contegno tenuto in questo drammatico frangente, alla memoria del ten. Multedo sarà conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

 «Comandante di una batteria d'assedio soggetta a violento fuoco nemico, si recava dall'osservatorio fra i suoi soldati per dividere i rischi. Avendo un proietto di grosso calibro sfondato una riservetta, nel momento in cui il fuoco si faceva più intenso accorreva sollecito sul posto per dare i necessari ordini. Colpito in più parti del corpo, spirava sul campo, mirabile esempio di valore ai suoi dipendenti. - San Grado di Merna, 7 dicembre 1916».

Benché la motivazione riferisca la circostanza della morte sul campo del giovane ufficiale, è molto probabile che egli sia spirato effettivamente presso la 52a sezione di sanità, che in quei giorni è installata a Gabrje-Gorenje [8]. Infatti, fu tale ultima località ad essere indicata dalla famiglia Multedo quale luogo della morte, nel luttino dedicato al loro sfortunato congiunto.
Ritratto del ten. Multedo riportato in una pubblicazione sui caduti genovesi nel primo conflitto mondiale (cortesia Roberto Bobbio).

Necrologio del ten. Multedo tratto dal quotidiano torinese La Stampa, 16 dicembre 1916.

Dopo il termine del conflitto, la famiglia Multedo volle che le spoglie del giovane tenente fossero traslate nella natìa Liguria: oggi, secondo la banca dati del Ministero della Difesa, Armando Multedo riposa dunque nel Sacrario di Caduti del Cimitero Monumentale di Staglieno, presso Genova, inaugurato nel 1936.

Il nome del ten. Multedo fu ricordato anche nella lapide in ricordo degli studenti della Scuola d'Ingegneria del Politecnico di Torino caduti in guerra.

Al ricordo del ten. Multedo dedichiamo questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Non si è potuto verificare se il fratello del protagonista di questo post fosse lo stesso Rosolino Multedo poi divenuto valente pittore acquarellista.
[2] Cfr. artt. 118 e 120 del Testo Unico sul Reclutamento del 6 agosto 1888 poi trasfusi negli artt. 105 e 109 del Testo Unico sul Reclutamento, R.D. n. 1497 del 1911.
[3] Ciò si può dedurre dal fatto che l'Annuario del R. Politecnico di Torino lo annovera, nel 1911, tra gli iscritti al 4° anno della facoltà di ingegneria.
[4] Cfr. R. Politecnico di Torino, Annuario per l'anno scolastico 1912-1913, pag. 200.
[5] Enrico Ramella - "L'Arma di Artiglieria - Cenni storici" - Scuole di Applicazione d'Arma - Torino 1965.
[6]  L'Esercito Italiano nella Grande Guerra, Volume III, Tomo 3, pag. 256 e ss.
[7] Così specificato nel trafiletto dedicato alla morte del ten. Multedo apparso sul periodico novese "Il Messaggero", e riportato nel volume Decorati al Valor Militare del Comuine di Novi Ligure, a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
[8] Cfr. Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento.
[9]



BIBLIOGRAFIA
- Archivio di Stato di Benevento, I caduti della prima guerra mondiale, Provincia di Benevento, leggibile qui http://www.archiviodistatobenevento.beniculturali.it/risorse_digitali/Caduti/ElaboratiGrafici/PaesiDiOrigine/Pdf/Ceppaloni.pd
- database online dell'Istituto del Nastro Azzurro tra i decorati al Valor Militare;
- Italo Semino, Gruppo Alpini di Novi Ligure, Decorati al Valor Militare del Comune di Novi Ligure,
a cura del Gruppo Alpini di Novi Ligure.
- La Stampa, archivio online.
- USSME, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.

giovedì 13 dicembre 2018

Ricordi dal Piave: il caporale Gino Cutti, ragazzo del '99, e una licenza "andata in fumo"

Nonostante il "centenario" sia ufficialmente terminato da alcune settimane, a noi poco importa: proseguiamo nel ricordare uomini e storie di quel delicato periodo della nostra storia. Oggi proponiamo ai nostri lettori un breve racconto che ci ha colpito, sia per il tono vivido e schietto, che per il "black humor" di cui è intriso.

