domenica 19 dicembre 2021

Dalla Russia alla Somalia: l'avventurosa carriera del gen. Bassano Secchi

Dopo la storia del generale Enrico Secchi, il suo ottimo ed omonimo nipote ci dona un altro prezioso contributo: stavolta, il protagonista sarà Bassano Secchi, figlio del generale Enrico, ed a sua volta destinato a una brillante quanto movimentata carriera militare nelle file del Regio Esercito prima, e dell'Esercito Italiano poi. Tale pubblicazione lo intende, peraltro, ricordare proprio nel centenario dalla sua nascita.

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Bassano Secchi nacque il 24 agosto 1921 a Como, dove il padre Enrico comandava la locale Compagnia esterna dei Carabinieri Reali.

Note storiche circa la famiglia Secchi

La famiglia Secchi, però, è originaria di Lodi e le prime notizie su di essa, tratte dall’Archivio Storico della Biblioteca Comunale della città, risalgono al XV secolo e si sintetizzano nelle seguenti:

“Famiglia antica di Lodi di Partito Guelfo. Si trova in parentela con varie Nobili Famiglie di Lombardia ed un ramo passò ad abitare anche a Milano.

Angela nel 1655 lasciò eredi le Orfane di Lodi d’ogni suo avere e una messa quotidiana in S. Francesco alla Cappella di Famiglia della B. V. di Caravaggio.

Ca’ de’ Secchi cascinale di loro fondazione sotto Senna.

Bertolino Canonico della Cattedrale di Lodi andò a Roma nel 1457 per incarico dei Deputati dell’Ospitale Maggiore che stavano costruendo onde ottenere conferma di privilegi e decreti d’annessione degli altri Ospitali dal Papa.” 

Alla fine del secolo XVIII, la Famiglia Secchi possedeva un consistente patrimonio immobiliare, ma i tre fratelli Secchi (Bassano, Angelo e Giacinto), entusiasti seguaci dei nuovi ordinamenti liberali, dovettero temere, per tale motivo, per la loro libertà ed incolumità personale. I due fratelli minori - Angelo e Giacinto -, quindi, decisero di abbandonare la loro bella Lombardia e di andare in Paesi più liberi e democratici. Pertanto, svenduto il loro patrimonio immobiliare in tutta fretta e diviso il ricavato in parti uguali, i due fratelli minori abbracciarono Bassano, dicendo che sarebbero emigrati in America, ma, poi, di loro non si ebbe più alcuna notizia.

Bassano (1790-1860), che non aveva voluto ad alcun costo lasciare la sua città e con una buona cultura umanistica e matematica, nonostante le difficoltà dovute alla restaurazione asburgica, riuscì a trovare il posto di Segretario ed Economo, presso il “Collegio delle Dame Inglesi”, fondato da una nobile dama venuta dall’Inghilterra, di nome, Lady Mary Hadfield Cosway. Bassano fece subito colpo sulla segretaria e dama di compagnia di Lady Cosway, Anna Elmi, appartenente ad una distinta famiglia di Foligno, per cui si sposarono ed ebbero nel 1827 un unico figlio di nome Francesco.

Francesco (1827-1874) studiò nel Collegio stesso delle Dame Inglesi, e incline alle arti e specialmente alla musica, fu fatto anche studiare presso valenti maestri dell’epoca. A venti anni, nel 1847, sposò Virginia Cavenaghi, appartenente ad una ricca famiglia di Crema, proprietaria soprattutto di immobili. Pochi mesi dopo il matrimonio, nel marzo 1848, Francesco, allevato dal padre nelle idee liberali, partì con altri patrioti per Milano, ove partecipò alla rivolta contro l’oppressore asburgico, combattendo durante le “cinque giornate” contro le truppe austriache del Maresciallo Radetzky e rientrando a Lodi solo dopo il pieno successo dell’insurrezione. Per questa sua partecipazione attiva alla prima guerra del Risorgimento, dopo il 1849, quando il governo austriaco ritornò in Lombardia, Francesco dovette subire ritorsioni da parte della polizia imperiale, ma ebbe la grande soddisfazione, nel 1859, di vedere la sua terra finalmente libera e riunita in un’unica Nazione, la tanto sospirata Italia. Francesco, a parte questi problemi di carattere politico, divenne un imprenditore, fra l’altro, nell’industria del teatro lirico, nel cui settore si distinse, ottenendo peraltro più soddisfazioni morali che materiali.

Ebbero cinque figli, ma un solo maschio Bassano (1860-1911), che, rimasto orfano del padre a soli tredici anni, si affiancò subito alla madre nella guida della famiglia, dove vi erano quattro sorelle da seguire e accollandosi, ancora da ragazzo, responsabilità da uomo. Conseguito il diploma di Istituto Tecnico, vinse per concorso un posto di funzionario nell’Amministrazione Comunale di Lodi, divenendo col tempo Capo Ufficio del suo settore. Bassano si sposò felicemente nel 1884 con Zaira Wilmant, proveniente da una ricca famiglia lodigiana di editori e patrioti. Tra i numerosi fratelli di Zaira vi erano Tieste Wilmant e, soprattutto, Vero Wilmant, destinato a una brillante carriera nel Regio Esercito.

Bassano Secchi e Zaira Wilmant ebbero due figli, Francesco, laureato in giurisprudenza, Segretario Generale degli Istituti di Beneficenza del circondario di Lodi e tenente di complemento d’artiglieria durante la prima guerra mondiale ed Enrico (1887-1963), che intraprese la carriera militare e partecipò alla guerra di Libia, alla prima e alla seconda guerra mondiale, divenendo generale di brigata dei Reali Carabinieri. Enrico, sposatosi con Francesca Moriondo, proveniente da una distinta famiglia di Asti, ebbe due figli di cui una femmina, Domitilla, e un maschio, Bassano, appunto.

Giovinezza e inizio della carriera militare

Bassano, che a causa dei numerosi trasferimenti del padre aveva avuto un trascorso scolastico un po’ travagliato, cambiando continuamente scuola tra Lucca, Lodi, Grosseto, Bologna, L’Aquila e Bari, nel 1935 giunse a Milano, dove venne iscritto al Regio Ginnasio “Giuseppe Parini”, ove frequentò, finalmente senza interruzioni, la Va Ginnasio e le tre classi liceali, dopodiché si iscrisse alla Regia Università degli Studi di Milano (allora dislocata in Via Torino) nella Facoltà di Giurisprudenza.

Il desiderio del padre era che esercitasse la libera professione, ma gli avvenimenti, che sconvolsero, non solo l’Italia, ma tutto il mondo, diedero a tali proponimenti una svolta completamente diversa. Nell’agosto 1939, infatti, scoppiò la Seconda guerra mondiale e, nel giugno 1940, anche l’Italia entrò nel conflitto. Bassano stava frequentando il II° anno di Università, quando il 1° marzo 1941 venne chiamato alle armi e destinato al 62° Rgt. Ftr. Mot. della D. “Trento” a Trento. La sua chiamata era seguita alla decisione del Governo di fare partecipare al conflitto subito gli Universitari della classe allora più giovane e, cioè, proprio il 1921. Tutti questi ragazzi dovevano diventare Ufficiali, ma il Corso Allievi, proprio per loro, venne modificato per poterli meglio preparare per i futuri compiti in guerra; il Corso venne portato da 6 mesi a 12 mesi, diviso in due fasi, la prima presso Reparti operativi e la seconda presso le Scuole di Specializzazione.

Verso la fine di marzo, venne formato un Battaglione Allievi che fu inviato a Vipiteno e inquadrato in un'unità della Guardia alla Frontiera (G.a.F., particolari truppe, con caratteristiche alpine, costituite allora per la difesa delle frontiere, specialmente sulle Alpi). Lo scopo di questo trasferimento era quello di formare il fisico degli Allievi alle fatiche della vita militare; perciò, oltre agli studi specifici, non mancarono: giornaliere esercitazioni di addestramento al combattimento con spostamenti, naturalmente sempre a piedi, in tutte le zone montuose circostanti; ginnastica atletica; continue esercitazioni di tiro con tutte le armi di reparto e individuali (mitragliatrici “Breda” e mortai da 45 e da 80 compresi) e, “dulcis in fundo”, ogni venerdì una marcia con partenza all’alba e rientro all’imbrunire, con zaino al completo e armamento. Alla fine di maggio, il Reparto si spostò a Bressanone (tappa a piedi, con tutto il bagaglio personale e tutto l’armamento sulle spalle), da dove cominciò il Campo mobile. La 2a Compagnia, alla quale apparteneva Bassano, fece soste di tre o quattro giorni ciascuna, a Rio di Pusteria, a Spinga e nella stessa Bressanone (naturalmente trasferimenti sempre a piedi). Il 15 giugno, conferito a tutti gli Allievi idonei fisicamente e previo esame sulle materie studiate (purtroppo, vi furono delle bocciature, accolte con molta delusione da parte degli interessati) il grado di Sergente Allievo Ufficiale, il Battaglione rientrò a Trento. Ai primi del mese di luglio, Bassano, a seguito di concorso per titoli, venne trasferito nel Corpo Automobilistico ed avviato ad un Corso di addestramento preparatorio per la specialità presso il 4° Autocentro di Verona, dove cominciò a conoscere meccanicamente e ad apprendere praticamente la guida di tutti gli automezzi allora in dotazione all’Esercito.

Il Corpo Automobilistico era stato costituito solo nel 1936, per gestire tutti i trasporti e, nel campo della motorizzazione, le riparazioni e i rifornimenti a favore di tutte le Unità dell’Esercito.

Bassano Secchi allievo ufficiale a Torino nel '41-'42.

Il 1° settembre, Bassano fu assegnato alla Scuola Allievi Ufficiali del Corpo di Torino, sita in Via Brione (poi sede della Ia O.R.E.), e dopo sei mesi di Corso, superati gli esami finali, fu nominato S.Tenente con anzianità 16 marzo 1942. Sotto la stessa data si presentava al 10° Centro Automobilistico di Napoli, dove prestò servizio per circa cinque mesi come Comandante di autosezione. Nel frattempo, dopo aver presentato ufficialmente domanda per essere inviato al Fronte, incominciò a premere insistentemente sul padre perché lo aiutasse a essere destinato in Russia, dove altri suoi colleghi ed amici erano già stati avviati. 

Benché naturalmente riluttante, il padre, sempre pressato da Bassano, si recò a Roma, al Ministero della Guerra, dal Direttore Generale degli Ufficiali, Generale Cappa, suo compagno di Accademia, che, con stupore e, nel contempo, con ammirazione per quella inconsueta richiesta, provvide a tale assegnazione. Così, il 22 agosto 1942, giunse il relativo dispaccio che destinava il S.Ten. Secchi al X° Autoraggruppamento di Manovra (Col. Montrucchio) - 60° Autogruppo (Magg. Mazzei e, poi, Ten. Col. Commento) - 253° Autoreparto Pesante (Capitano Falanga), operante alle dirette dipendenze dell’8a Armata schierata sul Fronte Russo. Partito da Napoli e dopo alcune soste presso i Distaccamenti di Brescia e di Piacenza del 3° Rgt. Autieri di Milano (i Centri Autieri avevano assunto la denominazione di Reggimenti, in quanto il Corpo Automobilistico sarebbe dovuto diventare Arma), ai primi di settembre, Bassano raggiunse il Comando sosta di Bologna, da dove, dopo una settimana, fu inviato a Verona; da questa città, verso la metà di settembre, partì con la tradotta militare per il Fronte Russo. Il viaggio iniziò sotto un diluvio, per cui, dopo una sosta a Trento, il treno dovette fermarsi a Bronzolo, a causa di una frana che aveva bloccato la linea ferroviaria. Dopo due giorni, riprese il viaggio, che seguì il seguente itinerario: Bolzano - Brennero - Innsbruck - Rosenheim - Salisburgo - Linz - Vienna - Bratislava - Leopoli - Kiev - Karkov - Millerovo.