È tratto da un numero degli Anni Sessanta della rivista periodica dell'Associazione tra i "Ragazzi del '99", dalla quale lo trascriviamo fedelmente (corsivi e grassetti nostri).
***

Una licenza andata in fumo 

Testimonianza del caporale Gino Cutti, da Crema, fante del 268° Reggimento della Brigata "Caserta".
Tratto da Il Tascapane – periodico trimestrale dell'Associazione Nazionale "Ragazzi del '99", Anno III, Num. 3, pag. 17
Piave, Grave di Papadopoli, 15 giugno 1918

Quella notte mi trovavo sull'isola Caserta situata in mezzo al Piave alle Grave di Papadopoli; era chiamata "Caserta" perché veniva presidiata dal mio reggimento: 268° Regg. Fant. (Brigata Caserta). Il nostro compito era quello di sorvegliare le mosse del nemico e impedire alle pattuglie avversarie di attraversare il fiume. Tengo a precisare che le compagnie del mio reggimento erano formate da ragazzi del '99, quasi tutti veneti e appartenenti alle terre invase.

Settore del fronte tenuto dalla 31^ Divisione (nella quale era inquadrata, in quel momento, la Brigata "Caserta") al 15 giugno 1918.
Erano le 2,30 o 2,40 del 15 giugno del '18, quando la nostra artiglieria aprì il fuoco su tutta la linea del Piave, dopo di che arrivò l'ordine di lasciare il posto avanzato e di sistemarsi all'argine del Piave. A questo punto, come al solito, entrò in azione "radio fante" con la notizia che ci sarebbe stata una grande azione. E, anche questa volta, "radio fante" non sbagliò! Erano le tre quando l'artiglieria austriaca cominciò il bombardamento. E che bombardamento! Era un inferno! A peggiorare la situazione, poi sul fiume era caduta una nebbia così fitta che non si vedeva un accidente; poi per colmo di scarogna quei porci ci inviarono i gas lacrimogeni. Su le maschere! Gli occhi bruciavano e lacrimavano maledettamente, rendendo ancora più difficile la visuale sul fiume. Verso le quattro il bombardamento si spostò nelle retrovie. Erano tutti sul "chi va là", e si aspettava da un momento all'altro di vederci comparire quei brutti elmetti con le borchie.

Quasi repentinamente, a causa forse del vento, la nebbia che ci ostacolava la vista si diradò e si alzò, lasciandoci la terribile sorpresa di vedere tutte le Grave e linea del Piave gremite di cecchini armati sino ai denti [1], che avanzavano passando a guado o sulle passerelle da loro costruite, e a poca distanza dall'argine dove noi eravamo appostati. Allora incominciò il finimondo! Quanti colpi! Al povero '91 non si poteva neanche toccare la canna; pericolo di forte scottatura; era diventata color ciliegia.

Settore delle Grave di Papadopoli. Evidenziata in giallo, la c.d. "Isola Caserta".
Ma alle Grave non passarono e dovettero ritirarsi lasciando nel fiume una quantità enorme di materiale, di morti e di feriti. Passarono invece a circa un chilometro da noi, sulla destra verso Candelù dove la linea era tenuta da compagnie di reparti inglesi.