La campagna di Russia

In quest’ultima località ebbe termine il tragitto ferroviario e tutti i militari trasportati furono smistati ai vari Reparti di appartenenza. Bassano, quindi, proseguì per Voloscilovgrad, dove si presentò al Comando del X° Autoraggruppamento. Dopo una breve sosta, raggiunse - al comando di una autocolonna diretta a nord, lungo l’itinerario: Certkovo - Kantemirovka - Rossohs, (lasciando pertanto l’Ucraina ed entrando proprio nel territorio russo) - il 253° Autoreparto, dislocato nel paese di Stojanovo-Blinskj, presso il capoluogo di Ostrogoshsk, a sud di Voronesh. La nuova sede si trovava a circa 80 Km a nord di Rossohs - dove era schierato il Corpo d’Armata Alpino (DD. Tridentina, Cuneense, Julia), ala sinistra dell’8a Armata Italiana - e a ridosso delle linee tenute dalle Unità Ungheresi e da Unità Tedesche. In questa sede, il 253° Autoreparto rimase fino all’alba del 16 gennaio 1943, giorno di inizio della ritirata. Durante questo periodo, il Reparto lavorò duramente con autocolonne continue in zone particolarmente sottoposte a bombardamenti aerei, ad infiltrazioni di elementi dell’Esercito Sovietico e a improvvisi attacchi di partigiani, in quanto le linee nemiche distavano soltanto qualche chilometro.
Cimitero di guerra italiano in Russia nel '42-'43.

Verso la fine di novembre del 1942, Bassano contrasse una dolorosa tendosinovite ad entrambi i talloni di Achille, che, risoltasi positivamente in breve tempo per quanto riguarda il piede sinistro, nel piede destro, malamente curato all’inizio, si trasformò in un principio di necrosi all’altezza del tallone stesso. Bassano, peraltro, non volle, come consigliato dai medici, essere ricoverato in un Ospedale Militare, poiché ciò avrebbe voluto dire lasciare il suo Reparto per chissà quanto tempo. Per fortuna trovò presso una vicina Unità un ottimo medico militare, valido chirurgo da civile, che sottopose la parte infetta della gamba ad un intervento, asportando, solo mediante un bisturi ed una speciale forbice (l’attrezzatura sanitaria in loco era molto precaria) e senza alcuna anestesia locale, la carne già incancrenita e portando allo scoperto la carne ancora viva. Ogni giorno, poi, si doveva provvedere a eliminare la parte che, ricrescendo, continuava ad infettarsi; in un primo tempo, sempre tagliando e, successivamente, quando l’azione cancrenosa incominciò ad attenuarsi, bruciando col nitrato d’argento. Comunque, Bassano, sia pur zoppicando, continuò, sempre contro il parere dei sanitari che temevano serie complicazioni e che pertanto insistevano per ricoverarlo in un ospedale, ad espletare i suoi compiti e, grazie alla grande medicina dei vent’anni, riuscì a guarire contro ogni pronostico!

Intanto, i giorni scorrevano e, nel dicembre 1942, incominciarono a pervenire notizie sull’avvenuto massiccio attacco delle Armate Sovietiche contro l’ala destra e il centro dell’8a Armata, che iniziavano a cedere.

Prigionieri russi scortati da truppe tedesche nel '42-'43.

La sera del 31 dicembre 1942, il Comandante dell’Autoraggruppamento (Col. Montrucchio) venne a cena presso la mensa Ufficiali del 253° e, al termine del pasto, nel brindare e fare gli auguri a tutto l’Autoreparto, al suo Comandante e agli Ufficiali, comunicò che, in caso di arretramento delle linee anche nella zona, al 253° sarebbe stato assegnato il compito di retroguardia, concludendo con una frase che si può così sintetizzare: “Al migliore Reparto l’onore dell’incarico più pericoloso”. Il 253°, infatti, grazie alle particolari qualità militari, morali e di carattere del suo Comandante, - che era riuscito a forgiare a sua somiglianza Ufficiali, Sottufficiali e Autieri - era considerato il Reparto di punta del X°. Comunque, l’incarico di retroguardia, dati i precedenti in materia, era da considerarsi, più che pericoloso, da disperati, ma tutti gli Ufficiali se ne sentirono orgogliosi. 

Dopo il 10 gennaio, la temperatura calò bruscamente, raggiungendo i 30/40 gradi sottozero e l’offensiva sovietica si scatenò contro le antistanti linee tedesche e ungheresi. Il 253° venne subito impiegato in appoggio alle Unità corazzate germaniche e il 13 gennaio due autocolonne cariche di carburante per la 227a Divisione corazzata tedesca, di cui una comandata proprio da Bassano, vennero attaccate da reparti motorizzati russi. 

Nostri mezzi bloccati nella neve nell'inverno 1942-1943.


Gli scontri furono brevi, ma violenti; i reparti sovietici, affrontati con estrema decisione, si ritirarono, le due autocolonne subirono le prime perdite in uomini e mezzi, ma i compiti previsti furono portati regolarmente a termine. Il 15 sera, iniziarono violenti bombardamenti aerei; venne dato subito l’ordine di approntare il 253° - ultimo Autoreparto, come previsto, rimasto a Ostrogoshsk - per la ritirata. Incominciò il carico delle ultime truppe rimaste a difesa della città; dopo mezzanotte, cessò l’attacco aereo ed entrò in azione l’artiglieria sovietica; Ostrogoshsk era ormai in fiamme e, alla luce degli incendi, il 253° continuava ad operare con calma, destreggiandosi tra macerie e caduti di tante nazionalità; i reparti nemici stavano ormai entrando nella periferia della città praticamente deserta. All’alba del 16 gennaio 1943 iniziò il ripiegamento, sicuramente la fase bellica più crudele, più dolorosa e più sanguinosa che un’Armata Italiana dovette mai affrontare durante tutto il conflitto.

Carro armato russo T34 catturato.
Il 253°, carico di uomini, di armi e di materiali, ripiegò a scaglioni; l’ultimo scaglione, con il Capitano Comandante e il S.Ten. Secchi, suo Ufficiale Addetto e V. Comandante, lasciò, verso le sei del mattino, la città quasi ormai distrutta, inseguito da nuclei di carri armati sovietici. Malgrado che venisse a lungo bersagliato da cannonate e raffiche di mitragliatrice, lo scaglione riuscì a sottrarsi al nemico e a riunirsi al resto del reparto; proseguirono perciò insieme, sotto continui bombardamenti aerei, lungo la linea di ritirata: Aleksievka, Budiennj, Valuiki, dove vi fu un violento e prolungato scontro con truppe siberiane e mezzi corazzati nemici e dove il Reparto, reagendo con tutte le proprie forze e con accanimento e riuscendo perciò a sganciarsi, subì fortissime perdite in uomini e mezzi. 

Mezzi e animali intrappolati nella neve.

Alle prime luci del 19 gennaio 1943 (ricorrenza di S. Bassano), i resti del 253° raggiunsero Karkov. In questa località, l’Autoreparto, sebbene decimato negli uomini e con il parco mezzi quasi distrutto, venne fermato dal locale Comando Italiano e, rinforzato con altro materiale, subito reimpiegato a sostegno della vicina zona di Kupiansk, già minacciata dalle forze nemiche. Ma anche Kupiansk cadde e i combattimenti si spostarono nella zona di Karkov, ormai sotto tiro delle artiglierie russe. 

Tramonto durante la ritirata.

Verso la fine di febbraio, il 253°, rinforzato da altre unità motorizzate e carico di uomini e materiali, iniziò un ulteriore spostamento verso ovest, lungo la direttrice: Sumy - Romny - Priluki, fino a raggiungere, - dopo continui bombardamenti aerei, attacchi improvvisi di reparti motorizzati e corazzati sovietici, imboscate di partigiani - la città di Kiev

Ultime fasi della ritirata, febbraio 1943.

Qui, in pratica, finì la ritirata vera e propria, perché i successivi spostamenti furono effettuati in ambiente relativamente più sicuro, pur se sempre sottoposti a continui attacchi aerei. Da Kiev il 253° si spostò a Nescin, dove fu ancora impiegato in diversi compiti a carattere logistico. Verso la fine di marzo, l’autoreparto lasciò questa ultima località e, superata Cernigov, entrò nella Russia Bianca, raggiungendo Gomel. Qui finalmente si riunì al X° Autoraggruppamento dal quale, da circa due mesi e mezzo, aveva perso ogni contatto, mentre veniva impiegato da tutti i Comandi, sia italiani, sia tedeschi, via via incontrati, senza un attimo di sosta, malgrado le forti perdite subite, talché per un certo periodo era stato dato - nella tragica situazione del momento, ove intere unità sparivano travolti dalla furia bellica - per disperso.

Villaggio incendiato, raggiunto durante le ultime fasi della ritirata (febbraio 1943).

Ora finalmente il 253° poteva riorganizzarsi, contare i suoi Caduti, curare i suoi feriti o ammalati, dare respiro a tutti coloro che avevano superato con coraggio, con sacrificio, con dedizione assoluta e, diciamo pure, anche con una buona dose di fortuna, ogni sorta di pericoli. Aveva percorso centinaia di chilometri, continuamente attaccato, sanguinosamente colpito da un nemico sempre in agguato, torturato dalle intemperie di un clima letteralmente agghiacciante, lasciando lungo le piste innevate uomini e mezzi, ma riuscendo a ribattere colpo su colpo, a superare ogni ostacolo, a resistere anche quando tutto sembrava finito, a compiere, infine, sempre e ovunque, il proprio dovere con serenità e consapevolezza, senza mai compiangersi o lamentarsi. 

Nella zona di Gomel erano state radunate tutte le Unità italiane che, convenientemente completate, potevano essere ricostruite e impiegate: un Corpo d’Armata su tre Divisioni con supporti vari e un Autoraggruppamento, il X°. Ma, verso la metà di aprile, giunse l’ordine di rientro in Patria e anche il 253°, con varie tradotte, lasciò la zona di guerra. Così per Bassano aveva termine, dopo circa sette mesi, uno dei periodi più importanti della sua vita, che, da ancora ragazzo, lo aveva trasformato in uomo, attraverso esperienze certo crude e dolorose, ma determinanti per la formazione del suo carattere.

Al comando di una parte del suo Reparto, Bassano iniziò un viaggio al contrario, ma simile a quello dell’arrivo: Gomel-Luminez-Leopoli-Bratislava-Vienna-Linz-Salisburgo-Rosenheim-Innsbruck-Brennero-Vipiteno. Qui, i militari scesero, fermandosi per visite mediche di controllo e per la disinfestazione, mentre i mezzi, presi in consegna da militari del 4° Reggimento Autieri, proseguivano per Verona. Dopo la disinfestazione, i militari furono trasferiti a Dobbiaco, dove rimasero per quindici giorni in quarantena e dove Bassano potè riabbracciare il padre, che prestava servizio a Trento; al termine di questo periodo, raggiunsero Verona. Colmati i vuoti in uomini e materiali, l’Autoreparto si spostò, prima a Montichiari (Brescia) ed, infine, a Livorno, ove venne impiegato in attesa di nuova destinazione.

L'armistizio

Ma giunse l’8 settembre 1943, data dolorosa e apportatrice di nuove sventure e lutti. Nella confusione indescrivibile del momento il 253° dapprima si oppose con le armi ai reparti tedeschi, che volevano catturarlo, ma alla fine, con l’arrivo di ulteriori forze germaniche e a seguito di ordini superiori dati per iscritto, resi inefficienti le armi e i mezzi in dotazione, si sciolse.

I reparti tedeschi, disarmati gli italiani, consegnarono in caserma la guarnigione, ma Bassano col suo capitano e altri coraggiosi, non volendo rimanere prigionieri dei tedeschi, né aderire alla Repubblica di Salò, riuscirono di notte col favore delle tenebre a guadagnare la libertà, facendosi strada tra i proiettili delle sentinelle tedesche, che purtroppo fecero qualche vittima tra i fuggitivi.

Bassano, con il suo capitano, trovò, poi, fraterna accoglienza presso la Famiglia Marcacci, una delle più distinte della zona, nella loro villa, a pochi chilometri da Livorno.

Questa famiglia era costituita da quattro sorelle, che furono per Bassano più che sorelle e non vollero mai - anche nei momenti più pericolosi e tristi dei rastrellamenti degli uomini e particolarmente degli Ufficiali che non avevano aderito alla Repubblica Sociale del nord, da parte delle SS tedesche -, abbandonare i loro ospiti, anche se sapevano di rischiare, anch’esse, la deportazione, se non addirittura la vita. Donne, pertanto, di alta levatura morale, di animo forte e dotate di profondo amore patrio e di sincera pietà (dalla “pietas” latina) cristiana.

Ma anche il periodo di attesa per ricongiungersi con il Regio Esercito da parte dei due ufficiali non fu esente da rischi e pericoli, perché era loro volontà non aderire alla Repubblica di Salò, ma reintegrarsi al più presto con le Forze Regie, verso le quali avevano prestato giuramento di fedeltà. Dal canto loro, i Tedeschi continuavano a rastrellare il territorio ancora sotto il loro controllo ed a catturare gli uomini, tanto è vero che nelle campagne del livornese le donne in simili frangenti giravano appositamente per avvisare gridando “acchiappall’omini” e tutti scappavano nascondendosi come potevano. 

I Tedeschi angariavano anche la popolazione locale per approvvigionarsi e per rappresaglia ed in uno di questi rastrellamenti Bassano si trovava nel suo rifugio presso la famiglia Marcacci, mentre il suo Capitano si era occasionalmente allontanato. In quell’occasione si presentarono a Bassano due delle sorelle Marcacci, cercando aiuto, disperate ed in lacrime, chiedendo di intervenire perché due Tedeschi, entrambi appartenenti alle SS, volevano prendere in ostaggio il figlio undicenne -unico figlio ed unico nipote di tutte le quattro donne-. Infatti, i due militari tedeschi avevano requisito un’infinità di prodotti della vasta campagna di proprietà delle sorelle, svuotando le dispense ed i magazzini destinati al sostentamento anche dei contadini ed ammassando ogni ben di Dio su di un capiente camion. A quel punto, i due militari, per assicurarsi di non essere poi assaliti dai contadini inferociti durante l’attraversamento delle campagne, avevano preso come ostaggio il figlio di una delle sorelle, appena undicenne. Bassano, all’epoca ventitreenne, in assenza del suo Capitano e sentendosi vincolato alla riconoscenza nei confronti di quelle donne, si disse pronto ad intervenire. Corse insieme a loro e si presentò ai due sottufficiali tedeschi così come era, ovvero in abiti civili, dicendo di lasciare il bambino e di prendere lui, un uomo, al suo posto. I due furono irremovibili, ma presero anche Bassano senza lasciare andare via il ragazzo. Bassano e Francesco salirono allora sul camion e, dopo un pò, i due tedeschi, ormai fuori dalla zona da loro ritenuta pericolosa, dovevano decidere cosa fare dei due ostaggi e decisero di eliminarli. Gli fecero scavare una buca per sotterrare i loro stessi corpi e, quando fu tutto chiaro, Bassano supplicò i due di uccidere lui, ma di lasciare andare Francesco: ci furono momenti drammatici in cui Bassano cercò di strappare dalle loro mani il bambino, nonostante fosse sotto il tiro delle pistole puntate su di lui. Ma non spararono, anzi uno dei due, il maggiore in grado ed il più anziano, forse colpito per il gesto di coraggio del giovane e mosso a compassione per la sorte del bambino, che piangeva disperato, rivolgendosi in lingua tedesca all’altro gli ordinò di lasciarli andare. A quel punto i due militari incominciarono a litigare violentemente tra loro, perché il più giovane voleva invece eliminarli, e vennero anche alle mani, fino a che il superiore non arrivò a puntare addirittura l’arma contro il suo sottoposto, contemporaneamente urlando a Bassano di scappare insieme al bambino. Corsero per ore, fino a che non entrarono nel latifondo delle sorelle Marcacci, dove i contadini riconobbero il bambino e li riportarono indietro a casa su un carretto: furono festeggiati per giorni entrambi.  

Quel bambino divenne un uomo e per tutta la vita di Bassano non fece passare mai un Natale, una Pasqua o un onomastico senza chiamarlo al telefono, fino a che, il giorno di san Bassano del 2003, rispose al telefono di casa solo la moglie Clara, comunicandogli che proprio quello stesso giorno Bassano era venuto a mancare: a quel punto Francesco si sciolse in un pianto dirotto, fino a non poter più proseguire la telefonata, mai dimentico del bambino che era stato e dell’uomo che, pronto a rinunciare alla propria, gli aveva salvato la vita.  

Così si arrivò all’agosto 1944, quando gli Alleati, a cui si erano affiancate le Truppe del Regio Esercito, giunsero nei pressi di Livorno. Bassano, insieme al suo Capitano, approfittando di tale situazione e sempre con l’aiuto della Famiglia Marcacci, raggiunse, attraverso le linee, la zona occupata dagli americani e, dopo un viaggio fortunoso, arrivò a Roma. Qui, il Capitano proseguì verso Napoli, sua città, e Bassano verso Tagliacozzo, dove si ricongiunse al padre. Nel gennaio 1945, riprese servizio e fu assegnato alla 266a Compagnia Autonoma Autieri A.C. (Allied Comission), dipendente dal Quartier Generale Alleato in Roma.

Il dopoguerra 

Il 1° settembre 1946 passò in servizio al 21° Autoreparto Speciale, sempre in Roma, trasformatosi, poi, in Reparti Auto dello S.M.E. ed, infine, in Autogruppo dello S.M.E.

Nel marzo 1947, a seguito di una proposta dei suoi Superiori diretti durante la Campagna di Russia, fu trasferito in Servizio Permanente Effettivo per Merito di Guerra con la seguente motivazione:

 “Ufficiale automobilista comandante di Autosezione di non comuni qualità ha sempre prodigato le sue energie al servizio. Nel corso di un ripiegamento del fronte subiva ripetutamente l’attacco di preponderanti forze corazzate e di fanteria nemiche. Nonostante la notevole inferiorità numerica e di armamento, affrontava con i suoi uomini il combattimento, riuscendo col suo coraggio, la sua azione personale di comando, il suo valore, la sua preparazione tecnica e il suo spirito di iniziativa, a disimpegnarsi brillantemente e raggiungere, dopo aver subito elevate perdite di uomini e di automezzi, la zona prestabilita. Luminoso esempio di coraggio, spirito di sacrificio e sprezzo del pericolo.” 

Nel contempo, non appena arrivato a Roma, aveva ripreso gli studi universitari, conseguendo la Laurea in Giurisprudenza. Successivamente, superò gli esami di Stato per Procuratore Legale, ma non poté, peraltro, iscriversi all’Albo dei Procuratori Legali, essendo Ufficiale Effettivo dell’Esercito.

In quel periodo, inoltre: prestò servizio presso i Distaccamenti, dipendenti dal suo Autogruppo, prima a Ugovizza presso Tarvisio (Udine) e poi a Casarsa della Delizia (Pordenone), impegnati nel recupero e smistamento di autoveicoli dislocati in Austria e ceduti dall’Esercito Americano a quello Italiano (dicembre 1947/maggio 1948); frequentò un Corso di Addestramento sulla Motorizzazione e da Istruttore presso una Scuola dell’Esercito U.S.A., dislocata a Eschwege (Germania), nel periodo settembre-novembre 1948.

L'esperienza in Somalia

Il 26 agosto 1949, fu trasferito, a domanda, al Comando del Corpo di Sicurezza della Somalia (ex colonia, data in mandato fiduciario all’Italia dall’O.N.U.) e assegnato all’Autoreparto Misto “S” in approntamento. Prestò servizio presso questo Reparto prima a Bari (agosto-novembre), poi a Caserta (novembre-marzo); durante questi mesi, l’Unità venne costituita nei mezzi e nel personale (Cap.no Comandante Tombesi; V. Comandante, Ten. Secchi; Com.ti di Autosezione, Ten. Pizzillo, S. Tenenti Barbagallo, Menna , Gafforio).

Il 5 marzo 1950, Bassano s’imbarcò sulla Motonave “Andrea Costa” e sbarcò a Mogadiscio il 20 marzo.

Bassano Secchi in Somalia (1950-1952).

L’Autoreparto, unica unità del Corpo Automobilistico in Somalia, veniva impiegato in tutto il Territorio da Bender Cassim (Migiurtinia) a Chisimaio (oltre Giuba) senza mai un attimo di sosta. Il 12 luglio 1950, Bassano venne promosso Capitano (con anzianità 15 marzo dello stesso anno) e il 10 marzo 1951 assunse il comando dell’Autoreparto Misto, iniziandone la trasformazione da personale nazionale (Sottufficiali e Autieri) a personale somalo. Il 3 giugno 1952, lasciò in aereo la Somalia dopo più di due anni di permanenza e rientrò in Italia.

La carriera negli anni Cinquanta e Sessanta

Il 26 ottobre 1952, finita la licenza coloniale, assunse il comando del Reparto Trasporti della Divisione “Granatieri di Sardegna” con sede a Roma - Pietralata (Caserma “Gen. Gandin”). Con questo Reparto partecipò alle Grandi Esercitazioni dell’estate 1953, le prime Grandi Manovre effettuate dopo la fine della guerra.

Il 14 gennaio 1954, venne trasferito al Ministero Difesa - Esercito in servizio presso l’Ispettorato Generale della Motorizzazione. In questo periodo fu:

-          Ufficiale Addetto alla Sezione Carburanti dell’Ufficio Autoveicoli e Carburanti (19 gennaio 1954/30 settembre 1954; Col. Belluzzi, Magg. Fabiano);

-    Prescelto, a seguito domanda, quale frequentatore del 9° Corso Superiore della Motorizzazione, superato con successo presso il Centro Studi ed Esperienze della Motorizzazione (1° ottobre 1954/30 giugno 1955; Direttore Col. SteM Noya);

-     Assegnato alla Divisione Auto, quale Addetto alla Sezione Personale Ufficiali (1° luglio 1955/30 giugno 1957; Capo Sezione, T.Col. Amendolagine);

-        Promosso Maggiore il 1° gennaio 1956;

-    Vincitore di un concorso per titoli (1° classificato) per la frequenza del Corso di S.M. presso la Scuola di Guerra (Civitavecchia): gennaio-settembre 1957, corso propedeutico con esami finali; ottobre 1957 - giugno 1958, frequenza 80° Corso Superiore di S.M. ed esami finali superati con successo; conseguita, pertanto, la qualifica di t. SG (titolo Scuola di Guerra);

-       Riassegnato alla Divisione Auto, quale Addetto alla Sezione Addestramento e ordinamento. Per un anno ricoprì anche la carica di Capo Sezione Personale Ufficiali, in sostituzione di collega in comando. Periodo dal 1° luglio 1958 al 30 gennaio 1964 (Capo Sezione: prima T.Col. Calò, poi T.Col. Calabresi);

-         Nel frattempo, promosso Ten. Colonnello il 1° gennaio 1963;

-       Trasferito, il 31 gennaio 1964, al Comando delle Scuole della Motorizzazione in Cecchignola, per effettuare il previsto periodo di comando, quale Comandante dell’Autogruppo Allievi Sottufficiali presso la Scuola Meccanici e Conduttori Automezzi (SMeCA), nella Caserma “Emanuele Filiberto di Savoia” (Comandanti: SMeCA, Col. Armando Iannace; Scuole Motori: Gen.le Manlio Timeus e, successivamente, Gen.le Sebastiano Alfonso);

-     Trasferito il 4 febbraio 1965 allo Stato Maggiore Esercito per l’Ufficio trasporti, con l’incarico, prima, di Ufficiale Addetto alla 2a Sezione (Piani) e, successivamente, Capo della 4a Sezione (Via ordinaria e Ferroviaria). Capi Ufficio: Col. Mari, Col. Felcini, Col. De Paoli. Lasciò lo S.M.E. il 21 settembre 1969, perché inviato in comando;

-          Promosso Colonnello in data 31 dicembre 1968.