Causa questa infiltrazione e la prospettiva di venire accerchiati, ci dettero l'ordine di ripiegare e di sistemarci nel camminamento 12. Dopo questo fatto la nostra posizione non era fra le più comode perché si doveva tenere testa in due punti diversi e cioè di fronte e di fianco. Il nemico che aveva occupato la nostra trincea, dopo aver passato il fiume, era però rimasto tagliato fuori e impossibilitato a ricevere rifornimenti, perché la nostra artiglieria aveva bombardato e distrutto tutti i ponti e le passerelle che aveva fatto per guadare; ma resisteva con accanimento ai nostri attacchi ripetuti. E così passarono due giorni durante i quali vi fu un susseguirsi di attacchi e contrattacchi che si svolgevano anche all'arma bianca causando morti e feriti da ambo le parti.
Per rinforzare la nostra posizione e per potere snidare il nemico dalla trincea e dai camminamenti che ci avevano occupato, ci mandarono per nostra sventura una sezione lanciabombe (lancia Stoc) [2], comandata da un ufficiale di artiglieria con diversi soldati. E così cominciò la tragedia! Si misero a sparare quando un pezzo scoppiò, uccidendo due inservienti e un nostro compagno. Per colmo di sventura in quel frattempo il nemico ci attaccò con una sortita costringendoci a ripiegare di un centinaio di metri, lasciando sul terreno i morti e i due pezzi lanciabombe.
Medaglia commemorativa per il Raduno dell'Associazione Nazionale "Ragazzi del '99" tenutosi in Milano nel giugno del 1969.
Visti inutili i tentativi di fare arrendere i nemici che si erano asserragliati nelle nostre posizioni e anche per non causare inutili perdite di uomini, essendo il terreno molto scoperto, si venne nella determinazione di farli arrendere per fame. Il povero ufficiale di artiglieria comandante la sezione lanciabombe, smaniava per venire in possesso delle sue armi e ci invitò a una sortita per recuperarle dicendoci: “Ragazzi, se mi recuperate le armi vi propongo per una licenza premio!”.
Allora accettammo di tentare l’impresa in cinque. Siccome di giorno sarebbe stata un’impresa impossibile, si aspettò la sera e, a notte fonda, armati di una fifa tremenda e di due SIPE ciascuno, con la smania di andare in licenza, strisciando ventre a terra nel fango, si arrivò ai pezzi. Fu un lavoro tremendo, però riuscimmo a smontare un pezzo. Poi, chi il fusto, chi il tripiede, chi i proiettili, riuscimmo ad entrare al nostro posto senza perdite. Era tanta la contentezza per il recupero dell’arma e la smania di vendicare il dovuto ripiegamento! Il tenente con l’aiuto dei nostri compagni volle mettere subito in azione il pezzo e cominciò a sparare. Non rammento con precisione quanti colpi sparò, perché in quei momenti stavo tentando di levarmi daddosso il fango e tutta la porcheria che avevo accumulata nel viaggio. A farmi finire questo mio tentativo di toeletta fu uno scoppio tremendo, seguito da lamenti, e la visione atroce che mi si presentò appena alzai la testa dal mio buco rifugio. Il pezzo come l’altro era scoppiato, e uno scheggione di fusto aveva raggiunto il povero tenente aprendogli uno squarcio nel ventre, di dove si vedeva la fuoruscita degli intestini. E così dopo aver fatto portare alla medicazione due compagni feriti per lo scoppio, rimessomi dal solito momentaneo smarrimento, e mentre con una barella costruita con un telo tenda veniva portato via il povero ufficiale, mi sentii chiamare da un mio compagno che aveva partecipato al recupero dell’arma, e dire: “Caporae non te pare che la licenza la ze anda in fumo?”… 
E sì, purtroppo era andata in fumo. Qualche ora dopo facemmo una sortita, decisi a vendicare il povero morto, ma appena fuori avemmo la sorpresa di vedere sventolare sulla trincea nemica lo strofinaccio bianco e così ritornammo dopo quattro giorni nelle nostre posizioni che avevamo dovuto abbandonare.

Angelo Gino Cutti

Caporale 268° Regg. Fanteria “Caserta”



NOTE: Angelo Gino Cutti, da Crema, dopo la guerra fece ritorno nella sua città, ove visse sino alla vecchiaia. Tra l'altro, dal 1971 al 1973, fu presidente del locale MotoClub.
[1] Qui il sostantivo "cecchino" è da intendersi non nel senso di "tiratore scelto", bensì quale termine generico per indicare i soldati austriaci (i.e., "soldato di Cecco Beppe").
[2] Si trattava di una Sezione di Lanciabombe da 76 mm "Stokes", di produzione inglese, fornito al Regio Esercito.



sabato 24 novembre 2018

"Libia.WW2" e "Sicilia.WW2" di Lorenzo Bovi

Oggi segnaliamo ai nostri lettori una interessante serie di pubblicazioni curate da Lorenzo Bonvi e che potranno interessare tutti gli appassionati di storia e di fotografia.

LIBIA.WW2 Volume quarto
Lorenzo Bovi

Continua la bella serie di libri fotografici di Lorenzo Bovi con questo Libia.WW2 Vol.4 che tratta in particolar modo della partenza da Napoli per la Libia, delle fortificazioni di Tripoli, di alcune motosiluranti a Bengasi, di Salvatore Esposito a Tobruch e Bardia, del tenente carrista Antonio D’Agata e della battaglia di Alam Abu Hileinat, ancora di Bardia e del ciglione di Derna. Il libro si conclude con varie foto inedite sparse e con spettacolari fotografie dell’aeroporto di Tunisi “El Aouina”. Un altro tassello si aggiunge al grande mosaico.


SICILIA.WW2 Volume ottavo
Lorenzo Bovi

Ecco le ultime ricerche storiche effettuate da Lorenzo Bovi e dai tantissimi collaboratori che gli forniscono fotografie e materiale vario. Il Volume Ottavo della sua collana SICILIA.WW2 presenta una bella serie di fotografie di tedeschi a Vittoria, la storia dei tre carri armati italiani R 35 di Comiso, i Campi di prigionia in Sicilia, il Maresciallo Pilota Silvio Ferrigolo, Nocera Raffaele e il MAS 452 nell’assalto al porto di Malta, i lanciafiamme americani, Salvatore Esposito ed il Treno Armato di Licata, il deposito “mezzi catturati” di Palermo, la pista di volo di Campofelice di Roccella, l’imbarco di Torre Faro a Messina e i SIEBEL a MARSALA. Tre tavole a colori ed una mappa dell’epoca a colori completano le circa 120 fotografie b/n di cui molte inedite.




SICILIA.WW2 – VOLUME SPECIALE – IL PONTE DI PRIMOSOLE
Lorenzo Bovi – Umberto Lugnan – Rita Di Trio

Questo spettacolare nuovo libro è il ventesimo della serie e viene dedicato ai ragazzi morti nei combattimenti a sud di Catania nel luglio 1943, presso il mitico PONTE di PRIMOSOLE che segnò l’arresto delle truppe di Montgomery. Oltre 150 foto per la maggior parte inedite mostrano i luoghi dei combattimenti con fotografie di paracadutisti tedeschi, inglesi e dei famosi Arditi italiani. Imperdibile.
Prezzo 20 euro - pagine 132 fotografico con 5 profili a colori


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sabato 3 novembre 2018

Il 4 Novembre dal taccuino di un ufficiale di Fanteria

Oggi cento anni fa si chiudeva la guerra sulla fronte italiana, quattro anni di sofferenze e paura, ma anche di abnegazione ed eroismo che permisero di giungere alla Vittoria,
Al fine di ricordare tutti i combattenti che presero parte al conflitto proponiamo le pagine di un piccolo taccuino scritto da un anonimo ufficiale di fanteria, probabilmente appartenente al 43° Reggimento Fanteria della Brigata Forlì.

18 Ottobre 1918
Piove tutto il giorno. Aspettando il bel tempo e l'offensiva (Piave in piena). Siamo all'VII Armata

19 Ottobre 1918
Piove ancora. A sera annunzio di prossima partenza per l'Asolone, il reggimento va occupare posizioni di Brigata Siena per la quale si stanno facendo feste in questi giorni.

20 Ottobre 1918
A Castelfranco Veneto (patria Giorgione) Cechislovacchi, arditi di tutte le razze, Francesi, inglesi, generali, artiglieria. Grande Movimento.
Stanotte si parte? Alle 19 si riceve annunzio di partire alle 23, 25 km marcia.

21 Ottobre 1918
Si cammina e si cammina nella notte lunare. Castion Rossano, S. Lorenzo, Cassola, Casoni[...]
Lunga e faticosa. Inbarachiamo, sul Tavolaccio, centinaia e centinaia di Camion, vanno per la Gusella al Grappa. 300 Cannoni trainati da auto.

22 Ottobre 1918
Alla Gusella. Continua l'eccezionale salita di colonne di autocarro con materiali, truppa,cannoni. Gli austriaci tirano a gas: 2 camion di truppa con gli occhi bendati, colpiti dai lacrimogeni, vanno al basso: ambulanze americane scorrazzano. [...] Apparteniamo non più alla 21° Divisione ma alla 18° (VI° Arm)

23 Ottobre 1918
Giornata di attesa. Continua il passaggio di camions di truppa e di artiglierie. Stormi di aeroplani da bombardamento e da caccia.

24 Ottobre 1918
Alle 5.20 grandioso bombardamento sul Moschin, Asolo. Grappa. Lungo il Piave meno intenso. Alle 7 fanterie devono avanzare. Qualche granata nell'accampamento. Le truppe nostre in caverna. Alle 9 giunge notizia della caduta dell'Asolone, a mezzogiorno oltre Asolone preso Pertica e circond. Col Berretta. Preso il Sisemol.