Bassano Secchi, tenente colonnello.

La promozione al grado di Colonnello nel Corpo Automobilistico era allora una delle mete più ambite nelle carriera, in quanto solo una ristrettissima percentuale di Ufficiali riusciva a pervenire a tale grado. Fu, perciò, questo evento di grande soddisfazione per Bassano, evento che, peraltro, chiudeva, nello stesso tempo, un ciclo della sua vita. Ma, nel lungo periodo dopo il rientro dalla Somalia, si verificarono eventi familiari che, per Bassano, furono certamente più importanti della sua stessa carriera.

Infatti nel 1954, contrasse matrimonio con Clara Mary ONOFRI bellissima ragazza statunitense di origine italiana e, precisamente, abruzzese, figlia di un imprenditore di Yonkers nello stato di New York, con cui ebbero due figli, una femmina e un maschio.

Sfilata del 2 giugno 1964 a Roma.

Bassano, intanto, proseguiva nella sua carriera e, promosso come già detto Colonnello, il 22 settembre 1969 veniva trasferito in comando a Bologna (6a ORME - Via San Donato), ove si recò da solo, lasciando la famiglia a Roma, onde non sottoporla ad un disagevole trasferimento. Il 3 maggio 1971, peraltro, rientrò a Roma, dove assunse l’incarico di Capo Ufficio Motorizzazione dell’Ispettorato Logistico dell’Esercito.

La carriera negli anni Settanta e Ottanta

Il 31 dicembre 1973, Bassano viene promosso Maggior Generale, soddisfazione veramente grande questa, poiché a tale alto grado riusciva ad arrivare, nel Corpo Automobilistico, solo una percentuale minima di Ufficiali. 

Bassano Secchi, maggior generale, nel 1975.

Dopo il primo servizio prestato nel nuovo grado come Generale Addetto al Comando del Corpo (31 dicembre 1973 - 10 gennaio 1975), assunse l’11 gennaio 1975 il prestigioso incarico di Comandante delle Scuole della Motorizzazione e, contemporaneamente, quale Ufficiale più elevato in grado, anche il comando del Presidio Militare della Cecchignola, uno dei Presidi più importanti dell’Esercito. Le Scuole della Motorizzazione comprendevano: Scuola di Applicazione del Corpo Aut.co (Caserma Arpaia), Scuola Meccanici e Conduttori di Automezzi (SMeCA - Caserma Emanuele Filiberto), Scuola Specializzati (Caserma Ponzio), un Autogruppo di Manovra e una Officina Media; un complesso forte di circa 5.000 uomini (tale complesso, nella seconda metà degli anni ’80, subì una serie di modifiche organiche e d’impiego, trasformandosi nella Scuola Trasporti e Materiali; alla fine degli anni ’90, inoltre, anche il Corpo Automobilistico subì importanti modifiche, trasformandosi in Arma). Il Presidio della Cecchignola aveva, a sua volta, una forza di circa 10.000 uomini.

Lasciato il Comando delle Scuole della Motorizzazione e del Presidio Militare della Cecchignola in data 10 gennaio 1977, Bassano ricoprì, presso il Comando del Corpo, gli incarichi, prima, di Capo Nucleo Ispettivo e, successivamente, di Capo del 1° Reparto (Ufficio Personale Ufficiali e Sottufficiali, Ufficio Addestramento e Ordinamento, Ufficio Regolamenti) dall’11 gennaio al 31 dicembre 1981.

Il 1° gennaio 1982, Bassano, a seguito di una legge relativa agli organici dei Colonnelli e Generali dell’Esercito, viene collocato in “aspettativa per riduzione di Quadri”, posizione nella quale permane fino al 24 agosto 1984, data sotto la quale, raggiunto dai limiti di età, è collocato in congedo.

Il congedo dal servizio attivo , nel 1982.

Si concludeva così la sua carriera dopo più di 43 anni di servizio attivo.

Inoltre, il 23 maggio 1995, veniva conferito a Bassano il grado di Generale Ispettore (grado equivalente a quello di Gen. di Corpo d’Armata), in base alla legge 325/90 relativa al riconoscimento della promozione al grado superiore per i combattenti della 2a guerra mondiale.

Gli rimanevano come ricordo di questa lunga vita militare: il grado di Generale Ispettore; una promozione per Merito di Guerra; la Croce al Merito di Guerra; le Medaglie di Volontario di Guerra, della Guerra 1940-43 (con due Campagne: 1942-1943), della Guerra di Liberazione (una Campagna: 1945) e al Merito di Lungo Comando; la Croce d’Oro per Anzianità di Servizio; la Medaglia d’Oro Mauriziana e la Commenda dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana; ma, soprattutto, gli rimaneva la sicura coscienza di avere compiuto il proprio dovere verso la Patria e verso il Paese (due entità ben distinte, ma integrantesi) con entusiasmo, con profonda convinzione e con spirito di sacrificio, sempre e ovunque, in pace e in guerra.

Il medagliere del gen. Bassano Secchi.

Si apriva, per contro, l’ultimo capitolo della sua vita.

Moriva il 19 gennaio 2003, proprio il giorno del suo onomastico. Colpito da un male incurabile, sopportò la sua malattia con estrema dignità e discrezione, minato nel fisico, mai nell’animo, fino all’inevitabile epilogo.

Al funerale celebrato il 21 gennaio 2003 parteciparono, oltre parenti e amici, Autorità militari e rappresentanza d’Arma. La chiesa era gremita all’inverosimile, segno di una vita sempre spesa a servire la Patria e ad aiutare il prossimo. Gli onori militari gli furono tributati da parte di un drappello di Autieri, dovuti al suo alto grado e al passato di combattente, ma soprattutto all’ultimo rappresentante della “Vecchia Guardia” di ufficiali e gentiluomini. Palpabile fu la generale commozione, quando al termine della funzione si levarono dal trombettiere le note del “Silenzio” in onore di un vecchio soldato tanto generoso e amato.

Come da suo desiderio ora riposa nel locale cimitero di Tagliacozzo, vicino al padre, il cui esempio di virtù e coraggio fu sempre seguito con profondo affetto filiale.

 Enrico Secchi

mercoledì 8 settembre 2021

Sottotenente Ippolito Liprandi, un alpino del "Val Toce"

Dopo il contributo sul gen. Enrico Secchi, dall'archivio della famiglia Secchi traiamo spunto anche per questo breve articolo, dedicato a uno sfortunato e giovanissimo ufficiale: Ippolito Liprandi. Di questo ragazzo - evidentemente legato da un qualche rapporto di amicizia o conoscenza con la famiglia Moriondo-Pich, cui apparteneva la moglie del gen. Enrico Secchi - ci è stata fornita la bella foto che pubblichiamo qui sotto, il che è ci parso motivo sufficiente per ricordarne la figura.
***
Dettaglio della foto del s.ten. Ippolito Liprandi custodita dalla famiglia Secchi.

Ippolito Liprandi nacque ad Asti l'8 marzo 1896, figlio di Francesco Liprandi. Con buona probabilità, era nipote dell'Ippolito Liprandi, già reduce garibaldino, noto esponente del mondo economico astigiano a cavallo tra Ottocento e Novecento [1]. 

Ippolito, compiuti gli studi inferiori, si diplomò presso il Regio Liceo-ginnasio "V.E. Principe di Napoli" di Aosta [2].
Interessante il fatto che il nostro fu nominato sottotenente alla metà di luglio del 1915 [3], provenendo dal corso allievi ufficiali, al termine del quale aveva già ottenuto il grado di sergente. Considerando tali tempistiche - e il fatto che la classe del 1896 sarebbe stata chiamata al reclutamento solo in corso d'anno 1915 - è assai probabile che egli avesse optato per l'arruolamento quale volontario ordinario, sin dalla fine del 1914.

Tale istituto, conosciuto dall'ordinamento militare italiano dell'epoca, era riservato ai soggetti diciottenni, celibi e senza figli, che godessero di buona forma fisica, fossero alfabetizzati e avessero il consenso del padre.
Il volontariato ordinario (che abbiamo maggiormente approfondito trattando del s.ten. Pier Felice Vittone) consentiva, in particolare, di poter liberamente scegliere corpo di assegnazione all’atto dell’arruolamento, permettendo così all'arruolato di soddisfare le proprie personali inclinazioni o tradizioni famigliari, come anche di poter conciliare il servizio militare con esigenze di studio o lavoro. 
Liprandi, ottenuta la licenza liceale, aveva probabilmente in animo di proseguire la propria carriera di studio in un'università del Regno. L'arruolamento volontario, in questo senso, costituiva un utile strumento per pianificare il proprio futuro.

Il futuro di questo giovane, tuttavia, doveva misurarsi con l'imponderabile: l'intervento del Regno d'Italia nella guerra europea, il 24 maggio 1915, che trasformò l'esperienza del servizio militare in qualcosa di totalmente differente e di fatale.

Ippolito Liprandi in uniforme da s.ten. del 4° regg. Alpini (archivio famiglia Secchi).

Dunque, Liprandi - promosso al grado di sottotenente - fu assegnato al 2° reggimento Alpini e destinato a un battaglione mobilitato. Solo in un secondo tempo, dunque, egli fu trasferito al Battaglione "Val Toce", il quale era stato costituito dal deposito del 4° reggimento Alpini. In mancanza di altre informazioni, si considereranno qui di seguito brevemente le vicende di tale battaglione.
Cartolina prebellica del 4° reggimento Alpini.

Il "Val Toce" era un battaglione di Milizia Territoriale costituito il 20 maggio 1915 a Cividale con le compagnie 207a, 243a e 281aCon la dichiarazione di guerra, esso varcò il confine al passo di Zagradan, raggiungendo poi lo Jeza, inquadrato nel Gruppo Alpini A.  Il 30, passò l'Isonzo, portandosi a Drezenca in riserva. In seguito operò contro il Kozliak e poi contro la linea austro-ungarica Rudeci Rob - Mrzli, subendo gravi perdite nei giorni 3 e 4 luglio, e venendo rilevato dalla linea. Con il 20 del mese, il "Val Toce" entrò in combattimento partecipando alla riconquista di q. 2163 del Monte Rosso, e passando poi in zona di riposo. 

E' assai probabile che in tale frangente, mentre attendeva alla propria riorganizzazione, il reparto fu raggiunto dai nuovi complementi, tra i quali doveva trovarsi anche il giovane sottotenente Liprandi.

Alla metà di agosto, il Battaglione ritornò in linea, schierandosi nelle trincee a cavallo della strada Volarje - Gabrije. Chiamato il 16 a sostegno del Btg. "Val Baltea", partecipò ai ripetuti attacchi contro le difese di Dolje, pur con scarso successo. Stessa sorte ebbero gli attacchi tentati, nella notte sul 28 e durante la mattina del 29, verso le posizioni di "Case Bruciate", piccola località posta sopra Gabrje, alle falde del Monte Vodil [4]. 
Retro della foto del s.ten. Liprandi, con dedica alla famiglia Moriondo di Asti.

L'azione, ripetuta il 3 settembre, non ebbe miglior esito.
Il 6 e il 7 settembre, il "Val Toce" respinse gli attacchi di sorpresa sferrati dagli austro-ungarici contro le pendici del Vodil, dedicandosi poi al consolidamento delle proprie posizioni difensive.
Il 29 settembre il Battaglione "Val Toce" mosse nuovamente all'attacco di "Case Bruciate": mentre la 207a comp. teneva impegnato col fuoco l'avversario, la 243a riuscì ad aprirsi un varco attraverso i reticolati e a raggiungere le posizioni nemiche; il contrattacco nemico, tuttavia,  riesce a scacciare gli alpini, infliggendo loro gravi perdite.
Il 4 ottobre, il Battaglione "Val Toce" si ritira dalla linea e scende a Volarje in zona di riposo, alternando, fino al 18, periodi in trincea.