25 Ottobre 1918
Si parte a mezzanotte e si arriva all'Asolone. Quel che s'era acquistato ieri si perdette nel meriggio per mancanza di rincalzi. Grandioso Bombardamento. 300 Tugnitt (espressione dialettale per tedeschi) sfilano. Alle 16 si parte per Ponte S. Lorenzo, gli arditi del IX C d'Assalto si spingono a Cismon facendovi molti prigionieri. Ferma la corsa un equivoco devono poi abbandonare posizione e prigionieri.

26 Ottobre 1918
Vengo inviato a Col del Miglio presso la stazione di Marcia per l'Asolone. Strada battutissima dall'Artiglieria. La fanteria esce all'attacco del monte Asolone. La brigata ha 660 uomini fuori combattimento.

27 Ottobre 1918
Ritorno a Col del Miglio nella mattinata, nella sera si ritorna col reggimento in Val di Sotto in relativo riposo.

28 Ottobre 1918
Il reggimento aspetta in Val di Sotto. Calma sulle nostre linee. Prigionieri. Avanzate nostre sul Piave. Il reggimento riparte a sera per la prima linea in Val Damoro. Io rimango al Comando.

29 Ottobre 1918
Furiosissimi bombardamenti per tutta la giornata: il 43° non impegnato nella prima linea. Colonne di prigionieri. Da Val di Sotto (già comando reggimento) mi reco fra le cannonate di tutti i generi al Comando su linea con ordine della Brigata. Macello di austriaci e di arditi. La cima dell'Asolone perduta e riconquistata parecchie volte.

30 Ottobre 1918
Il 2° Battaglione sul cacume dell'Asolone, il I° arretrato, il III° di riserva. La giornata s'inizia con calma.

31 Ottobre 1918
Alle 7 lancio gas. Comincia improvviso avanzare Col [illeggibile] all'Asolone, al Col Berretta, Col Bonato, [...illeggibile...] si continua a scendere per Val Cesilla, piena di cannoni, cadaveri, armi e bufetteria. 5 a Cismon sino alle 9. Da Cismon attraverso ponti distrutti a [illeggibile].
Alle 16.45 la bandiera sul Col Bonato

1° Novembre 1918
Alle 4 si parte per Primolano, i primi abitanti festanti ci accolgono. Si prosegue per Tezze. Numerosissimi prigionieri italiani liberati incontriamo facce cadaveriche. Erbe. Una pagnotta 30 corone. Quando arriviamo a Tezze artiglieria sta distruggendola.

2 Novembre 1918
Ci fermiamo a Tezze. Stazione bombardata da aeroplani: Proiettili dal 420 al 37 sparsi nelle vicinanze. Continuo passaggio di prigionieri austriaci e di liberati italiani: Facce spettrali. Si dice che Borgo e Trento evacuate. Camion, carrette, cucine, telefoni, artiglieria abbandonate.

3 Novembre 1918
Arriviamo verso le 5 a Serai fuori, dove troviamo vasti e magnifici baraccamenti con mobili e viveri in abbondanza. Acqua officina elettrica. Durante la marcia incontriamo Sua Maestà. I prigionieri ammontano a 120.000 e i cannoni a 2000. A sera annuncio di caduta di Trento.

4 Novembre 1918
Alle 3 è finita firmato armistizio con Austria. Ci troviamo a Telve, distrutta completamente, a poca distanza da Borgo. Si mangia alle 16. Gloriosi bollettini. Pattuglia di 7 mitraglieri inglesi fermano e fanno prigionieri un battaglione di austriaci nei pressi di Levico.

5 Novembre 1918
A Telve ci organizziamo e fortifichiamo il paese. Sindaco di Borgo.
Il magnifico bollettino 300.000 prigionieri e 5.000 cannoni.
Dicesi che si abbia occupata la Vetta d'Italia, noi destinati a presidiare Bolzano. Gita a Borgo.


Abbiamo evidenziato uno dei passaggi del Bollettino della Vittoria, che ci sembra doveroso condividere nella sua interezza:

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12 
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d'armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, dell'VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Armando Diaz 

A conclusione di questo breve scritto porgiamo il nostro ringraziamento a tutti gli italiani che presero parte a quell'immane conflitto.

A Cura di Arturo E. A.