Il 18 ottobre iniziarono le operazioni per l'offensiva generale che sarebbe passata alla storia quale Terza battaglia dell'Isonzo. Il 19, dunque, prese avvio una nuova azione nel settore da Plezzo a Tolmino

Il 23 ottobre 1915, così, il Battaglione "Val Toce" mosse all'attacco: furono raggiunte le quote 870 del Vodil e 1100 del Mrzli. 
Nella notte, poichè il nemico era riuscito a riprendere alcune posizioni perdute nella giornata, il "Val Toce" fu lanciato al contrattacco, riuscendo a ristabilire la situazione e a catturare numerosi prigionieri.

Al termine del cruento combattimento, tra i caduti della giornata si dovette contare anche il giovane sottotenente Liprandi [5]. Alla memoria di questo ufficiale, nemmeno ventenne, dedichiamo un pensiero riverente, e questo modesto contributo.

A cura di Niccolò F.

NOTE
[1] Ippolito Liprandi, "reduce delle patrie battaglie", chimico farmacista, dirigente della Banca Agricola di Asti, morì il 26 gennaio 1915 (cfr. necrologio apparso su "La Stampa" del 26.01.1915).
[2] R. Liceo-ginnasio "V.E. Principe di Napoli" in Aosta. Annuario per l'a.s. 1925.
[nota] Secondo il Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito per il 1916, Liprandi risulta promosso al grado di sottotenente in forza dei d.lgt. 11, 15, 22 luglio, 1 e 12 agosto, 2 e 29 settembre e 6 ottobre 1915, provenendo dagli allievi ufficiali.
[3] La nomina avvenne in forza del D.lgt. 15 luglio 1915. Così in Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito per il 1915.
[4] Cfr. P. Scolè, Degni delle glorie dei nostri avi - Vol. I, 1915, p. 222.
[5] Non è stato, purtroppo, possibile determinare il luogo di sepoltura del s.ten. Liprandi. 

BIBLIOGRAFIA
- Liceo-ginnasio (R.) "V.E. Principe di Napoli" in Aosta. Annuario per l'a.s. 1925.
- Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli uffiziali del R. Esercito, varie annate.
- AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. III, Roma, Libreria dello Stato. 
- Riassunti Storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915 - 1918 , Roma - Libreria dello Stato.

sabato 27 marzo 2021

Breve profilo di Romano Romani, caduto sul colle di Santa Maria di Tolmino

Nel raccontare la vicenda umana e militare del giovane sottotenente milanese Antonio Depoli, abbiamo rievocato anche la figura del maggiore Romano Romani. In questo post, cercheremo di tratteggiarne un breve ritratto.

***

Romano Romani nacque a Reggio nell'Emilia il 20 settembre del 1864. Era figlio dell'avv. Antonio Romani, possidente, e della signora Luigia Camurani, i quali gli imposero i nomi di Romano, Priamo, Mario. Nato nella centralissima Via Calcagni (attuale via Guido da Castello), dopo gli studi intraprese la carriera militare, venendo ammesso alla Scuola Militare di Modena. Da essa uscì nel 1883, diciannovenne, con i gradi da sottotenente. Assegnato all'arma di fanteria, di seguito prestò servizio presso reparti dislocati in varie località della Penisola. Nel 1887 fu mobilitato per l'Africa e dunque si trattenne in colonia fino all'anno successivo, quando fu rimpatriato. Probabilmente, è in tali circostanze che al Romani fu conferita una prima Medaglia d'Argento al Valor Militare, della quale non è purtroppo stato possibile reperire la motivazione [1].

Di seguito, Romani subì numerosi altri trasferimenti, da Lodi a Massa e poi a Pinerolo, ove - con il grado di capitano - fu inquadrato nel 90° reggimento fanteria sino al 1903. Insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia, nel 1910 fu poi promosso al grado di maggiore. Nel frattempo, fu assegnato al 65° reggimento della Brigata "Valtellina", con sede in Cremona. Il maggiore, tuttavia, insieme alla sua famiglia aveva nel frattempo preso domicilio a Lonato, in provincia di Brescia.

Timbro con stemma e motto del 65° reggimento fanteria, da una cartolina (coll.d.A).

Con il fatale 1915, Romano Romani fu, infine, promosso al grado di tenente colonnello, e gli fu affidato il comando del III Battaglione del 65° reggimento. Il comando del reggimento era nelle mani del colonnello Agenore Viganoni. In tale gravosa posizione, Romani si trovava dunque alla vigilia della dichiarazione di guerra con l'Austria-Ungheria. 

La mobilitazione e l'arrivo in zona di guerra

Senza qui ritornare su argomenti già trattati in questo blog – per approfondimenti rimandiamo all'articolo su Carlo Balestrero e a quello su Antonio Depoli – ricorderemo solo che l'ordine di battaglia del Regio Esercito prevedeva che la Brigata "Valtellina" costituisse, insieme alla Brigata "Bergamo", la 7^ Divisione di linea. Questa era assegnata al VI Corpo d'Armata, a sua volta inquadrato nella Seconda Armata. Con il mese di maggio, secondo i piani di mobilitazione, la Brigata "Valtellina" fu trasferita verso il confine con l'Impero Austro-Ungarico.

Varcato il confine, il giorno 24 maggio, la brigata si schierò di fronte a quello che sarebbe stato l'obiettivo dei suoi sanguinosi sforzi per i due anni successivi: la piazzaforte di Tolmino. Di fronte alla cittadina di Tolmino, sulla riva occidentale dell'Isonzo, si ergevano infatti due modesti rilievi: il colle di Santa Maria (in sloveno, Mengore), e quello di Santa Lucia (in sloveno, Cvetjie).
Gli Austro-Ungheresi, consci dell'importanza strategica del luogo, avevano provveduto a fortificare, già ben prima dell'entrata in guerra dell'Italia, entrambi i rilievi.

La Brigata "Valtellina", dunque, raggiunse l'Judrio alla vigilia della dichiarazione di guerra. Il Comando della Seconda Armata, frattanto, aveva affidato al IV Corpo d'Armata il compito di agire su Tolmino. In quest'ottica, fu ordinato il concentramento della 7^ Divisione intorno al villaggio di Kambresco. Indi, all'alba del 4 giugno, dunque, la 7^ Divisione (Brigate "Bergamo" e "Valtellina") iniziò il proprio movimento offensivo: mentre la "Valtellina" svolgeva un attacco dimostrativo contro i villaggi di Canale e Bodrez, la "Bergamo" occupava il costone Cemponi-Krad Vhr, assumendo la fronte dalle pendici del Monte Jeza sino a Doblar.

L'azione, nel settore, riprese due settimane dopo, nel quadro della Prima battaglia dell'Isonzo. Alla 7^ Divisione, stavolta, era affidato il compito di sorvegliare la sponda destra dell'Isonzo in corrispondenza del Kolovrat, e, inoltre, di svolgere "azioni dimostrative" contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia, per tenere impegnato il nemico. La preparazione d'artiglieria di svolse tra l'1 e il 2 di luglio, mentre l'attacco delle fanterie avvenne il giorno 4.

Tuttavia, lo slancio dei nostri fanti si arrestò contro le munite posizioni nemiche, e soltanto il II/66° riuscì, di sorpresa, ad occupare una trincea nemica sulle pendici nord-ovest di Santa Maria ed a mantenervisi, malgrado i contrattacchi avversari. Visto l'esito sfortunato di tale attacco, il comando della 7^ Divisione ordinò che anche la Brigata "Valtellina" riprendesse lo schieramento di partenza occupato prima del 4, dato che le posizioni nel frattempo raggiunte erano di difficilissimo mantenimento.

Le operazioni del mese d'agosto 1915

Per la restante parte del mese di luglio vi fu, nel settore, una sostanziale sospensione dell'attività. Il 4 agosto, tuttavia, il comando del IV Corpo d'Armata diramò alle proprie unità gli ordini per una nuova azione offensiva sulla propria fronte, che avrebbe avuto per obiettivi – ancora una volta - Tolmino e la conca di Plezzo.

L'attacco contro Tolmino, articolato su tre direttrici, avrebbe visto ancora una volta la 7^ Divisione (allora comandata dal magg. gen. Franzini) impegnata contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia. A fronteggiare le truppe italiane stava la 50a Divisione austro-ungherese, e in particolare, tra l'Isonzo e Selo, l'8^ Brigata da Montagna A.U..

L'azione, concepita su "due movimenti", iniziò - contro l'obiettivo di Plezzo - la mattina del 12 agosto. Per l'azione contro Tolmino e le posizioni circostanti, si attese invece per altri due giorni, sino al giorno 14. In tale giornata, i reparti della "Valtellina" ritentarono l'attacco contro il colle di Santa Maria: l'operazione durò sino al giorno 16, vedendo l'avvicendamento in prima linea dei vari battaglioni del 65° reggimento. Il giorno 16 agosto, il ten. col. Romani si trovava con il proprio battaglione (III Btg./65) in riserva reggimentale. Fu in queste circostanze che egli ricevette dal colonnello Viganoni l'ordine di avanzare con una delle proprie compagnie sino alla prima linea, in rincalzo di altro battaglione - probabilmente il III, al comando del maggiore Benedetto Calabria. Tutta la linea, però, si trovava sotto un diluvio di fuoco d'artiglieria avversario. 
Il tenente colonnello Romani, nell'eseguire quell'ordine, stava scrivendo l'ultimo capitolo della sua avventura umana. Quel che seguì ci viene restituito dalla motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare che fu conferita alla sua memoria:
"Avuto ordine dal comandante del reggimento, di fare avanzare una delle sue compagnie a rincalzo del battaglione di prima linea in posizione fortemente battuta dall'artiglieria nemica, personalmente condusse il reparto al posto stabilito, incorando col proprio coraggio i soldati che lo seguivano. Compiuta l'occupazione, una granata avversaria lo colpiva a morte." - Santa Maria di Tolmino, 16 agosto 1915.

L'azione della Brigata "Valtellina", purtroppo, consentì soltanto di avvicinarsi al primo ordine di reticolati. Il prezzo furono tante vite, di ufficiali e soldati di entrambi gli schieramenti.

Alla memoria di tutti loro, e in particolare del ten. col. Romani, vecchio ufficiale cinquantunenne, reduce d'Africa, dedichiamo questo nostro articolo. 

NOTE
1. La medaglia è tuttavia menzionata sugli annuari militari, cfr. Annuario Militare del Regno d'Italia per l'anno 1913.

A cura di Niccolò F.

mercoledì 10 marzo 2021

Una vita al servizio della Patria: storia del generale Enrico Secchi

Questo articolo rappresenta un perfetto esempio dell'interazione virtuosa che il web consente, nel campo delle ricerche storiche e genealogiche: dopo la pubblicazione del nostro articolo dedicato al colonnello Vero Wilmant , siamo infatti entrati in contatto con un suo pronipote che, con estrema cortesia e competenza, ci ha svelato, a poco a poco, la storia avventurosa della sua famiglia. Questo articolo, per la penna brillante di Enrico Secchi, è dunque dedicato alla vicenda umana del suo omonimo nonno, valoroso ufficiale del Regio Esercito, prima, e poi dei Reali Carabinieri. 
***
Il generale Enrico Secchi (1887-1963).

Enrico Secchi nacque a Lodi il giorno 11 dicembre 1887. Il padre, Bassano, era un funzionario nell’Amministrazione Comunale di Lodi, che ancora molto giovane, s’innamorò di una giovane donna sempre di Lodi, che sposò nel 1884. La giovane sposa si chiamava Zaira Wilmant, anch’essa proveniente da famiglia agiata, proprietaria della locale Tipografia e Casa editrice Wilmant e figli, una delle più importanti della Lombardia, avendo fondato negli anni due testate giornalistiche e pubblicato importanti testi, come una delle prime versioni del romanzo che conosciamo come "I promessi sposi" di Manzoni. Dalla loro unione nacquero due figli maschi: il primogenito Francesco, che prese il nome del nonno paterno - il quale allevato dal padre nelle idee liberali partecipò pochi mesi dopo il suo matrimonio alle “cinque giornate” di Milano -, ed Enrico appunto, nome del nonno materno - anch’esso patriota e combattente nell’insurrezione di Milano contro le truppe del maresciallo Radetzky -. [Zaira Wilmant era sorella del colonnello Vero Wilmant, ndR].

Francesco - fratello maggiore di Enrico -, si laureò nel 1909 in Giurisprudenza presso l’Università di Genova. Nel 1910, appena venticinquenne, ottenne, a seguito di concorso, la nomina a Segretario Generale degli Istituti di Beneficenza del circondario di Lodi. Francesco fu chiamato alle armi nel 1916 e combatté nella prima guerra mondiale, raggiungendo il grado di Tenente di artiglieria di complemento. Durante la battaglia del Piave fu sottoposto con la sua batteria a ripetuti lanci, da parte degli austriaci, di gas asfissianti per ben tre giorni, e, malgrado le maschere antigas, allora ai primi esperimenti, ne rimase intossicato, fatto questo che ne minò lentamente il fisico. Pertanto, posto in congedo nel 1918, dopo la vittoriosa conclusione della guerra, la sua salute deperì sempre di più e nel 1923 morì di trombosi a soli 38 anni, lasciando la moglie e le due figlie ancora piccole.
Francesco Secchi, in uniforme da s.ten. d'artiglieria (archivio famiglia Secchi).

Il secondo figlio, Enrico, crebbe di alta statura (oltre m. 1,80), con occhi grigi e penetranti. Portato, come tutti nella sua famiglia, alla musica, era particolarmente appassionato di quella lirica, che coltivava e conosceva perfettamente; aveva inoltre ereditato una bellissima voce da baritono dallo zio materno Tieste Wilmant e, avendola coltivata, si dilettava a cantare specialmente romanze liriche.

Il 21 novembre 1906, Enrico, superati i difficili esami di ammissione entrò alla Scuola Militare di Modena (l’attuale Accademia Militare), iniziando così la carriera militare. Promosso Sottotenente nell’ottobre del 1908, frequentò la Scuola Centrale di Tiro di Parma (denominata successivamente Scuola di Applicazione, con sede sempre a Parma fino al termine della seconda Guerra Mondiale e, dopo il conflitto, a Torino); alla fine di tale corso, dopo aver prestato giuramento il 20 novembre 1908, venne destinato al 67° Reggimento Fanteria di Linea della Brigata “Palermo”, in guarnigione nella città di Como.
Il s.ten. Enrico Secchi con un gruppo di ufficiali del 67° fanteria nel 1910 (archivio famiglia Secchi).

Negli anni successivi, Enrico si dedicò all'ordinario svolgersi della vita reggimentale, tra esercitazioni, attività di Pubblica Sicurezza e interventi in caso di calamità naturali, ma nell'imminenza della guerra italo-turca il reggimento a cui apparteneva visse un periodo di particolare attività fino allo scoppio repentino del conflitto.
Il 17 giugno 1911 l'intero reggimento venne inviato in servizio di Pubblica Sicurezza a Milano in occasione dei disordini avvenuti per l'imminente guerra di Libia, rimanendovi fino al 5 luglio.
Sempre nel luglio 1911, mentre Enrico si trovava alle “manovre estive” in Albano Sant’Alessandro (Bergamo), dovette accorrere presso il capezzale del padre, colpito da un improvviso malore (“ictus cerebrale”), che spirò tra le sue braccia. Bassano aveva solo 51 anni.

Nell’ottobre 1911, scoppiò la guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica (che sarebbero, poi, state unite sotto il nome di Libia) ed Enrico, mobilitato poco dopo, partì per il fronte con un contingente del 67° [probabilmente inquadrato nel 68° reggimento della medesima Brigata "Palermo", ndR]: imbarcandosi da Napoli il 25 settembre 1912, sbarcò a Bengasi il 28 settembre 1912. Dopo aver partecipato a diverse azioni belliche, contrasse una malattia di carattere intestinale, che si rivelò subito molto grave, ma che, però, in quei tempi non ancora avanzati della medicina, non venne diagnosticata con precisione; pertanto, dopo un breve periodo di degenza presso un ospedale da campo, imbarcato a Bengasi il 30 novembre 1912, venne rimpatriato a Palermo il 6 dicembre 1912 con la nave ospedale “Regina Margherita” e ricoverato all’Ospedale Militare di Palermo. Ma anche qui si brancolava nel buio ed Enrico, febbricitante, fu dichiarato in imminente pericolo di vita. Venne allora subito chiamata la madre Zaira, che si precipitò da Senna Lodigiana e che, ospitata nell’Ospedale stesso, si adoperò in tutti i modi per alleviare le sofferenze del figlio. Fortunatamente, proprio in quel periodo giunse all’Ospedale Militare un Ufficiale Medico, di cognome Ciulla, siciliano, che si dimostrò perfetto diagnostico, riuscendo a salvare da sicura morte Enrico mediante cure finalmente adeguate al particolare caso (Ileo-Tifo, anche detto tifo addominale), e portandolo a completa guarigione. La malattia era durata esattamente dal 18 ottobre 1912 al 15 gennaio 1913, seguita, poi, da un periodo di convalescenza di 90 giorni; in tutto, ben sei mesi. Finita la convalescenza, Enrico rientrò in servizio a Milano.

Nel 1914, vinse un concorso per l’Arma dei Carabinieri Reali, ove entrò con il grado di Tenente; fu destinato alla Tenenza di Asti alle dipendenze del Capitano Enrico Chiabrando, da lui sempre ricordato per la sua bontà e rettitudine.

Nel maggio del 1915, si fidanzò con una signorina del luogo, Francesca Moriondo, e il matrimonio, avendone avuto la necessaria autorizzazione dal Sovrano, fu celebrato il 16 agosto successivo, in quanto, essendo l’Italia entrata in guerra il precedente 24 maggio a fianco degli Alleati contro gli Imperi Austriaco e Tedesco, Enrico era già stato mobilitato; infatti, dopo pochi giorni, a settembre, fu inviato al fronte, esattamente a Santa Maria di Tolmino, al comando di un plotone distaccato del III Battaglione del Reggimento Carabinieri Reali. I plotoni venivano normalmente assegnati per servizi di Polizia Militare; i Carabinieri Reali, dunque, agivano non solo nelle retrovie, ma anche nelle posizioni di prima linea, ai posti di medicazione, agli sbocchi dei camminamenti, nei punti di passaggio obbligato, lungo le strade direttrici di marcia delle truppe operanti. Questi erano i loro compiti assegnati, oltre quelli di Arma combattente, di esecuzione di bandi per i militari e per le popolazioni civili, di recapito di ordini, di servizi di sicurezza in sosta e in marcia, di polizia giudiziaria per i reati militari e comuni, di vigilanza sanitaria, di assistenza ai feriti, di ordine interno dei centri abitati, di sicurezza delle comunicazioni, di prevenzione e repressione dello spionaggio. Successivamente, promosso Capitano il 14 giugno 1917 a novembre dello stesso anno Enrico venne assegnato alla sorveglianza del servizio di protezione e vigilanza delle ferrovie dipendenti dalla VII Armata.
Enrico Secchi in uniforme da capitano dei Carabinieri Reali (archivio famiglia Secchi).

Alla fine della Prima guerra mondiale, Enrico, ormai Capitano, si trovava a Como, quale Comandante della Compagnia esterna dei Carabinieri Reali di Via Dante. Quivi, nel 1921 nacque Bassano, suo secondogenito, mentre la sua primogenita, Domitilla, era nata durante la guerra nel 1916 ad Asti.

In questo periodo, molto turbolento del dopoguerra soprattutto per l’ordine pubblico – il c.d. biennio rosso -, ricevette il suo primo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“In occasione di grave triplice omicidio a scopo di furto, che aveva profondamente commossa l’opinione pubblica e le cui indagini si presentavano di speciale difficoltà, impartiva al comandante di stazione interessata intelligenti istruzioni e direttive, che condussero all’arresto ed alla confessione del colpevole. Bregnano (Como) 16 marzo 1920 (2° Gruppo Legioni)”, cui si dovette aggiungere un secondo encomio solenne per lo stesso fatto dal Ministero dell’Interno.

Intanto, scioperi e manifestazioni si moltiplicavano sempre più in tutta Italia ed Enrico a Como si trovò costantemente in prima linea, al fine di arginare le violenze e i disordini. Il giorno 14 settembre 1920, accadde l’episodio più cruento; infatti, Enrico intervenne a Como insieme ai suoi Carabinieri coadiuvati da Agenti investigativi, Guardia di Finanza e Soldati per fermare un corteo vietato dalla Questura, intimando ai dimostranti tra piazza San Fedele e Via Indipendenza di disperdersi. Ne nacquero subito dei tafferugli e dalla folla partirono alcuni colpi di rivoltella e un proiettile sfiorò proprio Enrico. Gli agenti, pertanto, procedettero prontamente all’arresto dei due giovani che avevano sparato.
Dopo Como, Enrico prestò servizio nelle sedi di: Mondovì (C.te Distaccamento Scuola Allievi Carabinieri) e Bra (promosso Maggiore nell’agosto del 1924, comandò il Btg. Allievi CC) negli anni 1923 – 1925. 

Foto commemorativa degli ufficiali della Scuola Allievi CC.RR. in Bra (archivio famiglia Secchi).

Nel febbraio del 1926, fu trasferito a Girgenti (ora Agrigento), ove, quale Comandante della locale Divisione CC, fu impegnato nella lotta contro la “mafia”, condotta con successo, per volere del Governo, dal Prefetto Mori. Durante quest’ultimo periodo ricevette un terzo Encomio Solenne con la seguente motivazione: 
“Coordinò e diresse con abilità e sagacia non comuni le complesse e difficili indagini e le conseguente azione dei dipendenti che fruttarono la costituzione di 22 colpiti da mandato di cattura, restituendo la tranquillità alle popolazioni e la fiducia nell’imperio della legge. Bivona – Ribera. Burgio - S. Stefano Quisquina (Girgenti) Aprile Maggio 1926 (Boll. Ufficiale anno 1926 dispensa 6a)”.
Nel dicembre 1926, altro trasferimento a Lucca (sempre C.te Div. CC), dove fu promosso al grado di Tenente Colonnello. Successivamente, nel marzo del 1929, venne trasferito a Grosseto, sempre come Comandante di Divisione. Durante quest’ultimo servizio ricevette il quarto Encomio in occasione della visita ufficiale del Capo del Governo in Toscana e, in particolare, a Grosseto, con la seguente motivazione: 
“Predispose e diresse con non comune sagacia attività e zelo veramente commendevoli i complessi servizi affidati all’Arma in occasione di grandiosi cerimonie svoltesi durante visite ufficiali di S.E. il Capo del Governo. Grosseto 10 maggio 1930 (Ispettorato 3a zona)”.
Enrico Secchi in grande uniforme da ufficiale dei CC.RR. (archivio famiglia Secchi).

Enrico, continuò nella carriera, subendo altri trasferimenti: a Bologna (1930 – C.te Div. Int.); a L’Aquila (1932 – C.te Div.); a Bari (1934 – V. C.te e poi C.te Legione CC.RR.) e, infine, a Milano, ove fu promosso Colonnello (1935 – Incarichi Speciali per le Regioni Lombardia e Venezia Tridentina).

Nel 10 giugno 1940, l’Italia entrò nel conflitto mondiale scoppiato nel 1939 ed Enrico fu quasi subito mobilitato e assegnato a Trento, quale Comandante della Zona Militare del Trentino. Enrico, quindi, si dovette trasferire a Trento, mentre il figlio Bassano, ormai diciannovenne, decise di partire volontario per il fronte russo e, dopo avere concluso il corso come Allievo Ufficiale, nel marzo 1942, fu nominato sottotenente, venendo di lì a poco destinato in Russia. Tale scelta, nonostante la normale e iniziale riluttanza, venne dal padre Enrico successivamente appoggiata.
Enrico, nel 1943, continuava nel suo servizio a Trento, ma il suo animo era turbato poiché, durante la ritirata delle Truppe Italiane in Russia (dicembre 1942 – marzo 1943), più nessuna notizia gli era pervenuta dal figlio Bassano, facente parte dell’ARMIR (8a Armata Italiana in Russia), mentre notizie attinte da alcune fonti dello Stato Maggiore dell’Armata lo davano disperso con il suo reparto. Ma finalmente verso il mese di aprile venne a sapere che il figlio era fuori pericolo e nel mese di maggio poté riabbracciarlo al suo rientro in Patria.

Nel medesimo mese ebbe il suo quinto Encomio Solenne con la seguente motivazione 
“Per l’ottima preparazione professionale, attività ed interessamento dimostrati nel comando della Sottozona e in particolare della difesa antiparacadutista” (Capo di S.M. della difesa 29/05/1943)”
Ma intanto gli eventi politici e militari in Italia precipitavano: il 25 luglio, alla caduta del Fascismo, Divisioni tedesche attraversarono il confine e si schierarono nel Trentino e nell’Alto Adige e, l’8 settembre 1943, all’atto dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, attaccarono improvvisamente, nella notte, tutte le unità italiane nella zona, secondo un piano già predisposto da tempo, per cui la provincia di Trento, insieme a quella di Bolzano e di Belluno, entrava a far parte del Reich, dipendendo direttamente dal Führer.

Enrico fu subito arrestato dai Tedeschi, che devastarono gli uffici e la sede del suo Comando, e rinchiuso nel campo di aviazione di Gardolo (Trento). Tale luogo era stato scelto dai Tedeschi per concentrare i numerosi militari italiani fatti prigionieri, in quanto il sito, dotato di un vasto prato, circondato da una robusta rete metallica, e di capannoni spaziosi, era adatto all’uso di tenere reclusi i resti del Regio Esercito, in attesa di essere internati in Germania attraverso la linea ferroviaria del Brennero, ormai sotto il completo controllo della Wehrmacht.

Da tale improvvisato campo di concentramento, nel volgere di poche ore, Enrico, avendo, peraltro, mantenuto l’arma di ordinanza e padroneggiando la lingua tedesca, seppe evadere in maniera rocambolesca, grazie al suo sangue freddo e alla sua temerarietà. Successivamente, mercé l’aiuto di un fedele e coraggioso ufficiale della Milizia Ferroviaria (Capomanipolo Augusto Moggio di Lucca), già suo dipendente e in quel frangente fatto rimanere in servizio dai Tedeschi, poté prendere, in borghese, un treno e raggiungere, dopo un fortunoso e pericoloso viaggio, Tagliacozzo in provincia de l’Aquila, ove venne tenuto nascosto, con personale grande pericolo, da una famiglia amica, essendo il paese occupato da truppe tedesche ed Enrico ricercato dalla polizia germanica. In tale occasione, la Famiglia Pietropaolo fu di grande aiuto e mai nessuna indiscrezione trapelò da questa ristretta cerchia di amici. Nel giugno 1944, a Roma ritornò il Governo Italiano legittimo ed Enrico, pertanto, riassunse servizio nella stessa Roma, con il grado di Generale di Brigata presso il Comando Generale dei CC. RR. con incarichi speciali, fino al primo luglio 1945, quando veniva collocato in congedo.
Ancora Enrico Secchi in uniforme da generale (archivio famiglia Secchi).

Durante la sua carriera, oltre alle medaglie relative alle tre guerre a cui aveva partecipato, fu insignito della Croce al Merito di Guerra, della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro (onorificenza Sabauda molto rara e concessa solo per particolari meriti di servizio), della Commenda dell’Ordine della Corona d’Italia e del Cavalierato dell’Ordine della Stella Coloniale (per il servizio reso durante la Guerra Italo-turca), oltre alla Medaglia Mauriziana e a quella di Lungo Comando.
Medagliere del gen. Enrico Secchi (archivio famiglia Secchi).

Gli anni successivi trascorsero sereni e tranquilli tra Roma e Tagliacozzo. Ebbe la soddisfazione di vedere: il figlio Bassano, entrato in carriera militare e superate indenne le vicende belliche, indossare i gradi di Tenente Colonnello dell’Esercito, mentre la figlia Domitilla diventare funzionario di grado elevato nel Comune di Torino.
Corteo funebre del gen. Enrico Secchi a Tagliacozzo, 1963 (archivio famiglia Secchi).

Morì il 3 luglio 1963 colpito da infarto cardiaco, in Tagliacozzo, ove si era recato qualche giorno prima, per trascorrervi il periodo estivo. Al suo funerale parteciparono, oltre ai parenti più stretti, Autorità Militari e Civili e una grande folla; al suo Feretro furono resi gli onori militari, da parte di un reparto di Granatieri, dovuti al suo alto grado, al suo passato di combattente di tre guerre, alla sua immagine di vecchio Soldato. 
Aveva servito la Patria con onestà, coraggio e completa dedizione. Ora riposa nella quiete del Cimitero di Tagliacozzo nella sua ultima guardia.

Enrico Secchi

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Ringraziamo sentitamente l'avv. Enrico Secchi per lo scritto e per la disponibilità alla pubblicazione delle preziose fotografie tratte dall'archivio di famiglia.

sabato 21 novembre 2020

Il capitano Pestalozza e i fanti del 74° reggimento Brigata "Lombardia" tra Cima Dodici e il Monte Zoviello


Anche stavolta, un modesto ritrovamento cartaceo ci fornisce lo spunto per rievocare la figura di un valoroso soldato, caduto sul Monte Zoviello nel corso della Battaglia degli Altipiani, nell'estate del 1916.
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Alberto Pestalozza nacque a Rovescala, in provincia di Pavia, il 31 luglio 1891. La famiglia, originaria di Piacenza, si trovava in tale località per ragioni di servizio del padre, il cav. dott. Francesco Pestalozza, medico condotto. Quando, in seguito, questi fu chiamato come medico condotto a Stresa, tutta la famiglia si trasferì sulle belle rive del Verbano. Morta la madre, Maria Boselli, la famiglia si componeva anche dei fratelli Alessandro e dalle sorelle Gina, Dolores ed Edvige. 

Il giovane Berto - com'era chiamato affettuosamente in famiglia - frequentò il collegio Rosmini di Stresa e poi ottenne, nel 1910, il diploma in elettrotecnica presso l'Istituto Cobianchi di Intra.

Nel novembre del 1910 si arruolò nel Regio Esercito quale volontario ordinario, passando poi a frequentare i corsi per allievo ufficiale di complemento. Promosso prima caporale e poi sergente, fu nominato sottotenente con il gennaio del 1912 ed assegnato per il servizio di prima nomina al 23° reggimento della Brigata "Como", di stanza a Novara. Con tale reparto, il sottotenente Pestalozza fu mobilitato per la campagna Italo-Turca, imbarcandosi nell'agosto del 1912. Il giovane ufficiale prese dunque parte ai numerosi combattimenti che coinvolsero il reggimento in terra d'Africa, tra i quali in particolare quello di Sidi Bilal del 20 settembre 1912, nel corso del quale perse la vita il ten. col. Vittorio Gadolini, ricordato in un precedente articolo di questo blog. Rimpatriato nel dicembre del 1913, Pestalozza ottenne la rafferma e il passaggio in servizio attivo, rimanendo in forza al 23° reggimento. 

Alberto Pestalozza in grande uniforme da sottotenente del 23° regg. fanteria (coll. dell'autore).

Promosso poi al grado di tenente, in tale posizione si trovava quando, nel gennaio del 1915, fu destinato al 153° reggimento fanteria della Brigata "Novara". Il reggimento era un'unità di nuova formazione, costituita dal deposito del 23° regg. fanteria per inquadrare i coscritti richiamati dal congedo. Con il 153°, il tenente Pestalozza raggiunse il fronte alla vigilia della dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915. Combattè, poi, per tutto l'anno nel settore dell'Altopiano di Tonezza e del Monte Coston, impratichendosi di guerra in montagna. Alla metà di novembre, la "Novara" fu trasferita sul fronte isontino, assumendo con il 22 novembre la difesa del settore di Quota 188, dal versamente destro della Val Peumica alla Selletta di Oslavia. Qui, negli ultimi giorni di novembre, il 153° fu duramente impegnato nel combattimento, nelle ultime fasi della Terza battaglia dell'Isonzo. Nel mese di dicembre, Alberto Pestalozza fu promosso al grado di capitano e trasferito al 74° reggimento della Brigata "Lombardia", schierato (con la 4^ Divisione) sempre nel settore di Oslavia. Pestalozza fu dunque posto al comando della 9^ compagnia del reggimento, con la quale fu immediatamente chiamato al combattimento, tra il 27 e il 29 novembre. Per il contegno dimostrato in questo frangente, il capitano Pestalozza fu decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

"In tre giornate consecutive di combattimento, conduceva la sua compagnia con intelligenza, calma e coraggio e, vincendo successive resistenze, riusciva ad occupare stabilmente il margine di una posizione. Ferito, continuava a mantenere il comando della compagnia fino al termine del combattimento." - Oslavia, 27-29 novembre 1915
A proposito del ferimento occorsogli a Oslavia, il suo amico e collega capitano Alceste Mazzetta avrebbe così ricordato:
"Ricordo il novembre dell'anno scorso quando, sapendo il mio amico ferito ai ruderi di Oslavia, corsi a trovarlo. Era giorno di intenso bombardamento, forse il nemico preparava un attacco per riprenderci le posizioni. Trovai il povero Alberto che, zoppicando, percorreva la trincea più avanzata, teneva una mano appoggiata sulla coscia ferita, guardava sorridendo i suoi soldati come per dir loro: state tranquilli, è roba da niente, rimango qui con voi. I soldati, coi fucili a punta, rispondevano al loro Capitano con sguardi intelligenti che dicevano tutto l'affetto, la fiducia, la simpatia grande, la riconoscenza per il loro duce, che avrebbe potuto cedere il comando della compagnia e ritirarsi dal combattimento, ma preferiva soffrire pur di rimanere con loro. Sei stato ferito, Alberto? Gli chiesi. "Sì, caro Alceste, guarda (e mi mostrò la ferita). E' stata intelligente. C'è qui quel Cecchin" (e mi indicò un punto dell'antistante trincea nemica) "che oggi me ne ha già uccisi sei; non vuol vedere nessuno muoversi altrimenti spara e quasi sempre colpisce. Io ho avuto la mia; mi sono medicato alla meglio e rimango in linea fino a questa sera che devo avere il cambio". La stessa sera io con la 5^ compagnia davo il cambio alla 9^. Il povero Alberto zoppicò qualche giorno, guarì presto, non volle abbandonare il bel 74°."
Ristabilitosi, il capitano Pestalozza rimase dunque al comando della sua 9^ compagnia, con la quale trascorse il turno di riposo nella zona di Cormons, fino alla fine del mese di gennaio del 1916. Vivida testimonianza dello spirito che animava il giovane ufficiale è questo brano di lettera indirizzata ai suoi cari nel gennaio del 1916, prima di ritornare in linea:
"Miei carissimi, il vostro Alberto non conosce che una via, la via del dovere: non desidera che una cosa, l'onore per la propria famiglia, la grandezza e l'onore della Patria tanto cara a suo Papà ed a lui. Parto, augurando alle armi Italiane una grande vittoria, che conduca ad una pace lunga. Ricordatevi di me, seguitemi col pensiero. Ai parenti il mio saluto, a voi i miei baci, alla mia Italia il mio augurio. Vostro Berto"

Tornata in linea nel settore del "Lenzuolo bianco", presso Oslavia, la "Lombardia" si dedicò fino a marzo al presidio delle trincee e perlopiù a lavori difensivi. A metà marzo, la brigata eseguì un'azione dimostrativa nel settore del Sabotino, occupando alcuni elementi di trincea. A metà aprile tornò in zona di riposo, presso Santa Maria La Longa. Approfittando di questo momento di tranquillità, il dottor Pestalozza - padre del capitano - decise di raggiungere il figlio per ritrovarsi con lui, e passare finalmente qualche ora insieme: i due si accordarono quindi in modo da trovarsi a Palmanova la domenica 21 maggio, per passare una lieta giornata insieme. Il destino, però, li attendeva al varco. Lunedì 15 maggio 1916, infatti, si scatenò l'offensiva generale austriaca nel Trentino (Offensiva di Primavera o Strafexpedition). 

Situazione sulla fronte della Prima Armata (settore Altipiani) al 15 maggio 1915.

La situazione gravemente critica in cui l'esercito italiano si venne a trovare, nel giro di pochi giorni, impose il trasferimento di numerose unità dal fronte carsico al settore degli Altipiani. Tra queste, proprio la Brigata "Lombardia". Sabato 20 maggio, il capitano Pestalozza inviò dunque al padre un laconico telegramma:

"Sospendi tua partenza baci Alberto Pestalozza".
I due reggimenti della "Lombardia" arrivarono sull'Altipiano di Asiago il 23 maggio, e furono posti alle dipendenze della 34^ divisione. Lo stesso giorno, presago dei futuri avvenimenti, il capitano Pestalozza scrisse un'ultima cartolina al padre. Già il giorno successivo, 24 maggio, alla Brigata fu infatti ordinato di entrare in azione, operando nei giorni seguenti contro le posizioni di Monte Cucco di Portule, Monte Zoviello e Cima Dodici, sulle quali il nemico stava nel frattempo avanzando avanzato. Circa l'intervento della Brigata "Lombardia" nel settore dell'Altipiano di Asiago, conviene riportare il giudizio che ne avrebbe lasciato il gen. Pompilio Schiarini (in L'offensiva austriaca nel Trentino):
"In questo momento sull'altopiano di Asiago operavano in prima linea tre divisioni nemiche. A fronteggiarle non erano rimasti che i laceri avanzi della 34^ divisione. Ad essi si aggiunse in quei giorni la Brigata Lombardia (73° e 74°, gen. Bonaini), proveniente dall'Isonzo, con due piccoli battaglioni bersaglieri ciclisti, e più tardi il 153° e 154° (brigata Novara); ma anche questi rinforzi - accorsi in fretta, in non buone condizioni di equipaggiamento per la montagna e non orientati con l'occhio e con lo spirito a quell'aspro terreno - non furono in grado di mutare la situazione, assai oscura e pericolante."

 

Dettaglio schieramento della 34^ Divisione al 15 maggio 1916.

I bravi fanti della "Lombardia", in quelle circostanze così difficili, fecero però tutto quanto ci si poteva attendere da loro, e molto di più. Essi dovevano avere piena coscienza del momento di estremo pericolo in cui la Patria si trovava, e del fatto che anche dal loro comportamento sarebbe dipesa la tenuta del fronte degli Altipiani, e la salvezza della pianura veneta e lombarda. Con questo stato d'animo, nonostante i cattivi presupposti menzionati dal gen. Schiarini, la 9^ compagnia del 74° si apprestava alla battaglia. Essa era inquadrata nel III battaglione, al comando del maggiore Filiberto Paris, da Pinerolo. Accanto al capitano Pestalozza vi erano i suoi sei subalterni, tutti giovani sottotenenti: il s.ten. Giovanni Battista Aiuti, classe 1893, da Sezze (Roma); il s.ten. Adolfo Berti, da Foggia; il s.ten. Adolfo De Angelis, il s.ten. Orazio Lega, il s.ten. Luigi Pontieri e un altro di cui non è stato possibile accertare il nominativo [1]. L'obiettivo era quello di tentare un contrattacco fulmineo, per scacciare il nemico da alcune posizioni poste tra Cima Dodici (o Cima XII, più alta vetta delle Prealpi vicentine, a quota m 2336 slm)e il Monte Zoviello (m 1700 slm)[2]. La compagnia, così, si lanciò all'attacco e, dopo aspra lotta, riuscì ad occupare un fortino facendone prigionieri i difensori. Immediatamente, però, gli Austro-ungheresi tornarono in forza al contrattacco. Il combattimento del 25 maggio sarebbe stato così descritto:

"a Cima Dodici la 9^ compagnia del 74° mandata a contenere il temerario irrompere del nemico nelle agognate pianure nostre, dopo un'eroica resistenza di sette ore di aspro sanguinosissimo combattimento, tentato un supremo sforzo disperato, dovette cedere, sopraffatta dal formidabile pullulare dei nemici da ogni dove, lasciando arrossate le nevi dal latino sangue gentile, poiché di morti o di feriti era cosparso il suolo" [3]
. La 9^ compagnia, dunque, soccombette integralmente all'avversario: in particolare, si persero notizie di tutti gli ufficiali. Il capitano Pestalozza, insieme ai suoi colleghi, fu dichiarato disperso. Nei giorni successivi, però, iniziarono a giungere comunicazioni dai campi di prigionia austro-ungarici. Nella famiglia Pestalozza doveva, probabilmente, essere ancora viva la speranza che il loro Berto fosse vivo, ed in cattività. Purtroppo, nei giorni successivi il s.ten. G.B. Aiuti così scrisse a suo padre (che ne informò il dottor Pestalozza), dalla prigionia:
"il mio capitano [...] cadde ferito insieme con me; cademmo, insieme, però egli fu ferito alla testa perciò è morto; io fui ferito alla gamba, così spero di cavarmela con un po' d'ospedale". [4]
Ancora, il sottotenente Orazio Lega scrisse direttamente al dottor Pestalozza una lettera giuntagli il 17 luglio:
"Il 25 maggio fui preso prigionierio ed appena dietro le linee austriache trovai il cadavere del povero figlio suo sopra una barella portata da due portaferiti austriaci. Lo portarono dentro una baracca dove gli tolsi tutta la roba che aveva in tasca rilasciandone ricevuta a un portaferiti austriaco. [...]"
Il capitano, dunque, era morto combattendo. Circa l'andamento dell'azione generale dispiegata dalla Brigata "Lombardia", traiamo ancora dall'opera del gen. Schiarini:
"Due battaglioni del 74°, dopo una tenace difesa e molte perdite, ripiegano il 25 dalle pendici di Monte Caldiera su Monte Cucco delle Mandrielle; poi, in ordine, su Monte Zoviello, donde la sera stessa tentano di contrattaccare su Monte Cucco. Un attacco del 73°, diretto su Cima Undici, non riesce. [...] L'indomani, 26, la Brigata Lombardia è fatta segno ad un nuovo attacco. Il Monte Zoviello è perduto ed invano si combatte per riconquistarlo: le gravi perdite (fra cui quella del comandante il 74°, col. Guastoni) e la forza delle posizioni e delle artiglierie nemiche, non controbattute, arrestano l'attacco."
Nei giorni successivi, sempre combattendo strenuamente, la "Lombardia" ripiegò dapprima sulla linea Monte Zebio - Monte Colombara e poi, il 30 maggio, su quella Monte Valbella — Pennar. Nelle settimane successive, sarebbe fortunatamente iniziata una nuova fase della grande battaglia, grazie alla quale l'impeto degli attaccanti sarebbe stato arginato dalla truppe italiane. Il fallimento dell'offensiva generale austro-ungarica, se si concretizzò solo con il mese di giugno, fu dovuto anche al sacrificio delle truppe che si immolarono, pur infruttuosamente, a partire dalla seconda metà di maggio. Tra questi, proprio i baldi fanti della Brigata "Lombardia", ed in particolare il capitano Pestalozza, il s.ten. Aiuti, il magg. Paris (caduto in combattimento il 3 giugno) e lo stesso colonnello Carlo Guastoni, comandante del reggimento (caduto il 26 maggio sempre sul Monte Zoviello). Alla memoria del capitano Pestalozza fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:
"Attaccò arditamente un fortino nemico riuscendo ad occuparlo ed a farne prigioniero il presidio. Contrattaccato, oppose accanita resistenza, finché, ridotto agli estremi mentre tentava di aprirsi un varco attraverso i nemici, colpito a morte, cadde da prode sul campo." - Monte Zurillo [rectius, Zoviello], 25 maggio 1916
La famiglia del bravo capitano - in particolare per opera del padre, dottor Francesco Pestalozza -, affranta dal dolore, trovò il modo di commemorare degnamente il loro Berto. Il 25 settembre 1916, furono organizzate solenni esequie in suo suffragio, con la partecipazione di un gran numero di autorità civili e militari, oltre che della popolazione della bella cittadina. In occasione del primo anniversario della morte del capitano, il 25 maggio 1917, sempre il padre fece inoltre pubblicare un prezioso opuscolo dal titolo "Lauri e cipressi", raccogliendo pensieri e scritti relativi al figlio, e dal quale sono tratte gran parte delle notizie riportate in questo contributo. Il dottor Pestalozza vi riportò in apertura una struggente dedica al figlio:
"ALBERTO MIO / CHE SULLA VIA DEL DOVERE / ARROSSATA DEL SANTO TUO SANGUE / ONORANDO LA FAMIGLIA LA PATRIA / CADESTI / NELL'ANELITO DI UNA GRANDE VITTORIA / A TE / QUESTO ONORE DI PIANTI".
In chiusura di questo contributo, riportiamo una breve composizione che il sott. Nino Bazzetta volle dedicare alla memoria del capitano Pestalozza:
"Madonna morte che dispensi la gloria / bruna sorella del conforto / che ravvivi nell'avvenire la storia / nelle funebri stele di nostra terra / scrivi col ferro temprato / il nome di ALBERTO PESTALOZZA / capitano di milizia italica/ spento sul campo / nel sacrificio propiziatore / ai vindici Iddii della patria / fior d'ogni arme nostra / irradiante luce d'esempio animatore / sulla giovane Italia pugnante. / O foresta del monte conteso / sulla tomba del prode stormente / il vento della vittoria / per valli e pianori redenti."

A cura di Niccolò F.

NOTE 

[1] Il dottor Pestalozza, nell'opuscolo commemorativo, afferma "di sei sottotenenti - non v'erano tenenti - cinque caddero più o meno gravemente feriti emulandosi nel prode compimento dell'aspro dovere". [2] Vi è incertezza sul luogo preciso in cui avvenne il combattimento, in considerazione del fatto che i resoconti parlano di "Cima Dodici", mentre il riassunto storico della Brigata "Lombardia", ed anche le motivazioni delle medaglie al valore, fanno appunto riferimento al "Monte Zoviello" (erroneamente denominato "Zurillo"). [3] Lettera dell'avv. Alfredo De Angelis, padre del s.ten. Adolfo, al dottor Pestalozza. [4] Questo stralcio e gli altri brani di lettere riportati in questo articolo sono tratti dall'opuscolo commemorativo "Lauri e cipressi" fatto pubblicare dal dottor Pestalozza in occasione del primo anniversario della morte del figlio, il 25 maggio 1917. 

 BIBLIOGRAFIA

 - AA. VV., L'Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), Vol. IIbis, Roma, Libreria dello Stato.
- Annuario Militare del Regno d'Italia, varie annate.

- Francesco Pestalozza, Lauri e cipressi - nel primo anniversario del capitano Alberto Pestalozza, Intra, 1917.
- Riassunti storici dei Corpi e Comandi, Vari Volumi, Roma, Libreria dello Stato.